Due giorni splendidi – amore, arte, vita – quando all’improvviso ritorno alla realtà: mi accorgo di guidare nel traffico intasato dell’autostrada di Genova, costellata da enormi palazzi rassegnati al grigiore che la pioggia rende ancor più taciturni. Tinte della stessa opaca bruttezza lambiscono la strada, cerco ristoro, il contrasto è troppo forte, ho bisogno di riassaporare per un momento almeno una delle emozioni dentro alle quali ero immerso fino a qualche ora prima. L’ autoradio può salvarmi, la voce di Vittorio Gassman scandisce con profonda devozione un pantheon di versi ottocenteschi:
‘All’ombra dè cipressi e dentro l’urne confortate di pianto è forse il sonno della morte men duro?’
Foscolo ad incipit è troppo solenne, prematuro perché possa dargli già ascolto.
‘Dio gli accecò, Dio mi guidò’, Manzoni è meglio zittirlo subito altrimenti non finisce più.
‘Vaghe stelle dell’ Orsa…’ respiro Leopardi in profondissima quiete, e ringrazio Iddio per i suoi versi (mentre ringrazio me stesso per aver comperato questo cd di poesie).
Le onde di Pascoli mi parlano: ‘Noi siamo quello che sei tu: non siamo. L’ombre del moto siamo. E ci son onde anche tra voi, figli del rosso Adamo?’ Onda che viene, onda che va e ormai volo lontano, casa è vicina o almeno così mi pare quando irrompe D’Annunzio trionfante.
‘Non ho più nome né sorte tra gli uomini; ma il mio nome è Meriggio. In tutto io vivo tacito come la Morte. E la mia vita è divina.’! Mi sto esaltando. ‘La pioggia nel pineto’ rincara la dose, quando Dino Campana avverte: ‘Per gli spiriti inquieti è dolce la tenebra: Ascolta: ti ha vinto la Sorte: ma per i cuori leggeri un’altra vita è alle porte: Non c’è di dolcezza che possa eguagliare la morte’.
Come? Basta, è troppo, rischio di scivolare nell’onnipotenza o nella depressione. È ora di lasciar tacere la poesia e di respirare l’aria attorno. Vedo un bosco, il cielo di cemento è un ricordo lontano, il verde è più accogliente che mai, sono vicino alle montagne della Versilia , non sono ancora arrivato alla meta, mi fermo per un momento. Mi viene in mente una storia, la scrivo. Quella del serpente ‘buono’, che ho incontrato varie volte viaggiando, che è rivestito di nomi diversi a seconda dei luoghi dove abita ed è accolto, amato, venerato. Non lo troverò di certo in questa foresta, da queste terre venne cacciato molto tempo fa quando si diceva che tentò Eva proponendole di scoprire il bene e il male. Forse in questi boschi non ha mai abitato. Serpente di morte? Non è così per tutti. In Messico, Guatemala, Honduras lo chiamano Quetzacoalt, serpente piumato, serpente di vita: nel mondo Maya è il simbolo che racchiude fra le proprie fauci l’inizio e la fine di ogni vita, dinastia e civiltà.
Nel Celeste Impero è il serpente con le ali, il Dragone, padre dell’imperatore il quale giunto alla morte si trasforma egli stesso in Dragone per volare fra le stelle.
Ed ancora portatore di vita, nei templi buddisti theravada in Laos, mahaiani in Mongolia, confuciani in Vietnam.
Per noi il Serpente è manifestazione del diavolo che la Genesi preannuncia schiacciato dal Figlio Divino che la donna un giorno partorirà. Associato al male, trafitto nel fiabesco San Giorgio e il Dragone di Paolo Uccello, pestato dalla corposa Madonna con in braccio il Bambino del Caravaggio, rispettato e temuto dalla mano ancora gotica e allo stesso tempo già rinascimentale del Masolino nella Cappella Brancacci, dove il serpente dal volto attraente ricoperto di riccioli biondi si manifesta all’inconsapevole coppia dell’Eden. E se colpa non fu del serpente ma solo dell’uomo che si lasciò tentare per scoprire l’estrema conoscenza? Se quello del serpente fosse stato solo un avvertimento per l’uomo, una prova da superare per confermarsi creatura che si fida del Padre?
Se l’uomo avesse detto di no il serpente sarebbe stato punito? E se non avesse scaricato le sue colpe sul serpente questo sarebbe stato dannato? Qualcuno doveva mettere l’uomo alla prova.
Probabilmente ora sarebbe un simbolo del bene, colui che aveva aiutato l’uomo a non commettere il peccato più grave dell’antichità : l’ ‘ubris’, mettersi alla pari o posto degli dei, volerli raggiungere in saggezza. Il Berith sarebbe stato riconfermato e il giovanissimo poeta di origine ebrea Hoffmanstahl nel racconto’ Giustizia’ non avrebbe fatto tuonare l’angelo alla sua coscienza angosciata: ‘Sei un giusto? Giustizia è tutto. Giustizia è la prima e l’ultima cosa. Chi non lo comprende morrà’.
Il Padre ha lasciato all’uomo la libertà di scegliere.
Il pensiero del ‘dopo’ ha sempre impregnato le vite dell’uomo, fa parte della sua natura, in tutte le culture. Nel mondo cristiano la preoccupazione è stata per secoli quella di riguadagnarsi la fiducia del Padre, sia che l’uomo agisse o meno in modo da ottenerla.
Il problema è quando l’uomo non si pone più nemmeno la scelta o non se ne pone nemmeno la domanda, quando vive nel ‘reale’ una vita dove Dio non c’è più, dove non è più un ‘problema’ .Si può vivere senza Dio? Si può scappare dal Padre e far finta che non sia mai esistito? Ma allora dimmi, da chi sei nato?
L’ultima ancora a cui l’uomo può aggrapparsi in questi casi è sperare nell’ingiustizia di Dio.
O serpentello mio, ma lo sapevi che avresti causato tutti questi rompicapo?
Povero piccolo serpente, un tempo amato dalle genti…


Un sublime messaggio emerge da questo divin articolo:
la noia e la tinta unita non caratterizzan di certo i racconti del nostro grande scrittore ed amico, essendo essi piacevolmente densi di attributi letterari , estetici e storici.