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Stabilità e lingua: il Marocco del XXI secolo

13 aprile 2011
Pubblicato in Attualità
di Daniele Maffioli Torriani

L’Italia è certamente uno dei Paesi per cui l’uniformità linguistica è stata fonte di costruzione del senso di collettività, sovaldi sale arrivando anche a quello di Stato. Non a caso uno scrittore, il Manzoni, è stato preso, certamente assieme ad altri, come icona di un’unità nazionale. Icona che affonda le sue radici nel lontano Dante, e che ha visto come erede nel XX secolo il servizio pubblico televisivo, la Rai.

Nella mia breve esperienza marocchina ho avuto modo di osservare le trasformazioni in atto sotto il regno di Mohammed VI, essendo stato a studiare a Rabat proprio nell’anniversario del decimo insediamento sul trono del sovrano. Il Regno sta attraversando enormi, e positivi, cambiamenti sul versante economico, politico, burocratico, religioso, e la società civile non è da meno. Ho potuto confrontarmi con dei miei coetanei e ascoltare le loro idee sull’Europa, sugli “occidentali” e sul loro futuro. Domande che quotidianamente ci poniamo anche noi.

I sociologi direbbero di aver riscontrato i tipici comportamenti adottati dai cosiddetti “immigrati di seconda e terza generazione”. Col dettaglio che questi giovani non sono degli immigrati, essendo nel loro Paese.

Forse, la prima questione da affrontare è se i Marocchini, al pari di molti altri popoli, si sentono veramente padroni della loro terra. Non vi è dubbio che il protezionismo e l’influenza francese prima, e la globalizzazione oggi, giocano un ruolo importante sulla percezione di appartenenza al  territorio, alla comunità (anche solo tribù, caso meno importante per il Marocco), allo Stato in senso moderno. Il passato e il presente stanno giocando un ruolo primario, ruolo che forse in nessun’altra epoca è stato così pesante.

Tralasciando questa osservazione, ho notato in molti giovani il desiderio di “revanche” (termine non casuale). Il desiderio di recuperare un passato più antico di quello del XX secolo, un passato in cui furono addirittura le dinastie marocchine a spingersi fin sotto le nevi dei Pirenei. Con ciò la volontà di recuperare, come preminente, la lingua araba. Darija (il dialetto) o arabo moderno che sia, il desiderio di poter, e dover, parlare la loro lingua, e non la lingua di un altro popolo. Tornando agli amici sociologi, se non erro, classificherebbero questo comportamento proprio come l’atteggiamento adottato dagli immigrati di terza generazione ora presenti in Europa, desiderosi del recupero delle loro origini. E spesso, anche, recupero degli aspetti sia positivi che negativi di un loro passato.

Ho inoltre incontrato molti giovani per cui, non solo gli usi e costumi (come abbigliamento, musica, film) che adottano sono quelli dell’Occidente, ma che addirittura arrivano a rinnegare la loro origine. Rinnegamento che arriva anche al non adottare la lingua del loro Paese, e ad adottare quella degli antichi, superiori, colonizzatori. Il rinnego, come per gli immigrati di seconda generazione, della propria identità. Immagino ciò dettato da un senso di vergogna e di frustrazione che porta, ovviamente, a tentar di dimenticare chi si è e dove si vive.

Fortunatamente tra questi due estremi c’è un Marocco che è capace di fare di questo passato, e di questo bilinguismo, una ricchezza. Una ricchezza utile per i contatti, per il turismo, per l’economia, per la comunicazione.



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