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1994: terza rivoluzione industriale e crisi del capitalismo

26 marzo 2008
Pubblicato in Attualità, Dossier
di Guglielmo Campiano

moneyIl 1994 è stato l’anno spartiacque, l’anno ormai conosciuto come quello dell’inizio della “III rivoluzione industriale“, l’anno in cui l’occidente fece il suo ingresso nell’era della cosiddetta information and communication technology (Ict). Iniziava così l’epoca dell’innovazione e, contemporaneamente, l’intero pianeta scopriva quella fase del capitalismo unanimemente definita “globalizzazione” stabilita dall’istituzione e dall’operato dell’Organizzazione internazionale del commercio, il Wto.

Terza rivoluzione industriale e globalizzazione salparono così assieme verso il futuro, in un disegno economico ampio e planetario mosso da un solo intento: spostare la produzione nei paesi in via di sviluppo e riservare ai paesi già industrializzati la prerogativa dello sviluppo tecnologico e finanziario. Fu proprio questo, infatti, il ruolo del Wto che – unico organismo di “diritto internazionale” effettivo vigente – liberò il commercio internazionale, creando sbocco per i capitali occidentali e permettendo investimenti, trasferimenti e delocalizzazioni dove i costi di produzione sarebbero stati enormemente minori.

In quegli anni di iperpotenza geopolitica e economica unilaterale americana – ormai definitivamente sancita dalla caduta del muro di Berlino – proprio l’informatizzazione e lo sviluppo dei servizi di comunicazione determinarono l’impensabile crescita degli Stati Uniti e furono l’eclatante esempio di come i paesi più progrediti dovessero assolutamente trasformare le proprie economie verso l’innovazione, unico strumento in grado di consentire quella crescita che sola garantisce lo sviluppo all’interno di un sistema come quello capitalista, evitando la crisi e lasciando l’onere produttivo a chi (Cina, India, Brasile) avrebbe potuto permetterselo. Come chiaramente dimostrato dalla crisi post-industriale in alcuni paesi negli anni Ottanta, l’occidente, quindi, doveva trovare un rimedio, non potendo più reggersi sul sistema produttivo tradizionale e sulle economie di scala. E fu inoltre per questo che l’Europa, palesemente in ritardo, dovette accelerare l’avvento del mercato unico e dell’euro per poter competere con gli alleati d’Oltreoceano e sfruttare i benefici delle nuove tecnologie d’informazione e comunicazione.

Ma perché la III rivoluzione industriale è stata così importante? Essenzialmente per una ragione: la riduzione dei costi. E non solo derivanti dall’informatizzazione. Se infatti è evidente come l’Ict abbia consentito di snellire, automatizzare, rendere efficienti e produttive una serie di pratiche dispendiose sia in termini di tempo che di denaro, non bisogna però dimenticare ciò che accadde all’ultimo fattore economico base (dopo terra e capitale) non ancora totalmente soggetto alle logiche di mercato, cioè il lavoro. Anch’esso troppo costoso, il lavoro doveva essere liberalizzato e reso flessibile, trattato quasi al pari di una merce per garantire sviluppo e competitività internazionale. Ciò fu l’altra causa che determinò la rapida crescita americana a scapito dei paesi europei, condizionati dalle organizzazioni sindacali e dalla loro decisiva influenza storica sulle filosofie politiche del vecchio continente.

Ma la crescita derivante dallo sviluppo di sistemi innovativi, per quanto economicamente ineluttabile, portava con sé endemiche problematiche, paradossalmente le stesse che determinarono le precedenti crisi industriale e post-industriale. Se allora la necessità di creazione di surplus produttivo aveva condotto all’impossibilità di assorbimento della produzione da parte del mercato nel lungo periodo, così l’Ict oggi ha soltanto dato respiro a un sistema ormai in crisi, rendendo la crescita sempre più a breve termine e facendo sostenere tutta l’economia ancor di più – e soltanto – dal consumo.

Tutto ciò a cui assistiamo oggi non è altro che la manifestazione di queste antinomie sovrastrutturali. Il carovita e l’inflazione che coinvolgeranno le economie occidentali renderanno impossibili i consumi cosicché le esigenze di crescita rapida e costante subiranno un brusco arresto. Certo, le ragioni concrete dell’eventuale tracollo (individuabili nelle dinamiche dei differenti mercati, nelle reazioni monetarie con i loro effetti su inflazione e salari, oltre che nelle speculazioni finanziarie e nell’ambiguo ruolo degli intermediari) possono smentire o confermare il concetto generale su cui si basa tutto il discorso, ma è altresì vero, in fondo, che essi sono soltanto il sistema regolamentativo (o deregolamentativo) strutturale all’interno del quale i problemi si amplificano, sviluppano e manifestano. E non tanto per loro intrinseche connotazioni, quanto a causa del “male” originario antecedente, fin qui descritto.

Tuttavia infine, senza cadere nella teoria dell’apocalisse o in fuorvianti quanto utopiche teorie (quali quelle della decrescita), è da riconoscere – come scrisse Karl Polanyi ne La grande trasformazione – che se già a metà del Settecento, per concludere l’esperienza capitalista, l’unica via era bruciare le fabbriche, di certo oggi, tre secoli più tardi, è difficile trovare nuove soluzioni, soprattutto tenendo conto che la pura logica di mercato prevede la totale deregolamentazione e che tutti i tentativi di regolamentazione in senso inverso da parte degli organi pubblici (l’interventismo tanto auspicato in maniere diverse sia dalle social-democrazie liberali europee che dal protezionismo conservatore) altro non farebbero che peggiorare gli effetti nefasti del circolo vizioso capitalista, accelerandone la crisi che i marxisti hanno sempre giudicato inesorabile. Forse, almeno in questo, hanno davvero avuto ragione. E noi, purtroppo, potremmo esserne inermi testimoni.



14 Responses to “1994: terza rivoluzione industriale e crisi del capitalismo”

  1. Leonardo, Ihc scrive:

    Gentile Giacomo,

    sinceramente non sono d’accordo con la tua analisi, ma prometto che rileggerò con più calma e dovuta attenzione tutto l’articolo prima di formulare critiche più precise.

    Una cosa che non ho capito però, e vorrei chiederti già ora, è se tu vedi un problema di sovradimensionamento produttivo come causa delle spinte inflazionistiche e se pensi di risolverle “bruciando” fabbriche.

    Grazie

  2. gv scrive:

    no, sovradimensionamento produttivo non provoca spinte inflazionistiche interne anche se, in una squilibrata concorrenza internazionale, aggressive politiche commerciali legano strettamente l’aumento produttivo e l’esportazione (vd cina) all’inflazione dei paesi importatori.
    le strategie di crescita basate sull’innovazione, invece, a mio parere, sì, provocano l’inflazione. è il mio pensiero.
    per quanto riguarda le fabbriche, non direi. parlavo del Settecento, citando polanyi. Mi riferivo cioè a tre secoli fa.
    cordialmente

  3. Leonardo, Ihc scrive:

    Se non produco auto da 10000 euro e importo auto da 2000 (anche perché un indiano ha uno stipendio di un decimo di quello di un italiano e quindi risolvo i problemi di una manodopera troppo cara) euro creo inflazione, quindi?

    E la svolta della IT, che come hai detto su comporta riduzione di costi, crea inflazione?

    Mi perdoni, ma per lei cosa è “inflazione”?

  4. gV scrive:

    una panda costava 8,5 milioni. ora costa 9mila790 euro, il modello base. se aggiunge i suppellettili tecnologici (indotti) si decolla. e nessuna “pira” (il clone cinese da 4000 euro) sulle strade).
    se i salari non crescono adeguatamente, questa, a casa mia, si chiama inflazione. cause e effetti non possono essere ridotti – come lei sottende – ai minimi termini, è filosoficamente incomprensibile. ancora una volta si torna al Settecento, a hume. dopo gli email, francamente, mi aspettavo di più. passo e chiudo, scorazzando in motorino senza scorgere alcun auto indiana, nessuna fiat “siena” prodotta in brasile, nessuna volkswagen “gol” fatta in thailandia. vedo solo prodotti di wolfsburg, sochaux, torslanda, torino, ecc. con parafanghi cromati (da cambiare a ogni graffio) e prezzi che lievitano.

  5. Leonardo, Ihc scrive:

    Mi hai fatto un confronto tra un prodotto fatto e venduto qui anni fa e ancora adesso con prodotti fatti e venduti all’estero ma non qui, il che trascura un’inflazione propria europea da anni fa ad adesso e il fatto che se non si permette all’europeo di comprarsi una Nano il problema non è nella globalizzazione ma in chi non la vuole in tutti i termini che questa comporta, compreso il vendere in tutto il mondo quanto prodotti in tutto il mondo.

    In ogni caso manca il nesso logico per cui un risparmio di costi (tramite IT ad esempio) crea inflazione.

    L’inflazione, in ogni caso, non è il confronto tra salari e prezzi, ma solo l’andamento delle masse monetarie e quindi dei prezzi; se vuoi fare un confronto tra salari e prezzi dovresti parlare di potere d’acquisto, e in tal caso ci sarebbero altre considerazioni da fare, a partire dal grado di protezione dell’industria domestica fatta cadere con l’ingresso della Cina nel WTO, per cui il problema non è la Cina, ma la protezione di un sistema subottimale avvenuta in precedenza.

    L’apertura al commercio internazionale comporta la ricomposizione della struttura produttiva mondiale, per cui ogni paese tende ad una specializzazione nei settori in cui ha un vantaggio, il che certo comporta terremoti produttivi e occupazionali durante l’aggiustamento, cosa che si è voluta evitare ad esempio in Italia facendo sopravvivere settori manifatturieri sempre più fuori mercato (e quindi distruttori di ricchezza italiana) ma non in Germania dove alcuni settori sono stati smantellati per riassorbire capitale umano e fisico in produzioni più qualificate e più remunerative dopo pochi anni.
    Se ti ricordi i processi di infrazione contro Germania e Francia, sono dovuti al finanziamento di questa fase di riconversione, mentre l’Italia è sempre a rischio non per riconversione, ma per la protezione di uno status quo inefficiente. Il risultato è che in Germania lo Stato ha finanziato il cambiamento ed adesso le imprese possono andare da sole e far alzare gli stipendi proteggendo il potere d’acquisto, mentre l’Italia arranca ancora in una lotta sciocca contro i cinesi che può esser fatta solo sui costi e quindi deprimendo il potere d’acquisto dei salari.

    E’ filosoficamente impossibile voler mettere insieme una serie di fatti senza esplicare un legame logico e dando alle parole significati impropri, limitandosi a giustificare la teoria (nel senso di seguenza) con la mera successione dei fatti. Occorre una teoria (successione logica causa-effetto) alla base, condivisibile o meno, cosa che non si notava nel testo e ancora non nella risposta.

    I marxisti non hanno predetto correttamente la fine del capitalismo e del liberismo, semplicemente perché quello cui stiamo assistendo adesso non è una crisi del capitalismo ma la dimostrazione che questo non può funzionare correttamente finché esistono centri di potere esterni al mercato e dotati di discrezionalità sulla moneta e sul credito, più precisamente le Banche Centrali che coadiuvano la politica fiscale e gli enti governativi che decidono d’imperio cosa si possa o non si possa commerciare tra paesi pareggiando le debolezze indotte finché possibile con soldi dei contribuenti o supporto delle Banche Centrali. E’ il fallimento della volontà interventista dei Governi, ciò che stiamo vedendo.

    Quello che mi disturba della tua analisi non è che sia diversa dalla mia, ma che si basa su un processo storico (appunto marxista) senza legami logici: non basta dire “ho una panda a 10000 euro e nessuna nano a 2000 in giro” per dare contro ad un sistema, occorre interrogarsi sul perché la nano non è in europa e non consente a chi continua a guadagnare 1000 euro al mese di comprarsi un’automobile.

    Volevo aspettare che mi esplicassi punto per punto le seguenze logiche del pezzo proposto; evidentemente mancano.

  6. Gv scrive:

    mi scuso,
    però anche la sua spiegazione di cos’è l’inflazione è stata scortese nei miei confronti.
    che l’inflazione sia la variazione del livello dei prezzi (il buon vecchio pi greco) e che non dipenda dai salari, mi sembra ovvio. certo che se a un’inflazione galoppante non corrisponde l’aumento dei salari, essa ha più effetti nefasti, ma mi sembra ovvio e superfluo discutere di ciò.

    ad ogni modo, come lei dice, c’è un problema di interventismo, che entrambi sottolineiamo da due punti di vista diversi.
    le risponderò a breve con più calma, perché purtroppo oggi sono molto preso.

    comunque non volevo essere scortese.
    e come vede era solo un “passo” e non “chiudo” (forse la tarda ora ha aiutato la mia scortesia)

    in breve – ad ogni modo – è che il fatto che esista la possibilità di produrre macchine a meno e di metterle su tutti i mercati mondiali impone al mercato automobilistico “tradizionale” delle scelte. si punta sul look, sul design, sulle rifiniture, ecc. si creano cioè bisogni. se non ci fossero i concorrenti pronti a vendere auto a poco non ci sarebbe la necessità di operare in tal senso. comunicazione, marketing e pubblicità sono strumenti dell’IT. questa è la consequenzialità a cui mi riferivo. oggi si vuole diventare l’eccellenza e la qualità da vendere a prezzi alti nei mercati in espansione, confidando nella crescita della loro domanda interna e nell’aumento delle loro possiblità di consumo e di benessere.
    ho l’impressione che il mio discorso relativo all’It e all’aumento dell’inflaz non le vada proprio giù (hi, hi) ma a mio parere credo che non sia da guardare nel dettaglio (riconosco le sue ragioni), quanto piuttosto in maniera più ampia e considerando le sue implicazioni meno immediate. convertire standard e creare nuove tecnologie pone l’esigenza dei consumi. l’esigenza del consumo aumenta i consumi. la maggior domanda fa aumentare i prezzi, e l’anarchia inventiva fa ripartire continuamente il circolo vizioso. peccato – però – che senza un aumento dei salari, da noi gli effetti si ripercuotono sul risparmio e non sul consumo.

    cercherò di continuare questa interessante discussione, se non cade in toni bizzarri (io stesso colpevole), con più calma.
    cmq capisco le sue posizioni mercatiste ma reputo la libertà concorrenziale globale fortemente utopica, basti pensare a molte misure statunitensi, alle linee aeree, per esempio.

    è vero che il testo forse non dave risposte appropriate, ma io non credo alle intenzioni mercatiste, a lungo termine, da parte di nessuna delle due potenze in gioco. e qua si entra nel politico, nel diplomatico e quindi nell’inevitabile interventismo sull’economia.

    cordialmente
    a presto

    —– Original Message —– ——————————
    From: L.B.
    To: giacomovaltolina
    Sent: Friday, March 28, 2008 9:52 AM
    Subject: Re: gv

    Leonardo, Ihc Marzo 28, 2008 @ 9:51 am
    Mi hai fatto un confronto tra un prodotto fatto e venduto qui anni fa e ancora adesso con prodotti fatti e venduti all’estero ma non qui, il che trascura un’inflazione propria europea da anni fa ad adesso e il fatto che se non si permette all’europeo di comprarsi una Nano il problema non è nella globalizzazione ma in chi non la vuole in tutti i termini che questa comporta, compreso il vendere in tutto il mondo quanto prodotti in tutto il mondo.

    In ogni caso manca il nesso logico per cui un risparmio di costi (tramite IT ad esempio) crea inflazione.

    L’inflazione, in ogni caso, non è il confronto tra salari e prezzi, ma solo l’andamento delle masse monetarie e quindi dei prezzi; se vuoi fare un confronto tra salari e prezzi dovresti parlare di potere d’acquisto, e in tal caso ci sarebbero altre considerazioni da fare, a partire dal grado di protezione dell’industria domestica fatta cadere con l’ingresso della Cina nel WTO, per cui il problema non è la Cina, ma la protezione di un sistema subottimale avvenuta in precedenza.

    L’apertura al commercio internazionale comporta la ricomposizione della struttura produttiva mondiale, per cui ogni paese tende ad una specializzazione nei settori in cui ha un vantaggio, il che certo comporta terremoti produttivi e occupazionali durante l’aggiustamento, cosa che si è voluta evitare ad esempio in Italia facendo sopravvivere settori manifatturieri sempre più fuori mercato (e quindi distruttori di ricchezza italiana) ma non in Germania dove alcuni settori sono stati smantellati per riassorbire capitale umano e fisico in produzioni più qualificate e più remunerative dopo pochi anni.
    Se ti ricordi i processi di infrazione contro Germania e Francia, sono dovuti al finanziamento di questa fase di riconversione, mentre l’Italia è sempre a rischio non per riconversione, ma per la protezione di uno status quo inefficiente. Il risultato è che in Germania lo Stato ha finanziato il cambiamento ed adesso le imprese possono andare da sole e far alzare gli stipendi proteggendo il potere d’acquisto, mentre l’Italia arranca ancora in una lotta sciocca contro i cinesi che può esser fatta solo sui costi e quindi deprimendo il potere d’acquisto dei salari.

    E’ filosoficamente impossibile voler mettere insieme una serie di fatti senza esplicare un legame logico e dando alle parole significati impropri, limitandosi a giustificare la teoria (nel senso di seguenza) con la mera successione dei fatti. Occorre una teoria (successione logica causa-effetto) alla base, condivisibile o meno, cosa che non si notava nel testo e ancora non nella risposta.

    I marxisti non hanno predetto correttamente la fine del capitalismo e del liberismo, semplicemente perché quello cui stiamo assistendo adesso non è una crisi del capitalismo ma la dimostrazione che questo non può funzionare correttamente finché esistono centri di potere esterni al mercato e dotati di discrezionalità sulla moneta e sul credito, più precisamente le Banche Centrali che coadiuvano la politica fiscale e gli enti governativi che decidono d’imperio cosa si possa o non si possa commerciare tra paesi pareggiando le debolezze indotte finché possibile con soldi dei contribuenti o supporto delle Banche Centrali. E’ il fallimento della volontà interventista dei Governi, ciò che stiamo vedendo.

    Quello che mi disturba della tua analisi non è che sia diversa dalla mia, ma che si basa su un processo storico (appunto marxista) senza legami logici: non basta dire “ho una panda a 10000 euro e nessuna nano a 2000 in giro” per dare contro ad un sistema, occorre interrogarsi sul perché la nano non è in europa e non consente a chi continua a guadagnare 1000 euro al mese di comprarsi un’automobile.

    Volevo aspettare che mi esplicassi punto per punto le seguenze logiche del pezzo proposto; evidentemente mancano.

    —– Original Message —– ———————————-
    From: giacomovaltolina
    To:
    Sent: Wednesday, March 26, 2008 8:42 PM
    Subject: gv

    egregio Leonardo,
    mi sembra che siamo d’accordo sul dannoso interventismo da parte delle autorità monetarie e politiche;
    su un apprezzamento delle materie prime originato da un aumento della domanda;
    e sul fatto che è il risparmio è senz’altro il fattore più colpito dall’inflazione mentre il consumo galoppa.
    io imputo tutto questo alla creazione dei bisogni, al rapido rinnovamento e conversione degli standard, ecc. cioè agli effetti delle strategie di crescita basate sull’innovazione, che giudico comunque normali evoluzioni del sistema nonché, si noti, salvezza stessa del sistema. ma come dice stiglitz “una crescita basata sul consumo è insostenibile e difficilmente ciò che è insostenibile è a lungo sostenibile”. certo il discorso sulle materie prime è speciale, diverso e immensamente più vasto (anche se anch’esso coinvolge la scarsa credibilità del sistema concorrenziale). all’estremo opposto, per esempio, tra 20-30 non rideremo pensando che in quest’epoca avevamo assistito all’esponenziale incremento dell’eolico? una fonte di energia ingombrante che per non ingombrare diventa spesso troppo costosa o addirittura inutile? è questa l’alternativa del mercato ai cartelli e agli oligopoli?

    chiedo scusa per la digressione, mi perdoni. senz’altro lei reputa le mie considerazioni semplicistiche, generaliste (e perciò prive di fondamento) ma io non discuto lo sviluppo tecnologico, essenziale e – come detto – “salvatore”. non aspiro a bruciare le fabbriche: il significato di quella affermazione intendeva che il capitalismo già dal Settecento era imprescindibile, a meno di una volontà di ripartire tutti da zero. quindi oggi chissà cosa bisognerebbe fare per cambiare sistema. ma non sostengo che bisogni cambiarlo, mi chiedo solo se non stia finendo.

    l’articolo quindi è soltanto la riflessione di uno studente-lavoratore, una riflessione che sottende esperienze pluridisciplinari , e non solo economiche. l’articolo è una forma di dialogo, uno spazio concesso che mi permette di esprimere mie constatazioni soltanto in merito a come il libero mercato proceda su un labile confine, con enormi contraddizioni (in primis l’utopica “perfetta concorrenza”) fin dalla sua origine e che, forse, tra i denari “aleatori” di goldman e le strategie della fed, stiamo assistendo a un fenomeno nuovo, vista la rapidità dello sviluppo globale.
    lungi da me essere uno di quelli che pensano che la propria epoca storica sia quella dei grandi sconvolgimenti storici, economici, politici, ecc. però credere di affidare alla cina il libero mercato mi sembra irrealstico, altrimenti non esisterebbero piani di difesa espressamente mirati alla cina da parte degli usa, pubblici e firmati dick cheney (2001). per tutte quest ragioni mi permetta quindi di sospettare la fine del capitalismo. francamente, una parte di me auspica davvero una profonda crisi di cui credo questa società viziata e spenta necessiti. e non la auspico in maniera superficiale o naif. ne sarei coinvolto in prima persona.

    ad ogni modo ogni dialogo su questi temi non può che arricchire la mia volontà di sapere, capire e, più importante di tutto, ritrovare l’illusione.

    perdoni la prolissità – che neanche io mi spiego – ma sono in un periodo “espressionista”, se comprende ciò che intendo. in tutta sincerità – infine – aggiungo di non aver gradito l’insinuazione sulle fabbriche, a mio modo di vedere pretestuosa. inoltre, e qua le porgo un sorriso, non so nemmeno con chi parlo e, forse, le mie sono soltanto parole al vento.

    cordiali saluti

  7. Leonardo, Ihc scrive:

    Più che altro vedo che non ci capiamo, quale ne sia il motivo.

    E vedo che ancora manca un legame nei tuoi ragionamenti. Io ti pongo davanti il problema del perché le merci indiane e cinesi non arrivino in Europa, ma tu non mi rispondi; è evidente che esistono dei blocchi politici che servono favolosamente la causa di alcuni produttori che così non devono contrastare una guerra dei prezzi (che magari farebbe comodo ai consumatori), ma questo non ha nulla a che vedere con il capitalismo bensì con strutture statali assolutamente corruttibili e inadatte nel loro compito istituzionale e tantomeno a guidare una qualsiasi riforma politica o economica.

    E ancora non mi spiego come un’evoluzione tecnologica, creando nuovi tipi di consumi, implichi direttamente inflazione; sì, si creano nuovi bisogni, o meglio si dà modo alle persone di avere più balocchi con cui rallegrare le loro (tristi?) esistenze… questo è un male? Per me no, per me il “male” viene quando si vuol spingere a consumare il proprio futuro, quando lo Stato previdente e sempre pronto a “aiutare” i cittadini, usa le leve di cui dispone o per spender soldi di altri non consenzienti (spesa pubblica) o per incentivare a non risparmiare e acquistare quanto più possibile (ribasso dei tassi).

    E’ vero che con più stimoli al consumo, la voglia di risparmiare può ridursi, ma il fenomeno non può essere permanente e neppure drastico come visto negli ultimi anni.
    Se davvero fosse la disponibilità di merci a creare consumismo e quindi inflazione, contemporaneamente avremmo dovuto vedere almeno dieci anni di elevata inflazione mondiale, perché se si consuma sistematicamente ogni guadagno il risparmio va a scarseggiare e il suo valore, misurato dal tasso di interesse dovrà salire. Invece non è stato questo, e se si valuta la cosa non con una analisi marxista ma con una teoria economica base, si capisce che è intervenuto qualcosa di “centrale”: infatti sono le Banche Centrali che hanno fatto scender i tassi (quando il capitalismo li avrebbe fatti salire), creando lo spazio per la copertura di nuovi bisogni, cioè incentivando al consumo o meglio al consumismo. Se ci fosse un vero capitalismo non distorto dal Leviatano-Samaritano di turno i tassi sarebbero saliti già da vari anni e avrebbero evitato molti eccessi, oltre a ricordare a tutti che non si può spendere all’infinito e che ognuno vive con un vincolo di bilancio che lo costringe a valutare necessità rischio e voluttà.

    Questo processo sta alla base di ogni ciclo economico, che in questo caso è stato più lungo perché ha giocato sull’unicità della valuta di riserva internazionale, cioè sulla mancanza di un vero mercato valutario, sull’assenza di competizione.

    Le cose stanno cambiando, ma non sarà la fine del capitalismo (che è necessario perché il mondo non retroceda), sarà solo una ricomposizione degli equilibri mondiali, con una Cina che non sarà più il fornitore a buon prezzo per gli statalmente drogati consumi USA, ma sarà il produttore di merci per l’Europa e primo finanziatore probabilmente del nuovo gran consumatore Europeo e della ricostruzione degli USA.

    Il mondo passerà una crisi da semplice ciclo economico; l’unica cosa che potrà cambiare è che lo Stato si faccia paladino della soluzione (nessuna soluzione vera, solo lasciar passare un paio di anni di recessione e raccogliere una naturale ripresa ciclica) e estenda ulteriormente i suoi poteri di salvifico controllo, per poi ritornare a “aiutare” i suoi figli manovrando i tassi di interesse alla faccia delle regole del capitalismo e ritrascinando il mondo in fasi di inflazione prima e di crisi poi.

    A parte la divergenza di vedute, di formazione e di quant’altro, chiederei a te come a chiunque altro di aver un po’ di pudore nell’usare termini come libero mercato, capitalismo e liberismo per un mondo dove gli Stati controllano metà della domanda aggregata, dove manovrano il tasso di interesse (perno del capitalismo), dove creano moneta ad libitum (materiale del capitalismo che ha valore perché scarso, non perché sempre crescente), e dove decidono “d’imperio” cosa fare dei soldi dei cittadini e a favore degli “amici”… insomma, in un mondo dove qualcuno monopolizza i poteri che dovrebbero essere diffusi.

    Che facce come Berlusconi o Veltroni si professino liberali, non vuol dire che lo siano, sono solo parole; i fatti parlano di “controllo di pochi”, non di liberismo. Abbiamo pudore, per favore.

  8. Leonardo, Ihc scrive:

    ti ho battuto in prolissità.

  9. G scrive:

    buondì, innanzitutto complimenti per il tuo sito e per i soci che si alternano su un dibattito molto intraprendente e interessante, anche se alle volte per me un po’ oscuro.
    tornando alle mie valutazioni e alle tue critiche, io pongo problematiche di natura sì economica, ma anche sociologica. quindi un capitalismo malato (che sia per l’interventismo dl sistema creditizio o istituzionale o ambedue) resta per me capitalismo e, come le ho scritto, reputo utopica l’espressione, la manifestazione di una logica di mercato, per così dire, pura.
    nel tuo sito si discute molto di questo, e in profondità. si notano tutti gli ingranaggi, i meccanismi che limitano la libertà del mercato, dalle asimmetrie informative alla creazione di strumenti propedeutici soltanto a favorire un meccanismo creditizio ingannevole o artificioso. ma sembra difficile scorgere il momento in cui tutte le distorsioni verranno sconfitte.
    d’altronde viviamo in italia dove il problema del credito, dell’immissione di denaro al sud, della figura del commercialista, sono, per quanto NON nostra esclusiva prerogativa, almeno elementi chiari delle problematiche di cui si tratta.
    credo nella ciclicità della storia e quindi anch’io nella fine soltanto di un ciclo, di una fase, ma di quella parliamo. la fase americana, i petrolieri e alcuni cartelli promossi dagli anni di iperpotenza usa.
    per quanto riguarda le merci e i loro limiti nell’arrivare verso di noi, da chi li produce a meno, è chiaro che non si può parlare oggi dell’esistenza di una pura logica di mercato. essa non c’è. l’abbiamo appurato. ma è proprio l’andamento perverso, a mio parere, l’antinomia capitalista per eccellenza. nel senso che le distorsioni, gli interventi ecc. determinano la situazione da me descritta, ma restano pur sempre il lento (o rapidissimo) sviluppo del capitalismo. dai tempi dei primi sussidi sul lavoro (sarai d’accordo) si ponevano contraddizioni in seno al capitalismo. oggi non si può pensare a una globalizzazione pura per la partenza dei diversi paesi da punti diversi di sviluppo che paretianamente dovrebbero consentire il miglioramento della condizione di uno soltanto a patto di un non peggioramento della condizione dell’altro. tu credi che la liberalizzazione effettiva farebbe crescere di più india e cina rispetto a usa e ue, che comunque crescono. io credo che al momento la crescita degli altri paesi provochi un peggioramento nella nostra situazione, come dici quando parli di “ricostruzione” degli usa.
    storicamente io penso che la cina abbia tutto il potere, l’interesse e le condizioni, innanzi a un crac occidentale, di non cambiare le regole del gioco, di non abbandonarsi a una libertà di mercato globale, quanto piuttosto a un dirigismo che potrebbe anche connotarsi diversamente, complice l’impotenza americana.
    io credo che questo stadio, puro o impuro, è comunque un’evoluzione capitalista è sta determinando l’anarchia selvaggia dal punto di vista dello sfruttamento del consumo. questa è la mia tesi. nient’altro. non sono comunque restio a credere che la concorrenza “perfettissima” non sia il modello perfetto. lo dubito soltanto.

    >g

  10. !!! scrive:

    Qualcuno ha le idee confuse?
    Strano…

  11. L.Baggiani scrive:

    Grazie G.

    Riguardo la nostra discussione, forse hai toccato il punto: quello che abbiamo non è capitalismo né la sua evoluzione, è una degenerazione dovuta alla commistione di potere economico e potere Statale, se fornisci un potere sia politico che economico crei una distorsione delle decisioni personali altrimenti libere e, sempre che tu non creda che il singolo non sappia quel che vuole, questo è un danno.
    Nel sito, e con te, cerco di ragionare per paradigmi non essendo un politico e non volendo né potendo proporre ricette per una soluzione, ma certo dire che il mondo non è “perfetto” non significa dover buttare via la possibilità di approssimarsi a tale “perfezione”.
    Il fatto che l’Italia soffra nell’attuale fase è l’eredità di politiche (statali, chiaramente) sbagliate nelle decine d’anni precedenti, che hanno protetto settori relativamente inefficienti e che ora “perdono” contro i cinesi, evitando aggiustamenti graduali nel tempo; ed adesso per aggiustare ci tocca il botto. Il limite paretiano, come dici tu, è stato distorto decide d’anni fa, e la globalizzazione sta mostrando gli errori fatti. Non si può sempre stare a imprecare contro gli effetti dimenticando le cause, se la penna non funziona non è colpa tua che la hai in mano, è colpa di chi l’ha fabbricata male.

    Forse sembra che per me i cinesi siano i virtuosi politici; no davvero, la Cina è un’altro Stato al pari di Italia e USA, e come tale si muove; ha solo avuto lo spiraglio del WTO e lo ha sfruttato come chiunque avrebbe fatto. E certo non è “colpa” sua se è nel WTO, quando di chi la ha chiamata, in specie gli USA; e lo hanno fatto per consentire agli americani di mantenere un certo livello di consumi attraverso l’import di merci a minor prezzo, questo perché lo Stato ha cercato di evitare il downturn ciclico pompando regolarmente liquidità finita, appunto, nel consumo di quelle merci (e nel surplus di parte corrente della Cina).

    Insomma, io non vedo giustificazione logica nell’incolpare un capitalista di ciò che sta succedendo, quanto nella volontà degli Stati di proporre la loro “giustizia” economica (e sociale).
    E di nuovo: in un mondo che va a peggiorare e in cui gli Stati controllano sempre più quote dell’economia fino a superare la metà, ha senso cercar colpe nella parte minoritaria (il mercato)? Se l’interventismo statale cresce e le cose peggiorano, abbi pazienza, forse il problema è l’interventismo.

  12. William Sbrega scrive:

    Caro Giacomo,
    Mi dispiace stroncarti ancora, ma il tuo articolo, oltre ad essere incomprensibile a prima e seconda lettura, è privo di qualsiasi fondamento macroeconomico.

    Capisco che sia un tuo pensiero, ma quantomeno mi piacerebbe che spiegassi le cose in modo chiaro e senza incredibili voli pindarici.

    Scusami ancora,
    W.

  13. giacomo scrive:

    … a sette mesi di distanza, si riscoprono ragioni e torti.
    dov’è il mercato? cos’è? chi è? di che cosa stiamo parlando? dov’erano i critici del sistema negli ultimi 15 anni? chi può credere all’equilibrio perfetto? a che serve?
    qualcuno svegli i sognatori dai loro dogmi e dalle loro menzogne.

  14. Maurice Recordati scrive:

    Cosa ne penso? boh!
    ho gettato la spugna a metà pagina dopo aver cagato fuori Minerva da un’emicrania.
    Senza la minima intenzione di offendere nessuno.

    Saluti