Dall’eurocomunismo alla socialdemocrazia, il percorso ideale auspicato dal PD…
Pubblicato in Dossier
di Michelangela Di Giacomo
Ad aprile si è tenuto presso il Centro di cultura europea di Villa Vigoni un seminario internazionale dal titolo “Dall’eurocomunismo alla socialdemocrazia”, frutto della collaborazione tra la Friedrich Ebert Stiftung e la Fondazione Istituto Gramsci, ossia le fondazioni facenti riferimento alla SPD tedesca e al nostro PD.
L’intento della tavola rotonda era la comprensione del processo di avvicinamento dell’ex comunismo italiano e della socialdemocrazia tedesca, attraverso un dialogo in cui si fondesse la definizione del ruolo storico e di quello odierno della sinistra europea e in cui si leggesse la storia recente per suggerire gli indirizzi futuri della politica.
Mi sembra dunque che riportare alcune delle osservazioni lì proposte possa essere un tema interessante per capire la cultura politica e l’idea sottesa al progetto del Partito Democratico anche in vista delle imminenti elezioni europee. Il che non significa soffermarsi sui temi della campagna elettorale, ma andare anzi oltre le contingenze alla ricerca di quell’orizzonte del fare politica come ideologia e come fonte di identificazione culturale e di ambizione al miglioramento dell’essere umano in quanto animale sociale – tutte qualità della politica perdutesi purtroppo con la trasformazione dei partiti in meri gestori del consenso elettorale, cinici pigliatutto che non forniscono più al militante un’identità e un traguardo basato su un condiviso universo valoriale, ma si limitano alla gestione e alla riproduzione neanche del quotidiano, che già qualcosa sarebbe, ma della struttura del potere esistente.
C’è da dire che ogni partito, e i partiti comunisti erano in ciò mirabili esperti, tende alla creazione di un discorso narrativo e memoriale unitario, inserendo in un unico tragitto un passato e un presente che non necessariamente coincidono in una reale linea evolutiva. Così anche a Villa Vigoni, la tendenziale omogeneità dei partecipanti nella valutazione della convergenza dell’ultimo PCI e di alcuni partiti da esso derivati dopo l’89 con la tradizione socialdemocratica ereditata dalla SPD ha condotto forse alla narrazione di un tutto “organico” nel quale ogni accadimento sembra trovare una collocazione razionale e in cui le ragioni dell’oggi trovano legittimità nelle scelte di ieri.
La questione nodale dell’esperienza del PD è la formulazione di un serio ed organico progetto di partito socialdemocratico, e dare a tale progetto un backgroundstorico, anche nel superamento delle differenze intrinseche alle differenti anime confluite nel partito, sembra essere dunque un compito primario e ineludibile per poter anche solo immaginare un futuro per il partito stesso, tale da garantirgli una credibilità agli occhi degli elettori che esuli dall’urgenza e dalla sua percezione.
In tal senso, il rapporto desiderato e ricercato con le esperienze delle socialdemocrazie europee sembra essere cruciale, e non può non declinarsi in tre principali direzioni, soprattutto per soddisfare la sensibilità dell’ala ex-PCI interna al partito stesso: la valutazione della politica e del lascito di Berlinguer come input alla (social)democratizzazione del PCI, il ruolo di Brandt nell’apertura delle socialdemocrazie all’attenzione per il comunismo e per la sua riformabilità, il peso dei contatti con la socialdemocrazia per la definitiva scelta democratica ed europeista in direzione della quale il PCI – nella scia di Togliatti – s’era da tempo avviato. Questi sono dunque i temi nodali del progetto politico del PD, che, riuscendo o non riuscendo, vorrebbe comunque assimilarsi- accodarsi alle esperienze delle socialdemocrazie europee.
La valutazione (bifronte svalutazione e rivalutazione) di Berlinguer è dunque protagonista di tali riflessioni, in quanto il giudizio ampiamente condiviso sulle capacità carismatiche del segretario del PCI non esclude differenze di valutazione nell’analizzarne l’operato.
Silvio Pons, direttore della Fondazione Istituto Gramsci, ha proposto un’interpretazione dell’operato di Berlinguer imperniata su due punti, in linea con il suo ultimo, discutibilissimo per quanto accurato volume (Torino, 2006). In primo luogo, a suo parere l’eurocomunismo fu un’invenzione dei comunisti italiani, duplice tentativo di legittimare il proprio partito e di riformare il comunismo, non solo occidentale. Tale movimento ebbe un vasto impatto nell’opinione internazionale, positivo – quando letto come spinta reale alla modernizzazione – e negativo – in quanto causa di mutamento degli equilibri della Guerra Fredda – ma non si trasformò mai in un’alleanza politica. In secondo luogo, esso non fu un’“autostrada” verso il socialismo, ma costituì una transizione contraddittoria che, presupponendo un’autoriforma del comunismo, non ne metteva in dubbio – ed anzi ne accentuava – il quadro identitario. L’insistere su una lettura della situazione internazionale pure affine all’Ostpolitik non fu sufficiente a superare i vincoli con Mosca e la “fede” nella lealtà sovietica alla causa della distensione. Il rapporto con la socialdemocrazia avrebbe dovuto fare da sponda all’impostazione europeista, ma esso non ne costituì il principale obiettivo e si sviluppò perciò con molta lentezza, limitandosi a “simpatia” e “benevolenza”. Sebbene Segre rilevasse la necessità di una Westpolitik del PCI, il ruolo che il partito rivendicò, e su cui concordava con la SPD, fu rivolto ad una propria Ostpolitik, i cui principali interlocutori erano i comunisti europei, Tito e Kádár. Per tutti gli anni ’70 l’interesse della SPD verso l’eurocomunismo fu ispirato dal ruolo che il PCI poteva svolgere di ponte verso l’Est e da un interesse particolare di Brandt verso gli esperimenti di auto-riforma del comunismo. Negli anni ’80 i rapporti sembrarono stringersi, ma comunque in chiave culturale piuttosto che politica, attorno ad una comune visione della distensione quale sistema internazionale in crisi. Alla morte del segretario, in conclusione, la costruzione di un rapporto politico e di un’integrazione del PCI nella sinistra europea era ancora da costruire, mentre il sistema di riferimento tradizionale nel cui alveo era rimasto l’eurocomunismo si andava sgretolando, per l’ostilità di Mosca e Washington nei confronti di qualsiasi elemento di disturbo dell’assetto bipolare e per la mancanza di visione comune tra i principali partner eurocomunisti su alcuni gangli tematici quali la CEE, l’URSS e le socialdemocrazie.
Nel corso della discussione, Giuseppe Vacca, pur condividendo l’impianto dell’analisi di Pons, ha proposto un correttivo rilevante su quale si debba considerare l’effettiva debolezza della politica di Berlinguer. Essa può identificarsi con il fattore identitario non preso in sé, ma solo declinato nel senso di continuità con una lettura della crisi economica, tradizionale e catastrofista, inadeguata a comprendere gli eventi e a superare i termini meramente nazionali delle risposte ad essa. In tal senso l’identità-continuità costituì un vincolo per il PCI, facendo sì che esso non avesse davvero una “proposta” per superare l’emergenza. Personalmente, ritengo che bollare il fattore identitario come frutto dell’incapacità realista di Berlinguer e ritenerlo implicito campione della socialdemocratizzazione del PCI possa essere un assunto ancora da discutere, nel PD invece troppo facilmente eletto a categoria fondante. Che cosa ci dice che non fosse infatti proprio quell’“orgoglio comunista” un punto visionario ma a lungo periodo potenzialmente interessante, al momento di rispondere alla crisi, reale, pretesa o voluta delle ideologie?
Sottovalutare l’eurocomunismo e la sua carica innovativa, inoltre, non mi sembra un capitolo ancora chiuso, ma anzi un ambito tutto da studiare. L’importanza del comunismo riformista sembra esser stata più colta dalla socialdemocrazia, o almeno per una parte influente di essa, che dal PD, e l’accordo sul suo giudizio si limita al suo riconoscimento come parte di quella volontà di riformare i sistemi comunisti che ebbe il suo apice proprio con l’Ostpolitik, non a caso considerata sovversiva dagli Stati Uniti e reazionaria o aggressiva dall’URSS e dai suoi satelliti.
Bernd Faulenbach, presidente della commissione storica della SPD, ha messo in risalto che la questione non era la stabilizzazione o destabilizzazione di tali sistemi, quanto piuttosto la consapevolezza della necessità di riforme in entrambi i blocchi per tendere al socialismo democratico. L’eurocomunismo rientrava così nel quadro di un interesse vivo ma tentennante rispetto a tutto ciò che fosse indice di riformabilità, così come il variegato mondo della dissidenza nei paesi del socialismo realizzato, ma non significò mai superamento dello scetticismo generale con il quale i socialdemocratici continuavano a guardare ai comunisti.
Intorno al tema del dissenso e dell’attenzione di SPD e PCI a tali manifestazioni si è tornati più volte durante la discussione, a partire dall’osservazione di Faulenbach secondo cui i comunisti italiani furono più “rilassati” nell’affrontare tale problema. La questione implica anche il parallelo tema della percezione dell’Urss e dei sistemi di “socialismo reale”.
Taviani, dell’Università di Catania, ha fatto notare che nel PCI, almeno fino alla seconda Solidarnosc, convivevano due spinte opposte: era attento alle tematiche del dissenso, ma rifiutava di fatto qualsiasi “legittimazione” delle sue organizzazioni; esprimeva un negazione netta delle società del comunismo, ma le descriveva nella propria pubblicistica secondo schemi di valorizzazione tradizionali.
Analogamente Vacca ha fatto notare che i militanti del PCI ritenevano diffusamente che la DDR fosse lo Stato dell’est più capace di modernizzazione industriale, dunque più “auto-riformante”. Berlinguer aveva coniato la definizione “sistemi socialisti con una sovrastruttura illiberale” per definire il comunismo di matrice sovietica, come supporto alle caratteristiche stesse dell’eurocomunismo. In tale linea non era possibile riconoscere apertamente il dissenso. L’auto-censura dei comunisti nell’andare più a fondo non nella critica del sistema ma nella conoscenza del pensiero dei dissidenti, che poi trovò espressione anche nella politica di Gorbacëv, fu dunque la ragione delle difficoltà del PCI nell’affrontare la sfida lanciatagli da Craxi su questo terreno. Michael Braun, direttore dell’Ufficio romano della Ebert, ha fatto notare come già allora si osservasse nel discorso del PCI e dei suoi militanti una certa doppiezza: si era a conoscenza che nella DDR non andava tutto così bene come lo si descriveva, ma si rimaneva legati al “fattore antifascismo”, per cui la DDR veniva mitizzata, resa oggetto di ammirazione, viaggi e scambi culturali in quanto “Germania antifascista”.
Il compito di tracciare il percorso che condusse il PCI da questo “stallo” degli anni ’70 ad una ridefinizione della propria identità e della propria collocazione internazionale, traghettando il discorso dal piano storico al piano politico, è stato affidato a Piero Fassino ed a Giuseppe Vacca, presidente della Fondazione Istituto Gramsci.
La relazione di Vacca ha fornito una descrizione rapida degli eventi, ma al tempo stesso analiticamente densa e fitta di riferimenti. La sua premessa è che si danno in Italia alcune necessità storiche: costruire una formazione politica che fondi le principali tradizioni del riformismo italiano, “incapsulate” ciascuna in partiti non caratterizzati per tale connotato; realizzare una compiuta democrazia dell’alternanza congruente al sistema maggioritario e basata sul riconoscimento della legittimità degli avversari a governare; riconoscere l’inevitabile influenza del Vaticano e del cattolicesimo in Italia, dunque l’impossibilità di dar vita ad un partito “anticlericale”; creare una nuova cultura politica – nel senso di egemonia culturale – che chiarisca la necessità di un partito progressivo a vocazione maggioritaria in uno Stato in cui è sempre in gioco la questione della nazione. Per far ciò appare inevitabile elaborare tra tali culture riformiste confluite nel PD una visione comune della storia dell’Italia repubblicana, dell’europeismo, della questione cattolica, dell’insediamento sociale, della collocazione nelle famiglie politiche europee, del partito come struttura di iscritti ed elettori. La questione centrale, che si pone al PD è, dunque, come si legge nel paper da lui distribuito, “promuovere la ricostruzione di una democrazia dei partiti”, a fronte di una situazione “caratterizzata da una democrazia oligarchica, nella quale i partiti non sono uno strumento efficace di partecipazione democratica”. Il PD deve inoltre “decidere cosa può sostituire l’economia mista, ormai smantellata, per favorire anche in Italia il rafforzamento della regolazione politica dello sviluppo e le istituzioni dell’economia sociale di mercato”.
La “questione socialdemocratica”, intesa come difficoltà a giungere ad una struttura politica analoga a quella diffusa in buona parte dell’Europa, è stata affrontata da Paolo Borioni, dell’Istituto Gramsci. Egli ha interpretato la difficoltà di dar vita ad una socialdemocrazia come la conseguenza della separazione delle sue peculiarità – radicamento e movimento – in due partiti diversi e finanche ostili. I “mali” della cultura progressista sono stati dunque un’ossessione sovrastrutturale continua, che, da Nenni a Craxi, induceva a tentare di supplire al mancato radicamento con i discorsi e le manovre della politica, e una valutazione troppo superficiale del riformismo realizzato in passato cosicché, da Lombardi in poi, si è cercato continuamente un “nuovismo” che, anziché approfondire e radicare le riforme del 1957-’76, tagliasse i ponti con esse, nella scelta di un “riformismo radicale” anziché di una “socialdemocrazia modernizzata”. Il compito del PD è dunque anzitutto proporre un altro futuro di sicurezze sociali, di un nuovo welfare, superando i residui dell’essere un paese new comer (quali l’economia sommersa e il sottosviluppo) e dare all’Italia un pieno status di paese sviluppato, nella struttura politica, economica e sociale.
In analoga direzione si era rivolto anche il breve intervento di apertura dei lavori di Roberto Gualtieri, direttore della Fondazione Gramsci e membro della Direzione del PD. Egli ha collocato nelle vicende degli anni ’70, ossia nell’incapacità del sistema politico della Prima Repubblica di avviarsi verso una moderna democrazia dell’alternanza, le ragioni della crisi che ha investito l’intero sistema dei partiti italiano, provocandone il crollo. Per valutare l’“originalità” del progetto del PD occorre dunque ricollegarsi alle specificità della storia precedente, poiché si tratta del primo tentativo di riunire in un unico partito le tradizioni del riformismo italiano, storicamente divise in compagini politiche eterogenee.
SPD e PD, dunque, si trovano a dover ragionare sul proprio passato per dare nuova linfa a culture politiche quasi “esaurite”, che li hanno portati, indeboliti e sulla difensiva, a non essere capaci di approfittare della fine della stagione lunga dell’egemonia culturale e politica neoconservatrice. L’ambizione di fondare o rifondare la socialdemocrazia, dunque, deve ruotare intorno alla capacità di avanzare risposte sociali ed europee alla crisi, poiché proprio l’assenza del radicamento sociale e la ri-nazionalizzazione come risposta alle sfide internazionali sono state le cause della sconfitta della sinistra negli ultimi venti anni. Klaus-Jürgen Scherer, direttore del Forum Culturale della SPD, ha messo in evidenza come per la socialdemocrazia tedesca il ritorno al passato debba servire a ritrovare il suo nucleo centrale di tipo sociale, laddove per sociale si intenda non già il nesso investimenti-produzione-occupazione ma creazione di una “buona” occupazione, re-distribuzione dei redditi, accesso all’istruzione, solidarietà sociale, politica della civilizzazione in senso di democrazia mondiale e sostenibilità dello sviluppo.
Tutte scelte politicamente forti, che il PD anela a condividere e che tuttavia non sempre sembra essere in grado, o che raramente sembra avere la volontà, di sobbarcarsi e gestire. Nella scissione tra idea, aspirazione chissà non molto chiara neanche ai suoi sostenitori, e sua realizzazione vi è la prima nota dolente, a mio parere, del progetto di una via italiana alla socialdemocrazia.

Super articolo, interessante e molto denso. Apre diverse interessanti questioni. L’eurocomunismo e Berlinguer avviarono il PCI sulla strada della social-democrazia? non credo, Come -mi par di capire- Pons credo si sia trattato di un tentativo fallimentare di trovare un’alternativa proprio alla social-democrazia. Gli ex PCI hanno rifiutato fino all’ultimo di accettare e di ammettere la vittoria storica del socialismo. Persino dopo il crollo del muro e lo scioglimento del PCI hanno dato vita al PDS dove S stava per Sinistra e non per Socialismo. Se non mi sbaglio l’oggi presidente Napolitano fu tra i pochi che capirono che ammettere la sconfitta del comunismo senza riconoscere la vittoria storica della social-democrazia (gli odiati nemici) era un’operazione ipocrita e di corto respiro. Perse la sua battaglia.
Il PCI allora non capì e non ammise la vittoria del socialismo e si cullo in illusioni quali eurocomunsmo, Progressisti e Democratici di Sinistra. E ora? Ora che sono nel PD alcuni ex comunisti vorrebbbero approdare alla social-democrazia. Troppo tardi. Non solo non credo sia una prospettiva realistica, non mi stupirei ne mi scandalizzerei se gli ex margherita non volessero morire socialisti, ma non credo che sia nemmeno auspicabile. Veramente crediamo che sia il socialismo a fornire la chiave interpretativa di cui abbiamo bisogno nel mondo del 2000? Tornare a Turati, alla centralità del lavoro, ai sindacati? Io preferirei Mazzini, Cattaneo, Cavour, il partito d’Azione, il pensiero liberal-democratico. Pur provando una sorta di rispetto sacro per la nostra costituzione non mi convince tanto l’idea di una Repubblica Democratica fondata sul lavoro piuttosto che sulla liberta individuale.
Non voglio per carita negare l’importanza del pensiero social-democratico per la sinistra ma se gli ex PCI volevano fare un partito social-democratico temo che avrebbero dovuto pensarci prima, quando ancora era possibile e sensato.
vero rocco, non c’è intento socialisa nel pd
Forse non c’è intento socialista nel PD, ma una tensione sottile alla socialdemocrazia riformista è innegabile. Ci siamo dimenticati di quando Veltroni riempiva i palazzetti dello sport di toscana ed emilia invitando Joshka Fischer (perdonate la poca padronanza nello spelling ma io ed il tedesco siamo antinomici), Segolene Royal e parlavano di democrazie consociative e nordeuropa? Con l’anomalia “italiana” a sinistra (nella definizione del più noto nonno Giovanni Sartori) e le confluenze democristiane nel PD, quale può essere l’altra strada? Un revisionismo marxista in senso biblico? Una dottrina sociale rivista in salsa tosco-romagnola?
Purtroppo l’eurocomunismo, anche storicamente, ha mostrato i limiti del provincialismo tolemaico del PCI italiano: mi è capitato per circostanze contingenti di analizzare i documenti del dipartimento di Stato americano nell’era Carter, ovvero in pieno Eurocomunismo ed ho trovato pochissime allusioni, tutte negative, ad esso. Ciò era bipartizan: sia russi che statunitensi credevano fosse una trovata ideologica che avrebbe esaurito nei cafè parigini e romani tutta la propria spinta propulsiva, rimanendo una forbita retorica piuttosto che una dottrina di campo.
Ciao, ho letto con vero interesse l’articolo e i commenti, per cui per la prima volta partecipo. In particolare riguardo ad una certa invidia che scorgo nei confronti di ciò che è stata ed è la socialdemocrazia europea. Sarò un po’ prolisso rispetto all’obiettivo, mi scuso.
L’idea che mi sono fatto è che non esiste qualcosa come la socialdemocrazia europea, intesa come progetto politico riconoscibile. Cerco di riassumere la Socialdemocrazia storica (che non è il socialismo): cercare di superare l’uguaglianza formale attraverso l’allargamento progressivo dei diritti sociali per far raggiungere a tutti uno status di uguaglianza al di là del posto toccato in sorte nell’assetto produttivo. Questo si ottiene essenzialmente attraverso una gestione generosa del welfare state. La teoria su cui si fonda è l’equivalenza tra incremento del welfare e cittadinanza, ovvero tra diritti sociali e partecipazione democratica. Con questi elementi si poteva sperare, per citare Gaber che vedo apprezzato in questa rivista, in una “libertà diversa da quella americana”. L’analisi sociale di base comprendeva: 1) la rigida divisione tra lavoro libero e lavoro alienato dipendente (che si sarebbe emancipato tramite diritti sociali), 2) la crescita economica continua (per rendere sempre progressivo il potenziale emancipatorio della cittadinanza), 3) una economia a base nazionale (per poter tassare le imprese e redistribuire risorse). Tutti e tre i punti sono completamente saltati! Ma proprio completamente. E così la teoria che legava in maniera diretta diritti e cittadinanza. Ad oggi, non ha nè capo nè coda. Se il comunismo ha perso in maniera rumorosa, la socialdemocrazia, silenziosa, è morta per lunga inedia, fallendo in maniera comunque evidente.
Certo, c’è stato l’aggiornamento della Terza Via, che brutalizzo così: invece dell’emancipazione c’è la realizzazione personale, e invece che una critica alle ingiustizie dell’economia politica una spinta alle eguali opportunità di partenza. Con questa base non è stato più prodotto nulla di innovativo in quello che mi sembra oggi il tema centrale: il rapporto tra economia e società, economia e politica (inteso come luogo dove si produce la legittimità democratica).
Se quanto ho scritto vale non ne dedurrei che bisogna allontanarsi dai padri o dalle tradizioni (socialiste o altro), anzi, ma che non c’è nessun modello attuale a cui guardare, e che i partiti di sinistra europei dovrebbero ripartire un po’ da capo, fornire un’analisi dell’attuale economia politica e vedere attraverso quali azioni si aumenta l’autonomia individuale e quali la castrano. Condivido insomma le riflessioni a fine articolo, ma mi sembra che a dover lavorare non sia solo il PD. Adda passà ‘a nuttata.
caro vincenzo, grazie del contributo interessante ed evidentemente preparato che hai dato al dibattito (al quale spero ti affezionerai e continuerai a partecipare
) .
Sono perfettamente d’accordo con te quando dici che occorrerebbe produrre qualche cosa di innovativo. In assenza di tali capacità, tuttavia, ritengo che non sia opportuno dar per morte – più o meno violentemente – le ipotesi formulate nel passato.
Negli anni ‘70 si diceva che Lenin aveva rivisto Marx, che Gramsci aveva rivisto Lenin e che spettava ai contemporanei rivedere tutto ciò in base alle esigenze del tempo presente. Le vere “rivoluzioni” (mi si passi il termine) non son quelle che si chiudono in una dottrina ma quelle che riescono ad evolversi senza snaturarsi.
E non escluderei che una valida prospettiva possa essere quella rosso-verde, per radicare nuovamente sviluppo, società e politica.
Non credo che solo il PD debba lavorare, ma l’articolo esprimeva il punto di vista che alcuni suoi dirigenti hanno esposto durante questa campagna elettorael, e anche prima in realtà, quindi ovvio che dei leader di un partito tendano ad attribuire alla propria formazione politica un compito alto e tendenzialmente esclusivo..
grazie ancora delle osservazioni
(ps per antonio….
mi permetto di annotare sull’eurocomunismo
la tua obiezione al riguardo è perfettamente coerente con quanto una certa scuola storica ha prodotto ultimamente – vedasi su tutti Pons S., “Berlinguer e la fine del comunismo”, Einaudi, 2006.
TUTTAVIA ritengo che limitarsi ad osservare che non v’era spazio effettivo nel gioco bipolare per la politica dell’eurocomunismo sia alquanto riduttivo. Per un breve periodo, infatti, gli USA e gli URSS erano sicuramente d’accordo sull’ostacolare qualsiasi spinta che potesse aprire uno scenario di distensione diverso dal mantenimento dello status quo. MA era proprio questo che gli eurocomunisti tendevano a proporre: un’europa rafforzata, terzo polo nel processo di distensione, equidistante dalle due superpotenze. Ed è proprio perciò che dava fastidio a tutti… )
Permetti l’obiezione Michelangela,
sono perfettamente d’accordo con la tua nota ideologica da un punto di vista formale ed anche a livello dottrinario. A livello pratico, tuttavia, dal 1977 al 1980 i partiti comunisti non-moscoviti europei ebbero una capacità d’influenza ed un peso politico sulla scena internazionale praticamente nullo. Non è mio interesse in questa sede entrar nei meriti/demeriti dell’eurocomunismo come dottrina politica di rottura con lo status quo-ante la sua nascita, semplicemente mi limitavo a sottolineare in maniera realistica (come giustamente fa Silvio Pons) la portata e la dimensione del fenomeno. Se si analizzano attentamente i media in quegli anni, scopriamo che il termine eurocomunismo appariva con costanza solamente nei giornali italiani e raramente in quelli francesi. Pravda, NYtimes, Washington Post erano ad esso completamente alieni. Idem per il Frankfurter Allgemeine o per i giornali di partito cinese,
Non era forse l’ennesimo caso di provincialismo tolemaico del belpaese, in cui ci illudiamo che il nostro machiavellico “particulare” possa mutarsi in “universale” solamente perchè lo scriviamo sui nostri giornali o ne discutiamo in tv?
trovare nullo provinciale ecc la sd in europa ci può stare, non il Pci, l’italia e la possibilità di comunismo in europa. se vogliamo, l’italia è stata l’unico fronte di guerra in occidente dopo il 45. i nostalgici destrorsi dovrebbero ringraziare tito, invece di annichilire un’epoca intera. periodo in cui fra l’altro l’europa la costruivano le destre carolinge (o solo quelle golliste) e non certo i provincialismi tolomaici – ti prego non ripeterlo più – della sinistra. beleza
Ad assolutamente “parziale” e spuria conferma di quanto sostenuto da me sopra:
http://www.corriere.it/politica/09_luglio_15/Garibaldi_veltroni_berlinguer_b06da232-7107-11de-b1fb-00144f02aabc.shtml
Ciao.