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Luci cinesi

7 febbraio 2012
Pubblicato in Primo Piano, Segnalazioni
di Anna Bulzomi

Shanghai, healing 1981. La luce dell’alba accarezza le giunche dalle vele rosse, rx le accompagna nel loro dondolio verso il porto e lì si fonde con le acque placide dello Huangpu.

Intorno, search i palazzi sul Bund ricordano una New York senza tempo: un po’ anni 30, un po’ immaginaria.

Fast-forward di trent’anni.

Shanghai, 2011. Enrico Rondoni torna su quello stesso lungofiume, e prova ad immortalare, con la stessa macchina e in pellicola, gli stessi luoghi.

“Lo stupore è stato superiore alle aspettative – racconta il giornalista/fotografo – provavo a riconoscere gli spazi attorno a me, ma l’orizzonte di grattacieli che avevo davanti era lo skyline di un’altra Shanghai: quella del futuro”.

Due viaggi nella Repubblica Popolare Cinese, uno compiuto all’inizio degli anni 80 e l’altro nel biennio 2010-2011, costituiscono il punto di partenza della mostra Luci Cinesi, realizzata e curata da Rondoni e allestita dall’architetto Donata Tchou a Roma, presso il Museo Nazionale Romano delle Terme di Diocleziano (fino al 26 febbraio 2012).

Un percorso fotografico di oltre 100 scatti – a colori e in bianco e nero –  documenta il carattere straordinario e contraddittorio del progresso cinese.

Attraverso gli sguardi dei bambini della comune contadina, i sorrisi degli anziani della comune del popolo, le centinaia di migliaia di biciclette di Pechino (qualcuno ne ha contate ben 9 milioni!), le camicie di cotone blu e i fazzoletti rossi, Rondoni cattura la bellezza cruda e semplice della Cina dei primi anni 80.

Un omaggio particolare viene reso alla campagna cinese, la nongcun, dove le stagioni si ripetono sempre uguali e scandiscono i ritmi della vita contadina.

Le vecchie case in legno, le fabbriche per la lavorazione della seta, i campi che vanno incontro all’orizzonte…

Tutte declinazioni di un immobilismo che non ha eguali nelle città e che incanta lo spettatore, avvicinandolo alle radici profonde e antichissime della Cina rurale.

In una giustapposizione delicata ma eloquente, Rondoni affianca a queste immagini i suoi scatti più recenti.

E così scopriamo le immense metropoli che superano i 20 milioni di abitanti, dove le targhe per le macchine sono messe all’asta e dove tutto diventa record, dalla gigantesca diga delle Tre Gole al treno più veloce del mondo.

Il risultato è un collage di istanti sospesi nel tempo.

I primi reportage fotografici e giornalistici di Rondoni narrano l’epoca più travagliata della storia cinese contemporanea: orfana del grande timoniere Mao e libera dalle prepotenze della Banda dei Quattro, la Cina dei primi anni 80 iniziava la grande corsa modernizzatrice e adottava una politica di libero mercato controllata dal partito unico.

Tre decenni dopo, i risultati di questa scelta sono ben visibili ovunque, anche nelle provincie più remote della Repubblica Popolare.

Il balzo in avanti dell’economia ha raggiunto persino lo Yunnan, territorio incastonato tra Cina e Birmania dove, tra riserve naturali e montagne sacre ai buddisti, lo Shangri-la apre i suoi imperscrutabili confini.

Lo stesso accade a Xi’an, antica capitale crocevia di commerci e culture, estremo orientale della Via delle Seta, dove il suggestivo suk che circonda la moschea è ormai un mercato globale.

Tutto il reportage si gioca sul confronto tra l’oggi e un mondo che non c’è più.

Senza la pretesa di esprimere giudizi universali, la mostra riesce perfettamente nell’intento di avviare una riflessione sulla vita quotidiana del popolo cinese.

“Ho ancora vivo il ricordo dell’accoglienza di un tempo e la serenità nella modestia, ma ovunque il ritmo frenetico cambia anche le espressioni nei volti” – dice Rondoni a conclusione del suo percorso.

Chiunque abbia trascorso una parte della propria vita in Cina sa quanto quest’affermazione sia vera.

Le Luci Cinesi continuano a splendere, ma a volte trasmettono una sensazione di smarrimento, illuminando volutamente il volto illogico del cambiamento.



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