<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>The Tamarind &#187; Roberto Priolo</title>
	<atom:link href="/author/priolo/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://thetamarind.eu</link>
	<description>Just another WordPress weblog</description>
	<lastBuildDate>Wed, 22 Dec 2010 00:38:04 +0000</lastBuildDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.9.2</generator>
	<language>it</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
			<item>
		<title>Una summer school a Londra</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2009/06/24/una-summer-school-a-londra/</link>
		<comments>https://thetamarind.eu/2009/06/24/una-summer-school-a-londra/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 24 Jun 2009 08:30:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Priolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Londra]]></category>
		<category><![CDATA[studio]]></category>
		<category><![CDATA[Studio all'estero]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://thetamarind.eu/?p=3449</guid>
		<description><![CDATA[Tutti sanno quanto la strada verso la professione giornalistica in Italia sia ripida ed accidentata. Il nostro Paese ha un concetto di informazione tutto particolare, e troppo spesso quello che si legge sui giornali o si vede in televisione non è altro che una versione rivista, corretta e censurata della realtà dei fatti. C’è chi, nonostante questo, non si lascia intimorire e prosegue determinato verso un lento ingresso nel sistema mediatico italiano.
Questa per me non è mai stata un’opzione accettabile. Fin da quando ho cominciato ad interessarmi del mondo attorno a me ho scelto di consultare testate straniere per ottenere le informazioni che mi interessavano. Le ho sempre trovate più concentrate sui fatti che sulle opinioni, e mai spaventate di “andare contro” il potere. Già a sedici anni, nonostante la mia conoscenza dell’inglese ai tempi fosse decisamente incerta, preferivo l’Herald Tribune al Corriere, o il sito della CNN a quello di Repubblica.
Questo mi ha spinto, nel 2006, ad iscrivermi alla summer school della London School of Journalism, un’esperienza che, ero certo, mi avrebbe confermato quanto mi sentissi più attratto dal mondo dell’informazione anglosassone rispetto a quello italiano.
E così è stato. Sebbene il programma della summer school sia necessariamente molto concentrato e bombardi lo studente di nozioni, metodi e approcci al giornalismo britannico, questi trenta giorni di full immersion sono stati, ad oggi, una delle esperienze più formative del mio background accademico.
La London School of Journalism è un’istituzione privata, che si differenzia, ad esempio, dai Master in giornalismo per il suo focalizzarsi sulla pratica piuttosto che sulla teoria. Certo, la teoria ci è stata insegnata, ma il mio agosto londinese di quell’anno è stato principalmente caratterizzato da numerosissimi assignment e uscite durante le quali era richiesto a noi trainees di fare interviste, andare a caccia di notizie, visitare mostre per poi scriverne una review.
Non è solo il programma della scuola ad essere poco “accademico”. Anche l’ambiente è decisamente informale, anche se con un corpo di insegnanti estremamente serio. Professionisti del giornalismo, scrittori con una incredibile esperienza. Dal travel al feature writing, dallo sport al broadcast alla radio, ogni settore del giornalismo è affrontato.
Gli studenti, una cinquantina, provenivano da ogni angolo del pianeta: molti Inglesi, qualche Italiano, e poi Francesi, Arabi, Africani, Americani. Chi più simpatico, chi meno. Ma non è questo il punto. E’ stato estremamente interessante conoscere tante persone, provenienti da ambienti così diversi, con così tante aspirazioni. Indubbiamente scoprire dopo due settimane di corso che la tizia che aveva parlato a noi italiani in inglese per tutto il tempo era in realtà una alto-atesina di Bolzano poco orgogliosa della sua nazionalità ma con un italiano impeccabile era stato abbastanza irritante, ma nulla avrebbe potuto rovinare l’atmosfera stimolante e di scambio che si era venuta a creare nella classe. Tra una birra al pub dietro la scuola e una cena al ristorante etiope, ogni momento trascorso con i compagni di corso scorreva rapidissimo, e lasciava sempre qualcosa di interessante su cui riflettere.
Nella magnifica, travolgente e al contempo accogliente cornice di Londra, fucina di idee, tendenze e notizie, un aspirante giornalista può sicuramente sbizzarrirsi, e l’aiuto fornito dagli insegnanti nella revisione degli assignments è assolutamente determinante. Ogni studente è seguito con attenzione, e consigliato, bacchettato se necessario.
Alla LSJ viene spiegato come “vendersi” ad un possibile datore di lavoro, come proporre le proprie idee, come gestire la creazione di un articolo, come ricercare le notizie, come rapportarsi con chi si intervista, e via dicendo.
Naturalmente un numero così alto di moduli concentrato in quattro settimane comporta il rischio che alcuni possano perdersi, o non assimilare a sufficienza. In parte è capitato anche a me. Ma per quanto mi riguarda il risultato più importante che ho ottenuto frequentando questo corso è stato il capire una volta per tutte che voglio che il mio futuro sia nel mondo del giornalismo.
La London School of Journalism offre anche un diploma postgraduate, più approfondito e diluito in diversi mesi, che credo frequenterò il prossimo autunno.
Non che la summer school non sia stata sufficientemente formativa! E’ che ora ho deciso finalmente di trasferirmi a Londra, e voglio fare in modo di aver stampato bene in testa tutto quello che devo sapere per riuscire a diventare giornalista in UK. E per farlo voglio seguire un corso più strutturato, che mi dia il tempo di assorbire quanto mi viene insegnato e, con un po’ di fortuna, di metterlo in pratica.
Da quel che mi pare di capire, anche dal confronto con amici e conoscenti, il sistema post-superiori in Gran Bretagna è molto concentrato sull’idea di fornire allo studente gli strumenti, le conoscenze e i consigli necessari ad entrare nel mondo del lavoro. Secondo il mio parere, nell’università italiana, al contrario, troppa è la teoria e troppo poca è la pratica.
I miei numerosi ma brevi soggiorni degli ultimi anni nella capitale inglese non sono più abbastanza. O forse è la vecchia Milano ad avermi stancato. Cosa è certo è che a settembre tornerò a Londra, e che ci resterò per un po’. E se non fosse stato per la summer school alla LSJ nel 2006, forse oggi starei ancora cercando di trovare la mia strada!


Related posts:Il G20 di Londra e la via italiana per uscire dalla crisi
Bologna, Londra e New York
L&#8217;arte e la città: un confronto tra Londra e Palermo



Related posts:<ol><li><a href='/2009/04/03/il-g20-di-londra-e-la-via-italiana-per-uscire-dalla-crisi/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Il G20 di Londra e la via italiana per uscire dalla crisi'>Il G20 di Londra e la via italiana per uscire dalla crisi</a></li>
<li><a href='/2008/10/25/bologna-londra-e-new-york/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Bologna, Londra e New York'>Bologna, Londra e New York</a></li>
<li><a href='/2009/01/09/larte-e-la-citta-un-confronto-tra-londra-e-palermo/' rel='bookmark' title='Permanent Link: L&#8217;arte e la città: un confronto tra Londra e Palermo'>L&#8217;arte e la città: un confronto tra Londra e Palermo</a></li>
</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3450" title="Macchina da scrivere" src="/wp-content/files/2009/06/giornalismo-300x199.jpg" alt="Macchina da scrivere" width="300" height="199" />Tutti sanno quanto la strada verso la professione giornalistica in Italia sia ripida ed accidentata. Il nostro Paese ha un concetto di informazione tutto particolare, e troppo spesso quello che si legge sui giornali o si vede in televisione non è altro che una versione rivista, corretta e censurata della realtà dei fatti. C’è chi, nonostante questo, non si lascia intimorire e prosegue determinato verso un lento ingresso nel sistema mediatico italiano.</p>
<p>Questa per me non è mai stata un’opzione accettabile. Fin da quando ho cominciato ad interessarmi del mondo attorno a me ho scelto di consultare testate straniere per ottenere le informazioni che mi interessavano. Le ho sempre trovate più concentrate sui fatti che sulle opinioni, e mai spaventate di “andare contro” il potere. Già a sedici anni, nonostante la mia conoscenza dell’inglese ai tempi fosse decisamente incerta, preferivo l’Herald Tribune al Corriere, o il sito della CNN a quello di Repubblica.</p>
<p>Questo mi ha spinto, nel 2006, ad iscrivermi alla summer school della London School of Journalism, un’esperienza che, ero certo, mi avrebbe confermato quanto mi sentissi più attratto dal mondo dell’informazione anglosassone rispetto a quello italiano.<br />
E così è stato. Sebbene il programma della summer school sia necessariamente molto concentrato e bombardi lo studente di nozioni, metodi e approcci al giornalismo britannico, questi trenta giorni di full immersion sono stati, ad oggi, una delle esperienze più formative del mio background accademico.</p>
<p>La London School of Journalism è un’istituzione privata, che si differenzia, ad esempio, dai Master in giornalismo per il suo focalizzarsi sulla pratica piuttosto che sulla teoria. Certo, la teoria ci è stata insegnata, ma il mio agosto londinese di quell’anno è stato principalmente caratterizzato da numerosissimi assignment e uscite durante le quali era richiesto a noi trainees di fare interviste, andare a caccia di notizie, visitare mostre per poi scriverne una review.</p>
<p>Non è solo il programma della scuola ad essere poco “accademico”. Anche l’ambiente è decisamente informale, anche se con un corpo di insegnanti estremamente serio. Professionisti del giornalismo, scrittori con una incredibile esperienza. Dal travel al feature writing, dallo sport al broadcast alla radio, ogni settore del giornalismo è affrontato.</p>
<p>Gli studenti, una cinquantina, provenivano da ogni angolo del pianeta: molti Inglesi, qualche Italiano, e poi Francesi, Arabi, Africani, Americani. Chi più simpatico, chi meno. Ma non è questo il punto. E’ stato estremamente interessante conoscere tante persone, provenienti da ambienti così diversi, con così tante aspirazioni. Indubbiamente scoprire dopo due settimane di corso che la tizia che aveva parlato a noi italiani in inglese per tutto il tempo era in realtà una alto-atesina di Bolzano poco orgogliosa della sua nazionalità ma con un italiano impeccabile era stato abbastanza irritante, ma nulla avrebbe potuto rovinare l’atmosfera stimolante e di scambio che si era venuta a creare nella classe. Tra una birra al pub dietro la scuola e una cena al ristorante etiope, ogni momento trascorso con i compagni di corso scorreva rapidissimo, e lasciava sempre qualcosa di interessante su cui riflettere.</p>
<p>Nella magnifica, travolgente e al contempo accogliente cornice di Londra, fucina di idee, tendenze e notizie, un aspirante giornalista può sicuramente sbizzarrirsi, e l’aiuto fornito dagli insegnanti nella revisione degli assignments è assolutamente determinante. Ogni studente è seguito con attenzione, e consigliato, bacchettato se necessario.<br />
Alla LSJ viene spiegato come “vendersi” ad un possibile datore di lavoro, come proporre le proprie idee, come gestire la creazione di un articolo, come ricercare le notizie, come rapportarsi con chi si intervista, e via dicendo.</p>
<p>Naturalmente un numero così alto di moduli concentrato in quattro settimane comporta il rischio che alcuni possano perdersi, o non assimilare a sufficienza. In parte è capitato anche a me. Ma per quanto mi riguarda il risultato più importante che ho ottenuto frequentando questo corso è stato il capire una volta per tutte che voglio che il mio futuro sia nel mondo del giornalismo.<br />
La London School of Journalism offre anche un diploma postgraduate, più approfondito e diluito in diversi mesi, che credo frequenterò il prossimo autunno.</p>
<p>Non che la summer school non sia stata sufficientemente formativa! E’ che ora ho deciso finalmente di trasferirmi a Londra, e voglio fare in modo di aver stampato bene in testa tutto quello che devo sapere per riuscire a diventare giornalista in UK. E per farlo voglio seguire un corso più strutturato, che mi dia il tempo di assorbire quanto mi viene insegnato e, con un po’ di fortuna, di metterlo in pratica.</p>
<p>Da quel che mi pare di capire, anche dal confronto con amici e conoscenti, il sistema post-superiori in Gran Bretagna è molto concentrato sull’idea di fornire allo studente gli strumenti, le conoscenze e i consigli necessari ad entrare nel mondo del lavoro. Secondo il mio parere, nell’università italiana, al contrario, troppa è la teoria e troppo poca è la pratica.</p>
<p>I miei numerosi ma brevi soggiorni degli ultimi anni nella capitale inglese non sono più abbastanza. O forse è la vecchia Milano ad avermi stancato. Cosa è certo è che a settembre tornerò a Londra, e che ci resterò per un po’. E se non fosse stato per la summer school alla LSJ nel 2006, forse oggi starei ancora cercando di trovare la mia strada!</p>


<p>Related posts:<ol><li><a href='/2009/04/03/il-g20-di-londra-e-la-via-italiana-per-uscire-dalla-crisi/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Il G20 di Londra e la via italiana per uscire dalla crisi'>Il G20 di Londra e la via italiana per uscire dalla crisi</a></li>
<li><a href='/2008/10/25/bologna-londra-e-new-york/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Bologna, Londra e New York'>Bologna, Londra e New York</a></li>
<li><a href='/2009/01/09/larte-e-la-citta-un-confronto-tra-londra-e-palermo/' rel='bookmark' title='Permanent Link: L&#8217;arte e la città: un confronto tra Londra e Palermo'>L&#8217;arte e la città: un confronto tra Londra e Palermo</a></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://thetamarind.eu/2009/06/24/una-summer-school-a-londra/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>4</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>A zonzo per il Medio Oriente: la Giordania</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2009/05/08/giordania/</link>
		<comments>https://thetamarind.eu/2009/05/08/giordania/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 08 May 2009 22:08:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Priolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Amman]]></category>
		<category><![CDATA[Giordania]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Petra]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://thetamarind.eu/?p=2720</guid>
		<description><![CDATA[Quando si viaggia in un paese islamico di solito uno dei primi segnali di dove si è appena arrivati è il richiamo alla preghiera del muezzin, il cui fascino antico è spesso smorzato dal gracchiare degli altoparlanti che diffondono la voce in tutta la città.
Ma nemmeno questo poté limitare il mio entusiasmo nel trovarmi per la prima volta in Medio Oriente, una terra che da sempre mi affascina e attrae: nei dodici giorni successivi avrei cercato di scoprire quanto più possibile riguardo la Giordania e la Siria.
Spesso i voli dall’Europa arrivano in Medio Oriente a sera tarda. Dopo una notte di riposo, interrotto in almeno due momenti dal sopraccitato richiamo del muezzin, arriva per tutti il momento di gettarsi nel traffico e nella bolgia di Amman, la capitale giordana, che incarna in sé la caratteristica tipica delle città del mondo arabo: il tentativo di far incontrare modernità e tradizione. Moschee alternate a costruzioni più moderne, per lo più basse, strade invase dalle auto, negozi di vestiti che sfacciatamente imitano le boutique occidentali accanto a piccole botteghe e bancarelle, uomini barbuti che bevono caffè in piccoli locali in cui appeso al muro vi è sempre un santino o un quadro che ritraggono re Abdallah II, donne con i soli occhi scoperti in giro per la città a far compere. Un caos impressionante e meraviglioso, ad ogni ora del giorno e della notte.
Dal colle su cui si trovano i resti del tempio di Ercole, Amman appare bianca, enorme e abbarbicata sulle colline, come quelle casette che di solito si piazzano nel presepe sulle montagne fatte di cartone. Il teatro romano, con le sue linee curve, rompe la continuità e semplicità architettonica della città. Il sole brucia, e una grande bandiera garrisce al vento.
[smooth=id:37]
La Giordania è un paese stupendo, molto religioso ma che allo stesso tempo non ha paura di scendere lentamente a patti con la modernità, come si può notare su più di un livello: dalla semplice presenza di catene di fast-food occidentali nelle maggiori città alla storica decisione nel 1994 di firmare l’accordo di pace con Israele.
Fuori da Amman, poi, la Giordania mostra tutto il suo splendore, a partire dalla vista mozzafiato su tutta la Terra Santa, da Gerico al Mar Morto, che si ha dalla vetta del monte Nebo, dal quale ho capito per la prima volta quanto i destini dei paesi mediorientali siano intrinsecamente legati uno all’altro. In pochi luoghi al mondo tanta diversità e tante tradizioni, culture e religioni diverse sono concentrate in una spazio così ristretto (o relativamente ristretto).
Ho subito capito che il modo migliore per visitare e conoscere questo paese è visitarlo a bordo di un taxi sgangherato guidato da un giordano che non parla che l’arabo: è sufficiente dire di voler visitare la Giordania perché, nel giro di cinque minuti, il capo della compagnia di taxi si presenti per concordare il prezzo, vestito di tutto punto e con un cipiglio che mi ha subito fatto desiderare ardentemente di conoscere l’arabo per potermi accordare direttamente con il dolcissimo e certamente più onesto taxista.
Ad ogni modo, in men che non si dica, ci si trova a viaggiare lungo le autostrade che tagliano il deserto e le colline del Paese, collegando tra loro le principali attrazioni turistiche e le maggiori città, che sono Amman, Irbid, Zarqa, Madaba, Jerash e Aqaba, l’unico porto giordano.
La Giordania mi ha regalato delle esperienze intense e indimenticabili, come solo un Paese così ricco di tradizioni, meraviglie e storia può fare.
Dal bagno nelle caldissime acque del Mar Morto, che sono talmente salate da impedire tanto la vita di ogni forma animale e vegetale quanto i tuffi dei molti bagnanti (si galleggia senza muoversi, anche con braccia e gambe fuori dall’acqua), alle dune e formazioni rocciose del deserto del Wadi Rum, nel sud del Paese, dove tra pitture rupestri e un thè con i beduini si può cercare di intuire la vita in queste terre bellissime seppure un po’ estreme.
Il patrimonio storico della Giordania è fatto anche di rovine romane, come quelle di Jerash, che nulla hanno da invidiare a quelle della Magna Grecia o di Roma, in quanto a bellezza e a stato di conservazione, tanto da essere soprannominata la “Pompei del Medio Oriente”.
Il maestoso colonnato del cardo, la via che si estendeva per l’intera lunghezza della città, l’ippodromo, il Nymphaeum, una fontana pubblica decoratissima, e le rovine del tempio di Artemide permettono di capire con esattezza come la città appariva in antichità, cosa che spesso è impossibile fare di fronte alle rovine dove tutto quello che rimane sono capitelli scheggiati e mozziconi di colonne.
Nonostante la bellezza di Jerash, però, la vera “star” del Paese è senza dubbio Petra, uno dei luoghi più suggestivi al mondo, in assoluto.
Una stretta e profonda gola, il siq, scende tortuosa verso la valle in cui sorge questo sito archeologico rivelato al mondo nel 1812 dall’esploratore svizzero Burckhardt, e da allora divenuto una delle mete turistiche più acclamate al mondo.
L’antica capitale dei Nabatei, un popolo di mercanti e guerrieri che dominò queste terre per sette secoli fino all’annessione all’impero romano, fu interamente scolpita nella roccia.
Fin dal primo impatto, imponenza è la parola d’ordine. El Khasneh è il simbolo di Petra, un’altissima struttura scavata nella roccia. Nell’urna più alta si dice fosse custodito un tesoro, come testimoniato dai segni di proiettile che essa riporta, tentativi passati di svelare il segreto e testare la leggenda.
Inoltrandosi nel sito archeologico, ci si trova di fronte ad un susseguirsi di facciate di antiche tombe, di reali e non, fino al teatro romano (i Romani ampliarono la città dopo averla annessa all’impero nel 106 d.C.), il tutto grandioso e surreale, tra orde di turisti, bambini provenienti dal vicino villaggio beduino, cammelli e muli che instancabilmente trasportano i visitatori lungo il sentiero principale di Petra.
Lasciare Petra è difficile, in quanto pochi luoghi al mondo hanno la stessa aura di suggestione e la stessa bellezza, ma il resto del viaggio mi chiamava.
E così, dopo quattro giorni dalla mia partenza da Amman eccomi di ritorno nella capitale, ma [...]


Related posts:<ol><li><a href='/2009/02/11/elezioni-in-medio-oriente/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Elezioni in Medio Oriente'>Elezioni in Medio Oriente</a></li>
<li><a href='/2010/09/03/trenta-giorni-in-giordania/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Trenta giorni in Giordania'>Trenta giorni in Giordania</a></li>
<li><a href='/2008/10/19/un-lento-viaggiare-verso-oriente/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Un lento viaggiare verso Oriente'>Un lento viaggiare verso Oriente</a></li>
</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2727" src="/wp-content/files/2009/05/dscn0216-225x300.jpg" alt="Petra" width="225" height="300" />Quando si viaggia in un paese islamico di solito uno dei primi segnali di dove si è appena arrivati è il richiamo alla preghiera del muezzin, il cui fascino antico è spesso smorzato dal gracchiare degli altoparlanti che diffondono la voce in tutta la città.<br />
Ma nemmeno questo poté limitare il mio entusiasmo nel trovarmi per la prima volta in Medio Oriente, una terra che da sempre mi affascina e attrae: nei dodici giorni successivi avrei cercato di scoprire quanto più possibile riguardo la Giordania e la Siria.</p>
<p>Spesso i voli dall’Europa arrivano in Medio Oriente a sera tarda. Dopo una notte di riposo, interrotto in almeno due momenti dal sopraccitato richiamo del muezzin, arriva per tutti il momento di gettarsi nel traffico e nella bolgia di Amman, la capitale giordana, che incarna in sé la caratteristica tipica delle città del mondo arabo: il tentativo di far incontrare modernità e tradizione. Moschee alternate a costruzioni più moderne, per lo più basse, strade invase dalle auto, negozi di vestiti che sfacciatamente imitano le boutique occidentali accanto a piccole botteghe e bancarelle, uomini barbuti che bevono caffè in piccoli locali in cui appeso al muro vi è sempre un santino o un quadro che ritraggono re Abdallah II, donne con i soli occhi scoperti in giro per la città a far compere. Un caos impressionante e meraviglioso, ad ogni ora del giorno e della notte.<br />
Dal colle su cui si trovano i resti del tempio di Ercole, Amman appare bianca, enorme e abbarbicata sulle colline, come quelle casette che di solito si piazzano nel presepe sulle montagne fatte di cartone. Il teatro romano, con le sue linee curve, rompe la continuità e semplicità architettonica della città. Il sole brucia, e una grande bandiera garrisce al vento.</p>
<p style="text-align: center">[smooth=id:37]</p>
<p>La Giordania è un paese stupendo, molto religioso ma che allo stesso tempo non ha paura di scendere lentamente a patti con la modernità, come si può notare su più di un livello: dalla semplice presenza di catene di fast-food occidentali nelle maggiori città alla storica decisione nel 1994 di firmare l’accordo di pace con Israele.</p>
<p>Fuori da Amman, poi, la Giordania mostra tutto il suo splendore, a partire dalla vista mozzafiato su tutta la Terra Santa, da Gerico al Mar Morto, che si ha dalla vetta del monte Nebo, dal quale ho capito per la prima volta quanto i destini dei paesi mediorientali siano intrinsecamente legati uno all’altro. In pochi luoghi al mondo tanta diversità e tante tradizioni, culture e religioni diverse sono concentrate in una spazio così ristretto (o relativamente ristretto).</p>
<p>Ho subito capito che il modo migliore per visitare e conoscere questo paese è visitarlo a bordo di un taxi sgangherato guidato da un giordano che non parla che l’arabo: è sufficiente dire di voler visitare la Giordania perché, nel giro di cinque minuti, il capo della compagnia di taxi si presenti per concordare il prezzo, vestito di tutto punto e con un cipiglio che mi ha subito fatto desiderare ardentemente di conoscere l’arabo per potermi accordare direttamente con il dolcissimo e certamente più onesto taxista.</p>
<p>Ad ogni modo, in men che non si dica, ci si trova a viaggiare lungo le autostrade che tagliano il deserto e le colline del Paese, collegando tra loro le principali attrazioni turistiche e le maggiori città, che sono Amman, Irbid, Zarqa, Madaba, Jerash e Aqaba, l’unico porto giordano.</p>
<p>La Giordania mi ha regalato delle esperienze intense e indimenticabili, come solo un Paese così ricco di tradizioni, meraviglie e storia può fare.</p>
<p>Dal bagno nelle caldissime acque del Mar Morto, che sono talmente salate da impedire tanto la vita di ogni forma animale e vegetale quanto i tuffi dei molti bagnanti (si galleggia senza muoversi, anche con braccia e gambe fuori dall’acqua), alle dune e formazioni rocciose del deserto del Wadi Rum, nel sud del Paese, dove tra pitture rupestri e un thè con i beduini si può cercare di intuire la vita in queste terre bellissime seppure un po’ estreme.</p>
<p>Il patrimonio storico della Giordania è fatto anche di rovine romane, come quelle di Jerash, che nulla hanno da invidiare a quelle della Magna Grecia o di Roma, in quanto a bellezza e a stato di conservazione, tanto da essere soprannominata la “Pompei del Medio Oriente”.<br />
Il maestoso colonnato del cardo, la via che si estendeva per l’intera lunghezza della città, l’ippodromo, il Nymphaeum, una fontana pubblica decoratissima, e le rovine del tempio di Artemide permettono di capire con esattezza come la città appariva in antichità, cosa che spesso è impossibile fare di fronte alle rovine dove tutto quello che rimane sono capitelli scheggiati e mozziconi di colonne.</p>
<p>Nonostante la bellezza di Jerash, però, la vera “star” del Paese è senza dubbio Petra, uno dei luoghi più suggestivi al mondo, in assoluto.</p>
<p>Una stretta e profonda gola, il siq, scende tortuosa verso la valle in cui sorge questo sito archeologico rivelato al mondo nel 1812 dall’esploratore svizzero Burckhardt, e da allora divenuto una delle mete turistiche più acclamate al mondo.</p>
<p>L’antica capitale dei Nabatei, un popolo di mercanti e guerrieri che dominò queste terre per sette secoli fino all’annessione all’impero romano, fu interamente scolpita nella roccia.</p>
<p>Fin dal primo impatto, imponenza è la parola d’ordine. El Khasneh è il simbolo di Petra, un’altissima struttura scavata nella roccia. Nell’urna più alta si dice fosse custodito un tesoro, come testimoniato dai segni di proiettile che essa riporta, tentativi passati di svelare il segreto e testare la leggenda.</p>
<p>Inoltrandosi nel sito archeologico, ci si trova di fronte ad un susseguirsi di facciate di antiche tombe, di reali e non, fino al teatro romano (i Romani ampliarono la città dopo averla annessa all’impero nel 106 d.C.), il tutto grandioso e surreale, tra orde di turisti, bambini provenienti dal vicino villaggio beduino, cammelli e muli che instancabilmente trasportano i visitatori lungo il sentiero principale di Petra.</p>
<p>Lasciare Petra è difficile, in quanto pochi luoghi al mondo hanno la stessa aura di suggestione e la stessa bellezza, ma il resto del viaggio mi chiamava.</p>
<p>E così, dopo quattro giorni dalla mia partenza da Amman eccomi di ritorno nella capitale, ma non prima di una doverosissima sosta a Madaba, dove, nella chiesa ortodossa di San Giorgio, si può ammirare il celebre mosaico della mappa della Terra Santa, proprio sul pavimento. Il mosaico ricopre una notevole importanza, in quanto molti si sono interrogati sulle sue origini. Non pochi credono che esso sia stato rinvenuto non lontano dal monte Nebo, e che di conseguenza possa essere una rappresentazione della visione di Mosè della Terra Santa.</p>
<p>Questa è la Giordania, un Paese dove religione e tradizione sono inscindibilmente legate tra loro, dove la diversità paesaggistica e storica rappresentano un punto di forza, dove tutto ci ricorda quanto il territorio giordano sia uno dei maggiori crocevia mediorientali.</p>


<p>Related posts:<ol><li><a href='/2009/02/11/elezioni-in-medio-oriente/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Elezioni in Medio Oriente'>Elezioni in Medio Oriente</a></li>
<li><a href='/2010/09/03/trenta-giorni-in-giordania/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Trenta giorni in Giordania'>Trenta giorni in Giordania</a></li>
<li><a href='/2008/10/19/un-lento-viaggiare-verso-oriente/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Un lento viaggiare verso Oriente'>Un lento viaggiare verso Oriente</a></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://thetamarind.eu/2009/05/08/giordania/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Malaysia, Truly Asia</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2009/03/04/malaysia-truly-asia/</link>
		<comments>https://thetamarind.eu/2009/03/04/malaysia-truly-asia/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2009 12:30:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Priolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Asia]]></category>
		<category><![CDATA[Malesia]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://thetamarind.eu/?p=2214</guid>
		<description><![CDATA[L’Asia è forse il più vario dei continenti. A livello culturale, religioso, sociale, questa enorme terra è probabilmente la più ricca di sfaccettature. Avventurarsi per la prima volta in un continente è di per sé un’emozione, ma con l’Asia questo sentimento non può che crescere.
Eppure la mia destinazione, nel lontano 2005, era piuttosto inconsueta. Non ero diretto in Cina, né in India, né in Giappone. Per muovere i miei primi passi in Asia avevo scelto come meta un paese che solo recentemente è entrato nei grandi circuiti turistici, la Malesia. Ricordo che poche settimane dopo il mio rientro da questa magnifica terra avevo iniziato a vederla pubblicizzata ovunque.
E lo slogan che era stato scelto per questa campagna turistica planetaria era a dir poco azzeccato: “Malaysia, Truly Asia”. Non conosco il resto dell’Asia (fatta eccezione per il nord dell’India), ma sono d’accordo con lo slogan: la Malesia incarna l’Asia, le sue sfumature più diverse, tutte raccolte in una sola Nazione.
A partire dalla posizione geografica, la Malesia rappresenta un crocevia nel continente. Incastonata tra l’Indocina e la popolosissima Indonesia, questo Stato a maggioranza islamica riserva molte sorprese. A partire dalla sua straordinaria bellezza e dalla incredibile commistione di etnie e credi religiosi.
L’arrivo a Kuala Lumpur è già sufficiente a convincere della grandezza del Paese. Un aeroporto avveniristico, autostrade moderne che collegano lo scalo alla città, una skyline degna delle grandi città occidentali. Da amante dell’architettura moderna, Kuala Lumpur, almeno inizialmente, per me significava solo una cosa: Petronas Towers, le torri gemelle ideate da Cesar Pelli, che con i loro 452 metri sono state a lungo i grattacieli più alti del mondo, simbolo della Malesia moderna e che punta al domani.
Quello che non sapevo era la simbologia che sta dietro alla loro struttura: dalla pianta a forma di stella a otto punte (simbolo ricorrente nell’Islam) ai cinque tronconi in cui si sviluppano in altezza i palazzi (che rappresentano i cinque pilastri della religione islamica: la testimonianza di fede, il rispetto del digiuno durante il Ramadan, la preghiera, l’elemosina e il pellegrinaggio alla Mecca).
Al di là di questi due magnifici giganti in acciaio però, Kuala Lumpur è una città molto bella, che sembra essere un tutt’uno con la giungla, che occupa rigogliosa ogni angolo non edificato. La vicinanza all’equatore provoca piogge frequenti e abbondanti, e l’umidità è spesso insostenibile.
Il cuore della metropoli è sicuramente piazza Merdeka, con i suoi palazzi stupendi e il suo grande prato, sul quale svetta un’asta di 100 metri sulla quale viene issata la bandiera malesiana. Tutto intorno, costruzioni bellissime: il palazzo del sultano Abdul Samad, in stile moresco e oggi sede di una sezione dell’Alta Corte di giustizia, la Biblioteca Memoriale di Kuala Lumpur e la sontuosa Masjid Jamek, la più antica moschea della città, alla confluenza di due fiumi.
Ma oltre all’Islam, Kuala Lumpur ospita delle nutrite comunità cinesi e indiane, tra le altre, come testimoniato dai numerosissimi templi indù e buddhisti. Chiedendo ad un locale come la Malesia sia riuscita a far convivere così tante religioni, la risposta che si riceve più spesso recita più o meno così: “Per noi la commistione di etnie e di religioni è un’occasione per fare festa più spesso”. Certo, non si può limitare tutto a questo, e di fatto la religione ufficiale è l’Islam, e per ogni altro credo esistono numerose restrizioni. Il clima che si respira, tuttavia, è di grande tolleranza.
[smooth=id:34]
Abbandonando la capitale malese alla volta del sud del Paese, si incontra Malacca, una città cosmopolita e stupenda, che nel corso dei secoli è stata dominata dai Portoghesi, dagli Olandesi, dagli Inglesi. Ognuno ha lasciato alla città qualcosa. La collina di San Paolo, per esempio, ospita le rovine della Porta di Santiago e i resti dell’antica fortezza portoghese A’Famosa. Gli olandesi invece hanno lasciato lo Stadthuys, un tempo centro del governo coloniale, e la rossissima Chiesa del Cristo.
Malacca è coloratissima, e molto diversa dal resto della Malesia, proprio per questa sua storia ricca e tormentata. Il Sud-est asiatico più autentico è qui, mentre Kuala Lumpur è più un simbolo della modernità e del progresso tecnologico verso cui le cosiddette “Tigri d’Oriente” viaggiano a grandi balzi. I giganteschi centri commerciali della capitale malese ne sono una lampante, sebbene a tratti deprimente, dimostrazione.
Dalla penisola di Malacca, la parte del Paese unita al continente asiatico, mi sono spostato poi verso la sua sezione insulare, quella che occupa la fascia settentrionale dell’isola del Borneo, che costeggia l’indonesiano Kalimantan e circonda su tre lati il minuscolo quanto leggendario Sultanato del Brunei.
Rimanevo colpito ogni giorno dalla stranezza della lingua ufficiale parlata in Malesia, il Bahasa Malaysia, un bislacco mix tra dialetto malese, sanscrito e inglese, cinese, indù, arabo. Così come per l’architettura, la religione e la cultura, anche per la lingua ogni dominatore ha lasciato in Malesia una traccia del proprio passaggio. Così, i bagagli diventano bagasi, i ristoranti diventano restorasi, mentre l’insegnante è il guru e l’indipendenza è merdeka, dalla parola sanscrita usata per indicare gli schiavi portoghesi e olandesi portati dall’India alle Indie Orientali.
Il Borneo è l’isola selvaggia per antonomasia. Il suo nome fa riecheggiare nella mente racconti su pirati, tagliatori di teste, foreste tropicali, animali rari ed esploratori europei. L’impressione che si ha quando si viaggia in Sarawak e Sabah, i due stati malesiani dell’isola, è quella di essere sempre parte di qualcosa di mitico.
Le due città principali, rispettivamente in Sarawak e in Sabah, sono Kuching e Kota Kinabalu.
Kuching sorge sulle rive di un fiume, ed ospita palazzi coloniali e moschee, torri e baracche. La sontuosa Astana e Forte Margherita sono solo una parte dell’eredità lasciata dai rajah bianchi che hanno governato queste terre per oltre un secolo. Passeggiando sul lungofiume al tramonto si ha l’impressione di essere fuori dal tempo, in una città sospesa tra passato e futuro, abitata da persone cordiali ed estremamente discrete (come il resto dei malesi).
Ma a dire il vero la bellezza del Sarawak doveva ancora rivelarsi ai miei occhi. Ed è la stessa che mi ricordava di trovarmi nel Borneo, ovvero la foresta. Nella riserva di Semenggoh si [...]


No related posts.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2216" title="viaggi-172" src="/wp-content/files/2009/03/viaggi-172-300x225.jpg" alt="viaggi-172" width="300" height="225" />L’Asia è forse il più vario dei continenti. A livello culturale, religioso, sociale, questa enorme terra è probabilmente la più ricca di sfaccettature. Avventurarsi per la prima volta in un continente è di per sé un’emozione, ma con l’Asia questo sentimento non può che crescere.<br />
Eppure la mia destinazione, nel lontano 2005, era piuttosto inconsueta. Non ero diretto in Cina, né in India, né in Giappone. Per muovere i miei primi passi in Asia avevo scelto come meta un paese che solo recentemente è entrato nei grandi circuiti turistici, la Malesia. Ricordo che poche settimane dopo il mio rientro da questa magnifica terra avevo iniziato a vederla pubblicizzata ovunque.<br />
E lo slogan che era stato scelto per questa campagna turistica planetaria era a dir poco azzeccato: “Malaysia, Truly Asia”. Non conosco il resto dell’Asia (fatta eccezione per il nord dell’India), ma sono d’accordo con lo slogan: la Malesia incarna l’Asia, le sue sfumature più diverse, tutte raccolte in una sola Nazione.<br />
A partire dalla posizione geografica, la Malesia rappresenta un crocevia nel continente. Incastonata tra l’Indocina e la popolosissima Indonesia, questo Stato a maggioranza islamica riserva molte sorprese. A partire dalla sua straordinaria bellezza e dalla incredibile commistione di etnie e credi religiosi.</p>
<p>L’arrivo a Kuala Lumpur è già sufficiente a convincere della grandezza del Paese. Un aeroporto avveniristico, autostrade moderne che collegano lo scalo alla città, una skyline degna delle grandi città occidentali. Da amante dell’architettura moderna, Kuala Lumpur, almeno inizialmente, per me significava solo una cosa: Petronas Towers, le torri gemelle ideate da Cesar Pelli, che con i loro 452 metri sono state a lungo i grattacieli più alti del mondo, simbolo della Malesia moderna e che punta al domani.<br />
Quello che non sapevo era la simbologia che sta dietro alla loro struttura: dalla pianta a forma di stella a otto punte (simbolo ricorrente nell’Islam) ai cinque tronconi in cui si sviluppano in altezza i palazzi (che rappresentano i cinque pilastri della religione islamica: la testimonianza di fede, il rispetto del digiuno durante il Ramadan, la preghiera, l’elemosina e il pellegrinaggio alla Mecca).</p>
<p>Al di là di questi due magnifici giganti in acciaio però, Kuala Lumpur è una città molto bella, che sembra essere un tutt’uno con la giungla, che occupa rigogliosa ogni angolo non edificato. La vicinanza all’equatore provoca piogge frequenti e abbondanti, e l’umidità è spesso insostenibile.<br />
Il cuore della metropoli è sicuramente piazza Merdeka, con i suoi palazzi stupendi e il suo grande prato, sul quale svetta un’asta di 100 metri sulla quale viene issata la bandiera malesiana. Tutto intorno, costruzioni bellissime: il palazzo del sultano Abdul Samad, in stile moresco e oggi sede di una sezione dell’Alta Corte di giustizia, la Biblioteca Memoriale di Kuala Lumpur e la sontuosa Masjid Jamek, la più antica moschea della città, alla confluenza di due fiumi.</p>
<p>Ma oltre all’Islam, Kuala Lumpur ospita delle nutrite comunità cinesi e indiane, tra le altre, come testimoniato dai numerosissimi templi indù e buddhisti. Chiedendo ad un locale come la Malesia sia riuscita a far convivere così tante religioni, la risposta che si riceve più spesso recita più o meno così: “Per noi la commistione di etnie e di religioni è un’occasione per fare festa più spesso”. Certo, non si può limitare tutto a questo, e di fatto la religione ufficiale è l’Islam, e per ogni altro credo esistono numerose restrizioni. Il clima che si respira, tuttavia, è di grande tolleranza.</p>
<p style="text-align: center;">[smooth=id:34]</p>
<p>Abbandonando la capitale malese alla volta del sud del Paese, si incontra Malacca, una città cosmopolita e stupenda, che nel corso dei secoli è stata dominata dai Portoghesi, dagli Olandesi, dagli Inglesi. Ognuno ha lasciato alla città qualcosa. La collina di San Paolo, per esempio, ospita le rovine della Porta di Santiago e i resti dell’antica fortezza portoghese A’Famosa. Gli olandesi invece hanno lasciato lo Stadthuys, un tempo centro del governo coloniale, e la rossissima Chiesa del Cristo.<br />
Malacca è coloratissima, e molto diversa dal resto della Malesia, proprio per questa sua storia ricca e tormentata. Il Sud-est asiatico più autentico è qui, mentre Kuala Lumpur è più un simbolo della modernità e del progresso tecnologico verso cui le cosiddette “Tigri d’Oriente” viaggiano a grandi balzi. I giganteschi centri commerciali della capitale malese ne sono una lampante, sebbene a tratti deprimente, dimostrazione.</p>
<p>Dalla penisola di Malacca, la parte del Paese unita al continente asiatico, mi sono spostato poi verso la sua sezione insulare, quella che occupa la fascia settentrionale dell’isola del Borneo, che costeggia l’indonesiano Kalimantan e circonda su tre lati il minuscolo quanto leggendario Sultanato del Brunei.<br />
Rimanevo colpito ogni giorno dalla stranezza della lingua ufficiale parlata in Malesia, il Bahasa Malaysia, un bislacco mix tra dialetto malese, sanscrito e inglese, cinese, indù, arabo. Così come per l’architettura, la religione e la cultura, anche per la lingua ogni dominatore ha lasciato in Malesia una traccia del proprio passaggio. Così, i bagagli diventano <em>bagasi</em>, i ristoranti diventano <em>restorasi</em>, mentre l’insegnante è il <em>guru</em> e l’indipendenza è <em>merdeka</em>, dalla parola sanscrita usata per indicare gli schiavi portoghesi e olandesi portati dall’India alle Indie Orientali.</p>
<p>Il Borneo è l’isola selvaggia per antonomasia. Il suo nome fa riecheggiare nella mente racconti su pirati, tagliatori di teste, foreste tropicali, animali rari ed esploratori europei. L’impressione che si ha quando si viaggia in Sarawak e Sabah, i due stati malesiani dell’isola, è quella di essere sempre parte di qualcosa di mitico.<br />
Le due città principali, rispettivamente in Sarawak e in Sabah, sono Kuching e Kota Kinabalu.</p>
<p>Kuching sorge sulle rive di un fiume, ed ospita palazzi coloniali e moschee, torri e baracche. La sontuosa Astana e Forte Margherita sono solo una parte dell’eredità lasciata dai rajah bianchi che hanno governato queste terre per oltre un secolo. Passeggiando sul lungofiume al tramonto si ha l’impressione di essere fuori dal tempo, in una città sospesa tra passato e futuro, abitata da persone cordiali ed estremamente discrete (come il resto dei malesi).<br />
Ma a dire il vero la bellezza del Sarawak doveva ancora rivelarsi ai miei occhi. Ed è la stessa che mi ricordava di trovarmi nel Borneo, ovvero la foresta. Nella riserva di Semenggoh si entra in contatto con gli oranghi, mentre nei pressi del magnifica bacino di Batang Ai, ai confini con l’Indonesia, si possono visitare le <em>longhouse</em> degli Iban, quelli che un tempo erano i cacciatori di teste. La natura coesa della società Iban è dimostrata dalla conformazione delle loro strutture abitative. Una grande area comune che prosegue per tutta la lunghezza della longhouse, sulla quale si affacciano i <em>bilek</em>, gli “appartamenti” delle varie famiglie, una sorta di condominio in stile Borneo.<br />
Gli Iban sono degli ospiti eccellenti, felici di mostrare le loro abitazioni e raccontare le loro tradizioni, offrendo vino di riso.</p>
<p>Il Sabah, l’altro stato malese nel Borneo, è la meta perfetta per scoprire la natura lussureggiante dell’isola, dalla vetta aguzza del Monte Kinabalu alle rafflesie, i giganteschi e puzzolenti fiori tipici di questa zona, che arrivano a pesare diversi chili. La flora maleodorante sembra essere frequente in Malesia: basti pensare al frutto <em>durian</em>, che è addirittura vietato portare negli alberghi. “Puzza come l’inferno, ma ha il sapore del paradiso,” dicono da queste parti… anche se mi permetto di dissentire.<br />
Un bagno nelle caldissime acque del Sabah è meravigliosamente rilassante, anche per la vista incantevole sulle alture fitte di vegetazione della zona.<br />
La Malesia è stata una vera sorpresa. Non sapevo cosa aspettarmi prima di scoprirla, ma oggi posso dire che si tratta di uno dei luoghi più magici che abbia mai visto… la vera Asia, in un solo Paese.</p>


<p>No related posts.</p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://thetamarind.eu/2009/03/04/malaysia-truly-asia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Illuminati! È Natale…</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2008/12/12/illuminati-e-natale%e2%80%a6/</link>
		<comments>https://thetamarind.eu/2008/12/12/illuminati-e-natale%e2%80%a6/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 11 Dec 2008 23:15:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Priolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Fiori]]></category>
		<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Natale]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://thetamarind.eu/?p=1367</guid>
		<description><![CDATA[Natale sta arrivando. Siamo tutti più buoni, forse. Il mondo si illumina di mille luci. Le metropoli del pianeta si agghindano per le feste, in certi casi con uno sfarzo incredibile.
Persino chi, come il sottoscritto, ha sempre provato sentimenti contrastanti riguardo il Natale non può non chinarsi di fronte a cotanta bellezza e colore. Quest’anno poi, le varie amministrazioni comunali si stanno facendo in quattro per farci dimenticare le ristrettezze e le difficoltà che presto incontreremo, con una crisi economica incalzante i cui effetti negativi e concreti, in molti casi, ancora non si sono visti. Quello che dovrebbe essere il Natale dell’austerity sembra più che altro un Natale da boom economico. Poco importa se i consumi calano, e se molti negozi sono vuoti. Anche con un calo nei guadagni, la grande distribuzione fa festa, come sempre. I grandi marchi brindano.
A Natale bisogna fare i regali… a tutti quelli che si conoscono. Alle colleghe che stanno antipatiche, ai parenti che ci si ostina ad invitare al cenone del 24 senza davvero sapere perché, alle vecchie fiamme, ai finti amici. Non è una decisione nostra, è più che altro un qualcosa che ci viene imposto dalle convenzioni. Chi non ha voglia di passare ore e ore negli affollati centri delle città, lo fa lo stesso. Perché è giusto che sia così. Ed è così che si fa a Natale.
E non ci si può far cogliere di sorpresa, perché la corsa allo shopping natalizio è folle, disordinata, inumana. Ore di coda alle casse dei negozi, spintoni, insulti che forse ci suggeriscono che a Natale siano in pochi ad essere davvero più buoni. Negli ultimi anni sono riuscito a disintossicarmi dal Natale, non per cinismo o per qualche spinta anti-consumistica dentro di me. Semplicemente per buon senso. Non comprerò un milione e mezzo di regali, non trascorrerò giorni interi nei negozi, non spenderò un patrimonio per una ricorrenza in cui non credo. Quello che invece farò, oltre che passare tempo con la famiglia, sarà osservare la città in festa, anche se di quella festa poco mi interessa. E soprattutto, ammirare le luminarie.
A dire il vero l’ho già fatto. E nessuno, nemmeno il Grinch più incattivito, potrà negare la bellezza della grigia e fredda Milano in questi giorni. Per una volta le cose sono state fatte davvero in grande, come si addice ad una città importante.
Possiamo discorrere per ore sull’inutilità di coprire di lucine bianche la facciata del Castello Sforzesco o dello spreco di denaro ed energia che comporta l’installare dei potentissimi fari sulla Stazione Centrale (via Pisani, quella che porta in piazza della Repubblica, con i fari puntati dalla stazione al cielo, assomiglia al red carpet la notte degli Oscar). Gli automobilisti possono urlare ogni tipo di improperio contro la Moratti, visto che i fari sono assolutamente accecanti, ma non importa. Le luminarie non vengono installate perché servono a qualcosa, ma solo ed esclusivamente perché sono belle.
Naturalmente esistono un gran numero di eccezioni. Prendiamo ad esempio la mia cittadina natìa, Sanremo. Non so ancora in cosa si siano spesi i soldi quest’anno, ma posso dire che negli anni passati le viottole e le strade principali della città costiera tra le più importanti della Riviera ligure di Ponente fossero sì addobbate a festa, ma non sempre con buon gusto. Ricordo in particolare quanto fosse inquietante camminare su via Palazzo a notte inoltrata: strada deserta e pochissima luce, solo le sagome di decine di Babbi Natale gonfiabili appesi ad ogni terrazzo, come un’orda di scassinatori in maschera.
Fortunatamente però si tratta di ricordi lontani.
A Milano, come ho già detto, il Comune ha fatto sapere quanto “ci sia bisogno di speranza”, giustificando così le centinaia di migliaia di euro spesi per le illuminazioni natalizie. Il fiore all’occhiello della città al momento è naturalmente piazza Duomo, con la chiesa simbolo del capoluogo lombardo finalmente quasi del tutto spacchettata, un grande albero di Natale e la galleria maestosamente addobbata, la sua cupola ricoperta di migliaia di lucine blu. Un vero spettacolo.
Anche all’estero le grandi capitali e metropoli si preparano alle feste con illuminazioni mozzafiato, che senz’altro spingeranno alle stelle il consumo di energia elettrica e, forse, lo spirito natalizio. A Parigi gli alberi sugli Champs-Élysées sono stati foderati di lucine, sotto l’Arco di Trionfo svolazzano due gigantesche bandiere, quella francese e quella europea, una grande ruota panoramica è stata montata in Place de la Concorde, mentre la Tour Eiffel si pavoneggia con il suo colore blu, e le stelline dell’Unione Europea.
Londra, sempre sobria, ha allestito il consueto albero a Trafalgar Square, concentrandosi sulle luminarie nelle vie più importanti, da Regent Street a Oxford Street, fino ad arrivare alle installazioni luminose nella galleria di Covent Garden.
E’ come sempre New York però a schiacciare la concorrenza, con l’allestimento natalizio del Rockefeller Center, con gli angioletti, la pista di pattinaggio sotto la statua dorata di Prometeo, il gigantesco abete addobbato e i fiocchi di neve proiettati sulle pareti dei grattacieli circostanti. Nella Big Apple, nemmeno Wall Street, che quest’anno ha decisamente poco da festeggiare, ha rinunciato ad illuminarsi per Natale, con uno sfarzoso albero e migliaia di luci sul colonnato dello Stock Exchange, che, in pieno stile americano, riproducono una bandiera a stelle e striscie.
Ogni angolo del mondo si prepara alle feste. Taipei, con il grattacielo 101 (il più alto del mondo) ricoperto di LED, Berlino, con gli alberi spogli di Unter der Linden dai rami foderati di lampadine, e poi gli abeti sulla Piazza Rossa di Mosca, nella città vecchia di Praga, davanti al Campidoglio di Washington, o al Colosseo a Roma.
Sarà un Natale particolare, questo del 2008. Un Natale magro per molti, carico di preoccupazioni per tutti, di riflessioni su un anno duro che volge al termine e di uno ancora più duro alle porte.
Ma se c’è una cosa che a Natale bisogna fare, quella è festeggiare. Dimentircarsi dei guai, almeno per qualche giorno, e del portafoglio che piange, e godersi un po’ di meritato riposo in compagnia dei propri cari. Festeggiare la vita, in ogni sua forma, e indipendentemente dal [...]


Related posts:<ol><li><a href='/2009/12/17/un-altro-natale/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Un altro Natale'>Un altro Natale</a></li>
</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1403" title="galleria" src="/wp-content/files/2008/12/dscn7628-300x225.jpg" mce_src="https://thetamarind.eu/wp-content/files/2008/12/dscn7628-300x225.jpg" alt="" height="225" width="300"/>Natale sta arrivando. Siamo tutti più buoni, forse. Il mondo si illumina di mille luci. Le metropoli del pianeta si agghindano per le feste, in certi casi con uno sfarzo incredibile.<br />
Persino chi, come il sottoscritto, ha sempre provato sentimenti contrastanti riguardo il Natale non può non chinarsi di fronte a cotanta bellezza e colore. Quest’anno poi, le varie amministrazioni comunali si stanno facendo in quattro per farci dimenticare le ristrettezze e le difficoltà che presto incontreremo, con una crisi economica incalzante i cui effetti negativi e concreti, in molti casi, ancora non si sono visti. Quello che dovrebbe essere il Natale dell’<i>austerity</i> sembra più che altro un Natale da boom economico. Poco importa se i consumi calano, e se molti negozi sono vuoti. Anche con un calo nei guadagni, la grande distribuzione fa festa, come sempre. I grandi marchi brindano.<br />
A Natale bisogna fare i regali… a tutti quelli che si conoscono. Alle colleghe che stanno antipatiche, ai parenti che ci si ostina ad invitare al cenone del 24 senza davvero sapere perché, alle vecchie fiamme, ai finti amici. Non è una decisione nostra, è più che altro un qualcosa che ci viene imposto dalle convenzioni. Chi non ha voglia di passare ore e ore negli affollati centri delle città, lo fa lo stesso. Perché è giusto che sia così. Ed è così che si fa a Natale.<br />
E non ci si può far cogliere di sorpresa, perché la corsa allo shopping natalizio è folle, disordinata, inumana. Ore di coda alle casse dei negozi, spintoni, insulti che forse ci suggeriscono che a Natale siano in pochi ad essere davvero più buoni. Negli ultimi anni sono riuscito a disintossicarmi dal Natale, non per cinismo o per qualche spinta anti-consumistica dentro di me. Semplicemente per buon senso. Non comprerò un milione e mezzo di regali, non trascorrerò giorni interi nei negozi, non spenderò un patrimonio per una ricorrenza in cui non credo. Quello che invece farò, oltre che passare tempo con la famiglia, sarà osservare la città in festa, anche se di quella festa poco mi interessa. E soprattutto, ammirare le luminarie.<br />
A dire il vero l’ho già fatto. E nessuno, nemmeno il Grinch più incattivito, potrà negare la bellezza della grigia e fredda Milano in questi giorni. Per una volta le cose sono state fatte davvero in grande, come si addice ad una città importante.<br />
Possiamo discorrere per ore sull’inutilità di coprire di lucine bianche la facciata del Castello Sforzesco o dello spreco di denaro ed energia che comporta l’installare dei potentissimi fari sulla Stazione Centrale (via Pisani, quella che porta in piazza della Repubblica, con i fari puntati dalla stazione al cielo, assomiglia al <i>red carpet</i> la notte degli Oscar). Gli automobilisti possono urlare ogni tipo di improperio contro la Moratti, visto che i fari sono assolutamente accecanti, ma non importa. Le luminarie non vengono installate perché servono a qualcosa, ma solo ed esclusivamente perché sono belle.<br />
Naturalmente esistono un gran numero di eccezioni. Prendiamo ad esempio la mia cittadina natìa, Sanremo. Non so ancora in cosa si siano spesi i soldi quest’anno, ma posso dire che negli anni passati le viottole e le strade principali della città costiera tra le più importanti della Riviera ligure di Ponente fossero sì addobbate a festa, ma non sempre con buon gusto. Ricordo in particolare quanto fosse inquietante camminare su via Palazzo a notte inoltrata: strada deserta e pochissima luce, solo le sagome di decine di Babbi Natale gonfiabili appesi ad ogni terrazzo, come un’orda di scassinatori in maschera.<br />
Fortunatamente però si tratta di ricordi lontani.<br />
A Milano, come ho già detto, il Comune ha fatto sapere quanto “ci sia bisogno di speranza”, giustificando così le centinaia di migliaia di euro spesi per le illuminazioni natalizie. Il fiore all’occhiello della città al momento è naturalmente piazza Duomo, con la chiesa simbolo del capoluogo lombardo finalmente quasi del tutto spacchettata, un grande albero di Natale e la galleria maestosamente addobbata, la sua cupola ricoperta di migliaia di lucine blu. Un vero spettacolo.<br />
Anche all’estero le grandi capitali e metropoli si preparano alle feste con illuminazioni mozzafiato, che senz’altro spingeranno alle stelle il consumo di energia elettrica e, forse, lo spirito natalizio. A Parigi gli alberi sugli Champs-Élysées sono stati foderati di lucine, sotto l’Arco di Trionfo svolazzano due gigantesche bandiere, quella francese e quella europea, una grande ruota panoramica è stata montata in Place de la Concorde, mentre la Tour Eiffel si pavoneggia con il suo colore blu, e le stelline dell’Unione Europea.<br />
Londra, sempre sobria, ha allestito il consueto albero a Trafalgar Square, concentrandosi sulle luminarie nelle vie più importanti, da Regent Street a Oxford Street, fino ad arrivare alle installazioni luminose nella galleria di Covent Garden.<br />
E’ come sempre New York però a schiacciare la concorrenza, con l’allestimento natalizio del Rockefeller Center, con gli angioletti, la pista di pattinaggio sotto la statua dorata di Prometeo, il gigantesco abete addobbato e i fiocchi di neve proiettati sulle pareti dei grattacieli circostanti. Nella Big Apple, nemmeno Wall Street, che quest’anno ha decisamente poco da festeggiare, ha rinunciato ad illuminarsi per Natale, con uno sfarzoso albero e migliaia di luci sul colonnato dello Stock Exchange, che, in pieno stile americano, riproducono una bandiera a stelle e striscie.<br />
Ogni angolo del mondo si prepara alle feste. Taipei, con il grattacielo 101 (il più alto del mondo) ricoperto di LED, Berlino, con gli alberi spogli di Unter der Linden dai rami foderati di lampadine, e poi gli abeti sulla Piazza Rossa di Mosca, nella città vecchia di Praga, davanti al Campidoglio di Washington, o al Colosseo a Roma.<br />
Sarà un Natale particolare, questo del 2008. Un Natale magro per molti, carico di preoccupazioni per tutti, di riflessioni su un anno duro che volge al termine e di uno ancora più duro alle porte.<br />
Ma se c’è una cosa che a Natale bisogna fare, quella è festeggiare. Dimentircarsi dei guai, almeno per qualche giorno, e del portafoglio che piange, e godersi un po’ di meritato riposo in compagnia dei propri cari. Festeggiare la vita, in ogni sua forma, e indipendentemente dal proprio credo religioso.<br />
E se a far parte di questo climax ascendente di gaudio e celebrazione verso il 25 del mese ci sono anche migliaia di luci, tanto di guadagnato. Dimentichiamoci dell’altro uso a cui quel denaro sarebbe potuto essere destinato, della ressa nei negozi, del finto buonismo che circonda le feste.<br />
Del resto le luminarie di quest’anno hanno avuto su di me (cosa assai ardua) il potere di rendere piacevole e sorprendente una passeggiata per il centro di Milano, nonostante la calca, il freddo e il trambusto.<br />
E questo davvero non ha prezzo.</p>


<p>Related posts:<ol><li><a href='/2009/12/17/un-altro-natale/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Un altro Natale'>Un altro Natale</a></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://thetamarind.eu/2008/12/12/illuminati-e-natale%e2%80%a6/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>In crociera da Anchorage a Vancouver</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2008/12/08/in-crociera-da-anchorage-a-vancouver/</link>
		<comments>https://thetamarind.eu/2008/12/08/in-crociera-da-anchorage-a-vancouver/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 07 Dec 2008 23:22:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Priolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Alaska]]></category>
		<category><![CDATA[Canada]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://thetamarind.eu/?p=1349</guid>
		<description><![CDATA[Rientrando ad Anchorage, si può decidere di visitare il Panhandle -“manico”, il sottile lembo di terra che si spinge verso sud lungo la costa pacifica, e ospita alcuni dei più importanti centri abitati dell’Alaska. Per farlo io optai per una crociera Princess di 6 giorni fino a Vancouver.
Il primo giorno di viaggio fu dedicato alla visita al Glacier Bay National Park, un&#8217;altra riserva naturale che, come il Kenai Fjords, è possibile visitare solo dall’acqua. La grandissima nave si destreggiava tra un braccio di mare e l’altro, alla scoperta dei bellissimi ghiacciai della zona.
I ghiacciai dell’Alaska scendono lungo i pendii delle montagne fino al mare, dove formano un muro di ghiaccio alto svariati metri. Piccoli iceberg galleggiano tutto intorno.
Dalla sala della colazione notai che la nave si trovava in un meraviglioso corridoio marittimo nel quale una decina di ghiacciai si gettano in mare come cascate solide. Lingue di ghiaccio aguzze e seghettate, con una colorazione unica, bianco intenso in alcuni punti e azzurro in altri. In prossimità dei ghiacciai il mare cambiava tinta, diventando di un colore a metà tra il blu e il verde.
Proseguendo a sud lungo la costa, nei giorni seguenti scoprii le cittadine dell’Alaska sud-orientale.
C’è Skagway, terra di cercatori d’oro. Un luogo abbastanza surreale, fatto di una via principale con casette in legno, saloon e vecchi alberghi, moltissimi negozietti che cercano di rievocare i tempi della gold rush, nonostante i giacimenti auriferi fossero già belli che esauriti nel 1900. Oggi Skagway vive solo ed esclusivamente di turisti, con quasi un milione di visitatori ogni anno. Dalla cittadina si può effettuare, superando il White Pass, un’escursione nei villaggi dimenticati dello Yukon canadese (per sentirsi un Paperon dè Paperoni nel corso delle sue avventure nel Klondike).
Poi c’è Juneau, la capitale dell’Alaska, nonché luogo di lavoro di Sarah Palin e uno dei luoghi più sperduti d’America. La cittadina, con poco meno di 31.000 abitanti, si affaccia minuscola sul Gastineau Channel, e rappresenta il cuore politico dello stato. Anche per Juneau, tuttavia, gli introiti maggiori derivano dal turismo, in particolare quello che arriva con le navi da crociera.
Juneau, infatti, non è raggiungibile via terra. È isolata dal resto del continente. Ci si può arrivare solo via mare o volando. Per questo una crociera, modalità di viaggio che solitamente non prediligo, si rivelò il modo migliore di visitare il “manico” dell’Alaska.
Di fronte al triste e scuro Alaska State Capitol sorge la statua di bronzo di un orso che tiene sotto le zampe un salmone. Fuggii dal centro di Juneau (credo in tutto più piccolo della nave da crociera su cui viaggiavo) per effettuare un gita in idrovolante sull’Icefield da cui si espandono oltre 30 ghiacciai, il più celebre dei quali è sicuramente il Mendenhall.
Se si riesce a superare il terrore provocato dalle continue turbolenze, osservare i ghiacciai dall’alto è un’esperienza unica. Sembrano sul serio delle lingue ruvide che dal cuore delle montagne si srotolano violente lungo le vallate e le foreste che ne ricoprono i pendii.
Infine fu il turno dell’ultima cittadina alaskana del viaggio, Ketchikan, che, tolti il nome bizzarro e il titolo di “capitale mondiale del salmone”, è davvero incantevole, specie in una giornata di sole.
Con le aquile calve che a decine volavano da un albero all’altro, mi diressi verso il centro culturale dei nativi di questa zona dell’Alaska, dove viene mostrata l’arte dell’intarsiare il legno per creare i totem e dove le tradizioni della tribù vengono introdotte ad un pubblico attento ed entusiasta. Ma certamente tutto troppo turistico. Mi ripromisi di tornare in Alaska, per la scoperta di tradizioni più autentiche ed inalterate… chiaramente se ne riparlerà solo quando avrò vinto la lotteria.
Sopra ogni altra cosa, l’Alaska è un luogo dove è facile immaginare come sarebbe il territorio se gli esseri umani non esistessero. Sempre che la Palin e i suoi fellow Republicans non si mettano a trivellare nelle aree protette, il patrimonio naturale dello stato resterà tale da rendere la presenza dell’uomo un fattore decisamente poco rilevante. Ed è fondamentale che questa realtà non cambi.
Dopo dieci giorni di alberi, laghi, montagne e ancora alberi, l’impatto con Vancouver fu forte: durante l’approdo salii sul ponte della nave, e restai quasi folgorato dalla vista della skyline della metropoli, immagine decisamente diversa da quelle che la mia mente aveva immaganizzato nel corso del viaggio. La grande città è bella, ma tutto sommato di colate di cemento ce ne sono tante. Gli scorci dell’Alaska, invece, sono semplicemente unici.
&#160;



Related posts:Alaska, dove il mondo finisce



Related posts:<ol><li><a href='/2008/11/30/alaska-dove-il-mondo-finisce/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Alaska, dove il mondo finisce'>Alaska, dove il mondo finisce</a></li>
</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Rientrando ad Anchorage, si può decidere di visitare il Panhandle -“manico”, il sottile lembo di terra che si spinge verso sud lungo la costa pacifica, e ospita alcuni dei più importanti centri abitati dell’Alaska. Per farlo io optai per una crociera Princess di 6 giorni fino a Vancouver.<br />
Il primo giorno di viaggio fu dedicato alla visita al Glacier Bay National Park, un&#8217;altra riserva naturale che, come il Kenai Fjords, è possibile visitare solo dall’acqua. La grandissima nave si destreggiava tra un braccio di mare e l’altro, alla scoperta dei bellissimi ghiacciai della zona.<br />
I ghiacciai dell’Alaska scendono lungo i pendii delle montagne fino al mare, dove formano un muro di ghiaccio alto svariati metri. Piccoli iceberg galleggiano tutto intorno.<br />
Dalla sala della colazione notai che la nave si trovava in un meraviglioso corridoio marittimo nel quale una decina di ghiacciai si gettano in mare come cascate solide. Lingue di ghiaccio aguzze e seghettate, con una colorazione unica, bianco intenso in alcuni punti e azzurro in altri. In prossimità dei ghiacciai il mare cambiava tinta, diventando di un colore a metà tra il blu e il verde.<br />
Proseguendo a sud lungo la costa, nei giorni seguenti scoprii le cittadine dell’Alaska sud-orientale.<br />
C’è Skagway, terra di cercatori d’oro. Un luogo abbastanza surreale, fatto di una via principale con casette in legno, saloon e vecchi alberghi, moltissimi negozietti che cercano di rievocare i tempi della gold rush, nonostante i giacimenti auriferi fossero già belli che esauriti nel 1900. Oggi Skagway vive solo ed esclusivamente di turisti, con quasi un milione di visitatori ogni anno. Dalla cittadina si può effettuare, superando il White Pass, un’escursione nei villaggi dimenticati dello Yukon canadese (per sentirsi un Paperon dè Paperoni nel corso delle sue avventure nel Klondike).<br />
Poi c’è Juneau, la capitale dell’Alaska, nonché luogo di lavoro di Sarah Palin e uno dei luoghi più sperduti d’America. La cittadina, con poco meno di 31.000 abitanti, si affaccia minuscola sul Gastineau Channel, e rappresenta il cuore politico dello stato. Anche per Juneau, tuttavia, gli introiti maggiori derivano dal turismo, in particolare quello che arriva con le navi da crociera.<br />
Juneau, infatti, non è raggiungibile via terra. È isolata dal resto del continente. Ci si può arrivare solo via mare o volando. Per questo una crociera, modalità di viaggio che solitamente non prediligo, si rivelò il modo migliore di visitare il “manico” dell’Alaska.<br />
Di fronte al triste e scuro Alaska State Capitol sorge la statua di bronzo di un orso che tiene sotto le zampe un salmone. Fuggii dal centro di Juneau (credo in tutto più piccolo della nave da crociera su cui viaggiavo) per effettuare un gita in idrovolante sull’Icefield da cui si espandono oltre 30 ghiacciai, il più celebre dei quali è sicuramente il Mendenhall.<br />
Se si riesce a superare il terrore provocato dalle continue turbolenze, osservare i ghiacciai dall’alto è un’esperienza unica. Sembrano sul serio delle lingue ruvide che dal cuore delle montagne si srotolano violente lungo le vallate e le foreste che ne ricoprono i pendii.<br />
Infine fu il turno dell’ultima cittadina alaskana del viaggio, Ketchikan, che, tolti il nome bizzarro e il titolo di “capitale mondiale del salmone”, è davvero incantevole, specie in una giornata di sole.<br />
Con le aquile calve che a decine volavano da un albero all’altro, mi diressi verso il centro culturale dei nativi di questa zona dell’Alaska, dove viene mostrata l’arte dell’intarsiare il legno per creare i totem e dove le tradizioni della tribù vengono introdotte ad un pubblico attento ed entusiasta. Ma certamente tutto troppo turistico. Mi ripromisi di tornare in Alaska, per la scoperta di tradizioni più autentiche ed inalterate… chiaramente se ne riparlerà solo quando avrò vinto la lotteria.<br />
Sopra ogni altra cosa, l’Alaska è un luogo dove è facile immaginare come sarebbe il territorio se gli esseri umani non esistessero. Sempre che la Palin e i suoi fellow Republicans non si mettano a trivellare nelle aree protette, il patrimonio naturale dello stato resterà tale da rendere la presenza dell’uomo un fattore decisamente poco rilevante. Ed è fondamentale che questa realtà non cambi.<br />
Dopo dieci giorni di alberi, laghi, montagne e ancora alberi, l’impatto con Vancouver fu forte: durante l’approdo salii sul ponte della nave, e restai quasi folgorato dalla vista della skyline della metropoli, immagine decisamente diversa da quelle che la mia mente aveva immaganizzato nel corso del viaggio. La grande città è bella, ma tutto sommato di colate di cemento ce ne sono tante. Gli scorci dell’Alaska, invece, sono semplicemente unici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"></p>


<p>Related posts:<ol><li><a href='/2008/11/30/alaska-dove-il-mondo-finisce/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Alaska, dove il mondo finisce'>Alaska, dove il mondo finisce</a></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://thetamarind.eu/2008/12/08/in-crociera-da-anchorage-a-vancouver/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Alaska, dove il mondo finisce</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2008/11/30/alaska-dove-il-mondo-finisce/</link>
		<comments>https://thetamarind.eu/2008/11/30/alaska-dove-il-mondo-finisce/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 30 Nov 2008 19:42:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Priolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Alaska]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://thetamarind.eu/?p=1297</guid>
		<description><![CDATA[Pochi luoghi al mondo sono remoti quanto l’Alaska. E non si tratta solo della disumana distanza che la separa da noi, o del viaggio infinito che è necessario per raggiungerla. L’Alaska è davvero The Last Frontier, e il suo essere remota ed irraggiungibile è la sua caratteristica più peculiare, suo punto forte e insieme debole. Essere in Alaska significa in effetti essere fuori dal mondo.
Raggiungerla dall’Europa comporta uno scalo negli States, in una grande città dei “Lower 48” (come in Alaska vengono chiamati i quarantotto stati contigui).
Atterrando ad Anchorage alle 23 locali in estate, stupisce subito notare quanta luce ci sia ancora, con il celebre sole di mezzanotte da qualche parte poco sopra l’orizzonte. Oddio, di sole non è che se ne vedesse molto. A dire il vero era tutto molto scuro, sempre. Ma non abbastanza da permettere un sonno davvero ristoratore la notte, durante la quale il buio vero dura appena un paio di ore.
Al contrario, in inverno si arrivano anche ad avere ventidue ore di buio al giorno, con temperature che sarebbe un eufemismo definire rigide. In questa occasione gli Alaskani si rintanano nei bar a sbronzarsi, e questa sembra essere la principale occupazione di molti dei circa 700mila abitanti dello Stato, la cui superficie supera il milione e mezzo di chilometri quadrati (oltre 2 volte il Texas).
Anchorage è la principale città dello Stato, ma non offre un granché. In Alaska certamente non si va per visitare i centri urbani, ma per ammirare la natura incontaminata e sublime che questo gigantesco territorio offre.
Certo, per gli Stati Uniti, che la comprarono dalla Russia nel lontano 1867 per 7,2 milioni di dollari, l’Alaska rappresenta un enorme bacino di risorse, dal legno delle sconfinate foreste al petrolio che da Prudhoe Bay, sul Mar Glaciale Artico, viene inviato a Valdez, sul Pacifico, attraverso un oleodotto lungo oltre 1.250 chilometri, circa quanto l’Italia (l’esportazione di energia rappresenta l’80% dell’economia statale).
La struttura rappresenta senz’altro l’attrazione più interessante dell’Alaska dal punto di vista dell’artificiale, il che è tutto dire. È quando si tratta di natura che essa non ha pari.
La prima esperienza con il patrimonio naturale dell’Alaska la ebbi la mattina dopo il mio arrivo ad Anchorage, quando in un quartiere del centro città vidi un alce zompettare sereno tra una casa e l’altra. Quando si dice “incontaminato” non si sa cosa si intende, fino a che non si va in Alaska.
L’impatto dell’uomo è ridotto al minimo, come è possibile scoprire recandosi al Kenai Fjords National Park, una delle tante riserve naturali dello Stato. Con un barca che parte da Seward è possibile esplorare i fiordi, le baie e le mille insenature che compongono il parco, quasi interamente costituito di acqua.
È facile avvistare molta wildlife, come in ogni altro parco d’America. Non essendo esattamente un lupo di mare, però, personalmente non riuscii a godermi fino in fondo le bellezze del parco. Ma due furono le cose che non compresi della gitarella in barca di sei ore: primo, cosa usassero gli Americani per foderarsi lo stomaco e poter poi ingurgitare chili di pesce fritto (la specialità locale è l’halibut) senza minimamente patire il mal di mare; secondo, perché il capitano avesse deciso di spingersi in mare aperto, con onde altissime, quando ogni balena e orca che riuscimmo ad avvistare si trovava nelle insenature in cui l’acqua era più calma.
Devo dire che vedere una balena è un’emozione, anche se un po’ inquietante. Un animale enorme, di cui si intravede una minima porzione che in realtà prosegue sott’acqua per svariati metri e tonnellate. Uno sbuffo d’acqua, quindi una grossa massa grigiastra che affiora in superficie.
Le orche invece si muovono in branco, e fu più semplice individuarle nell’acqua increspata e grigia di quanto non fosse stato per gli altri cetacei, grazie anche ai loro colori, nero e bianco.
La cosa più curiosa, in un raro momento di benessere, fu vedere la sagoma di una balena seguire, come per gioco, un kayak lungo la costa, e poco più in alto un gruppo di capre di montagna brucare su uno dei prati in cima ai faraglioni a picco sui fiordi.
Balene e capre selvatiche in libertà a trenta metri di distanza le une dalle altre non sono uno spettacolo di tutti i giorni.
Dopo la difficile giornata di whale-watching, tornai nel comfort della “grande città”. Anchorage era esattamente uguale al giorno prima, deserta e grigia. Il cielo plumbeo.
Il giorno dopo mi diressi verso nord, lungo l’unica vera strada dell’Alaska, quella per Fairbanks, la principale città dell’Interior. Passai da Wasilla, senza sapere ancora chi fosse Sarah Palin, fino ad un paio di anni prima sindaco della cittadina e tre mesi dopo il mio viaggio in Alaska governatrice.
Prima di arrivare a Fairbanks, però, mi fermai a visitare uno dei più grandi parchi nazionali americani, il Denali National Park, noto per ospitare tra le altre cose il monte McKinley, il più alto del Nord America, con i suoi 6.194 metri.
Per garantire il minor impatto possibile da parte dei turisti su un’area sterminata in cui è stata anche istituita una riserva della biosfera, le autorità del parco decisero che l’unico modo di esplorare il Denali (il nome nativo del monte McKinley, che significa “quello grande”) è saltare su uno dei vecchi scuolabus riadattati a navette che percorrono incessantemente l’unica strada che per ottanta chilometri si inoltra nel parco, costeggiando montagne e baratri, fiumi e pianure. Una singola riga d’asfalto su una superficie immensa.
Sebben l’avvistamento degli animali non sia semplice come in altri parchi più piccoli, riuscii comunque a vedere due grizzly, diversi caribou, e persino un lupo in lontananza.
Fu vagamente allarmante ascoltare i consigli del conducente del bus, che invitava ad essere prudenti nel caso avessimo deciso di abbandonare la strada per una scampagnata. “Se vedete un orso, cercate di non fargli capire di avere paura. Allargate le braccia, e parlate con un tono basso di voce e molto lentamente. Se invece vedete un alce, beh… allora correte, perché vi caricherà di certo,” esclamò con naturalezza.
I panorami del Denali sono infiniti, vallate solcate da torrenti e circondate su [...]


Related posts:<ol><li><a href='/2008/03/26/al-centro-del-nuovo-mondo-panama/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Al centro del &#8220;Nuovo Mondo&#8221;, Panamà'>Al centro del &#8220;Nuovo Mondo&#8221;, Panamà</a></li>
<li><a href='/2008/09/13/il-paese-dove-le-cose-succedono-per-davvero/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Il Paese dove le cose succedono per davvero'>Il Paese dove le cose succedono per davvero</a></li>
<li><a href='/2009/02/08/la-dove-non-batte-il-sole/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Là dove non batte il sole'>Là dove non batte il sole</a></li>
</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pochi luoghi al mondo sono remoti quanto l’Alaska. E non si tratta solo della disumana distanza che la separa da noi, o del viaggio infinito che è necessario per raggiungerla. L’Alaska è davvero <em>The Last Frontier</em>, e il suo essere remota ed irraggiungibile è la sua caratteristica più peculiare, suo punto forte e insieme debole. Essere in Alaska significa in effetti essere fuori dal mondo.<br />
Raggiungerla dall’Europa comporta uno scalo negli States, in una grande città dei “Lower 48” (come in Alaska vengono chiamati i quarantotto stati contigui).<br />
Atterrando ad Anchorage alle 23 locali in estate, stupisce subito notare quanta luce ci sia ancora, con il celebre sole di mezzanotte da qualche parte poco sopra l’orizzonte. Oddio, di sole non è che se ne vedesse molto. A dire il vero era tutto molto scuro, sempre. Ma non abbastanza da permettere un sonno davvero ristoratore la notte, durante la quale il buio vero dura appena un paio di ore.<br />
Al contrario, in inverno si arrivano anche ad avere ventidue ore di buio al giorno, con temperature che sarebbe un eufemismo definire rigide. In questa occasione gli Alaskani si rintanano nei bar a sbronzarsi, e questa sembra essere la principale occupazione di molti dei circa 700mila abitanti dello Stato, la cui superficie supera il milione e mezzo di chilometri quadrati (oltre 2 volte il Texas).<br />
Anchorage è la principale città dello Stato, ma non offre un granché. In Alaska certamente non si va per visitare i centri urbani, ma per ammirare la natura incontaminata e sublime che questo gigantesco territorio offre.<br />
Certo, per gli Stati Uniti, che la comprarono dalla Russia nel lontano 1867 per 7,2 milioni di dollari, l’Alaska rappresenta un enorme bacino di risorse, dal legno delle sconfinate foreste al petrolio che da Prudhoe Bay, sul Mar Glaciale Artico, viene inviato a Valdez, sul Pacifico, attraverso un oleodotto lungo oltre 1.250 chilometri, circa quanto l’Italia (l’esportazione di energia rappresenta l’80% dell’economia statale).<br />
La struttura rappresenta senz’altro l’attrazione più interessante dell’Alaska dal punto di vista dell’artificiale, il che è tutto dire. È quando si tratta di natura che essa non ha pari.<br />
La prima esperienza con il patrimonio naturale dell’Alaska la ebbi la mattina dopo il mio arrivo ad Anchorage, quando in un quartiere del centro città vidi un alce zompettare sereno tra una casa e l’altra. Quando si dice “incontaminato” non si sa cosa si intende, fino a che non si va in Alaska.<br />
L’impatto dell’uomo è ridotto al minimo, come è possibile scoprire recandosi al Kenai Fjords National Park, una delle tante riserve naturali dello Stato. Con un barca che parte da Seward è possibile esplorare i fiordi, le baie e le mille insenature che compongono il parco, quasi interamente costituito di acqua.<br />
È facile avvistare molta <em>wildlife</em>, come in ogni altro parco d’America. Non essendo esattamente un lupo di mare, però, personalmente non riuscii a godermi fino in fondo le bellezze del parco. Ma due furono le cose che non compresi della gitarella in barca di sei ore: primo, cosa usassero gli Americani per foderarsi lo stomaco e poter poi ingurgitare chili di pesce fritto (la specialità locale è l’halibut) senza minimamente patire il mal di mare; secondo, perché il capitano avesse deciso di spingersi in mare aperto, con onde altissime, quando ogni balena e orca che riuscimmo ad avvistare si trovava nelle insenature in cui l’acqua era più calma.<br />
Devo dire che vedere una balena è un’emozione, anche se un po’ inquietante. Un animale enorme, di cui si intravede una minima porzione che in realtà prosegue sott’acqua per svariati metri e tonnellate. Uno sbuffo d’acqua, quindi una grossa massa grigiastra che affiora in superficie.<br />
Le orche invece si muovono in branco, e fu più semplice individuarle nell’acqua increspata e grigia di quanto non fosse stato per gli altri cetacei, grazie anche ai loro colori, nero e bianco.<br />
La cosa più curiosa, in un raro momento di benessere, fu vedere la sagoma di una balena seguire, come per gioco, un kayak lungo la costa, e poco più in alto un gruppo di capre di montagna brucare su uno dei prati in cima ai faraglioni a picco sui fiordi.<br />
Balene e capre selvatiche in libertà a trenta metri di distanza le une dalle altre non sono uno spettacolo di tutti i giorni.<br />
Dopo la difficile giornata di whale-watching, tornai nel comfort della “grande città”. Anchorage era esattamente uguale al giorno prima, deserta e grigia. Il cielo plumbeo.<br />
Il giorno dopo mi diressi verso nord, lungo l’unica vera strada dell’Alaska, quella per Fairbanks, la principale città dell’Interior. Passai da Wasilla, senza sapere ancora chi fosse Sarah Palin, fino ad un paio di anni prima sindaco della cittadina e tre mesi dopo il mio viaggio in Alaska governatrice.<br />
Prima di arrivare a Fairbanks, però, mi fermai a visitare uno dei più grandi parchi nazionali americani, il Denali National Park, noto per ospitare tra le altre cose il monte McKinley, il più alto del Nord America, con i suoi 6.194 metri.<br />
Per garantire il minor impatto possibile da parte dei turisti su un’area sterminata in cui è stata anche istituita una riserva della biosfera, le autorità del parco decisero che l’unico modo di esplorare il Denali (il nome nativo del monte McKinley, che significa “quello grande”) è saltare su uno dei vecchi scuolabus riadattati a navette che percorrono incessantemente l’unica strada che per ottanta chilometri si inoltra nel parco, costeggiando montagne e baratri, fiumi e pianure. Una singola riga d’asfalto su una superficie immensa.<br />
Sebben l’avvistamento degli animali non sia semplice come in altri parchi più piccoli, riuscii comunque a vedere due grizzly, diversi caribou, e persino un lupo in lontananza.<br />
Fu vagamente allarmante ascoltare i consigli del conducente del bus, che invitava ad essere prudenti nel caso avessimo deciso di abbandonare la strada per una scampagnata. “Se vedete un orso, cercate di non fargli capire di avere paura. Allargate le braccia, e parlate con un tono basso di voce e molto lentamente. Se invece vedete un alce, beh… allora correte, perché vi caricherà di certo,” esclamò con naturalezza.<br />
I panorami del Denali sono infiniti, vallate solcate da torrenti e circondate su ogni lato da montagne di diversi colori e picchi aguzzi, ancora macchiati di neve e illuminati da un caldo sole estivo. La vita in Alaska torna con l’estate, quando le nevi si sciolgono e il gelo abbandona queste terre di confine, e ai confini del mondo.<br />
In particolare c’è una specie animale che sembra beneficiare smodatamente dell’arrivo della stagione calda, le famigerate zanzare, note come <em>no see’ms</em>, “non li vedi”, che a milioni svolazzano attorno a qualsiasi pozza d’acqua o zona umida. Si chiamano così per la loro dimensione ridottissima, che le rende quasi impossibili da vedere… ma certamente non da sentire, con le loro punture fastidiosissime.<br />
La mastodontica sagoma del Mount McKinley è quasi sempre circondata dalle nuvole, e quindi molto difficile da vedere. Ma per mia fortuna ero riuscito ad intravederla la mattina, mentre mi dirigevo al parco.<br />
Circa duecento chilometri a nord del Denali sorge Fairbanks, città priva di qualsiasi interesse dal punto di vista turistico, che probabilmente non sarebbe che un villaggio se non fosse stato per l’importanza strategica dell’Alaska nel corso del Novecento (lo stesso sistema stradale alaskano, seppur quasi inesistente, fu in parte espanso proprio dall’esercito americano per scopi militari).<br />
Molti centri dell’Alaska devono la loro nascita e a volte fortuna alle diverse corse all’oro che si sono susseguite nel corso degli anni, tra Ottocento e Novecento. Fairbanks non fa eccezione: prima l’oro poi la posizione strategica ne determinarono la crescita. Oggi la città è principalmente base per le escursioni (in aereo) nel North Slope dell’Alaska, dalle gite organizzate nel parco Gates of the Arctic a quelle a Barrow, per entrare in contatto con la cultura Inupiat (eschimese) nel punto più settentrionale degli Stati Uniti, fino alle avventure in Kamchatka, oltre lo stretto di Bering (per un giocatore di Risiko, una vera e propria istituzione).<br />
Naturalmente tutte queste escursioni costano un occhio dalla testa. Non potendomele permettere, ripiegai per una puntatina lungo la celeberrima Dalton Highway, la strada sterrata che da Fairbanks si spinge verso gli <em>oil fields</em> di Prudhoe Bay su al nord per 666 chilometri, attraversando cittadine dai nomi sinistri, quali Coldfoot o Deadhorse.<br />
Lungo la strada corre l’oleodotto di petrolio, due linee dritte che proseguono parallele fino all’orizzonte, immerse in una distesa di alberi che sembra non avere fine. Devo dire che dopo un po’ ci si stanca quasi a non vedere altro che alberi, a perdita d’occhio, senza soluzione di continuità.<br />
C’è qualcosa di estremamente inquietante nel leggere cartelli che annunciano “l’assenza di servizi per le prossime 250 miglia”. Nel caso di guasto alla macchina, o altre emergenze, non ci sono soluzioni, se non il pregare che qualcun’altra abbia avuto abbastanza fegato da inoltrarsi lungo la Dalton, infestata dai no <em>see’ms</em> e immersa nell’oblio geografico.</p>
<p style="text-align: center;">[smooth=id:21]</p>


<p>Related posts:<ol><li><a href='/2008/03/26/al-centro-del-nuovo-mondo-panama/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Al centro del &#8220;Nuovo Mondo&#8221;, Panamà'>Al centro del &#8220;Nuovo Mondo&#8221;, Panamà</a></li>
<li><a href='/2008/09/13/il-paese-dove-le-cose-succedono-per-davvero/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Il Paese dove le cose succedono per davvero'>Il Paese dove le cose succedono per davvero</a></li>
<li><a href='/2009/02/08/la-dove-non-batte-il-sole/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Là dove non batte il sole'>Là dove non batte il sole</a></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://thetamarind.eu/2008/11/30/alaska-dove-il-mondo-finisce/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il crollo della Babele</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2008/11/22/il-crollo-della-babele/</link>
		<comments>https://thetamarind.eu/2008/11/22/il-crollo-della-babele/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 22 Nov 2008 01:06:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Priolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[librerie]]></category>
		<category><![CDATA[omosessualità]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[tolleranza]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://thetamarind.eu/?p=1179</guid>
		<description><![CDATA[L’Italia, nonostante qualche progresso, è rimasta agli anni Sessanta per quanto riguarda il riconoscimento della realtà omosessuale. Questa è una verità di cui tutti sono al corrente: lo sono gli stessi membri della società lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, transgender), che lamentano le differenze tra il nostro paese e l’estero, ma lo sono anche tutti quegli Italiani “normali” che si ostinano a negare l’esistenza della questione dei diritti di chi è “diverso”.
L’ennesima notizia di un fallimento in questo senso è arrivata questa settimana, con l’annuncio, in realtà già temuto da molti, che la libreria Babele di Milano avesse chiuso i battenti dopo 21 anni di attività.
Quando aprì nel 1987 e per i vent’anni successivi, la Babele rappresentò l’unica libreria di genere interamente dedicata alla cultura e alla letteratura gay a Milano. Fino all’apertura nel 1993 della succursale romana (poi divenuta indipendente sul piano societario), restò di fatto l’unica in Italia.
L’idea di aprire una libreria gay in Italia balenò nella mente di Felix Cossolo, il quale, comproprietario della rivista Babilonia, si era ispirato al modello parigino de “Les mots à la bouche”, dove nei mesi successivi si recò spesso alla ricerca di libri da vendere a Milano (la grande difficoltà iniziale della Babele).
La clientela non mancava, grazie anche alla posizione strategica del locale, in via Sammartini, proprio a ridosso della stazione Centrale e dell’allora nascosta gay street. Da uno spazio angusto all’altro, l’attività crebbe. Dopo qualche anno, Cossolo lasciò la Babele per dedicarsi al ben più lucroso mondo dei locali, e Gianni Delle Foglie fece il suo ingresso nella gestione della libreria.
Da buon commerciante, Delle Foglie si occupava dell’aspetto amministrativo e economico dell’esercizio, lasciando Francesco Ingargiola a ricercare libri e nuove pubblicazione, nella continua attività di aggiornamento del catalogo.
Nel 1993, come già accennato, aprì la succursale romana della Babele, proprio ad opera di Ingargiola, che i primi tempi si trovò a dover fronteggiare la realtà della capitale, più diffidente e chiusa di quella milanese.
Nel mentre, il futuro della Babele di Milano sembrava via via più roseo: oltre ad un flusso stabile di clienti, la libreria continuò a gestire gli ordini anche per la filiale di Roma e potè inoltre godere di una reputazione molto positiva, dovuta al suo essere indipendente tanto dalla politicità dei gruppi per i diritti lgbt quanto dal denaro, attorno al quale ruotava l’esistenza stessa dei locali e delle discoteche.
Nel 1998 Ingargiola morì di AIDS, e le due librerie persero la persona che più era abile nella ricerca delle nuove uscite e nella gestione del catalogo. Al suo posto arrivò Giuseppe Lo Presti, conosciuto dalla clientela milanese in quanto commesso della libreria per molti anni.
Grazie ad un meccanismo ben rodato, la libreria è sempre sopravvissuta alle iniziative concorrenziali che le varie catene (come Feltrinelli, Mondadori e Fnac) hanno mano a mano attivato.
Nel 2000 la Babele abbandonò Gay Street per trasferirsi in via San Nicolao, dietro Cadorna, in un locale grandissimo e molto oneroso per quanto riguardava l’affitto e le spese. Tuttavia i costi erano condivisi con altre due realtà commerciali, un negozio di abbigliamento leather e una agenzia di viaggi. Inoltre, il piano interrato del locale offriva un ampio spazio per mostre ed installazioni.
L’ottimismo era tra l’altro stimolato anche dal progetto di creare una sorta di “palazzina gay” nello stabile di via San Nicolao, nel quale già si trovava lo studio grafico Echo Communication, che si occupava anche della pubblicazione di libri gay e che, con l’aiuto della Babele, portò nell’edificio anche la rivista “Pride”.
I problemi iniziarono con il deteriorarsi dei rapporti tra Delle Foglie e Lo Presti, il quale ben presto uscì di scena lasciando la Babele senza una figura esperta nell’analisi del mercato delle nuove offerte librarie. La reazione di Delle Foglie fu quella di non lasciare più a nessuno la responsabilità di scegliere i libri e gestire gli ordini, nonostante egli stesso non avesse particolari capacità in questo ambito.
Dal momento che la libreria offriva sempre meno nuove uscite, il flusso di clientela diminuì. La situazione economica della Babele fu inoltre aggravata dall’impossibilità di dividire le spese con l’agenzia di viaggi e il negozio di abbigliamento, che fallirono nel giro di poco tempo, e da una crisi economica sempre più incalzante. Come se non bastasse, la “cartolarizzazione” attuata da Tremonti nel 2006 fece schizzare alle stelle l’affitto, quando Delle Foglie decise di mantenere la sede in via San Nicolao, invece di trasferirla altrove, come fecero “Pride” ed Echo Communication.
Solo per coprire i 4.000 euro mensili di affitto, la libreria avrebbe dovuto fatturare 14.000 euro con la vendita dei libri (oltre un migliaio di titoli al mese!). Considerando tutte le altre spese, non stupisce che oggi essa non esista più. Oltre a ciò, Delle Foglie non ammise mai l’esistenza della crisi e non seppe pubblicizzare, specialmente tramite internet, la propria attività.
Nel giro di pochi mesi, a Delle Foglie (spesso era egli stesso a coprire i buchi nel bilancio di tasca sua) non restò che cedere l’attività, che venne rilevata da Rolando Canzano, già commesso negli anni precedenti.
Sarebbe potuto essere un nuovo inizio per la Babele di Milano, ma la prematura morte di Gianni Delle Foglie, stroncato da un infarto nel giugno del 2007, cancellò ogni speranza sul futuro della libreria.
La crisi non si risolse nemmeno con la gestione di Canzano, che pare fosse entrato in trattative con Arcigay per una nuova cessione. L’accordo sembrava fatto, eppure l’Arcigay tardava a firmare il contratto. Fatto sta che la Babele è ancora chiusa, che sia per lo sfratto avvenuto improvvisamente secondo la versione ufficiale oppure per l’accettazione da parte di Canzano della buona uscita, offerta dal proprietario dello stabile già anni prima.
Sicuramente la libreria non riaprirà in via San Nicolao, ma tutta questa vicenda dovrebbe farci riflettere sulla necessità che riapra. Probabilmente la chiusura della Babele è solo la punta dell’iceberg, in un settore in crisi nera come quello dei libri. In tempi di congiuntura economica negativa si legge di meno, e a maggior ragione una libreria di piccolo taglio avrà maggiori difficoltà a restare a galla.
Nel nostro paese l’individualismo è [...]


Related posts:<ol><li><a href='/2009/01/21/l%e2%80%99ostacolo-della-passione/' rel='bookmark' title='Permanent Link: L’ostacolo della passione'>L’ostacolo della passione</a></li>
<li><a href='/2008/12/03/la-forza-della-pubblicita/' rel='bookmark' title='Permanent Link: La forza della pubblicità'>La forza della pubblicità</a></li>
<li><a href='/2008/05/09/alla-ricerca-della-civilta-universale/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Alla ricerca della civiltà universale'>Alla ricerca della civiltà universale</a></li>
</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1180" title="Babele 17 dec 2005 Foto Giovanni Dall'Orto" src="/wp-content/files/2008/11/babele-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" />L’Italia, nonostante qualche progresso, è rimasta agli anni Sessanta per quanto riguarda il riconoscimento della realtà omosessuale. Questa è una verità di cui tutti sono al corrente: lo sono gli stessi membri della società <em>lgbt</em> (lesbiche, gay, bisessuali, transgender), che lamentano le differenze tra il nostro paese e l’estero, ma lo sono anche tutti quegli Italiani “normali” che si ostinano a negare l’esistenza della questione dei diritti di chi è “diverso”.</p>
<p>L’ennesima notizia di un fallimento in questo senso è arrivata questa settimana, con l’annuncio, in realtà già temuto da molti, che la libreria Babele di Milano avesse chiuso i battenti dopo 21 anni di attività.</p>
<p>Quando aprì nel 1987 e per i vent’anni successivi, la Babele rappresentò l’unica libreria di genere interamente dedicata alla cultura e alla letteratura gay a Milano. Fino all’apertura nel 1993 della succursale romana (poi divenuta indipendente sul piano societario), restò di fatto l’unica in Italia.</p>
<p>L’idea di aprire una libreria gay in Italia balenò nella mente di Felix Cossolo, il quale, comproprietario della rivista <em>Babilonia</em>, si era ispirato al modello parigino de “Les mots à la bouche”, dove nei mesi successivi si recò spesso alla ricerca di libri da vendere a Milano (la grande difficoltà iniziale della Babele).</p>
<p>La clientela non mancava, grazie anche alla posizione strategica del locale, in via Sammartini, proprio a ridosso della stazione Centrale e dell’allora nascosta gay street. Da uno spazio angusto all’altro, l’attività crebbe. Dopo qualche anno, Cossolo lasciò la Babele per dedicarsi al ben più lucroso mondo dei locali, e Gianni Delle Foglie fece il suo ingresso nella gestione della libreria.</p>
<p>Da buon commerciante, Delle Foglie si occupava dell’aspetto amministrativo e economico dell’esercizio, lasciando Francesco Ingargiola a ricercare libri e nuove pubblicazione, nella continua attività di aggiornamento del catalogo.</p>
<p>Nel 1993, come già accennato, aprì la succursale romana della Babele, proprio ad opera di Ingargiola, che i primi tempi si trovò a dover fronteggiare la realtà della capitale, più diffidente e chiusa di quella milanese.</p>
<p>Nel mentre, il futuro della Babele di Milano sembrava via via più roseo: oltre ad un flusso stabile di clienti, la libreria continuò a gestire gli ordini anche per la filiale di Roma e potè inoltre godere di una reputazione molto positiva, dovuta al suo essere indipendente tanto dalla politicità dei gruppi per i diritti lgbt quanto dal denaro, attorno al quale ruotava l’esistenza stessa dei locali e delle discoteche.</p>
<p>Nel 1998 Ingargiola morì di AIDS, e le due librerie persero la persona che più era abile nella ricerca delle nuove uscite e nella gestione del catalogo. Al suo posto arrivò Giuseppe Lo Presti, conosciuto dalla clientela milanese in quanto commesso della libreria per molti anni.</p>
<p>Grazie ad un meccanismo ben rodato, la libreria è sempre sopravvissuta alle iniziative concorrenziali che le varie catene (come Feltrinelli, Mondadori e Fnac) hanno mano a mano attivato.</p>
<p>Nel 2000 la Babele abbandonò Gay Street per trasferirsi in via San Nicolao, dietro Cadorna, in un locale grandissimo e molto oneroso per quanto riguardava l’affitto e le spese. Tuttavia i costi erano condivisi con altre due realtà commerciali, un negozio di abbigliamento leather e una agenzia di viaggi. Inoltre, il piano interrato del locale offriva un ampio spazio per mostre ed installazioni.</p>
<p>L’ottimismo era tra l’altro stimolato anche dal progetto di creare una sorta di “palazzina gay” nello stabile di via San Nicolao, nel quale già si trovava lo studio grafico Echo Communication, che si occupava anche della pubblicazione di libri gay e che, con l’aiuto della Babele, portò nell’edificio anche la rivista “Pride”.</p>
<p>I problemi iniziarono con il deteriorarsi dei rapporti tra Delle Foglie e Lo Presti, il quale ben presto uscì di scena lasciando la Babele senza una figura esperta nell’analisi del mercato delle nuove offerte librarie. La reazione di Delle Foglie fu quella di non lasciare più a nessuno la responsabilità di scegliere i libri e gestire gli ordini, nonostante egli stesso non avesse particolari capacità in questo ambito.</p>
<p>Dal momento che la libreria offriva sempre meno nuove uscite, il flusso di clientela diminuì. La situazione economica della Babele fu inoltre aggravata dall’impossibilità di dividire le spese con l’agenzia di viaggi e il negozio di abbigliamento, che fallirono nel giro di poco tempo, e da una crisi economica sempre più incalzante. Come se non bastasse, la “cartolarizzazione” attuata da Tremonti nel 2006 fece schizzare alle stelle l’affitto, quando Delle Foglie decise di mantenere la sede in via San Nicolao, invece di trasferirla altrove, come fecero “Pride” ed Echo Communication.</p>
<p>Solo per coprire i 4.000 euro mensili di affitto, la libreria avrebbe dovuto fatturare 14.000 euro con la vendita dei libri (oltre un migliaio di titoli al mese!). Considerando tutte le altre spese, non stupisce che oggi essa non esista più. Oltre a ciò, Delle Foglie non ammise mai l’esistenza della crisi e non seppe pubblicizzare, specialmente tramite internet, la propria attività.</p>
<p>Nel giro di pochi mesi, a Delle Foglie (spesso era egli stesso a coprire i buchi nel bilancio di tasca sua) non restò che cedere l’attività, che venne rilevata da Rolando Canzano, già commesso negli anni precedenti.</p>
<p>Sarebbe potuto essere un nuovo inizio per la Babele di Milano, ma la prematura morte di Gianni Delle Foglie, stroncato da un infarto nel giugno del 2007, cancellò ogni speranza sul futuro della libreria.</p>
<p>La crisi non si risolse nemmeno con la gestione di Canzano, che pare fosse entrato in trattative con Arcigay per una nuova cessione. L’accordo sembrava fatto, eppure l’Arcigay tardava a firmare il contratto. Fatto sta che la Babele è ancora chiusa, che sia per lo sfratto avvenuto improvvisamente secondo la versione ufficiale oppure per l’accettazione da parte di Canzano della buona uscita, offerta dal proprietario dello stabile già anni prima.</p>
<p>Sicuramente la libreria non riaprirà in via San Nicolao, ma tutta questa vicenda dovrebbe farci riflettere sulla necessità che riapra. Probabilmente la chiusura della Babele è solo la punta dell’iceberg, in un settore in crisi nera come quello dei libri. In tempi di congiuntura economica negativa si legge di meno, e a maggior ragione una libreria di piccolo taglio avrà maggiori difficoltà a restare a galla.</p>
<p>Nel nostro paese l’individualismo è una realtà estremamente diffusa. Lo è anche nel mondo omosessuale. Non esiste, in particolare, un senso di comunità e un desiderio di aiuto reciproco. Quello lgbt sembra un mondo frammentato, nel quale i locali continuano ad attirare clientela (scannandosi l’un l’altro per accaparrarsela), l’Arcigay non ha un ruolo di coordinamento e supervisione, e la cultura sembra quasi interamente trascurata.</p>
<p>Ma per combattere lo stereotipo, dilagante in Italia, del gay <em>fashion-victim</em>, assetato di sesso e superficiale, della lesbica “camionista”, del transessuale visto come scherzo della natura (e, purtroppo, via dicendo), è necessario che si capisca che la cultura può essere e di fatto è una parte integrante della quotidianità di molti membri della comunità.</p>
<p>Nelle grandi capitali mondiali è evidente che la realtà omosessuale sia più accettata perché meglio compresa. E’ la stessa comunità ad aver reso più facile questo processo, costituendo intere aree cittadine, i cosiddetti “quartieri gay” (Soho a Londra, Castro a San Francisco, o Marais a Parigi), ad uso dei suoi membri, ma anche di chiunque sia curioso di conoscere un mondo (altro) vivace e ricco, con i suoi pregi e i suoi difetti, che lo rendono allo stesso tempo <em>unico</em> e <em>normale</em>.</p>
<p>Nella nostra Milano siamo certamente lontani anni luce da queste zone, con una via Sammartini che più che ricordare il Village newyorkese fa pensare al Bronx (misto ad una biblica Gomorra), e una Porta Venezia che offre sì un buon numero di locali di qualità, ma che si limita a questo, senza esplorare altri aspetti di un mondo che non dovrebbe essere visto (né essere) solo come aperitivi, discoteche e trasgressione.</p>
<p>Una cosa è certa… la libreria Babele ci mancherà!</p>


<p>Related posts:<ol><li><a href='/2009/01/21/l%e2%80%99ostacolo-della-passione/' rel='bookmark' title='Permanent Link: L’ostacolo della passione'>L’ostacolo della passione</a></li>
<li><a href='/2008/12/03/la-forza-della-pubblicita/' rel='bookmark' title='Permanent Link: La forza della pubblicità'>La forza della pubblicità</a></li>
<li><a href='/2008/05/09/alla-ricerca-della-civilta-universale/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Alla ricerca della civiltà universale'>Alla ricerca della civiltà universale</a></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://thetamarind.eu/2008/11/22/il-crollo-della-babele/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>4</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>West Marin, un paradiso nascosto</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2008/09/26/west-marin-un-paradiso-nascosto/</link>
		<comments>https://thetamarind.eu/2008/09/26/west-marin-un-paradiso-nascosto/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 26 Sep 2008 00:20:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Priolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[California]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://thetamarind.eu/?p=469</guid>
		<description><![CDATA[Il viaggio è soprattutto un percorso interiore, un cammino che intraprendiamo con l’emozione e il desiderio di scoprire le mille realtà e sfaccettature di cui la meta prescelta è costituita. Quello che ci rimane da un viaggio non sono solo fotografie e filmati, ma i nostri ricordi, i sentimenti che uno scorcio, una città, un incontro hanno suscitato in noi.
Soprattutto però, il viaggio rappresenta il nostro io di fronte ad una realtà altra, sconosciuta e stimolante. È proprio per questo che spesso i viaggi che ci rimangono più impressi e ci lasciano di più sono quelli che meno somigliano alla tipica vacanza. Così è stato per me, almeno. Un soggiorno di tre mesi in California mi ha permesso di scoprire cosa per me voglia dire davvero viaggiare: confrontarsi con un mondo nuovo ed imparare a viverlo ogni giorno, come se fosse sempre stato tuo.
A nord di San Francisco, oltre il maestoso Golden Gate Bridge, si estende Marin County, che da Sausalito si spinge a nord verso i vigneti di Napa e Sonoma, lungo la celebre autostrada 101. L’anno scorso ho avuto il piacere di chiamare casa la zona occidentale di questa contea, West Marin, uno dei luoghi più peculiari e al tempo stesso meravigliosi che abbia mai visto in vita mia, oltre che uno degli ultimi paradisi esistenti in Terra.
Parliamoci chiaro, non è stato facile per uno come me, amante appassionato della vita di città e della frenesia metropolitana, abbandonare le abitudini quotidiane fatte di traffico, università e aperitivi per trasferirmi in una zona rurale della California centro-settentrionale. Ma un’offerta di stage presso un settimanale locale vincitore di Premio Pulitzer e un periodo di depressione di un anno hanno anche questo potere.
Così a febbraio 2007 sono partito per la California, con in testa una paura paralizzante e al contempo un’aspettativa incredibile. Conoscevo già San Francisco, indiscutibilmente una delle città più belle ed affascinanti del mondo, ma non avevo mai sentito parlare di West Marin, principalmente perché i suoi abitanti custodiscono gelosamente il segreto di vivere in una terra meravigliosa, l’unica che nella Bay Area è scampata ai vari boom edilizi che si sono susseguiti negli anni ed ha mantenuto il suo aspetto di un tempo.
Geograficamente parlando, West Marin si concentra attorno alla Point Reyes Peninsula, delimitata a sud dalla laguna di Bolinas, a est dalla lunga e stretta Tomales Bay e a ovest dal Pacifico. Su questo territorio si trovano una serie di cittadine piccolissime, che tutte assieme formano una comunità estremamente compatta e solidale, fatta di ex-hippie, artisti, attivisti politici, ambientalisti. E’ una delle contee con maggiore tenore di vita negli States.
Nonostante si tratti di una realtà rurale, la vicinanza di San Francisco e di Berkeley danno a West Marin un’aria sofisticata e ne fanno un centro culturale vivace e all’avanguardia. I suoi abitanti sono cordiali, colti, disponibilissimi, specialmente con me, l’intern italiano che lavorava per il giornale. Ma sono anche persone un po’ strambe.
La prima volta che ho capito che West Marin ha qualcosa di strano è stato quando, durante un’intervista, un tizio si definì un newcomer, vivendo a Bolinas da “appena” 25 anni. E io che già mi sentivo a casa!
Un’altra volta, mentre guidavo la mia macchina nella via principale di Point Reyes Station, non lasciai attraversare una donna con i suoi due bambini, una cosa che a Milano capita probabilmente un milione di volte al giorno. A mia discolpa posso dire che non andavo veloce e che la signora non era sulle strisce ed era appena scesa dal marciapiede. Una volta parcheggiata l’auto accanto al supermarket, la donna mi raggiunse e mi disse:
“That was not very nice”.
“What wasn’t very nice?”
“Oh, please…. You know what you did!”
“I really don’t,” dissi io, che davvero non mi ero reso conto di quanto fosse appena successo.
“You know, this is a nice place”, rispose laconica, con uno sguardo che mi etichettava come il teppistello appena arrivato in città per scombussolare la vita di tutti, per poi voltarsi rabbiosa e andarsene.
Non solo, ogni volta che mi accendevo una sigaretta incrociavo lo sguardo di qualcuno che mi guardava con disgusto.
A West Marin si vive nella natura e per la natura, e la salute è la cosa che conta di più in assoluto, ma trovavo eccessivo il modo in cui venivo guardato ogni volta che fumavo. Allo stesso tempo, mi sentivo in colpa per il fatto di prendere la macchina per andare al lavoro, con decine di persone che invece usano la bicicletta.
Sotto molti punti di vista, West Marin è un luogo di eccessi. La prima volta che sono andato a Bolinas, ad esempio, mi sono ritrovato nella via principale della cittadina, Wharf Road, che è popolata principalmente da homeless, ubriaconi e tossici, il tutto in un’atmosfera di abbandono e decadenza. Ero convinto che Bolinas si limitasse a questo, e mi domandai cosa portasse i suoi abitanti ad essere tanto gelosi della loro cittadina così degradata. Qualche giorno dopo capii. Wharf Road serpeggia ai piedi di un piccolo altopiano, noto ai più come la Little Mesa, completamente circondata da altissimi alberi di eucaliptus che la rendono invisibile a chiunque si trovi sulla via sottostante. Pensavo si trattasse di una foresta, di un’area senza costruzioni. Una volta salito sulla Little Mesa quello che vidi mi sorprese: bellissime casette in legno a picco sull’oceano, giardini lussureggianti e tanto benessere.
Gli abitanti della Little Mesa hanno iniziato una battaglia contro il resto della città quando un anonimo filantropo ha donato un lotto a Bolinas per crearvi un parco, non prima di aver abbattuto gli alberi che si inerpicano sul pendio e nascondono le case dell’altopiano. Una donna di origini italiane parlò della piccola foresta come di un necessario “cuscinetto” tra la sua casa della Little Mesa e il centro di Bolinas.
Bolinas è forse uno dei luoghi meno ospitali della contea (e probabilmente d’America). I suoi abitanti non vogliono visitatori di nessun tipo e per questo hanno divelto per decenni il cartello che indicava lo svincolo per raggiungere la cittadina dall’unica strada che taglia West Marin da nord a [...]


No related posts.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il viaggio è soprattutto un percorso interiore, un cammino che intraprendiamo con l’emozione e il desiderio di scoprire le mille realtà e sfaccettature di cui la meta prescelta è costituita. Quello che ci rimane da un viaggio non sono solo fotografie e filmati, ma i nostri ricordi, i sentimenti che uno scorcio, una città, un incontro hanno suscitato in noi.<br />
Soprattutto però, il viaggio rappresenta il nostro io di fronte ad una realtà altra, sconosciuta e stimolante. È proprio per questo che spesso i viaggi che ci rimangono più impressi e ci lasciano di più sono quelli che meno somigliano alla tipica vacanza. Così è stato per me, almeno. Un soggiorno di tre mesi in California mi ha permesso di scoprire cosa per me voglia dire davvero viaggiare: confrontarsi con un mondo nuovo ed imparare a viverlo ogni giorno, come se fosse sempre stato tuo.</p>
<p>A nord di San Francisco, oltre il maestoso Golden Gate Bridge, si estende Marin County, che da Sausalito si spinge a nord verso i vigneti di Napa e Sonoma, lungo la celebre autostrada 101. L’anno scorso ho avuto il piacere di chiamare casa la zona occidentale di questa contea, West Marin, uno dei luoghi più peculiari e al tempo stesso meravigliosi che abbia mai visto in vita mia, oltre che uno degli ultimi paradisi esistenti in Terra.<br />
Parliamoci chiaro, non è stato facile per uno come me, amante appassionato della vita di città e della frenesia metropolitana, abbandonare le abitudini quotidiane fatte di traffico, università e aperitivi per trasferirmi in una zona rurale della California centro-settentrionale. Ma un’offerta di stage presso un settimanale locale vincitore di Premio Pulitzer e un periodo di depressione di un anno hanno anche questo potere.<br />
Così a febbraio 2007 sono partito per la California, con in testa una paura paralizzante e al contempo un’aspettativa incredibile. Conoscevo già San Francisco, indiscutibilmente una delle città più belle ed affascinanti del mondo, ma non avevo mai sentito parlare di West Marin, principalmente perché i suoi abitanti custodiscono gelosamente il segreto di vivere in una terra meravigliosa, l’unica che nella Bay Area è scampata ai vari boom edilizi che si sono susseguiti negli anni ed ha mantenuto il suo aspetto di un tempo.</p>
<p>Geograficamente parlando, West Marin si concentra attorno alla Point Reyes Peninsula, delimitata a sud dalla laguna di Bolinas, a est dalla lunga e stretta Tomales Bay e a ovest dal Pacifico. Su questo territorio si trovano una serie di cittadine piccolissime, che tutte assieme formano una comunità estremamente compatta e solidale, fatta di ex-hippie, artisti, attivisti politici, ambientalisti. E’ una delle contee con maggiore tenore di vita negli States.<br />
Nonostante si tratti di una realtà rurale, la vicinanza di San Francisco e di Berkeley danno a West Marin un’aria sofisticata e ne fanno un centro culturale vivace e all’avanguardia. I suoi abitanti sono cordiali, colti, disponibilissimi, specialmente con me, l’intern italiano che lavorava per il giornale. Ma sono anche persone un po’ strambe.</p>
<p>La prima volta che ho capito che West Marin ha qualcosa di strano è stato quando, durante un’intervista, un tizio si definì un <em>newcomer</em>, vivendo a Bolinas da “appena” 25 anni. E io che già mi sentivo a casa!<br />
Un’altra volta, mentre guidavo la mia macchina nella via principale di Point Reyes Station, non lasciai attraversare una donna con i suoi due bambini, una cosa che a Milano capita probabilmente un milione di volte al giorno. A mia discolpa posso dire che non andavo veloce e che la signora non era sulle strisce ed era appena scesa dal marciapiede. Una volta parcheggiata l’auto accanto al supermarket, la donna mi raggiunse e mi disse:<br />
“That was not very nice”.<br />
“What wasn’t very nice?”<br />
“Oh, please…. You know what you did!”<br />
“I really don’t,” dissi io, che davvero non mi ero reso conto di quanto fosse appena successo.<br />
“You know, this is a nice place”, rispose laconica, con uno sguardo che mi etichettava come il teppistello appena arrivato in città per scombussolare la vita di tutti, per poi voltarsi rabbiosa e andarsene.<br />
Non solo, ogni volta che mi accendevo una sigaretta incrociavo lo sguardo di qualcuno che mi guardava con disgusto.<br />
A West Marin si vive nella natura e per la natura, e la salute è la cosa che conta di più in assoluto, ma trovavo eccessivo il modo in cui venivo guardato ogni volta che fumavo. Allo stesso tempo, mi sentivo in colpa per il fatto di prendere la macchina per andare al lavoro, con decine di persone che invece usano la bicicletta.</p>
<p>Sotto molti punti di vista, West Marin è un luogo di eccessi. La prima volta che sono andato a Bolinas, ad esempio, mi sono ritrovato nella via principale della cittadina, Wharf Road, che è popolata principalmente da homeless, ubriaconi e tossici, il tutto in un’atmosfera di abbandono e decadenza. Ero convinto che Bolinas si limitasse a questo, e mi domandai cosa portasse i suoi abitanti ad essere tanto gelosi della loro cittadina così degradata. Qualche giorno dopo capii. Wharf Road serpeggia ai piedi di un piccolo altopiano, noto ai più come la Little Mesa, completamente circondata da altissimi alberi di eucaliptus che la rendono invisibile a chiunque si trovi sulla via sottostante. Pensavo si trattasse di una foresta, di un’area senza costruzioni. Una volta salito sulla Little Mesa quello che vidi mi sorprese: bellissime casette in legno a picco sull’oceano, giardini lussureggianti e tanto benessere.<br />
Gli abitanti della Little Mesa hanno iniziato una battaglia contro il resto della città quando un anonimo filantropo ha donato un lotto a Bolinas per crearvi un parco, non prima di aver abbattuto gli alberi che si inerpicano sul pendio e nascondono le case dell’altopiano. Una donna di origini italiane parlò della piccola foresta come di un necessario “cuscinetto” tra la sua casa della Little Mesa e il centro di Bolinas.<br />
Bolinas è forse uno dei luoghi meno ospitali della contea (e probabilmente d’America). I suoi abitanti non vogliono visitatori di nessun tipo e per questo hanno divelto per decenni il cartello che indicava lo svincolo per raggiungere la cittadina dall’unica strada che taglia West Marin da nord a sud, fino a quando la Caltrans, ente che si occupa della gestione delle strade nello stato, non ha gettato la spugna.</p>
<p>Le cittadine che compongono West Marin sono estremamente diverse l’una dall’altra. Ognuna ha la sua particolarità. Per esempio, Point Reyes Station, un paesetto di poche centinaia di anime (ma con due librerie e due giornali locali), funge da crocevia dell’area e da maggiore centro di ricezione turistica. Poi c’è Stinson Beach, elegante villaggio a ridosso di una baia abitato da anziani benestanti e un po’ snob; Tomales, con la sua aria da ultima frontiera e la perenne nebbia; Inverness, il luogo degli intellettuali e degli hippie che hanno fatto il ’68 a Berkeley.<br />
A West Marin ce n’è per tutti i gusti. La natura è lussureggiante, il panorama vario. Dai pascoli alle montagne spoglie e dalle forme aguzze, effetto sul territorio della violenza dei fattori geologici che agiscono sotto la superficie (la faglia di Sant’Andrea taglia in due la zona), fino ad arrivare a meravigliose spiagge chilometriche ed insenature che compongono il Point Reyes National Seashore. Il faro di Point Reyes, su un faraglione a picco sul mare, circondato su tre lati dall’oceano e raggiungibile con una scalinata ripidissima, è uno dei luoghi più suggestivi della regione.<br />
Tra foreste di sequoie redwoods e di eucapilptus, colline verdissime che ricordano l’Irlanda, la fittissima nebbia che avvolge l’intera zona di prima mattina, ma che attorno alle dieci lascia sempre il posto ad un sole caldissimo, mucche e cervi, la vita degli abitanti di West Marin scorre placida e rilassante. Il Community Center ha un calendario ricco di eventi, le librerie ospitano la presentazione di un nuovo libro ogni settimana, le manifestazioni pacifiste e anti-Bush sono all’ordine del giorno, così come le conferenze sulle energie rinnovabili.</p>
<p>Pochi giorni dopo il mio arrivo, la mia dolcissima padrona di casa ha organizzato una festa per farmi conoscere al vicinato e trenta persone sono arrivate appositamente per incontrarmi. L’amore che i californiani hanno per l’Italia è smodato: per questo tutti erano curiosi di conoscermi e mi volevano a cena da loro. Ho persino trovato un gruppo affiatato di amici, che ogni venerdì si incontrano sul praticello di fronte alla Petaluma Bank per parlare in italiano ed esercitarsi nel conversare nella loro lingua preferita. Tra questi amanti dell’Italia c’era Elsie, che per tre mesi non mi ha fatto pagare il caffè alla Bovine Bakery, nonostante io insistessi, e Scoby, che il giorno dopo avermi conosciuto mi ha fatto trovare sulla macchina un sacchetto con tre pacchi di pasta De Cecco.<br />
L’impressione è che la gente sappia vivere da quelle parti, dove di fatto non si invecchia mai. Per esempio, Bruce, un afro-americano di 60 anni originario della Louisiana, dimostra vent’anni in meno, forse anche grazie ai rasta che gli cadono lungo tutta la schiena. O Missy, 80 anni, receptionist al mio giornale, che pur muovendosi su una macchinina elettrica a causa della difficoltà a camminare ha sempre un gossip pronto sulle anziane “decrepite” che incontra dal parrucchiere. Oppure Mary, che non ha meno di settant’anni e ogni giorno fa il bagno nelle gelide acque della baia. A West Marin si respira aria pulita, si ammirano panorami mozzafiato e si amano il buon vino, il buon cibo e la buona compagnia. Per questo si vive bene e a lungo.</p>
<p>In redazione spesso mi scambiavo sguardi incuriositi o attoniti con i miei colleghi, ragazzi della mia età provenienti uno da Chicago, l’altro dal North Carolina e una persino dalla Siria, di fronte all’ennesimo racconto del nostro capo riguardo le eccentricità degli abitanti della zona, che tra l’altro condividevano tutti un odio intenso nei suoi confronti.<br />
Robert ha 37 anni, è un avvocato milionario di San Diego con manie di onnipotenza che quattro anni fa ha deciso di comprare il giornale per cui ho lavorato, il Point Reyes Light, con l’intento, decisamente ambizioso, di farlo diventare il New Yorker della West Coast. Invece è riuscito ad innescare una spirale di risentimento che in breve tempo si è abbattuta su di lui da ogni angolo della contea: era considerato un pomposo arrogante che cerca lo scoop in un luogo dove gli scoop non esistono, dove le persone vogliono semplicemente sapere cosa accade nella loro bella terra e dove il nuovo taglio del settimanale, sensazionalistico e poco orientato verso i problemi della comunità, è stato interpretato, più o meno giustamente, come un affronto intollerabile.<br />
Spesso eravamo noi reporter a subirne le conseguenze. Mille volte mi è capitato di aver bisogno di intervistare persone che si rifiutavano di parlare con me perché sapevano per chi lavoravo. Forse una boccata d’aria farebbe bene a West Marin, specialmente a quelle persone che non abbandonano i suoi confini da oltre un decennio, nemmeno per andare a San Francisco, ad appena quaranta minuti di macchina.</p>
<p>West Marin vive in uno splendido isolamento, in un’enclave di benessere fisico ed emotivo. E non permette a nessuno di intaccarne l’autenticità, non ad uno sciovinista milionario che arriva dalla città e compra il Light, non ai turisti, non agli Hummer, non agli OGM. I mantra più ripetuti da quelle parti sono “Buy local”, “Impeach Bush”, “Stop global warming”. Raramente ho trovato un interesse così spiccato per tematiche sociali e un impegno così concreto a “fare la differenza”.<br />
Nonostante le stranezze, gli eccessi e le ferme convinzioni dei suoi abitanti, West Marin mi ha fatto rinascere, mi ha ridato il benessere e la carica. E’ un luogo meraviglioso, che chiamerò sempre casa, nel quale è facile farsi mille amici e dove tutti dovrebbero soggiornare, prima o poi nella vita.<br />
Una volta che ci si abitua ai cervi che attraversano la strada la notte, al silenzio assoluto, alla nebbia mattutina e alla popolazione eccentrica, West Marin diventa in tutto e per tutto un paradiso terrestre. E se mai ci si dovesse stancare della campagna, del silenzio a volte desolante e dell’estremismo locale, San Francisco è proprio dietro l’angolo, con le sue colline irte, le sue casette vittoriane e i suoi ponti.</p>
<p style="text-align: center;"></p>


<p>No related posts.</p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://thetamarind.eu/2008/09/26/west-marin-un-paradiso-nascosto/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>3</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
