Prima i fatti e poi le opinioni

Di Thomas Villa • 7 Nov 2008 • Categoria:Società • Nessun commento

Un incontro anomalo e una riflessione “travagliata”.

Mercoledì 29 ottobre si è tenuto un interessante incontro, presso l’Università Cattolica di Milano, dal titolo “Giornalismo, istruzioni per l’abuso”. L’incontro, organizzato dal gruppo studentesco di sinistra ULD, ha potuto godere della presenza di professori e giornalisti, tra i quali spiccava la figura di Marco Travaglio. Da irrefrenabile curioso quale sono, non ho potuto mancare all’appuntamento. E a quanto pare non ero il solo ad essere curioso, in quanto – a sentire gli organizzatori - erano presenti 700 persone in aula ed un altro migliaio lasciato fuori. Insomma, una accoglienza da rockstar! Ma entriamo nel merito dell’incontro, che aveva come tematica la triste situazione della stampa italiana. Tale livello mediocre, sperimentabile attraverso l’acquisto di un qualunque quotidiano in una qualsiasi edicola, è purtroppo una realtà alla cui radice -a mio avviso- sta l’idea della “casta” che recentemente gli ottimi giornalisti Stella e Rizzo hanno applicato alla categoria dei politici ma non applicata ai professionisti della carta stampata, che spesso godono di analoghe immunità e privilegi, soprattutto se sono inquadrati nelle file di prestigiose testate che ben poco hanno di indipendente. Già, l’indipendenza, questa sconosciuta.
Molti grandi testate – bene che si sappia- non sopravvivono in base alle copie vendute o distribuite, ma grazie alle sovvenzioni e ai finanziamenti governativi. Se una testata dipendesse unicamente dalla vendita, infatti, sarebbe indipendente dalla politica. E, peggio ancora, sarebbe apprezzato dal fedele lettore, nei confronti del quale la testata di premurerebbe di fornire il miglior servizio possibile, responsabilizzerebbe la redazione e spingerebbe l’editore verso una sempre migliore qualità. E’ ovvio che un tale sistema è necessario quando si tratta di garantire libertà d’espressione a piccole realtà democratiche,  ma risulta patologico se una grossa testata nazionale si preoccupa di ottenere finanziamenti per sopravvivere piuttosto che migliorare il prodotto editoriale.
Tale meccanismo rende i giornalisti succubi nei confronti di chi, nella contingenza storica, occupa i posti di potere incaricati ad elargire tali finanziamenti. Rende inoltre il reporter responsabile del suo operato nei confronti del potente di turno, e non nei confronti della verità. In un sistema democratico, la figura del giornalista è fondamentale, perché, come giustamente Travaglio fa notare, dovrebbe essere colui che seleziona e analizza i fatti accaduti, decidendo cosa è degno di essere portato all’attenzione della società civile e cosa no.
Oggi invece i giornalisti sono spesso alla ricerca dello scandalo più eclatante, purché non scomodi nessuno di davvero potente. “Tutto cambi perché nulla cambi”, scriveva Tomasi di Lampedusa nel “Gattopardo”, negli anni Cinquanta. E ben poco è cambiato.
Certo, i grandi maestri del giornalismo hanno lasciato grandi scuole e imperativi morali di imperitura memoria: “Nessuna notizia potrà rimanere non pubblicata”, si dice. “Mai mescolare i fatti con le opinioni”. E ancora: “un buon giornalista sa scrivere in maniera accattivante su ogni notizia, grande o piccola”. Ma tali grandi insegnamenti sono spesso ignorati nel giornalismo del nostro Paese, perché - vuoi per impreparazione, vuoi per fretta nel lavoro o vuoi per scarsa meritocrazia - spesso il giornalista non ha i mezzi culturali per comunicare efficacemente una notizia. Dunque, si cerca la “notizia che si scrive da sola”, lo scandalo o il sensazionalismo fine a se stesso.
Ma questo porta ad uno slegamento tra il mondo della stampa e la realtà. Non credo di essere l’unico che, leggendo un giornale, abbia avuto l’impressione di essere calato improvvisamente in un infernale Vietnam. Per poi scoprire che, delle notizie che ogni giorno si leggono sui giornali, solo una minima parte affetta realmente la mia esistenza quotidiana. Quella che si vede nei telegiornali, spesso non è l’Italia vera. Questo è il dramma dell’informazione di oggi, un giornalismo che non ha quasi mai in mente il lettore, quando si tratta di scrivere un articolo.
La stampa, che dovrebbe essere un canale di informazioni dalla classe dirigente alla società civile, in realtà funge più da filtro, diffondendo una immagine preconcetta e slegata dalla realtà. Travaglio, nell’incontro in Università Cattolica, ha analizzato molto attentamente molti di queste “distorsioni”, come la mistificazione delle dichiarazioni per andare alla ricerca della notizia, il “contraddittorio” come regola ferrea e insindacabile, ed alternativa democratica alla presentazione oggettiva dei fatti ed infine il giornalismo come “parte del sistema” politico, e non come antipotere, non come contrappeso alla minaccia del populismo, né tantomeno come “quarto potere”.
Perché per un rilancio efficace del nostro Paese non può prescindere da un cambiamento radicale nel modo in cui l’Italia viene comunicata. La libertà di stampa, per esistere, ha bisogno di giornalisti che sappiano supportare con la preparazione, l’etica della professione e l’intelligenza la loro libertà d’espressione. Altrimenti tale libertà si svuota e diventa un mero esercizio di stile, lasciando libero il campo per il dispotismo o la riduzione degli spazi di democrazia.

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Thomas Villa

Thomas Villa Thomas Villa, nato nel 1984 di orwelliana memoria, è laureando magistrale in relazioni internazionali, con una predilezione particolare per le tematiche della cooperazione allo sviluppo. La sua vita è divisa tra la provincia milanese, dov'è nato, e l'isola di Tenerife, alle Canarie, dov'è rinato. Coltiva l'ottimismo oltre ogni evidenza. La sua attività lavorativa si realizza nel settore della carta stampata, in ogni possibile modalità: da disegnatore a vignettista e da reporter a editorialista. Membro dell'associazione Capramagra, è ora anche direttore responsabile del Tamarindo.
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