La crisi della scuola

Di Riccardo De Santis • 13 apr 2009 • Categoria:Cultura, Italia • 13 Commenti

abacoAprile è il più crudele dei mesi: e per quel che riguarda la scuola il verso iniziale della Waste Land è veritiero; si inizia, infatti, a scorgere la fine dell’anno e, contemporaneamente, si dà il via alle consuete polemiche sulla qualità educativa in Italia.

Certo, i risultati delle ricerche dell’OCSE non sono particolarmente incoraggianti: solo un italiano su cinque avrebbe raggiunto il livello 3 per “le competenze della vita” offerte dalla scuola.
Il primo punto in cui ci si imbatte è la secolare disparità che esiste tra nord e sud: dato probabilmente vero, ma che rientra evidentemente in un discorso più ampio, dove la condizione della scuola nella parte meridionale della penisola è solo la punta dell’ iceberg. Sarebbe caldamente auspicabile una seria politica di rilancio e sviluppo del Mezzogiorno su ogni piano, non solo quello scolastico: cosa che viene regolarmente promessa e mai mantenuta.

Il problema di fondo resta comunque diffuso su tutta la penisola e riguarda in primo luogo la qualità della didattica, che in alcuni –rari- contesti è ottima, mentre troppo spesso è per così dire “marcia”, “improduttiva”.
Si sente parlare di insegnanti fanulloni, incapaci e frustrati; siamo, ancora una volta, nell’ambito delle generalizzazioni, però esse ci portano di fronte a una grande verità culturale tutta italiana: insegnare è considerato un brutto lavoro, un impiego di scarto, l’ultima scelta. Queste posizioni sono tanto pericolose quanto diffuse. Proviamo a chiedere a cento studenti universitari quanti di loro vorrebbero insegnare “da grandi”: credo che meno di cinque dicano con entusiasmo di essere interessati col cuore a questa attività. Questo ripudio nei confronti di uno dei lavori più importanti –almeno a livello sociale- è una questione tutta italiana: in Europa senza raggiungere l’estremo opposto – cioè un impenetrabile “er professor”- è un impiego considerato con dignità nella maggior parte degli Stati, raggiungendo in alcuni una posizione invidiabile o, comunque, di prestigio.

Quali le cause? Tra le moltissime, un dettaglio tanto inflazionato nei “discorsi da bar”, quanto trascurato dalle scelte politiche: stipendi veramente bassi! 1200 euro al mese –primo stipendio alle superiori per raggiungere poi un invidiabile 1750 a fine carriera- per una persona che deve avere ottenuto una laurea triennale, una biennale, due anni di scuola di specializzazione sono un po’ pochini, al di sotto della media europea, soprattutto per gli ultimi anni di lavoro.
Il fatto di essere sottopagati comunque non giustifica la presenza nelle scuole di insegnanti inetti. Il fatto che l’insegnamento sia considerato un lavoro di scarto e malpagato sortisce una sorta di brain drain : i migliori di ogni ambito fuggono questa professione. Conseguenza: molti insegnanti incompetenti. Eppure anche parlando di alcuni docenti estremamente preparati si finisce col non avere una buona opinione lo stesso: infatti, tra sapere e sapere insegnare c’è una bella differenza. Più che mandare ispettori a valutare la didattica, come consigliava Roger Abranavel dalle colonne del Corriere, suggerirei di creare scuole serie per l’insegnamento in grado di insegnare a insegnare: non basta essere laureati in algebra per fare lezione di matematica al liceo, come non basta essere una grande filologo per insegnare greco e latino. Le competenze di questi due esempi di laureati sono più che sufficienti, ma probabilmente manca la capacità di spiegare a ragazzi di quattordici anni greco e matematica in modo tale da rendere appetibili due materie così complesse. Questo è il punto: l’insegnante è un divulgatore, un comunicatore (nell’ambito liceale) e la sua grande abilità deve essere legata alla sfera della comunicazione di quanto ha studiato. Bisogna scindere la figura dello studioso da quella dell’insegnante. Vero è che l’insegnante deve studiare, ma si tratta di un tipo di studio diverso da quello accademico-scientifico: è uno studio attivo, estremamente vitale, perché il suo fine è quello di rendere divulgabile quanto si è studiato, non di raggiungere un’alta precisione scientifica. Queste “scuole per docenti” devono essere ben lontane dalla tristezza che pervadeva le vecchie SSIS e SILS, dove si vendeva un po’ di psicologia e un po’ di materie di indirizzo, in modo svogliato e inconcludente.

Sarebbe auspicabile una laurea magistrale rivolta proprio all’insegnamento. Per un liceo le nozioni offerte da una laurea triennale sono più che sufficienti!
Ogni riforma della scuola è stata accolta con grande disgusto dagli insegnanti e, sinceramente, non penso per gretto conservatorismo da parte del personale docente.
Si è trattato, quasi sempre, di riforme calate dall’alto da parte di figure che con la scuola c’entravano molto poco; ministri che col campo educativo avevano pochissimo a che fare, molto di meno anche dei più impreparati tra gli insegnanti che, nel bene e nel male, la mattina erano dietro la cattedra a fare il proprio dovere.

Nonostante le grandi necessità di riforma in cui si ritrova la scuola italiana, tutto sommato conviene sperare che in questi anni non vengano apportati drastici cambiamenti all’istruzione: è meglio che la situazione non venga toccata da chi ha affermato che gli orizzonti culturali devono coincidere con le mitiche “tre i” (inglese, internet, impresa).

scuolauniversità
Riccardo De Santis

Riccardo De Santis Riccardo De Santis è nato e vive a Milano. Dopo aver studiato al liceo Parini, si sta laureando in Lettere Classiche presso l’Università Statale. Amante della letteratura e filologia greca, si interessa anche di aspetti culturali più moderni come la politica, il teatro, l’editoria, la musica e la comparazione letteraria. Adora viaggiare e incontrare popolazioni lontane, anche se Milano sortisce una sorta di “effetto calamita”, dal quale non riesce a sottrarsi. I suoi studi classici non vogliono essere una fuga dall’attualità; lo studio del passato si spiega sulla base del fatto che la realtà non è qualcosa cha avviene solo nel presente: infatti non sapremo mai quanti personaggi e quanti momenti entrino a far parte della nostra storia.
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Commenti: 13 »

  1. ” …. la scuola è un sistema complesso che va dal governo e dal ministro pro tempore fino ai presidi, ai docenti e agli alunni, passando per le strutture del Miur, degli Usr, degli Usp, di Comuni e Provincie e coinvolgendo il personale ata e ovviamente le famiglie. Attribuire la responsabilità della situazione ai soli docenti è profondamente ingiusto e gravemente sbagliato . Un po’ come – per fare un paragone - nelle ferrovie attribuire ai macchinisti e ai controllori la responsabilità dei ritardi, dei malfunzionamenti, dell’affollamento delle vetture, delle pessime condizioni dei servizi igienici. Oppure – altro esempio e più attuale – prendersela con i poliziotti incapaci dimenticando che sono costretti a tenere le volanti in garage per mancanza di fondi. ….”

    http://www.gildavenezia.it/docs/Archivio/2009/mar2009/corpore_vili.htm

  2. Per V.P.
    è evidente che l’articolo sia solo una finestra che cerca di fare una carrellata sulla situazione: discrepanze nord-sud,problema docenti, problema politico-governativo- nella parte finale. Mi pare che la tua lettura non sia stata particolarmente attenta: nella parte finale dell’articolo attribuisco le cause dei problemi più grandi a scelte sbagliate della politica. Difendo la figura degli insegnanti, anche dei peggiori, dicendo che, anche se sbagliano, sbagliano comunque di meno rispetto alle scelte di un ministro e che comunque il loro dovere lo svolgono fino alla fine.
    E’ vero che ho deciso di trattare soprattutto il problema degli insegnanti, non perchè credo che essi siano così disastrosi, ma perchè una grande classe docente è di maggiore aiuto’ piuttosto che l”ennesima e, dopo una legislatura,modificata riforma della scuola.
    Il mio discorso, anche se critico,è di totale fiducia negli insegnanti e anzi credo che una scuola senza muri, senza aule, senza soldi possa comunque funzionare se ci sono dei bravi docenti. Socrate ne è il migliore esempio.
    Penso che la figura dell’insegnante sia molto più funzionale alla scuola rispetto al tuo esempio dei macchinisti dei treni. Gli insegnanti non devono fare un lavoro tecnico e ripetitivo.Didattica è creazione e adattamento al contesto in cui ci si trova.
    Categoria dunque da me molto difesa, anche perchè ne faccio parte da 3 anni.
    Sinceramente mi pare un’interpretazione molto superficiale di quanto ho scritto nell’articolo.

  3. Per Riccardo De Santis

    1) per mio scrupolo ho riletto attentamente la tua nota.

    2) «nella parte finale dell’articolo attribuisco le cause dei problemi più grandi a scelte sbagliate della politica». sì alla fine e sono solo tre righe mentre oltre 30 sono dedicate esclusivamente alle tue (rispettabili) idee e valutazioni sugli insegnanti.

    3) «Il problema di fondo resta comunque diffuso su tutta la penisola e riguarda in primo luogo la qualità della didattica , che in alcuni –rari- contesti è ottima, mentre troppo spesso è per così dire “marcia”, “improduttiva”» e «Il fatto di essere sottopagati comunque non giustifica la presenza nelle scuole di insegnanti inetti. » e ancora «molti insegnanti incompetenti» queste tue affermazioni danno un taglio preciso al tuo intervento e non sono recuperabili affermando - nella replica - la tua totale fiducia negli insegnanti. gli insegnanti non all’altezza certamente ci sono ma non bisogna generalizzare e in percentuale saranno più o meno come nelle altre categorie. medici, avvocati, pompieri, commercialisti, ….

    4) «credo che una scuola senza muri, senza aule, senza soldi possa comunque funzionare se ci sono dei bravi docenti».
    io no. assolutamente no. se fosse vero potremmo fare a meno di ministri, ds, ata, …sono passati 2.500 anni da socrate, la scuola ora vuole essere di massa, ci sono discipline tecniche e scientifiche che richiedono attrezzature specifiche. anche le materie umanistiche necessitano ora di pc, internet,… e poi non possiamo prescindere dalle altre nazioni.

    5) «Proviamo a chiedere a cento studenti universitari quanti di loro vorrebbero insegnare “da grandi”: credo che meno di cinque » è un’ipotesi tua bisognerebbe attuarla e vedere i risultati. concordo con la mancanza di entusiasmo ma l’insegnamento è comunque ambìto e ricercato: 300.000 aspiranti supplenti - ancora scandalosamente sfruttati dallo stato come precari - si accingono a rinnovare la loro posizioni nelle gae.

    6) insegnanti e macchinisti? perché no? per quello che valgono i paragoni. c’è che il treno è molto più visibile del macchinista mentre i docenti risultano più visibili della scuola e fanno - loro malgrado - da parafulmine o capro espiatorio al posto dei governi, ministri, ds, tutto quello che c’è e quello che non c’é nel sistema istruzione.

    7) «perchè una grande classe docente è di maggiore aiuto». la cavalleria polacca contro i panzer?

  4. Per V.P.

    1) le righe finali che parlano di riforme e governi sono 14 e non 3.
    2) le frasi estrapolate dal contesto sono pericolose. Se vuoi fare il gioco delle citazioni, allora parlo bene degli insegnanti in:
    “Si sente parlare di insegnanti fanulloni, incapaci e frustrati; siamo, ancora una volta, nell’ambito delle generalizzazioni”
    “Ogni riforma della scuola è stata accolta con grande disgusto dagli insegnanti e, sinceramente, non penso per gretto conservatorismo da parte del personale docente” ….”meno anche dei più impreparati tra gli insegnanti che, nel bene e nel male, la mattina erano dietro la cattedra a fare il proprio dovere”…”Questo ripudio nei confronti di uno dei lavori più importanti –almeno a livello sociale- è una questione tutta italiana”.

    Ma a prescindere del fatto che io parli bene o male degli isegnanti (in verità ne parlo sia bene sia male e cerco di non generalizzare) i dati dell’Ocse non li ho pubblicati io! In questi studi il livello della didattica dell’Italia in alcune zone è paragonato, e non da me, a livello della Thailandia.Cfr. http://www.corriere.it/cronache/09_aprile_08/nuova_scuola_londra_nord_sud_roger_abravanel_101d08fa-2417-11de-a75a-00144f02aabc.shtm.-articolo che per altro condivido solo nelle premesse.
    E comunque insisto: non cadiamo nelle generalizzazioni. Anche se ho detto che sono rari non è che non esistano situazioni dove la scuola superiore italiana funziona bene (per esempio la mia esperienza personale è stata ottima; ho avuto degli insegnanti fantastici. Però se scrivo un articolo non mi baso sulle mie esperienze al liceo Parini di Milano, ma mi attengo ai dati dell’Ocse, che da molti racconti ed esperienze che ho provato insegnando risultano pienamente confermati.
    4)Libertà tua di non crederlo. Sinceramente sono più che convinto che se non avessimo avuto Berlinguer, De Mauro, Moratti, Fioroni e Gelmini la scuola italiana starebbe meglio. e di molto.e dirigenti scolastici? dal mio personale punto di vista è una categoria professionale da eliminare.un consiglio decisionale formato da docenti è più che sufficiente!
    Le attrezzature sono sicuramente utili; non dico di no, ma non cadiamo nel positivismo tardo ottocentesco! Grandi insegnanti sono emersi anche in strutture prive di mezzi e insegnanti inetti sono esistiti anche se attorniati da lavagne luminose. Mi spiace ma Socrate resta un ottimo insegnante, lo sarebbe anche oggi mentre passeggia per le vie della città. Nonostante siano passati 2409 anni.
    5) Certo che è una mia opinione, ma, ti dirò, piuttosto fondata. Non bisogna chiamarsi Renato Mannheimer per capire che in Italia- e non all’estero, fidati- nessuno voglia insegnare o, meglio, solo una minuscola percentuale di persone.
    Ammiro e stimo i precari che credono in quello che fanno e anche sulla base delle mie posizioni politiche non posso che essere solidale con loro. Comunque il fatto che ci siano 300.000 precari non siglifica che il sogno della loro vita sia insegnare.
    6)No. perchè la didattica non è pura tecnica. mi spiace, ma per fortuna non è così. Non ci sono regole precise; ci sono binari da seguire, ma alla fine l’unico imperativo è che bisogna insegnare col cuore. Per avere dei robot che sfornano nozioni, allora sarebbe meglio studiare direttamente sui libri.

    E penso che potremmo andare avanti all’infinito se vogliamo discutere sulle virgole e i due punti, ma così facendo stai mettendo in secondo piano l’idea di fondo di tutto l’articolo che si può leggere tra le righe e che dovrebbe essere il centro della discussione.
    Te la sintetizzo così magari ci chiariamo:
    Il lavoro degli insegnanti è essenziale. Su di esso bisogna investire. E’ dato che per fare lo psicoterapeuta c’è bisogno di una scuola di specializzazione, dato che per fare il medico ci sono varie branche di specializzazione, così, dato che non si nasce con la scienza infusa nel cervello, bisogna creare delle scuola che insegnino a insegnare. E questo dovresti pensarlo anche tu dato che vorresti ridurre l’insegnamento a mera tecninca. Il punto su cui insisto è: non bisogna insegnare perchè non c’era altro da fare, ma perchè VOGLIO insegnare. E dato che le facoltà di matematica, biologia, lettere ecc.. non sono in grado di svolgere questo compito, c’è bisogno di scuole per l’insegnamento. Altro che valutare la didattica, magari dopo. Prima spiegamo cosa vuol dire insegnare e poi verifichiamo la didattica. Altrimenti è come fare le verifche in classe, senza aver spiegato nulla. a che servirebbe?

  5. Per Riccardo De Santis. (1 di 3)

    Rispondo … a rate e cerco di essere sintetico facendo riferimento agli stessi punti.

    1) 3 righe o 14? l’idea di fondo è la formazione degli insegnanti come conferma la tua sintesi finale;

    2) «frasi estrapolate dal contesto»? ma il contesto è sovrastante cioè presente. le frasi - quasi come note a pie’ pagina - mi servivano solo per agganciare le mie considerazioni; [vale lo stesso adesso]

    3) [saltato?] «livello della didattica dell’Italia » l’ocse - mi sembra - fa riferimento agli “apprendimenti”, aspetto collegato alla didattica ma non coincidente con essa! una fonte copiosa non riempirà mai un secchio bucato.

    4) «sono più che convinto» da qui e fino al “!” concordo al 100% (o quasi); «Le attrezzature sono sicuramente»: intendo ache n. alunni per classe; aule e bagni decenti; lavagne non fratturate; normativa per la valutazione; ….

    5) «nessuno voglia insegnare»: ma anche perché è mal retribuita (malissimo in italia) e la scuola spesso è rovinata dai politici. la scuola andrebbe riprogettata dalle fondamenta; «il sogno della loro vita sia insegnare.»invece - secondo me - per una percentuole notevole o significativa è così; ma anche chi non ha sogni o vocazioni può essere un buon insegnante se vuole e ci sono le condizioni:

    6) «la didattica non è pura tecnica» e chi l’ha detto? ma una adeguata canna da pesca e l’esca adatta aiutano il pescatore o no? con le sole mani si può poco;

    (segue)

  6. Come consuetudine, a V.P.

    1)non potendo parlare di tutto, ho selezionato la questione “reclutamento insegnanti”. però ho fatto dei cenni anche ad altre questioni. è un articolo, non un saggio PBE. Tra le molte questioni (politica, sud e nord) ho scelto di parlare maxime degli insegnanti, perchè categoria centrale. E cercando di formare una nuova classe docente la scuola potrà fare qualche passo avanti.
    2) intendevo dire che inutile che citiamo. dato che, come dici tu, l’articolo è sovrastante. non ha dunque senso dire : parli male dei docenti perchè dici “….”; ti ho dimostrato che è possibile fare il contrario: parlo bene degli insengnati quando dico “…”, e via con citazioni. Il punto essenziale di 2 era quello che veniva dopo.
    3)apprendimento e didattica. ovvio che sono diversi. ma è nato prima l\’uovo o la gallina?se gli apprendimenti sono bassi, vuol dire che la didattica non funziona e viceversa.
    5) parli di mal retribuzione. e nell’articolo cosa dico? affermo che è una delle cause perchè questo lavoro non piace e in Italia è realmente sottopagato.
    6) non mi piace l’esempio della pesca. è troppo tecnico. ora non è che io abbia un ideale educativo puramente spirituale, però non si può paragonare un ambito come l’insegnamento a treni e pesca…. sono solo metafore, ho capito. ma per insegnare ci vuole una disposizione mentale: desiderio di stimolare allo studio e alla conoscenza . e alla fin fine si resta in un ambito, a parte i laboratori, puramente teorico.

    In sintesi, la polemica è sorta dal fatto che tu abbia creduto che nell’articolo si imputi all\’incapacità degli insegnanti la crisi della scuola. Ma non dico questo: ci sono svariati fattori, di cui faccio qualche cenno. Mi concentro a parlare degli insegnanti, perchè sono convinto che migliorando questa categoria - stipendi più alti, corsi seri di didattica e così via- la scuola possa riprendere fiato. Altro che panzer contro cavalleria!! ho assistito a delle memorabili lezioni tenute tra i terremotati vicino ad Assisi, quasi dieci anni fa. Splendide. Parole che ti entravano nel cuore. Non c’erano muri nè lavagne. C’era voglia di insegnare e gioia del proprio ruolo. Ho assistito alle lezioni (universitarie) in piazza di questo autunno durante le proteste anti-Gelmini tenute spesso da ricercatori. Nettamente meglio di brodi cattedratici. Mi spiace, ma senza passione e stimoli non si va da nessuna parte.

  7. Per Riccardo De Santis. (2 di 3)

    Tu dici: «Te la sintetizzo così magari ci chiariamo:
    Il lavoro degli insegnanti è essenziale (8). Su di esso bisogna investire (9). E’ dato che per fare lo psicoterapeuta c’è bisogno di una scuola di specializzazione, dato che per fare il medico ci sono varie branche di specializzazione, così, dato che non si nasce con la scienza infusa nel cervello, bisogna creare delle scuole che insegnino a insegnare (10). E questo dovresti pensarlo anche tu dato che vorresti ridurre l’insegnamento a mera tecnica (11). Il punto su cui insisto è: non bisogna insegnare perchè non c’era altro da fare, ma perchè VOGLIO insegnare (12). E dato che le facoltà di matematica, biologia, lettere ecc.. non sono in grado di svolgere questo compito, c’è bisogno di scuole per l’insegnamento (12). Altro che valutare la didattica, magari dopo. Prima spiegamo cosa vuol dire insegnare e poi verifichiamo la didattica. Altrimenti è come fare le verifche in classe, senza aver spiegato nulla. a che servirebbe? (13)»

    Io rispondo con le note a pie’ pagina che seguono la numerazione della precedente rata di risposta:

    (8) d’accordo. io direi che la scuola è essenziale e può essere un investimento redditizio;

    (9) pienamente d’accordo. adesso stanno facendo proprio il contrario. mi aspetto risultati disastrosi. ci sarà casino e non ci sarà nemmeno il “rispermio” che si aspettano;

    (10) sostanzialmente d’accordo. creare delle scuole forse è esagerato. basterebbero alcuni insegnamenti finalizzati. poi credo di più al tirocinio sul campo con un docente con 10-20 o più anni di esperienza. non credo ai docimologi delle università che non conoscono direttamente la situazione reale delle scuole. comunque l’esperienza si può fare anche da soli e questa è la situazione della maggior parte dei docenti attuali (secondo me);

    (11) io non voglio ridurre l’insegnamento a mera tecnica. non l’ho scritto. tu dove l’hai letto?

    (12) simile al punto (10); non credo siano necessarie scuole ad hoc, basterebbero alcuni insegnamenti. tanto per quantificare: un semestre con 2-3-4 insegnamenti; e poi magari anni sabatici, seminari annuali per materia,…

    (13) ok, ma non valutiamo solo la didattica, valutiamo tutto! tutta la scuola! questa idea o prospettiva o minaccia della valutazione viene usata ad arte per tentare di scaricare le proprie - di chi non è insegnante - responsabilità sugli insegnanti anche «dei più impreparati tra gli insegnanti che, nel bene e nel male, la mattina erano dietro la cattedra a fare il proprio dovere.»

    (segue)

  8. Per V.P.

    Mi porto avanti, attendendo il 3/3:

    mi pare che su certi punti ci sia una visione comune o, quanto meno, convergente.
    sull’ultimo punto : tieni presente che io non ho tutto questo desiderio di valutare la didattica. Valutare già di suo è difficile, poi la didattica… è abbastanza fumoso. Mi riferivo all’articolo di abranavel che ti ho citato.

    quanto alla questione insegnamento=tecnica. vero non lo dici esplicitamente. però i paragoni che fai sono troppo tendenti al tecnico: insegnanti=macchinisti;insegnamento= pesca. Fare una lezione non è come guidare un treno. Non voglio esprimere alcun giudizio, ma fare una lezione significa mettersi gioco e non sapere mai come andrà a finire: più ti prepari più deragli da quello schema, perchè bisogna adattarsi al contesto. Sul treno spero che si sappia come vada a finire,; altrimenti sarebbe preoccupante.
    Facendo le mie solite sintesi finale, ribadisco polemica sorta dal tuo “Attribuire la responsabilità della situazione ai soli docenti è profondamente ingiusto e gravemente sbagliato”. Perchè, come si può capire leggendo l’articolo, questa idea non viene espressa. Ed è estremamente lontana dal mio modo di pensare, cosa che credo di avere sufficientemente spiegato sia nell’articolo sia nei vari commenti successivi ad esso.

  9. Vorrei fare un commento al di là della discussione quantitativo-stilistico-ideologica che si è venuta a creare.
    Penso che Riccardo abbia voluto fotografare una situazione purtroppo nota a chiunque. In particolare, credo che molti, come me e come lui, trovandosi davanti la possibilità di una carriera da insegnante si pongano le stesse domande, e non possano che rispondere in questa maniera.

  10. Per Riccardo De Santis. (3 di 3)

    La tua nota inizilale del 13.4 titola “La crisi della scuola”, esordisce con aprile ecc., cita i risultati ocse, focalizza la scarsa qualità della didattica, ipotizza scuole per insegnare ad insegnare, conclude con critiche condivisibili ai ministri e alle loro tentate e inadeguate riforme, chiude con l’auspicio di lasciare le cose come stanno.

    Il nocciolo è che la crisi della scuola verte massimamente sulla scarsa qualità della didattica, punto. Su ciò io non sono d’accordo. Non condivido la riduzione della scuola (che secondo me è un sistema complesso) alla sola “didattica” intesa come “metodi per l’insegnamento” cioè essenzialmente al docente, per cui curato o addestrato il docente ad insegnare meglio (ammesso che ne abbia bisogno e ci sia chi gli sa insegnare ad insegnare), il grosso dei problemi sarebbe risolto. E’ tutto il sistema che va sottoposto ad accurata anamnesi e diagnosi per poi applicare le terapie; e ciò va fatto insieme, coinvolgendo tutti coloro che lavorano o vivono a scuola, i politici e i sindacati; e per fare ciò ci vuole gradualità (5-10anni), soldi, scelte e percorsi chiari ed adattabili. Insomma una stategia condivisa, e non a breve termine, che ora non c’è.

    Pertanto il problema “didattica” risulta uno dei problemi della scuola e nemmeno quello prioritario e più grave. Se, ad esempio, i problemi identificabili risultassero 20 (ma sono di più) fra loro connessi, la didattica sarebbe fra i secondi dieci, all’undicesimo, dodicesimo posto o ancora dopo. Assolutamente però non voglio dire che non va affronato anch’esso.

    Allora il titolo “La crisi della scuola” imperniato sulla didattica sembra negare tutte le sofferenze più gravi della scuola che sono presenti e non da questo aprile ma da anni, aggravate dall’attività degli ultimi due ministri: il ministro-medico e il ministro-avvocato. Lo scorso ottobre ci sono state manifestazioni e scioperi massicci che ne avrebbero imposto le dimissioni. La contestazione alla Gelmini e ai suoi provvedimenti continua e continuerà ancora.

    Provo ad indicare alcuni problemi più gravi rispetto alla didattica, in ordine approssimativo di priorità: 1) la dispersione scolastica pari a circa il 20% per cui 100.000 ragazzi all’anno abbandonano definitivamente senza arrivare al diploma; 2) i diplomati con voto molto basso (dispersi camuffati) altri 100.000; 3) la riduzione dei programmi svolti che viene imposta da coloro che poi saranno dispersi o promossi con voto basso; 4) gli atti di indisciplina e bullismo causati dal disagio scolastico non diagnosticato; 5) la sicurezza e l’adeguatezza degli edifici, dei servizi, delle attrezzature e dei laboratori; 6) le retribuzioni degli insegnanti e la situazione dei 300.000 precari; 7) gli istituti professionali; 8) gli esami di maturità con commissari esterni ma provenienti dalle scuole vicine; 9) le attività di recupero inadeguate e a volte solo formali; 10) il ruolo dei presidi-d.s.

  11. Per V.P.
    Temo che stiamo parlando due lingue diverse: oltre i dieci punti che hai elencato con amore è possibile indicarne altri e altri ancora. Ma ti ripeto un concetto che forse non ti è chiaro: si tratta di un articolo che parla sì \”della crisi della scuola\”, ma non \”di tutto quello che si può dire sulla crisi della scuola\”. Non credo che ci sia bisgono di fare la hit parade dei problemi che riguardano l\’istruzione; è un tuo diritto elencare decine di problemtiche che io non ho trattato… Invece di crogiolarti nei vari problemi che ci sono e di trovare nuova linfa vitale in problematichei nuove che scorgi, che ne diresti se ci fermassimo tutti un momento e iniziassimo a risolvere un problema alla volta ? io parlo di didattica, che dal mio punto di vista è un aspetto essenziale. Faccio delle proposte su cui si può stare o meno a discutere. Non imputo solo ai docenti \”il problema della scuola\”, come si può leggere nell\’articolo. Va bene: ho capito che non è la tua priorità il miglioramento della didattica, ma che vorresti affrontare altri problemi. Non mi tiro indietro…ma restano comunque i problemi inerenti ai temi trattati nell\’articolo. La domanda è: vuoi trovare delle soluzioni oppure stare a fare l\’elenco di ogni singolo problema che esiste?
    Credo sia molto più costruttivo stare a discutere di un aspetto a fondo, piuttosto che parlare di tutto e di più per poi non dire niente.
    Quanto al titolo chiederò alla redazione di migliorarlo da \”la crisi della scuola\” ad \”alcune-ma non tutte!- problematiche inerenti alla scuola\”, va bene?
    Per S.R.
    Grazie per un commento che sia pertinente a quanto detto nell\’articolo, e non a quanto non è stato detto.

  12. Ultima nota per V.P.

    l’articolo non si conclude con un invito allo status quo. Viene solo detto che ho dei seri dubbi che l’attuale governo abbia le capacità per dedicarsi a riforme strutturali della scuola. E dato che si può sempre peggiorare, spero che non metta mano all’istruzione. è un concetto diverso: cerchiamo di non fare sintesi grossolane.

  13. V.P.: «chiude con l’auspicio di lasciare le cose come stanno.»

    Riccardo De Santis: «l’articolo non si conclude con un invito allo status quo. Viene solo detto che ho dei seri dubbi che l’attuale governo abbia le capacità per dedicarsi a riforme strutturali della scuola. E dato che si può sempre peggiorare, spero che non metta mano all’istruzione.»

    non ho rilevato né segnalato un invito allo status quo ma un auspicio che è sinonimo di speranza. peraltro il governo sta mettendo mano all’istruzione, e come!

    forse non è utile proseguire a tu per tu.

    si esprimano altri.

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