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Una goccia di Asia

29 marzo 2011
Pubblicato in Fiori, Opinioni
di Sarah Tulivu

Una realtà scelta piena di sogni, there
Viaggio tra l’Iran e il Pakistan.

“Ragazza mia, check da dove sbuchi? Hai bisogno di una scorta armata per passare il Balochistan”

Dal momento in cui ho messo piede in Pakistan è cresciuto in me un forte desiderio di testimoniare un po’ di vita da questi paesi, troppo spesso divorati da pregiudizi e cattive reputazioni.

Spero che a forza di ascoltare notizie quotidiane, storpiate e orchestrate dalle istituzioni e dai media, non ci dimentichiamo delle parti umane del mondo.

Mai nessun altro posto sfidò e capovolse le mie concezioni di spazio-tempo tanto quanto all’arrivo con il confine iraniano-pakistano, quel giorno ventoso di sabbia.

Passata la frontiera m’imbattei in un mondo incredibile di cui prima non immaginavo l’esistenza.

Per la prima volta, dopo un paio di anni in paesi musulmani, incontrai un Islam asiatico, colorato, nuovo.

“Dove stai andando?” Mi chiese incuriosita una donna con i guanti neri.

“Pakistan” Le dissi, posando la borsa a terra.

“E come pensi di fare? Devi attraversare la terra del Balochistan per arrivarci!”

‘Bene, questa donna sembra saperne di più di me.’ Pensai.

“Da che parte devo andare?”

“Oh ragazza mia! Ma da dove sbuchi?” Mi guardò per un momento dalla testa ai piedi e rise con affetto, “Hai bisogno di una scorta armata per passare il confine.”

Questa donna era un’autista di “woman taxi” e mi diede un passaggio al centro città dove trovai tre gagliardi soldati, felici di accompagnarmi nella loro auto, una vecchia Paykan rossa, fino al primo checkpoint. Da lì in poi, fino all’uscita dalla regione del Balochistan il governo assegna allo straniero una guardia personale che si da il cambio ogni ora, per questioni di sicurezza.

“Quando la Russia attaccò l’Afghanistan, molti talebani si rifugiarono qui in Balochistan.” Mi spiegò il soldato al volante sorridendomi dallo specchio retrovisore.

“Ci furono rapimenti di stranieri in passato, per questo ti hanno appioppato noi tre. Ma tu non ti preoccupare. Se fossi una persona abbastanza importante da essere rapita non penso viaggeresti con questa borsetta!” Ridemmo alla vecchia tracolla forse più del necessario.

Senso d’umorismo di frontiera.

Impiegai quattro giorni per arrivare a Quetta, la capitale del Balochistan, situata nella valle al confine con l’Afghanistan.

Partimmo al tramonto, dopo un the speziato al latte, in una stanza con un gruppo di uomini dagli occhi sorridenti, la barba arancione e i capelli coperti.

Il vento soffiava imponente, tiepido ma gentile. Portava la sabbia con sé lungo le strade costringendo il più degli uomini a coprirsi il viso. La strada era affollata di movimenti e colori a me sconosciuti. Le donne non si vedevano, forse in casa a cucinare.

La mia “guardia del corpo”, un uomo delicato e amabile sulla quarantina, mi fa segno di salire sull’autobus.

Mi misero a sedere nel posto davanti, lontana da altri uomini. Nei mezzi di trasporto di solito c’è una sezione donne, separata da un muro di metallo per la loro privacy.

“Nei viaggi lunghi una donna non viaggia mai senza un membro di famiglia maschile, per questo non c’è l’area donne qui”. Mi dice il soldato senza staccare gli occhi dalla strada.

“È la prima volta che vedo una ragazza sola passare questo confine. Lo racconterò a mia moglie.”

Gli sorrisi. E via! Il viaggio in bus più stimolante e incredibile della mia vita.

Quattro giorni senza vedere una donna o parlare inglese. Lungo una terra arida e rocciosa semidisabitata in un bus che correva nel buio come un pazzo e un soldato accanto con il fucile sempre impugnato per difendere – me.

La musica Sufi Pakistana si alzò di volume, in un momento compresi quanto ero distante da tutto ciò che mi è familiare.

“Da piccola sognavo di girare il mondo” dissi al soldato in farsi (persiano).

Lui non capì il mio farsi sgualcito e voce flebile, ma finse di capire.

Sorrisi tutti i denti, nel realizzare che è un sogno reale e vivo questo.

Nel realizzare che sogno ancora forte come una bambina, ma ora Sogno da sveglia.

Furono quattro giorni a tratti un po’ penosi, senza vedere una donna o parlare inglese, ma comunque colorati dalla presenza di uomini gentili e ospitali. Lungo una terra arida e rocciosa semidisabitata in un bus che correva nel buio come un pazzo e un soldato accanto con il fucile sempre impugnato per difendere – me.

La musica Sufi Pakistana si alzò di volume, in un momento compresi quanto ero distante da tutto ciò che mi è familiare.
“Da piccola sognavo di girare il mondo” dissi al soldato in Farsi (Persiano).
Lui non capì il mio farsi sgualcito e voce flebile, ma finse di capire.
Sorrisi tutti i denti, nel realizzare che è un sogno reale e vivo questo.
Nel realizzare che sogno ancora forte come una bambina, ma ora Sogno da sveglia.

Strade di Quetta



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