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Il valore dell’incontentabilità

3 marzo 2011
Pubblicato in Opinioni, Primo Piano
di Thomas Villa

Come migliorare il rapporto degli Italiani con il loro Paese?

L’esigenza e l’incontentabilità hanno da sempre a che fare con l’amore e con l’affetto nei confronti di qualcosa o di qualcuno: si vuole bene ad una persona e si vorrebbe per lei o per lui solo il meglio, clinic si ama una squadra di calcio e si vorrebbe per essa tutte le vittorie immaginabili. E se anche le cose non vanno come si vorrebbe, si è disposti a sacrificarsi per una causa e per un obiettivo. L’accontentarsi e la soddisfazione, invece, più che essere legate ad una prospettiva di rapporto, sono legate ad una mediazione, ad una trattativa. Si accetta di fare quella cosa a patto che si venga pagati o rimborsati. È opportuno un indennizzo, altrimenti sarà protesta. Nulla di “umano” quindi, nulla di affettivo. Pensateci: a cosa vi sembra corrisponda maggiormente il rapporto degli Italiani nei confronti del loro Paese? Ad un rapporto di insoddisfazione e di esigenza oppure ad un accontentarsi e ad un rapporto di mediocre contrattazione? A mio avviso gli Italiani sono legati al loro Paese da un mero rapporto economico: sto qui solo a patto che abbia uno stipendio, altrimenti me ne frego e me ne vado. Nessuna riflessione sull’impegno a migliorare le cose, nessuna voglia di sacrificarsi e di impegnarsi per un Paese che viene visto solo come un contratto rescindibile come e quando ci pare.

Voglio fare una provocazione: quanti ricercatori ad esempio se ne sono andati dal nostro Paese attratti da stipendi migliori all’estero? Qualche migliaia? Qualche decina di migliaia addirittura? Non venitemi a dire che se questi ricercatori si fossero messi assieme e avessero unito i loro intelletti qui (piuttosto che all’estero) non ci avrebbe guadagnato tutta la ricerca italiana, e loro stessi in primis. Avrebbero potuto persino dare lavoro a dei giovani ricercatori della nuova generazione, instaurando un circolo virtuoso. Sarebbe stato necessario eroismo? Forse si, in un Paese senza ambizioni persino quella che sarebbe una affermazione di buonsenso diventa eroismo. Abbiamo bisogno però di questo “eroismo del buonsenso”, di questo “eroismo della normalità”.  L’unione dei ricercatori per lottare contro il baronismo, contro le mafie o dei candidati al concorso pubblico contro le raccomandazioni, però, sarebbe un qualcosa di possibile solo in un Paese in cui i cittadini sono pronti a sacrificarsi per il bene comune, in un Paese davvero esigente con se stesso e davvero incontentabile. Nel Belpaese invece, tutto è una trattativa, e se qui non guadagno abbastanza, me ne vado. Ho voluto fare questo piccolo inciso polemico perché i ricercatori vengono purtroppo spesso ritratti come vittime innocenti di un ordine superiore e immodificabile che li costringe alla resa intellettuale o alla fuga indignata. E invece sono anche loro elettori, sono “azionisti” dello Stato! Sono dei Giusti, i ricercatori, che indubbiamente distribuiscono benessere, conoscenza e spesso salvezza medica alla comunità. Sono dei Giusti, e per questo motivo mi vengono in mente le dure parole di Martin Luther King: “la cosa peggiore non è la perfidia dei malvagi ma il silenzio dei giusti”.

Questo “me ne vado”, così tipico di fredde trattative, è tremendamente simile al “me ne frego” di mussoliniana memoria. Forse, a questo menefreghismo snobista nei confronti del nostro Paese, della cosa pubblica, dovremmo rispondere come don Milani: “I care”, ci tengo, mi importa. Io resto perché mi interessa, perché è cosa di tutti e dunque è cosa anche mia.  Negli ultimi 15 anni, il Paese, vittima di una “guerra civile fredda”, è stato posto davanti ad una scelta: innovarsi o morire. Morire di apatia, di noia e di indifferenza. I tassi di crescita dell’economia raramente sono stati più sostenuti di quell’1/1,5% che totalizzeremo con tutta probabilità anche quest’anno. Cos’è cambiato? In poche parole: siamo entrati in Europa, e questo ci ha costretti ad una maggiore severità nella gestione economica e sociale. Se prima avanzavamo a grandi passi nell’economia mondiale a causa di furbesche svalutazioni competitive, adesso dobbiamo competere nel campo dell’efficienza e dell’innovazione. La guerra civile fredda che stiamo vivendo è un frutto secondario di questo conflitto tra chi desidera un Paese europeo e moderno e chi invece ha nostalgia del Paese furbo e mafiosamente ricco del Dopoguerra. E beninteso, tali posizioni sono presenti in entrambi gli schieramenti politici: è infatti uno scontro direi quasi generazionale. Pur essendo personalmente di sinistra, ad esempio, mi capita a volte di essere maggiormente d’accordo con giovani di destra che non con anziani del mio stesso partito. È una battaglia che si preannuncia ancora lunga, ma che (per motivi quantomeno biologici) non può che avere un risultato. Eppure, questa guerra civile fredda sta facendo molte vittime: vittime economiche, come la crescita e la competitività. La battaglia su ogni fronte ci porta a un tasso di crescita irrisorio e alla marginalizzazione dei problemi fondamentali del Paese.

A lungo termine, solo la modernizzazione e l’europeizzazione del Paese può garantire una crescita stabile e duratura come il popolo si merita. Ma per ottenere questo risultato, deve vincere la mentalità dell’esigenza, dell’incontentabilità e della protesta, del “pretendo il rispetto della civiltà!”. I treni sono in ritardo? Si protesta. Le città sono sporche? Si protesta. Non c’è manutenzione del territorio e si verificano alluvioni o frane? Si protesta. Lasciamo da parte i commenti privi di nerbo e privi di personalità di chi afferma che “tanto non cambia nulla”, oppure “tanto siamo in Italia”. Commenti da gente pavida e insulsa che non ha nulla da dare al mondo. È necessario essere maggiormente incontentabili nei confronti del nostro Paese, il conformismo è una peste e una melassa che impedisce ogni cambiamento. L’esigenza, beninteso, deve essere anche presente nei confronti della classe politica. E dire che “tanto tutti sono uguali” non mette al riparo dall’obbligo costituzionale di candidarsi alle elezioni se non si trova un candidato presentabile, una conseguenza necessaria ma spesso dimenticata dell’astensionismo elettorale. Dobbiamo amare maggiormente il nostro Paese, ma non “amarlo da contratto”, non in maniera formale o retorica “quando gioca la Nazionale”. Ma amarlo sul serio, ed essere autenticamente esigenti nei suoi confronti, come possiamo esserlo nei confronti di un figlio che va ad una università prestigiosa. In fin dei conti, l’Italia è un nostro frutto comune, per certi versi è nostra figlia. L’Italia dovrebbe essere, piuttosto che un’idea mitica e paradisiaca posta alle nostre spalle, un obiettivo e un sogno da raggiungere tutti insieme, una utopia a cui avvicinarsi giorno dopo giorno. Maggiore durezza nei confronti delle vostre potenzialità, Italiani! Avanti, siete grandi, dimostrate di essere degni di ciò che siete!



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