L’estetica di regime

dicembre 13th, 2008 by Vincenzo Ruocco | No Comments

Nudo è una parola che mette paura ad alcuni, anzi a molti. Nudo è lo stato in cui ci troviamo alla nascita, mettersi a nudo significa aprirsi senza timori, dunque mostrarsi. Nuda è la verità che si guarda a occhio nudo, nuda è la libertà di camminare a piedi nudi. Nudo è stato il corpo in periodi differenti, nelle arti figurative e nella pubblicità, direttamente o indirettamente mostrato. Fotografato, ripreso, forse abusato?
Nudo non è più alla moda. Lo si è capito qualche settimana fa quando un uomo, nudo per l’appunto, brandendo una chitarra seduto su un cassonetto di via del Pratello a Bologna ha cominciato a intonare una canzone: “Jesahel”. Una canzone che parla di vita, di amore, che parla del corpo come di un qualcosa di sacro non soggetto a vergogna, mai.
Attorno a questo corpo, questo corpo che segue una luce, la luce capace di illuminare lo spirito borghese, si avvicina la gente per strada, liberata dalle catene, finalmente nuda, consapevole di esserlo e unita nel canto dalle parole di “Jesahel” fuoriuscenti dalle labbra nere di vino di questo contemporaneo Prometeo.

Ebbene, quest’uomo nudo ha fatto paura. Al richiamo delle forze dell’ordine, ordine questo sì un concetto terribilmente abusato, è stato preso e portato via. Dove?
Era il 1972 quando al Festival della canzone di Sanremo i Delirium cantavano la stessa canzone: “Jesahel”. Questi italiani figli dei fiori, questi ingenui hippie riportati all’ordine dall’industria cinematografica, armati di bonghi e chitarre occupano, come l’uomo sul cassonetto, uno spazio, il salotto buono della musica italiana.

La sera dell’uomo nudo in via del Pratello cantante “Jesahel” con un folto gruppo di seguaci e sovversivi dell’ultima ora reclutati da puro spirito rivoluzionario ha scosso i bigotti, quelli di altri salotti buoni che badano forse più all’estetica che allo spirito. Ecco, l’estetica! Questo va rimproverato all’uomo nudo. Quale mancanza di stile, quanto cattivo gusto, che fastidio per quelle forme antiestetiche per l’appunto. Forme che forse qualche secolo fa, sì, sarebbero state considerate ispiratrici per qualche pittore ma oggi, diciamolo pur chiaramente, rappresentano la minaccia. In questo secolo nuovo in cui la cura del corpo, la bellezza oggettiva, l’estetica di regime, le creme antietà, idratanti, rassodanti per la miseria!, quella pelle molliccia, quella pancia rotonda, quel viso coperto da baffi e da barba sono un vero pericolo. Non possiamo sopportarlo, Bologna non può accettare sì tanta maleducazione.
L’uomo nudo protestava, per la mancanza di libertà, per la libertà negata ai giovani, agli spiriti liberi, quella libertà che fa alzare le braccia al cielo alleggerendoci da tutti i dogmi e le buone maniere e ci fa cantare, e ce la fa celebrare questa vita, questa vita che toglie ogni giorno una pagina dal nostro calendario, una vita che ci obbliga a metterci alla prova ogni sera davanti ai quiz della tv verificando il nostro grado di erudizione e ignoranza, una prova continua che offre risultati opposti nel giro di ben pochi minuti. Cosa stiamo facendo?
Credo si debba cercare di “elevarsi sulle spalle dei giganti” per vedere le cose da altra prospettiva. L’uomo nudo altro non è se non la manifestazione di una malattia sociale, puro riflesso, i cui sintomi sono visibili da tempo ma ai quali nessuno sembra aver prestato la giusta attenzione.
Il Comune di Bologna con un’ordinanza specifica ha scelto una via aggressiva per combattere il degrado che colpisce via del Pratello: cinque osterie chiuse alle 22:00 e continui, pressanti controlli in tutti i locali della zona. Lavoratori che non sono messi in grado di lavorare, dipendenti che verranno licenziati, persone che forse, chiudendo i locali alle 22:00, si riverseranno al di fuori, proprio sulla via del Pratello.

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Esiste un Comitato Pratello formato da alcuni abitanti della via che rivendicano, giustamente, i propri diritti. Il diritto di dormire sonni tranquilli, di non vedere inflazionato il quartiere in cui possiedono i propri appartamenti, il diritto di rincasare la sera senza dover temere nulla, senza dover scavalcare qualche ubriaco sdraiato sotto al portico o accelerare il passo perché qualcuno si diverte a fare paura. Attraverso i dati si evince però che via del Pratello è abitata per lo più da studenti e da persone di maggiore età che frequentano loro stesse la via sotto casa. In fondo il bello di Bologna, anche di questa parte di Bologna, è il rapporto con la gente, i piccoli bar, le osterie, le chiacchiere del tempo perso, un bicchiere di vino rosso, un commento ad una passante. Si chiama socialità.
La scelta del Comune sembra priva di logica e di rispetto. Potremmo parlare di minoranza governante abile nell’ottenere ciò che desidera, la chiusura dei locali, la scomparsa del convivio. Certo mi chiedo l’effetto che può fare questa lingua lunga, questa via del Pratello nuovamente intonsa.
L’argomento sicurezza sta a cuore a chiunque, certo, ma utilizzando una visione dicotomica formata da vuoto e da pieno mi chiedo come si possa controllare il vuoto. Il pieno può essere controllato, per quanto possa essere caotico, confuso e chiassoso. Possibile è utilizzare una telecamera per monitorare la situazione, un cavallo di Troia può essere inserito nel pieno, poliziotti in borghese possono mischiarsi nel pieno.
Il pieno ha poi una particolare qualità. È capace di rassicurare le persone. La folla, il gruppo sociale meglio, attiva di per sé un processo di controllo e vigilanza, continuamente. Se si crea il vuoto dove finiranno queste persone, questi frequentatori allegri e loquaci? Dove passeranno le serate? Cosa faranno? Come li si potrà allora controllare?
In un momento di ansia, smarrimento e crisi sociale ciò che aiuta ad affrontare la dura realtà sono i contatti, sono le parole buone, gli stimoli, il calore delle persone, il non sentirsi soli. Questa comunità, mondiale, non vive già di per sé una situazione oltremodo atomizzata? Se si comincia a negare l’opportunità di lavorare, di impegnarsi in qualcosa, di stare insieme, di trovare nuovi slanci dove finirà ogni uomo? Via del Pratello respira, chiacchiera, magari beceresca urla ma è viva. Nel vuoto, presto o tardi, non sentiremo nemmeno più l’eco delle belle parole di “Jesahel” cantate in una notte di gomiti alzati, …


La forza della pubblicità

dicembre 3rd, 2008 by Vincenzo Ruocco | 3 Comments

Ancora una volta, l’ennesima, il freddo gelido e il grigiore del cielo che sovrasta Bologna mi colgono impreparato. Wrapped, cammino avvolto dalla sciarpa lunga e pesante, il cappuccio della giacca avvolge la testa, le mani in tasca, fredde, nonostante i guanti. Il peso del corpo in avanti, una postura di un tempo che fu in piste trentine coperte di neve, una postura anomala. Avanzo, controvento. La pelle del viso, le guance, il naso, la fronte manifestano il dissenso per questa stagione, per le condizioni climatiche in essere. Ruvido tutto, ruvido and frosted. Poi la pioggia, qualche goccia di pioggia leggera, finissima che devo rendermi gli occhi orientali per poterla distinguere, confusa con lo sfondo delle cose che mi circondano. Poi, ancora più forte, fortissima, come schegge, come pallottole che mirano a fendere la giacca pesante. Inutilmente corro, i passi veloci, le zampate delle scarpe sulla neve creano un suono sordo, muto, voiceless, le ginocchia bagnate e quel dolore al collo che comincia. La neve, candida poi sporca, rende ancor più difficoltoso il cammino mentre inizio a sentire qualcosa dentro, l’odio. Monta contro il tempo, contro il freddo, contro questo luogo, contro la gente che, lentissimamente, avanza, claudicante, spaventata. Rammento le parole di un libro che lessi, il codice, l’utilità, ma nulla, non muta il mio umore.
In tasca, al riparo, la mia mano avvolge l’oggetto in grado di ridarmi serenità.
Entro nel primo bar di un portico qualunque del centro di Bologna, ordino un tè caldo e chiedo la direzione per la toilette. Mi bastano un paio di minuti, in fondo lo so, in fondo lo spero. Srotolo le cuffie bianche dell’iPod Touch, le collego al dispositivo. Slide, scivola l’indice della mano e accedo al desktop, clicco su Video, entro nel menù e lo faccio scorrere dall’alto verso il basso fino al contenuto che vado cercando. Sono un consumatore e fruisco il prodotto. La concorrenza e il mercato fanno sì che uno spot televisivo di 30 secondi valga quanto la terza parte di un lungometraggio hollywoodiano in termini di costi. Ciò che la comunicazione e il marketing vogliono ottenere è colpire il consumatore, il target specifico, attraverso non la pura e per certi versi onesta stimolazione intellettuale ma secondo una logica causa-effetto. Agire nella sfera emotiva-emozionale. Marketing dell’esperienza, marketing emozionale sono i dogmi correnti. La Coca Cola, la Nike, le case automobilistiche, le assicurazioni e le banche creano mondi, magnifici e favolosi parchi giochi in cui noi siamo i protagonisti, sorridenti e al riparo da tutto, anche da questa pioggia, anche da questa neve, anche da questo freddo. Sebbene alcuni credano di essere in ben altro riparo, “Gimme Shelter” cantava Mick Jegger, ognuno di noi è colpito dai messaggi, dai colori, dai font, dalla musica, dal modo di farci vedere le cose. Torniamo bambini e desideriamo giocare.
Così clicco quel triangolo bianco posto in basso al centro dello schermo e mi appresto al godimento. 1:34 è il tempo per rigenerarmi. La pubblicità del Sony Bravia, la canzone dei Rolling Stones “She’s a rainbow” mi avvolge, surround me. New York dall’alto, una giornata di sole, delle palline colorate sul grigiore dell’asfalto metropolitano si trasformano in piccoli coniglietti rosa, azzurri, verdi, rossi e cominciano a saltellare mentre le note del pianoforte degli Stones delicatamente li accompagna. La velocità della città, i taxi gialli, i marciapiedi overcrowded, e questi jumping bannies che avanzando portano la luce del sole in una piazza. Sono tanti, sempre di più, sempre più colorati. Le persone attorno guardano, giocano, sorridono ma soprattutto non pensano e forse finalmente reagiscono.
“Come in colours everywhere, in the air, like a rainbow”.
Diventano un’onda, un melting pot, e forse non è un caso che si sia scelta New York, un’onda bianca e viola che si rompe nella piazza di Foley Square. Cocci, grandi come blocchi di ghiaccio staccatasi da un iceberg, si sciolgono al sole e sorge un altissimo coniglio rosso. Un bambino nella carrozzina guarda incredulo, siamo noi quel bambino? Di nuovo il coniglio, si decompone creando grandi e gommosi cubi di Rubik. Coloratissimi e magici, accostati vicini formano un fiore dai petali che ruotano in senso orario mentre la musica raggiunge le tonalità più alte e il mio umore cambia, finalmente, sorrido, ci credo, reagisco e riprendo il cammino.

In fondo, certe cose di me sono rimaste le stesse di quando ero piccolo, di quando a bocca aperta, sprofondato nella poltrona di un cinema, guardavo un enorme animale che credevo fosse un cane o un drago bianco volare tra le nuvole e volgendo lo sguardo a mio nonno la sua espressione mi faceva capire che era possibile, che era vero e mi fidavo di lui e volavo anch’io nella mia Storia Infinita.
In inglese si direbbe: to handle.
Consumatori ci chiamano, esistono altre vie dunque per maneggiare l’esperienza?


Bologna, Londra e New York

ottobre 25th, 2008 by Roberto Giannella | 3 Comments

Bologna, Londra e New York

Scrivo da Bolognese, che ha avuto il privilegio di aver visitato abbastanza a lungo New York City (prima dell’11 settembre) e che ora -per motivi di studio- vive a Londra.
Qualcuno potrebbe pensare che sia insensato mettere sullo stesso piano anche solo il più famoso quartiere di New York – ovvero sia Manhattan – e il capoluogo emiliano. Certo, i numeri non aiutano: a Manhattan vivono oltre un milione e mezzo di persone; a Bologna, non arriviamo a 400.000. Ma al di là dell’aritmetica, ci sono tante differenze fondamentali.
Ne vorrei evidenziare solo due. Ahimè quella dei politici è una piaga nostrana. Negli States, come pure in Inghilterra, il tasso di partecipazione alle urne è molto più basso in paragone all’Italia, o ad altri paesi europei. Non è un caso che sia in America che nel Regno Unito si voti in un giorno feriale: dunque, chi davvero ci tiene ad esercitare il suo diritto di voto, deve rinunciare a mezza giornata di lavoro, almeno. Ecco perché, spesso nemmeno il 50% degli aventi diritto effettivamente vota. Da noi, il tasso di astensionismo alle consultazioni elettorali si ferma a circa il 20%. I nostri politici – ahimè non solo quelli locali – viaggiano in auto blu e sanno molto poco dei problemi quotidiani della cittadinanza. Proprio pochi giorni fa la Caritas ha stimato che siano circa 15 milioni gli italiani a rischio povertà. Nel frattempo, chi ci governa è stato impegnato nell’approvazione del lodo Alfano, notoriamente la più urgente priorità del Paese.
A Bologna l’amministrazione è di centro-sinistra, ma pare che la preoccupazione principale di sindaco e giunta comunale sia quella di installare il maggior numero di telecamere, in ogni angolo del centro e non solo, al solo scopo di far cassa. L’altro patema degli amministratori bolognesi pare essere la costruzione di una valanga di rotatorie, lautamente finanziate da Bruxelles, tanto è vero che attraversando Bologna in macchina  si ha l’impressione di fare un perenne girotondo. Ahimè chi vive a Bologna sa che le priorità sono ben altre: si va dal degrado di tante zone del centro, alla sicurezza nelle strade della città, dalla valorizzazione delle periferie, superficialmente abbandonate negli ultimi anni, alle iniziative culturali, ahimè miseramente dimenticate.

Il secondo punto che vorrei sottolineare è proprio la vita a New York, che davvero mi ricorda molto da vicino quella di Londra. Per quanto mi riguarda, è proprio vero quello che ha scritto Vincenzo nel suo interessante articolo: si respira aria di libertà. Si esce di casa la mattina, avendo mille progetti, ma ci si rende conto che ogni persona che ci cammina di fianco o proviene dalla direzione opposta è un potenziale amico.  Lo cantava anche Bono: a New York – come a Londra – è davvero facile trovare degli amici. E li si trovano con la stessa velocità con cui noi italiani, in generale – bolognesi, in particolare – giudichiamo gli altri. A Londra non ti senti osservato, scrutato, deriso. A Bologna, ahimè, vedo tanta diffidenza, troppo paura, molto timore. In Italia, in generale, purtroppo molto spesso c’è ancora la tendenza ad etichettare il prossimo: si fa molto uso di quella che io considero la “droga dei pregiudizi”.
A Londra, come a New York, ho notato una cosa che a Bologna non si fa più da un po’: per strada, si sorride. La gente vive, esce, conosce, è aperta, non ha pregiudizi, non giudica, o per lo meno non sembra emettere sentenze su chi gli sta attorno – forse perché come dice giustamente Vincenzo, non ha nemmeno il tempo per giudicare. O probabilmente, perché gliene importa poco, o forse nulla. A Bologna, vedo tanti – come direbbe qualcuno – che sarebbero disposti a pagare, pur di vendersi. Non sono ahimè pochi coloro i quali hanno come unico scopo quello di mettersi in mostra. Solo per apparire. E tanti sono ancora quelli che si occupano unicamente di dare i voti al prossimo. A Londra – mi sbaglierò – ma non mi pare proprio che sia così.
A New York – come a Londra – ho notato la compresenza di due fattori, all’apparenza antitetici: l’individualismo e la gentilezza. La gente per le strade di Downtown, come per quelle della City, cammina a passo spedito. A volte mi chiedo seriamente se non siano ex–maratoneti. Eppure se qualcuno ti sfiora, anche solo di un millimetro, si ferma per scusarsi. And they mean it.
Nella mia civilissima Bologna, ahimè, questo raramente succede. Sembra una cosa da poco, eppure riflettendoci, questo la dice lunga sulla civiltà di un Paese.

Qui a Londra, si respira aria di libertà, dunque. Certo il clima non è generoso, né con NYC – d’inverno si gela, nel vero senso della parola, né con Londra – dove ahimè si vede spesso il cielo piangere. Ciononostante, la gente ride, corre, scherza. E non perde mai l’entusiasmo: si arriva al venerdì con la forza di volontà di passare un weekend lungo 48 non-stop. Le luci di Times Square, come quelle di Piccadilly, si spengono all’alba: nel frattempo newyorkesi e londinesi sono già in piedi. Tra parentesi, è molto difficile trovare inglesi doc a Londra ed americani autentici a Mahnattan; ci sono, certo! Ma spesso ci si rende conto che sono una silenziosa minoranza. La stragrande maggioranza di chi vive a New York e a Londra non è nata in quelle città. Questo carattere di multiculturalità manca a Bologna, benché siano sempre di più gli immigrati. Il melting-pot anglosassone ha funzionato. Ha prodotto grandi risultati, che sono sotto gli occhi di tutti: integrazione, rispetto reciproco e convivenza.
Chiudersi in sé stessi e pensare che Bologna sia solo dei Bolognesi (ma questo vale per qualsiasi città) significa condannarla all’estinzione – non fosse altro perché a Bologna si fanno pochi figli e gli anziani sono tanto in costante, quanto incontrovertibile aumento. Bologna è – e dovrebbe essere sempre più – di chi la ama e la rispetta. Esattamente come New York e Londra. Ecco perché, nonostante io non sia nato qui in Inghilterra, mi sento a casa.


Take a picture Oliviero, take a picture

ottobre 9th, 2008 by Vincenzo Ruocco | 8 Comments

Eccomi qui, nella stanza di casa mia a Bologna, con le tende tirate giù nel tentativo invano di mascherare l’inevitabile, la pioggia, l’umidità che a poco a poco si fa padrona delle nostre strade, dei nostri parchi, dei muri dei palazzi, e poi, senza nemmeno chiederci il permesso, dei nostri corpi. WET. Respiriamo la pioggia. Bologna, una città umida. Odio l’inverno di Bologna perché non è un inverno normale. E’ freddo sì, ma non è il freddo del Trentino. L’estate, calda, troppo, non come Roma, calda ma vivibile o quanto meno piacevole, sì, godibile ancora. OH MY GOODNESS. Bologna, cosa ci faccio qui? Prendo tempo, perdo tempo. Devo avere coraggio, affrontare questo foglio bianco, ancora troppo bianco. Devo scrivere le mie sensazioni, “il diario emotivo”, che poi è diario soggettivo, ovviamente. Comunicare, sempre, questo è quello che devo a me stesso. Scrivere della mia esperienza di Manhattan oggi, oggi in questa umida giornata bolognese, non è facile. Forse è colpa di casa mia, troppo comoda, troppo silenziosa; che fastidio! Dov’è quella voce? Le sirene dei pompieri, delle ambulanze, i clacson delle macchine, vive, inferocite. La gente che si muove, che cammina, che corre anzi, dove? A volte ti ritrovi a correre anche tu, semplicemente così, segui l’orda di persone che vanno in una direzione e tu, se non hai studiato il percorso prima di uscire di casa, ti ritrovi gettato nella mischia, spaesato, AT THE BEGINNING, come potrebbe capitare a un ROOKIE di una squadra di football nel bel mezzo del SUPERBOWL. Manhattan parla, stride, graffia, respira a volte affannosa, altre col ritmo impostato regolare, lo stesso dei corridori di CENTRAL PARK (1856) la domenica mattina.
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È sporca, non potrebbe essere altrimenti. È una metropoli in cui la moltiplicazione dei livelli ha concesso alloggio a un numero impressionante di figure umane che lì vivono e lavorano, o forse sarebbe meglio dire, cercano di sopravvivere, spaccandosi la schiena sei giorni a settimana, dodici ore al giorno, per pagare un affitto, magari nel Queens o a Brooklyn o nel New Jersey, comunque troppo alto. O magari l’affitto di una casa in una zona di Manhattan, AREA, certo non SoHO, ma perché non Harlem? “Dicono”, REPEAT dicono, che il mercato immobiliare dei prossimi anni si sposterà a nord, oltre com’è ovvio l’Upper Side, incontrando proprio le abitazioni di Harlem, edifici ancora belli esteticamente, funzionali nel prossimo futuro. D’altronde in una città in cui la metropolitana, SUBWAY (1904), è una realtà capace di offrire il servizio di trasporto al meglio, dove se perdi un treno sai che attenderai tre minuti di orologio e poi sarai libero di andare, viaggiare da sud a nord e il contrario, o uscire dal distretto, BURROW, dove potrai perderti da solo con te stesso per poi ritrovarti sempre e comunque solo, non senti il bisogno della macchina. Sei un viaggiatore tra milioni di altri viaggiatori. La tua mano bianca stretta al palo del vagone condivide quella piccola porzione di spazio che altre mani, di altri colori, le concedono. Sei aggrappato a un palo, sì, e ti viene in mente Oliviero Toscani, quale foto scatterebbe? TAKE A PICTURE OLIVIERO, TAKE A PICTURE. La foto di mani di colori diversi, tutte vicine aggrappate allo stesso palo. Mani di bianchi, di bianchi newyorkesi o europei, dei WESTERN come li chiamano, come ci chiamano, e mani di EASTERN, di ASIAN, mani di pakistani, di indiani, di japanese. Colori, profumi, fragranze, odori, anche cattivi, ma che ricchezza! Una comunità estesa che condivide, forse, ideali comuni, o comunque spazi comuni. Ecco allora che si impara il rispetto, il giusto rispetto, non la tolleranza che è un concetto sbagliato di cui in Italia troppo spesso si parla; bisogna cambiare prospettiva a volte per vedere la realtà nel modo migliore, LESSON ONE del Rinascimento (tra la metà del XV e la metà del XVI secolo), questo sì italiano, l’italiano di cui vai fiero nel mondo. Cos’è l’Italia oggi? Cosa vogliamo/possiamo imparare nel nostro Paese? Cosa ci insegna di buono? Eppure vendiamo. A Manhattan, lungo il FASHION DISTRICT ci siamo tutti noi italiani, tutti i nostri stilisti. Ci sentiamo rappresentati? Cosa unisce me e Cavalli, Prada, Armani, Benetton, Valentino, Ferragamo?
C’è “chi non se la tira”, potremmo dire, a Manhattan. Sei per strada e incontri il protagonista della tua serie tv preferita. Spazi comuni appunto. I nostri politici, anche locali, quali spazi condividono con noi? Quando esci la mattina in auto blu dalla tua villa sui colli di Bologna, inaccessibile a chiunque, controllata a vista, monitorata a cadenza oraria. Una villa col cancello che porta le iniziali del tuo nome, le stesse iniziali con cui hai griffato, “ma dai, pure tu uno stilista?”, le poltrone delle tue sale. Una villa che abbandoni appunto ogni mattina per recarti in ufficio in pieno centro, passarvi dieci ore al giorno per poi andare in Consiglio Comunale perché ti hanno votato come rappresentante del popolo, o di una parte di esso, ecco questo mi chiedo: ma tu cosa ne sai di quello che succede nella strada? Politici sempre più lontani da noi, in altri Stati, prendono decisioni che riguardano il nostro quotidiano e magari non saprebbero nemmeno indicarci la via che porta alla biblioteca pubblica. Cosa sono le distanze? Oggi bastano otto ore di volo per SKIPpare l’Oceano Atlantico, ormai una pozzanghera tra noi e il Nuovo Mondo eppure certe distanze sono e saranno incolmabili, sempre.
A Manhattan ho conosciuto la libertà, non solamente quella privata, ma il senso di libertà. L’energia che si percepisce nell’aria, la gente che fa continuamente qualcosa, più cose. Nessuno che ti giudica, forse perché non hanno il tempo per guardarti? Non so, potrebbe essere, ma non è questo l’importante. Non mi occupo della causa, subisco l’effetto, ed è piacevolissimo. Una persona libera, finalmente, una persona, una, uno, un numero che non porta compassione da parte della mamma o della zia, o del vicino di casa, o della cara vecchia amica. Sei un uno, cosciente di questa condizione che ti accorgerai non appena ritornato a casa tua, nella tua casa …



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