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Il canto difonico in teatro

11 novembre 2010
Pubblicato in Opinioni
di Giacomo Marconi

Gianluigi Tosto spiega come la tecnica del canto difonico abbia risvolti pratici nel percorso formativo di un attore.

Che cos’è il canto difonico?

Il canto difonico è una tecnica tradizionale caratteristica della cultura orientale, viagra ad esempio è praticata dagli abitanti della regione di Tuva, illness nella Siberia centro meridionale, lungo il confine con la Mongolia. Questi popoli prediligono nel canto un’emissione vocale molto bassa, di gola (non a caso in inglese viene chiamato “throat singing”), apparentemente povera di componenti frequenziali, ma riescono a tirar fuori degli armonici estremamente brillanti.
Demetrio Stratos, negli anni ’60, fu tra i primissimi a portare all’attenzione dell’Occidente questa pratica, ma ancora oggi non sono in molti a conoscerla e, soprattutto, ad aver sentito gli armonici.

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Esiste un percorso tecnico da seguire?

Certamente. Sintetizzando e semplificando alquanto, possiamo dire che con il canto difonico si produce una scala pentatonica. Occorre emettere una sequenza di vocali precisa: [u] [o] [a] [e] [i] – [i] [e] [a] [o] [u].

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 Che cosa sono gli armonici?

Gli armonici sono suoni molto brillanti, perché sono frequenze alte. Si tratta di frequenze multiple della nota fondamentale che sono già presenti dentro la nota stessa, bassa o alta che sia, e che la tecnica a due cavità aiuta ad esaltare, tanto che è possibile far sentire quasi più gli armonici che la nota fondamentale.

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A parte l’innegabile fascino di questa tecnica, qual è l’utilità per un attore della pratica del canto difonico?

Nell’ambito teatrale, per quanto mi riguarda, diventa uno strumento molto efficace e divertente per lavorare sulla conoscenza del proprio apparato orale. Ciò permette di controllare il timbro della voce, cosa che per un attore è molto importante. Il timbro è il cosiddetto “colore” della voce, ci permette di distinguere una persona dall’altra e di percepirne la dimensione emotiva. La conoscenza della componente articolatoria della bocca è indispensabile ad un attore per trasmettere l’aspetto verbale ? e quindi più razionale ? della comunicazione; ma c’è un prerequisito che un attore non può trascurare: la sua qualità vocale, di cui il timbro è un elemento fondamentale. Il timbro difatti esprime l’aspetto più emotivo, sensibile e non razionale della comunicazione.

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Ha anche altre ricadute?

Ovviamente è un tipo di tecnica che si può utilizzare anche in scena. Ad esempio nell’Iliade, per il funerale di Ettore, faccio un canto con gli armonici con una ciotola tibetana che fa da bordone. Senza dubbio con questo canto si crea un’atmosfera intensamente sacra, di grande concentrazione, di rarefazione.
Da un punto di vista pratico, lo studio della tecnica degli armonici ha una ricaduta, indiretta, sulla cosiddetta brillantezza della voce, qualità molto importante per un attore, poiché permette alla voce di arrivare lontano. In teatro il problema di farsi sentire fino all’ultima fila non è mai legato al volume, eccetto condizioni disastrose dell’acustica della sala. In un buon ambiente si può lavorare con dei volumi anche abbastanza bassi, ma occorre che la voce sia ricca di componenti frequenziali alte. La consapevolezza di dove queste si producano all’interno della bocca aiuta a portare la voce più lontano, oltre a conferirle sicuramente maggiore gradevolezza. Quando si parla di bella voce, infatti, si fa riferimento ad una voce molto ricca di frequenze.
Un’altra ricaduta interessante è che una voce molto ricca di frequenze stimola l’ascoltatore. In generale, quanto maggiore è la complessità di un fenomeno che si percepisce, tanto più forte è lo stimolo che esso produce nella mente del percipiente. Inoltre, secondo Alfred Tomatis, le frequenze alte stimolano di più l’attenzione, perché nell’orecchio interno, nella coclea, c’è un numero di ricettori adibiti alla ricezione delle frequenze alte maggiore rispetto a quelli adibiti alle frequenze basse.

Il canto difonico può essere utile anche nella fase di riscaldamento?

Sicuramente. È una pratica molto efficace prima di uno spettacolo sotto diversi punti di vista.
In primo luogo è un modo per muovere tutti gli elementi della cavità orale: le labbra, il palato (sia quello duro sia quello molle) e la lingua, dalla punta alla radice. È quindi un’ottima stimolazione sensoriale di tutto ciò che poi servirà per una comunicazione anche molto sottile nei confronti del pubblico.
Al tempo stesso il canto difonico produce uno stato di concentrazione molto utile all’attore prima di andare in scena. Non a caso questo canto si usa anche nella meditazione. Infatti un’altra caratteristica interessante di questa pratica è che sostiene ed incrementa il tono del sistema nervoso e di conseguenza anche il tono sia fisico che psichico di un essere umano. Le frequenze che sono emesse stimolano il cervello a stare più sveglio, attento e vigile nella comunicazione.

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