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Lost somewhere

1 ottobre 2010
Pubblicato in Segnalazioni
di Anna Caterina Dalmasso

Quello che è certo è che Sofia Coppola ci aveva promesso qualcosa. Con le sue primizie, look seppur ancor acerbe, shop opere prime, cure ci aveva promesso innanzitutto di avere qualcosa da dire, ma soprattutto di sapere benissimo come dirlo.

Un attore annoiato dalla routine e dagli eccessi della celebrità si ritrova d’improvviso faccia a faccia con la figlia undicenne. In questo semplice incontro le vite di entrambi sono rimesse in gioco.

Il soggetto si adagiava comodamente alla poetica della piccola Coppola, che pare rimaneggiare il suo Life Without Zoë – uno degli episodi di New York Stories – scritto a quattro mani con il padre, per parlare, ancora una volta, per l’appunto del padre.

Con questo ritratto pseudo-decadente della Hollywood di inizio millennio però la giovane regista sembra un po’ perdersi per strada, o forse perdersi nella traduzionelost in translation –, nell’infinito atto di tradurre l’intenzione della sua opera nel linguaggio cinematografico a sua disposizione.

Alle precise ed ambiziose scelte stilistiche, votate ad una ragionata lentezza e ad una fotografia totalizzante, fa fronte una sceneggiatura esausta, inframmezzata da dialoghi non particolarmente brillanti. Vi si legge una certa mancanza di umiltà ed una eccessiva fiducia nella ricetta di un montaggio così minimalista.

È così che la splendida teoria di lunghi – eterni – piani sequenza – con cui il film si apre, prosegue, prosegue ancora e si chiude – anziché attingere alla profondità esistenziale della noia ed alla poesia delle cose, finisce per frustrare anche lo spettatore meglio intenzionato o abituato ai ritmi di un Antonioni o di un Jarmush.

Il film della Coppola, che, come qualcuno ha detto, strizza un po’ troppo l’occhio a Venezia, con questa rappresentazione asfissiante della televisione italiana corredata di stacchetto milanese del Telegatto, con tanto di Simona Ventura, Valeria Marini e Giorgia Surina, lascia tuttavia intravedere qualcosa.

La giovanissima Elle Fanning, diretta splendidamente, diviene sullo schermo l’unica reale compagnia umana non solo per lo sgangherato padre Johnny Marco, ma anche per ognuno degli spettatori in sala. La sequenza della minuziosa preparazione delle eggs Benedict, con quella crema perfetta, chiama un ‘grazie’. Come anche la scena della piscina – non quella della locandina, ma quella del thé sott’acqua – dolcissima citazione della scena finale di Essere John Malkovich.



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