AttualitàOpinioniSegnalazioniDossierNausicaa LabAssociazione CulturaleEventi

Luca Ronconi inaugura il Teatro Laboratorio Toscana

20 novembre 2010
Pubblicato in Opinioni, Primo Piano
di Giacomo Marconi

Una Lectio magistralis di Luca Ronconi in cui parla dell’esperienza del Laboratorio di progettazione teatrale di Prato.

Luca Ronconi è intervenuto presso la Fondazione Pontedera Teatro con una Lectio magistralis in cui ha ripercorso la sua esperienza di direttore del Laboratorio di progettazione teatrale di Prato.

L’occasione è stata l’inaugurazione dell’attività del Teatro Laboratorio Toscana, malady un corso di specializzazione biennale per attori curato da Federico Tiezzi, healing in continuità con il lavoro cominciato a Prato nel 2007. Federico Tiezzi ha spiegato che questo percorso per attori seguirà il tema de “Le vie dei canti” di Bruce Chatwin e sarà incentrato su “only connect”, tadalafil sul creare cioè un sistema di riferimento dinamico per mettere gli attori in connessione con le altre arti.

Gianfranco Capitta ha introdotto quindi il Laboratorio di progettazione teatrale di Prato, fondato da Luca Ronconi nel 1976, chiaro punto di riferimento per il lavoro che si stava inaugurando, ed ha lasciato poi la parola al Maestro, incalzandolo via via con varie domande.

Quando Montalvo Casini propose a Luca Ronconi di dirigere il Laboratorio, questi era Direttore della sezione Teatro della Biennale di Venezia (1975-1976). Per la Biennale aveva realizzato un programma che comprendeva i nomi di alcuni tra i più grandi professionisti internazionali (ricordiamo Peter Brook, Bob Wilson, Ariane Mnouchkine, Jerzy Grotowski ed Eugenio Barba), ma che allora non si sottrasse a numerose critiche ed a esplicite allusioni circa il ritorno sia economico sia d’immagine di cui avrebbero goduto gli artisti coinvolti.

Ronconi decise quindi di accettare l’offerta di Casini e si dimise per andare a Prato a fondare il Laboratorio di progettazione teatrale, da cui fu poi dimissionato nel 1978, ha precisato il Maestro strizzando l’occhio a Federico Tiezzi, da quest’anno ex Direttore artistico del Teatro Metastasio.

Già la parola Laboratorio era all’epoca innovativa. Essa si riferiva al luogo in cui l’artigiano esercitava il proprio mestiere. Il lavoro si prospettava quindi privo di un approccio teorico, ma mirava comunque a porre domande. Si partiva da un testo e si lavorava sui suoi calchi e le sue ramificazioni, si sperimentava e si creava del nuovo. Non c’erano canoni da seguire, non si trattava di una scuola per attori, un’accademia: gli attori erano già formati. Accanto a questi, partecipavano al Laboratorio giovani esordienti che cercavano uno sbocco professionale o un’epifania di possibilità e semplici appassionati di teatro desiderosi di conoscerne i rudimenti.

Luca Ronconi partì per Prato con l’intenzione di verificare se l’idea di puntare sugli attori come elementi fondamentali della drammaturgia fosse valida e riteneva che in quel luogo fuori dal mondo e dai salotti potesse lavorare al suo esperimento senza distrazioni. Perché gli attori potessero essere co-creatori, dovevano avere una conoscenza approfondita e totale del testo e saper decifrare non solo il personaggio da interpretare, ma tutta l’opera. Fu un lavoro molto duro, ma ricco di soddisfazioni.

Un’altra colonna portante del Laboratorio era l’interdisciplinarietà, intesa non come collage, ma come contaminazione. Interdisciplina significava per Ronconi chiedersi che cosa ci potesse essere di teatrale anche in ciò che teatro non era, fondandosi sul convincimento che potesse esistere un concetto di teatralità e rappresentazione più vasto rispetto a quello tradizionale. Al lavoro, un unicum nel panorama culturale italiano, parteciparono grandi professionisti come Umberto Eco, Luigi Nono, Gae Aulenti, Dacia Maraini, Luigi Barzini e Franco Quadri.

Gli anni del Laboratorio permisero a Luca Ronconi di proseguire anche il suo studio sull’utilizzo dello spazio scenico e sul rapporto con il pubblico. Più che Calderon di Pier Paolo Pasolini e La Torre di Hugo von Hofmannsthal, è Le Baccanti di Euripide, al di là della performance straordinaria di Marisa Fabbri, il lavoro che Ronconi ritiene essere “il corpo” dell’esperienza di Prato.

Lo spettacolo da una parte mostrò il suo innovativo rapporto col testo e la sua ricerca sullo smontaggio del concetto di personaggio (l’attrice interpretava svariati ruoli), dall’altra permise al regista di sperimentare le possibilità di percezione dello spettatore.

Lo studio cercava di rispondere all’interrogativo se fosse possibile, scegliendo un pubblico di ventiquattro persone, una comunicazione teatrale in cui gli spettatori se ne sentissero talmente parte da credere di essere loro stessi ad agire. Questo doveva avvenire attraverso la totale perdita da parte dello spettatore di riferimenti spaziali (lo spettacolo si svolgeva in diverse stanze), sopperita da un grande lavoro sul linguaggio e sulla sua forza comunicativa. Già durante le prime repliche, quando il pubblico non era ancora a conoscenza di ciò che lo aspettasse, gli spettatori reagivano senza indicazioni precise, di loro iniziativa.

Il rapporto con la città non fu sempre idilliaco. Il Maestro ha ricordato che l’amministrazione locale avrebbe desiderato più un servizio che un valore per la città. L’aspirazione del Laboratorio di progettazione teatrale era però quella di intendere il teatro come una forma di conoscenza, diversa dalle altre.

Anche a livello nazionale Ronconi ricevette critiche, in particolare gli veniva rimproverato di sperperare denaro pubblico, per le poche repliche degli spettacoli.

Il Maestro ha rivendicato con orgoglio che in quegli anni molte persone, non solo dall’Italia, prendevano un aereo per venire a vedere i suoi spettacoli a Prato e che è pacificamente riconosciuto che l’esperienza pratese, nella sua limitata durata, ha avuto un notevolissimo impatto internazionale.

Quella di Prato è stata quindi per Ronconi un’esperienza “buffa”, fondata su un equivoco (“noi pensavamo di fare una cosa, l’amministrazione pensava se ne volesse fare un’altra”), ma al tempo stesso fondativa: i risultati raggiunti sono stati il punto di partenza per il suo lavoro di ricerca dei decenni successivi.

Luca Ronconi conclude l’incontro con alcuni interrogativi, aspettandosi forse una futura risposta dall’inaugurato Laboratorio di Federico Tiezzi. Il teatro oggi è uno sviluppo del vecchio, servirebbe che in un laboratorio si cercasse d’inventare, scoprire e prefigurare delle forme di teatro nuove. Occorre in primo luogo trovare risposte a questi quesiti: quale futuro teatrale possono avere i giovani? Che cosa si aspettano? Quali possono essere le loro possibilità future?

Ad una successiva domanda sui problemi legati ai finanziamenti al teatro Ronconi aveva già risposto durante l’incontro: dopo l’Orlando Furioso, che ha prodotto vendendo il suo appartamento, ha aspettato nove anni per ottenere una proposta di lavoro pubblico. Gli istituti senza finanziamenti non possono esistere, il teatro sì.



Comments are closed.