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Se Lisbona non basta

22 novembre 2009
Pubblicato in Attualità, Fiori
di Francesco Vannutelli

Tratado de Lisboa 13/12/2007Diciamoci la verità: la nomina di Herman Van Rompuy e della baronessa Ashton alle nuove posizioni di vertice dell’Unione Europea rappresentano una bella delusione.

Nelle settimane precedenti alle nomine erano circolati altri nomi, malady e che nomi. Tony Blair presidente o David Miliband mister Pesc, click con l’alternativa Massimo D’Alema pronta a subentrare nel ruolo di ministro degli esteri. Personaggi di alto profilo, ben noti sul piano internazionale, Blair su tutti, e pronti a far partire da subito e con forza le nuove figure di potere previste dal trattato di Lisbona.

E allora cosa è cambiato nel frattempo? Perchè si sono scelti dei (quasi) Signori Nessuno?

La scelta di nominare due personalità non rilevanti a livello europeo, né universalmente note e stimate, sembra rispondere alla volontà dei governi nazionali di non vedersi surclassare dai  nuovi arrivati, per continuare, quindi, a mantenere un ruolo preminente sulla scelta delle politiche dell’Unione e sull’opinione pubblica. È chiaro: di fronte ad un Europa più forte, i primi a rimetterci sarebbero i singoli Paesi europei che si vedrebbero privati della loro capacità decisionale. Personaggi forti al vertice, soprattutto un Blair, sarebbero stati più difficilmente controllabili da Londra e dai singoli Parlamenti, e avrebbero avuto canali di dialogo immediati con i media, potendo contare direttamente sul loro prestigio personale.

Van Rompuy e Lady Ashton, con tutto il rispetto per le loro rispettive carriere nazionali, sono poco più che sconosciuti al di fuori dei propri paesi di origine e non esercitano sulla stampa quel fascino in grado di catalizzare l’attenzione permanentemente.

Soffermandoci sulla nomina del responsabile della politica estera, poi, è possibile fare delle considerazioni più generali su queste novità europee. Dopo il ritiro della candidatura di David Miliband voluta da Gordon Brown, l’unico nome di peso rimasto sul piatto era quello di Massimo D’Alema. L’ex presidente del Consiglio è noto a livello internazionale per gli incarichi ricoperti in passato in Italia, godeva dell’appoggio del leader del PSE Martin Schulz e inoltre rappresentava quel PD che, dopo mille tribolazioni, aveva deciso di confluire nel partito socialista europeo e aveva ottenuto, nelle ultime elezioni europee, il maggior numero di voti tra tutti i partiti dell’area riformista. Tutte le carte in regola, insomma, per ottenere la poltrona. Sarebbe stata una bella scossa, per l’Italia e per il Partito Democratico.

Non si erano fatti i conti con Londra, però, e con la risposta che morettianamente riserva da anni alla chiamata europea: “Vengo, no non vengo. Vengo e mi metto così, vicino ad una finestra, controluce”. E controluce dalla sua finestra la Gran Bretagna prima ha visto sfumare la candidatura di Blair alla presidenza, troppo in disparte per essere il leader, e poi ha preteso di sancire la propria posizione in Europa occupando l’altro incarico rimasto. Il 10 novembre Gordon Brown annunciò che David Miliband non era candidato al ruolo di Mister Pesc perchè il governo inglese era interessato esclusivamente ad appoggiare la nomina di Blair all’incarico di presidente. Questo sembrava aprire le porte a D’Alema. Dopo che però fu chiaro che la poltrona di presidente sarebbe andata ad un popolare, ecco pronta la marcia indietro britannica. Va bene pure mister Pesc, Miliband ormai è bruciato, troviamo un altro nome.

La decisione britannica di puntare agli Esteri è stata appoggiata da un articolo del Financial Times che definiva D’Alema “ferrato negli intrighi della politica nazionale” ma non adatto ad un ruolo internazionale, visto che non è neanche in grado di parlare fluentemente inglese.

Ed ecco arrivare la nomina della baronessa Ashton, che  ha messo in evidenza, inoltre, la debolezza del PSE rispetto ai partiti nazionali che lo compongono. Mentre Schulz e i vertici appoggiavano D’Alema, il Labour e il Partito socialista spagnolo, appoggiati dagli altri governi socialisti in carica, spingevano per la Ashton, riuscendo a far prevalere la loro posizione. Motivo: la nomina doveva spettare ad un partito socialista al governo, per tanto D’Alema non era adatto al ruolo, visto che in Italia è all’opposizione. Che a Brown facesse comodo ottenere una nomina di spicco in Europa alla vigilia delle elezioni politiche, che quasi sicuramente determineranno il ritorno al governo dei conservatori, è un altro discorso.

La scarsa fama degli insigniti e il ruolo chiave dei governi nazionali nell’arrivare alle nomine mettono in risalto come, nonostante il nuovo Trattato di Lisbona, il cammino verso un’Europa forte sia ancora appena agli inizi.

La politica dell’Unione Europea continua ad apparire come l’incontro degli interessi dei Paesi di volta in volta dominanti, in un sistema di equilibri in cui gli altri Stati hanno difficoltà ad inserirsi.

Le prime nomine post-Lisbona avrebbero potuto avviare una nuova era mandando subito un messaggio potente ai Paesi membri tramite lingue allenate a battere il tamburo.

Si è preferito un profilo basso.

Continuiamo così, facciamoci del male.



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