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L’eroismo della guerra di trincea

25 febbraio 2010
Pubblicato in Opinioni
di Rocco Polin

manifestazione-e-moscheaLo scorso 14 Febbraio, ask scendendo di casa la mattina a Beirut, find ho provato un’istintiva simpatia per i gruppetti di cittadini libanesi che si avviavano verso Piazza dei Martiri per ricordare il quinto anniversario dell’omicidio dell’ex primo ministro Rafik Hariri.

A farmeli sentire vicini non erano pero tanto le loro motivazioni (per spiegare le quali del resto dovrei imbarcarmi nell’impresa impossibile di riassumere in poche righe la politica libanese degli ultimi decenni), quanto piuttosto la loro passione politica, il loro impegno democratico, il fatto stesso che in una domenica mattina di sole scendessero in strada per manifestare le proprie idee.

Nelle loro facce e nelle loro bandiere rivedevo quelle dei miei concittadini la mattina del 25 aprile: i saluti stupiti e allegri di colleghi di lavoro che si ritrovano inaspettatamente sotto le stesse bandiere, le chiacchere tra perfetti sconosciuti per poche ore uniti da un sentimento di comune impegno civile, l’entusiasmo dei giovani e la commozione dei vecchi.

In un Medio Oriente dove l’impegno politico prende sovente la forma di azioni violente e omicide o di eroiche manifestazioni di protesta soppresse nel sangue, la tranquilla manifestazione di un popolo libero e fiero della sua democrazia, tanto più preziosa quanto sempre pericolante, mi sembra un evento cui non si può rimanere indifferenti.

Il fatto che, come raccontato da tanti autorevoli cronisti, le manifestazioni del 14 Febbraio si facciano di anno in anno meno entusiaste, meno partecipate e meno convinte non toglie nulla alla loro rilevanza e al loro valore. Che il popolo di Piazza dei Martiri, il popolo della Rivoluzione dei Cedri, sia ormai stanco e disilluso è vero e comprensibile, ma ciononostante, il cinismo dei commentatori pronti a titolare su un Libano che “rinuncia al proprio sogno” (si veda Battistini sul Corriere del 15 Febbraio) mi sembra profondamente ingeneroso.

Il popolo di Piazza dei Martiri in effetti è ormai stanco e consapevole dell’inadeguatezza dei propri leader rispetto ai grandi sogni di liberta e indipendenza nati nelle manifestazioni di cinque anni fa, eppure esso non si lascia scoraggiare e continua a scendere in piazza per una causa che continua a credere giusta. Anche per questo forse mi sono stati così istintivamente simpatici, perché mi ricordavano la sinistra italiana: un popolo continuamente illuso e tradito dai propri rappresentanti ma che persevera a fare il proprio dovere, convinto delle ragioni del proprio impegno e del valore della propria partecipazione.

Il popolo del 14 Febbraio, testardo nel suo commemorare ogni anno l’omicidio di Rafik Hariri, nel suo sottoporsi ogni anno ad un fiume di retorica sul sacrificio dei propri martiri e sul valore della convivenza tra cristiani e mussulmani (notevole l’Ave Maria cantata sulla base dell’Allah Akbar del muezzin) da parte di politici a cui non crede più e di cui ricorda il passato spesso criminale negli anni della guerra civile, mi ricordava, le file di cittadini italiani disposti a versare un euro per votare alle primarie di un partito di cui non parlano che male (a patto che ci risparmino l’Ave Maria cantata sulla base dell’Internazionale Socialista).

Un popolo che si tura il naso ma che fa il suo dovere, è a mio avviso un popolo maturo, un popolo degno di una democrazia. I cittadini che si dimostrano degni della propria democrazia non sono infatti coloro che scendono in piazza una volta ogni tanto a urlare vaffanculo sperando che il politicante di turno si riveli il messia e che li guidi in una facile battaglia dove sia facile distinguere i cattivi dai buoni. I cittadini veramente democratici sono coloro che continuano a credere nelle proprie idee una volta che l’eroica battaglia dei loro sogni si è rivelata una faticosa guerra di trincea combattuta nel fango del compromesso e nella disiullusione sul valore dei propri generali.



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