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Dalla mente di Omero agli scaffali di una libreria

6 dicembre 2008
Pubblicato in Opinioni
di Riccardo De Santis

Cercare di spiegare come sia avvenuta la trasmissione dei testi classici non è facile: tantissime sono le variabili da considerare e si potrebbe dire che ogni opera ha le proprie vicissitudini. È la filologia che si occupa della storia dei testi dalle mani di Plutarco fino ad oggi: è una tappa obbligata per arrivare al vero scopo di questa materia, clinic cioè la ricostruzione di un testo cercando di eliminare gli errori che si sono annidati in secoli e secoli di tradizione manoscritta.
In primo luogo bisogna notare che noi possediamo pochissimo (circa un centesimo) della letteratura greca e molto poco (un decimo) di quella latina: la grande maggioranza dei testi ha fatto naufragio e quella minoranza di opere che possediamo si trova in condizioni precarie dal punto di vista testuale per via dei moltissimi errori di copiatura.
Si può supporre che in un certo senso si sia salvato il meglio di queste letterature: probabilmente è vero, salve ma sono andati perduti comunque molti altri testi celebri, healing come ad esempio Il Telefo, la tragedia più famosa di Euripide nell’antichità.
Il problema della trasmissione inizia già nel mondo antico, dove paradossalmente la letteratura precede la scrittura: si tratta, infatti, di una cultura orale dove le performances a voce (recitazioni e letture) sono molto diffuse, mentre la lettura privata non lo è.
La lettura, come la intendiamo noi, che ci consente di leggere e rileggere una frase, dove l’occhio del lettore può tornare sui propri passi nasce con l’Ellenismo (323-31 a.C.). E proprio in questo periodo sorge la prima vera biblioteca dell’antichità ad Alessandria d’Egitto. Gli alessandrini saranno i primi a “fare filologia”: raccogliere testi, correggerli e commentarli. Senza di loro è presumibile che oggi non si sarebbe salvato nulla della letteratura greca.
Ma quella che ho definito “lettura privata” resterà comunque un fatto di nicchia, legato all’élite culturale degli eruditi alessandrini: il vero incentivo a prendere un libro e a leggerselo da soli sarà un prodotto della cultura monastica, durante il Medioevo, seguendo alla lettera la Regola benedettina.
Roma ebbe particolare interesse alla conservazione dei testi greci del passato e delle proprio opere, che in un certo senso vivranno sempre in un eterno complesso di inferiorità rispetto alla cultura greca. Tutto ciò fu facilitato dalle figure dei grammatici, notevolmente diffuse nella “capitale” della res publica i quali lavoravano sul testo sia secondo il metodo della scuola alessandrina sia secondo quello della scuola di Pergamo che aveva un’impostazione molto differente.
Sicuramente la seconda sofistica in ambito greco e l’arcaismo a Roma nel secondo e terzo secolo facilitarono ulteriormente questo spirito di conservazione: come se non bastasse, i classici per antonomasia (Virgilio, Cicerone, Lisa, Isocrate e Omero) erano diventati parte essenziale della scuola antica, modelli “standard” a cui rifarsi se si voleva imparare a parlare e a scrivere le due lingue più diffuse nel Mediterraneo.
E arriviamo così al quinto secolo: ad esso appartengono i primissimi resti dei codici dell’antichità.
Ciò è stato possibile grazie alla resistenza della pergamena che componeva questi “prototipi” dei libri. Fino al II secolo d.C. in realtà i codici non erano diffusi: si utilizzavano i rotoli di papiro che, data la loro struttura, dovevano essere veramente molto scomodi da usare (un buon motivo per impararsi un testo a memoria piuttosto che mettersi a leggerlo). E’ con il quarto e quinto secolo che ci sarà il trionfo del codice, cioè del libro più o meno simile a quello che si trova oggi nelle librerie.
Ma il quinto secolo è anche quello di una grandissima cesura politica e culturale che si può sintetizzare nell’espressione “l’Occidente latino e l’Oriente greco”: da allora in poi i testi greci verranno letti nella compagine orientale dell’ex-impero, mentre quelli latini in quella occidentale.
A Costantinopoli la letteratura greca sarà salva per molti secoli grazie anche a figure di grande calibro come Fozio nel IX secolo, Demetrio Triclinio e Massimo Planude nel XIV.
La conquista turca di Costantinopoli del 1453, paradossalmente, non sarà un fattore determinante nella perdita del 99 % dei testi greci: saranno altre le cause, prima fra tutte la conquista della città nel 1204 ad opera dei crociati. La conquista turca è stata sostanzialmente ininfluente in quanto nel 1400 quasi tutti i testi greci fino ad allora sopravvissuti erano già sbarcati in Occidente dove il greco antico stava riprendendo piede grazie agli umanisti  e il latino si era salvato soprattutto grazie all’opera dei vari monasteri (Montecassino, Fulda, Fleury, Bobbio, Hersfeld ,Lorsch e altri).
Determinante nella scomparsa dei testi sarà anche il cambio di scrittura: mentre in epoca antica e tardo antica prevaleva la scrittura maiuscola, durante l’Alto Medioevo si ha il passaggio a una grafia minuscola (sia in Occidente sia in Oriente). Il già citato passaggio dal rotolo di papiro al codice nel quarto secolo d.C. sarà l’ennesima strozzatura.
Ma anche la cultura cristiana, pur essendosi in buona parte saldata con quella antica, fu una causa determinante di questo sterminio letterario: non tanto con opere di censura diretta, come si potrebbe supporre e che, a quanto ne sappiamo, non furono mai applicate, ma con un letale disinteresse verso la cultura classica che veniva valutata solo come una “palestra didattica” per il greco e il latino e non come un mondo culturale da difendere in quanto tale.
I testi classici raschiati per essere riscritti con vari Inni e Omelie in versi, che tecnicamente vengono chiamati palinsesti, ne sono uno triste esempio. Ma il diciannovesimo secolo, immerso in rivoluzioni industriali e tecnologiche, riuscì a far apparire le sottoscritture dei palinsesti grazie ad Angelo Mai che si servì dell’acido gallico, il quale pur permettendo il recupero di alcuni testi, creduti perduti per sempre, rovinò drasticamente molti manoscritti.
Gli inizi del ventesimo secolo furono ancora più grandiosi per la riscoperta dei testi classici: il secco clima di alcune zone dell’Egitto salvò migliaia di testi o frammenti su papiro. Si tratta di opere splendide, come alcune commedie di Menandro.
La maggior parte di essi venne ritrovata ad Ossirinco e molto spesso in “posti insospettabili”, come mucchi di immondizia o tra i cartoni che componevano gli involucri delle mummie.



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