Crisi e politiche economiche: quali risorse per l’Italia?
Pubblicato in Attualità, Dossier
di Roberto Robatto
La crisi economica che si è aperta negli Stati Uniti nella seconda metà del 2008 e si è poi propagata a tutto il mondo ha aperto un forte dibattito politico ed economico su quali siano gli interventi migliori e più appropriati che le autorità pubbliche devono intraprendere per limitarne gli effetti negativi.
Prima di tutto, search è importante sottolineare che la crisi economica che stiamo fronteggiando ha due facce:
1) la prima è il lato finanziario, here che ha avuto il suo apice nello scorso autunno con il fallimento di alcune importanti banche americane e con un più generale rischio di collasso del sistema bancario;
2) la seconda, search è la crisi dell’economia “reale”, ovvero la recessione che si è innescata.
All’ordine del giorno nell’agenda politica vi è oggi soprattutto la crisi dell’economia reale: il mio obiettivo è di riflettere su questa seconda parte, con particolare riferimento alla situazione italiana.
Nel nostro paese, alla crisi economica si sommano problemi strutturali di cui soffriamo da molti anni (1).
Una fondamentale questione è quella del debito pubblico. L’Italia ha oggi un debito che è pari al 104% del PIL (2), tra i più alti al mondo (3). L’implementazione di una misura anticiclica (aumento della spesa pubblica o riduzione della pressione fiscale finanziata con il debito, conosciuta anche come politica keynesiana) si scontra con questo problema. Vediamo di capirne il motivo.
I titoli del debito pubblico italiano (BOT, CCT…) vengono venduti sui mercati finanziari, dove si determina il tasso di interesse. Vari fattori ne concorrono alla determinazione, uno tra questi è il rischio che l’investimento non venga totalmente o parzialmente rimborsato alla scadenza: anche uno Stato, così come una società privata, può fallire (si pensi all’Argentina, giusto per esempio (4)). A parità di altri fattori, più alto è il rischio di “fallimento” percepito dagli investitori, più alto è il tasso di interesse che gli investitori stessi chiederanno per essere disposti comprare il titolo.
Da cosa dipende il rischio di fallimento? Più alto è il debito, più alta è la probabilità che il debitore non riesca a ripagarlo: il problema dell’Italia nasce esattamente da qui. E da ciò deriva la necessità di avere conti pubblici in ordine e un debito che decresca col passare del tempo: cruciale è allora la nostra credibilità. L’ancoraggio all’Euro è un elemento fondamentale, ma non basta: il modo migliore di convincere gli investitori che saremo pian piano in grado di ripagare il nostro debito è di iniziare a ripagarlo da subito in modo costante e consistente.
La riduzione del debito iniziata con il processo di adesione all’Euro fu rallentata nel 2001, durante l’ultimo anno del Governo di Centro-Sinistra (Amato era il Premier e Visco era Ministro dell’Economia), e molto più gravemente nel 2005-2006, durante gli ultimi anni del Governo Berlusconi, con l’Economia guidata da Tremonti, quando addirittura il debito pubblico riprese a crescere. La tendenza alla riduzione è stata poi ripristinata da Prodi e Padoa-Schioppa, ma oggi gli spazi di manovra sono ancora limitati e va quindi letta positivamente la scelta del Governo (e di Tremonti in particolare) di essere piuttosto rigido nonostante il momento di crisi: il successore di Quintino Sella sembra essersi ravveduto rispetto alla sua precedente esperienza di governo.
Dalle opposizioni e dai Sindacati si levano invece richieste varie a seconda del gruppo di interesse rappresentato: il “ceto medio, i pensionati, i lavoratori dipendenti… Queste politiche sono chiaramente impraticabili se non si vuole tagliare la spesa pubblica o aumentare le tasse su altre voci (ad esempio, sulle rendite finanziarie).
Più ragionata – ma solo a prima vista – sembrerebbe essere la richiesta di una maggiore flessibilità subito in cambio di più austerità dopo, come proposto durante la puntata di Ballarò del 16 dicembre 2008 da Enrico Morando, esponente del Partito Democratico e Coordinatore del Governo Ombra. Morando ha proposto un “rilassamento” dei cordoni di bilancio nel 2009 e una contestuale previsione di riduzione della spesa pubblica per l’anno successivo, in modo da garantire, allo stesso tempo, flessibilità per quelli che sembrano essere i mesi più critici della crisi e garanzia per gli investitori.
Tuttavia, non è difficile capire come, in questo caso, l’aumento delle spese sarebbe certo, in quanto avrebbe luogo subito, mentre la riduzione sarebbe per definizione incerta, in quanto futura: posticipare gli aggiustamenti al futuro nelle leggi di bilancio pluriennali è uno degli escamotage contabili evidenziato dalla letteratura economica come fattore responsabile del non avere conti in ordine5. Se negli anni passati, invece di fare politiche pro-elettorali, ci fossimo concentrati maggiormente sul ripianare il debito pubblico, gli spazi di manovra sarebbero oggi più ampi.
Note:
1) Tra i problemi principali, vi sono una crescita (del PIL e dei salari) inferiore a quella degli altri paesi industrializzati e una bassa e disomogenea tutela per chi perde il posto di lavoro.
2) Previsione per la fine del 2008; fonte: Commissione Europea, Economic and Financial Affairs, General Government Data, Autunno 2008.
3) Per avere un’idea di cosa vuol dire, basta pensare che, per liberarci del debito che abbiamo, dovremmo lavorare più di un intero anno senza mangiare e senza consumare nulla… Inoltre, quando si parla di debito pubblico, è sempre utile considerarlo in rapporto al PIL, che è poi una misura della capacità di ripagarlo: un debito dello stesso ammontare potrebbe essere piccolo per uno Stato grande come la Germania oppure immenso per uno Stato delle dimensioni del Belgio. L’Italia ha quindi uno dei debiti pubblici più alti al mondo, in rapporto al PIL.
4) Volendo essere più precisi, la (più recente) crisi Argentina è stata causata da una svalutazione della valuta nazionale (il tasso di cambio era fisso ma tale politica era insostenibile), mentre i titoli erano denominati in valuta estera: con la svalutazione il debito pubblico misurato in valuta nazionale è aumentato vertiginosamente e lo Stato non è stato in grado di rimborsarlo.
