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Italia-Berlino sola andata

24 giugno 2009
Pubblicato in Dossier
di Valentina Carraro

Un pic nicIl terzo giorno di lezione del mio primo anno di università mi sono ritrovata in coda davanti all’ufficio Erasmus del Politecnico di Milano. A settembre sono partita per Berlino e ora, find rx quasi 2 anni dopo, cure sono ancora qui, intenzionata a restare, almeno per un po’. Come mai tanta fretta? Cosa c’è di tanto insopportabile nel vivere in Italia? Sono bastate 72 ore di università per decretare che la situazione era insostenibile? Proporrei di rovesciare la prospettiva: in fondo perché no?

Vivere all’estero è divertente, apre la mente, permette di scoprire città e paesi diversi dove le cose vanno diversamente. Può essere d’aiuto nell’imparare a sbrigarsela da soli, o nell’apprendere una lingua straniera. Infine si riesce a guardare se stessi, il proprio paese e le proprie abitudini da una certa distanza, o almeno ci si può provare. Ovviamente sono cose che si possono fare anche standosene a casa, ma almeno nel mio caso partire è stato d’aiuto e mi ha aiutato a capire alcune cose.

Per esempio, ho sempre creduto che gli italiani fossero considerati in generale un popolo simpatico, magari un po’ troppo rumoroso, ma comunque solare e socievole. Non è stato piacevole scoprire che invece tendiamo ad essere visti come un ibrido tra il Padrino, Rocky Balboa e Berlusconi: pigri, non troppo onesti e un po’ tamarri. Delle macchiette che nelle pubblicità rivendicano con accento improbabile la superiorità della nostra nazionale di calcio. Non parlo di razzismo, ma piuttosto di stereotipi superficiali, che risultano particolarmente spiacevoli quando sono rivolti verso di noi. Detto questo, Berlino è una città meravigliosa proprio perché, pur rimanendo in tanti particolari smaccatamente tedesca, ha accolto mille anime diverse, dai Turchi agli Arabi ai Polacchi agli Italiani. E per fortuna, perchè se kebab e felafel non fossero così facili da reperire sarei morta di fame da un pezzo!

All’interno di questa comunità di stranieri c’è un gruppo etnico particolare, gli studenti Erasmus. Escono tra di loro, a volte comunicano in inglese, a volte in una lingua ibrida tra lo spagnolo e l’italiano, a volte in un tedesco molto fantasioso. Vengono visti con diffidenza e sufficienza dalla popolazione locale e forse per questo come Erasmus è incredibilmente difficile “integrarsi”. Ma non c’è ragione di avere paura, non sono pericolosi. Per reazione, all’università come fuori, tendono a fare amicizia tra loro e senza dubbio riescono a divertirsi ugualmente. Perdonate l’euroentusiasmo, ma non è in qualche modo di buon augurio il fatto che “gli erasmus” si riuniscano, come in passato facevano i connazionali all’estero? Mi sembra che la cosa faccia ben sperare: questo genere di esperienze potrebbe aiutarci a diventare europei, al punto che in futuro vivendo all’estero non ci si senta poi così stranieri.

La cosa ovviamente funziona, almeno per il momento, solo se pensata all’interno di grandi città. Il nostro Paese, come tanti altri, ha non pochi pregi e molti difetti, ma una cosa che gli manca è una vera metropoli. Si ha l’impressione che ovunque sia un po’ provincia. Per fare un esempio, se ci troviamo nella metro a Milano e sentiamo qualcuno conversare in una lingua diversa dall’italiano (e dal dialetto bergamasco) tendiamo ad alzare lo sguardo. In una metropoli al giorno d’oggi questo non succede.

Riguardo all’università in termini più generici, è difficile farsi un’opinione e non credo di poter esprimere giudizi di valore. In parte perché, in Italia come in Germania, gli ordinamenti vengono cambiati con la stessa frequenza con cui certe persone cambiano i calzini; in parte perché è impossibile, partendo dall’esperienza personale, farsi un’idea generale di un sistema universitario. Ma anche in questo caso è interessante scoprire che non solo l’approccio a determinate materie può essere differente, ma anche il modo di rapportarsi con professori, dipartimenti e istituzioni. Qui è tutto molto più informale e diretto. L’importante è rendersi conto che il “nostro modo” non è l’unico e non è per forza il migliore.

Fiume ghiacciatoL’idea di partire può fare paura. Lasciare casa, amici, famiglia e abitudini a cui si è affezionati spaventa. Niente più cornetto e cappuccino alla mattina (in compenso si può però ripiegare su un capucino o un cappucchino, e ogni volta rivivere l’emozione di non sapere cosa ci porteranno). Ma non vale la pena di farsi spaventare. Vivere all’estero nel 2009 è diverso da quello che immagino potesse voler dire emigrare nel 1948. Abbiamo internet, le e-mail, Skype, i social network, che ci permettono di comunicare con chi è rimasto a casa. Soprattutto in Europa prendere un aereo è diventata una cosa economica e normale, che, scrupoli ecologici a parte, si può fare molto frequentemente. Insomma non è poi così traumatico. Non vorrei suonare melodrammatica, ma lo studio all’estero è un’esperienza che davvero può cambiare la vita. Se si vuole poi si può sempre tornare indietro. Se si vuole.



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