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Obama e gli esami da non fallire

1 novembre 2010
Pubblicato in Attualità, Primo Piano
di Valentina Clemente

Un “mid-term examination”: così si può chiamare la prova che l’America di Barack Obama dovrà sostenere il 2 Novembre.

Questa volta, look però, see non si tratta di un controllo poco importante bensì di un vero e proprio esame della nuova era dettata dallo slogan Obamiano “yes we can”.

Riuscirà il Presidente ad avere intorno a sé le stesse folle acclamanti che l’hanno seguito durante la lunghissima campagna elettorale? Ma soprattutto: avrà gli stessi voti ottenuti due anni fa?

Gli esami, si sa, non finiscono mai. Se poi ti chiami Barack Obama e guidi uno dei paesi più importanti al mondo beh, allora sei costantemente sotto gli occhi di tutti.

Martedì 2 Novembre l’America ritorna al voto e lo fa consapevole del fatto che l’entusiasmo della notte di Chicago, di appena due anni fa, è stato lentamente sostituito dalla preoccupazione di un paese ancora in crisi e che ancora molto deve fare per ritornare “on the track again”.

Gli Stati Uniti, in questo momento storico, non stanno affatto bene: la crisi economica sembra essersi leggermente spenta, ma non è stata azzerata. Lo stesso si può dire del livello di disoccupazione: è diminuito, certamente, ma il problema non è stato risolto. Per non parlare della questione relativa alla sanità pubblica: la riforma è stata approvata, è vero, ma non è certamente quella che Barack Obama avrebbe voluto.

Se l’America non gode di ottima salute, lo stesso si può dire del suo Commander-in-Chief: popolarità in calo, elettorato democratico che sembra spostarsi verso l’ala più “ragionevole” del partito repubblicano e ancora tanti punti interrogativi che non sembrano dargli pace.

Come se non bastasse, il Tea Party, movimento ultraconservatore guidato da Sarah Palin, è entrato a capofitto nella politica di Washington e si prospetta essere un “cattura-voti” molto importante. Non soltanto, quindi, l’elettorato repubblicano ma anche quello del Tea Party.

Il 2 Novembre 2010, quindi, si vota per eleggere 37 senatori e 435 deputati: in concreto, però, sono 19 i seggi in palio al Senato mentre sono 112 alla Camera. Gli altri, di fatto, sono seggi praticamente già assegnati perché saldamente repubblicani (come l’Arizona, dove ritorna alla ribalta John McCain, il paladino di “Joe the Plumber”) o roccaforte del partito dell’asinello (lo stato di New York, per esempio).

La vera e propria partita che Barack Obama dovrà vincere, per proseguire il suo mandato di Presidente, è relativa ai seggi incerti.

Per quanto concerne il Senato, le partite ancora aperte toccano gli stati di Pennsylvania, Illinois, Nevada e California.

In Pennsylvania il democratico Joe Sestak corre contro il repubblicano Pat Toomey, appoggiato dal Tea Party. Nello stato di Barack Obama, l’Illinois, la sfida per il seggio che fu proprio del Presidente è tra il democratico Alexi Giannoulias e il repubblicano Mark Steven Kirk.

In Nevada si guarda alla possibile rielezione di Harry Reid, attuale capogruppo democratico al Senato,  che si scontra con Sharron Angle, candidata del Grand Old Party ma al contempo sostenuta dal movimento di Sarah Palin, il Tea Party.

In California, invece, la senatrice uscente del partito democratico Barbara Boxer compete con Carly Fiorina, ex Amministratore Delegato di  HP, che per la campagna elettorale ha investito 5.5 milioni di dollari, tutti suoi. I più malvagi sostengono che abbia avuto il sostegno dei vertici repubblicani proprio dopo aver chiesto di usare denaro personale e non di partito.

Sono 112, invece, i seggi ancora incerti alla Camera: le previsioni danno una vittoria del partito repubblicano che potrebbe aggiudicarsi collegi dal Colorado al South Dakota, fino al New Mexico e al Mississipi.

La battaglia dei governatori, però, sembra essere la più interessante: 37 sono gli stati che dovranno scegliere il proprio “Capo”, ma l’incertezza ne tocca 24.

Si ritiene pressoché scontata l’elezione di Andrew Cuomo, democratico in lizza per il governatorato di New York e dell’attuale governatrice repubblicana anti-immigrati Jan Brewer contro il democratico Terry Goddard in Arizona.

Sarà dura, invece, scegliere il successore di Arnold Schwarzenegger in California e di Rod Blagojevich in Illinois: candidati, per il primo stato, il democratico Jerry Brown e la repubblicana Meg Whitman mentre per la poltrona del secondo si sfidano Patrick Quinn, peraltro già successore del chiacchierato ex governatore Rod Blagojevich e il repubblicano Bill Brady.

Una bella battaglia, quindi, per Barack Obama che nell’ultimo comizio pre-elezioni all’Università di Cleveland ha detto per circa dieci volte la frase “non vogliamo tornare indietro,vogliamo far ripartire l’America, vogliamo far rinascere la classe media americana”.

Lui ci crede, un po’ meno i sondaggi e probabilmente anche una fetta del suo elettorato che è rimasta delusa da ciò che ancora non è stato fatto.

Chi crede di farcela è il Tea Party, movimento ultraconservatore che muove folle scatenate (l’età media dei partecipati ai comizi è sulla cinquantina…) vogliose di “riprendersi Washington e l’economia del paese”.

Questo, caro Presidente, è un esame che non puoi fallire. E, come ha scritto Maureen Dowd il 31 Ottobre, “nel 2008 il messaggio eri tu, la promessa eri tu – ecco perché il 2010 è un referendum su di te”.



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