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Una serata alla Scala

17 giugno 2008
Pubblicato in Opinioni
di Margherita Sacerdoti

Ieri sera mi trovavo al teatro Alla Scala di Milano per un concerto per pianoforte suonato dal celeberrimo pianista nonché direttore d’orchestra Daniel Baremboim. Mi trovavo li perché amo la musica classica e perché per tutta la vita sono stata spinta da una madre melomane ad avvicinarmi a quest’arte. Ammetto che di mia iniziativa probabilmente non andrei cosi spesso a opere, concerti e balletti, ma mi lascio trascinare volentieri da chi ha una passione per la musica. Prima di ogni opera mi sono sempre preparata all’ascolto, leggendo la trama di ogni atto e ascoltando alcuni brani musicali. La musica mi è familiare perché l’ho studiata fin da piccola suonando il pianoforte e apprezzo il balletto perché ho studiato danza classica per quindici anni. Spesso mi sono rifiutata di andare a concerti di cui non mi importava molto e al contrario ho spesso inseguito anche in teatri di paesi stranieri, direttori d’orchestra di cui conoscevo lo stile e il talento o compositori che amavo particolarmente. Non mi sono mai considerata un’appassionata di musica classica, ma ho sempre avuto piacere di ascoltare ed imparare a capire e apprezzare la musica.
Ieri sera, come tante altre sere alla Scala, mi sono vergognata del pubblico italiano. Innanzitutto tra una pausa e l’altra del pianista ecco un coro di rumori di gola che si leva dal pubblico con grande enfasi. Apparentemente in salute, altrimenti avrebbero fatto meglio a stare a letto con gli antibiotici, gli spettatori si sono esibiti, come di consueto, in una gara di tosse e piccoli gargarismi disgustosi, tutti allo stesso tempo. In secondo luogo ecco un episodio alquanto scioccante di cui nessuno ha protestato: uno spettatore, seduto dietro di me, alzandosi in piedi in platea ha scattato una fotografia di Baremboim durante l’esecuzione del brano con un apparecchio fotografico di vecchia generazione che non nascondeva il rumore del rullino all’interno. Per concludere, al termine del concerto, il pubblico si è alzato in una standing ovation. Il pianista in questione è molto bravo, certo, ma l’esecuzione, secondo il mio modesto parere e quello di chi conosce la musica classica, il brano in particolare e il pianista assai meglio di me, non era certo da standing ovation. Ho il sospetto che il pubblico, non capendo molto di musica, si sia alzato entusiasta più per la celebrità del pianista che suonava davanti a loro che per la qualità dell’esecuzione musicale. Infine, come sempre accade alla Scala, quando cominciano gli applausi (spesso prima della fine dell’esecuzione) c’è chi si alza e comincia ad andarsene dal teatro, facendo tra l’altro alzare tutta la propria fila della platea , per correre a prendere il primo taxi in piazza della Scala mentre i musicisti cominciano gli inchini.

La Scala ha una tradizione e un nome che spesso vengono considerati più importante di quel che avviene all’interno. I Milanesi sono capaci di soffrire per ore ascoltando un’opera di Wagner, pesantissima e noiosa per chi non è appassionato di questo genere musicale, pur si farsi vedere alla Scala. Ho ammirazione per questi individui perché personalmente non mi sforzerei mai di star seduta tutta una sera a dormire scomodamente su un seggiolino di velluto rosso aspettando con ansia l’intervallo per far due chiacchiere, farsi vedere e vedere chi c’è. Nei teatri nel resto del mondo dove ho avuto la fortuna di andare appositamente in occasione di festival musicali come a Salisburgo, Bayreuth, Lucerna, gli spettatori presenti sono quasi tutti li per amore della musica. Coloro i quali riescono a trovar ei biglietti e compaiono per ragioni sociali soltanto, hanno almeno il buon gusto di non fare rumore, di non scattare fotografie e di copiare il comportamento chi di musica ne capisce quando si tratta di applaudire, alzarsi o andaresene.



6 Responses to “Una serata alla Scala”

  1. Marie-Isabelle scrive:

    Cara Margherita,

    anche io grande devota del sacro tempio milanese,
    che frequento da quando avevo 6 anni,
    sono alquanto rammaricata della situazione che mi
    descrivi.

    E’ una situazione che ho già visto all’opera Bastille
    a Parigi per esempio, dove proprio come dici tu
    il pubblico scattava foto nel bel mezzo della rappresentazione,
    per non parlare di come veniva vestito, più per andare al mercato
    che all’opera.

    Tentiamo di vederla cosi: al di là della questione di savoir vivre
    a cui tu, io ed i nostri amici siamo stati abituati, almeno
    si tratta di un atto di “democratizzazzione della cultura”,
    che, offrendo tariffe particolari, ha permesso ad ogni tipo di
    audiance, di assistere a spettacoli di questo genere.

    Speriamo che almeno abbiano voglia di riascoltarsi il disco a casa!

  2. marcello scrive:

    E si compare per ragioni sociali….e si compare per la musica …per ammirare e essere ammirati…ma va bene tutto cio’, secondo me, purche’ si abbia orecchio anche alla musica, in un mondo ove non c’e’ piu’ ne’ ascolto musica, ne’ cultura….che ruttino o di peggio, ma almeno ascoltino!!! E poi, ribadisco, non si puo’ avere un concetto elitario della cultura, pensa, Margherita, che il re di Napoli mangiava di solito a teatro un piatto di spaghetti con le mani, in Giappone addirittura nei teatri Kabuki si mangia, si dorme, si…(la rappresentazione dura molte ore…)
    Non e’ forse la vita questa? Non e’ forse un modo di essere, senza fingere? Non e’ forse un teatro vivente (il sogno di ogni attore e compositore)?? Certo Beethoven, Vivaldi, Mozart componevano per i ricchi e nobili o nobili-ricchi. Porta e Hugo scrivevano sui poveri…

  3. Riccardo scrive:

    Con un pubblico così “vitale” probabilmente il repertorio migliore sarebbe stata l’opera intitolata 4’33” di John Cage. Probabilmente si è persa occasione per una rappresentazione memorabile, viste le premesse.
    Se la democratizzazione della cultura è sicuramente un bene, ed anzi una opportunità (dubito poi che esista una cultura non democratica e quindi non popolare, se non in atteggiamenti inutilmente elitari), è sicuramente fondamentale una certa educazione, adeguata al contesto della rappresentazione, che rende inaccettabile mangiare alla scala (ove altrove è normale), non come inutile formalismo, ma come forma ed essenza della rappresentazione stessa.

  4. Giacomo scrive:

    viva i riti (anche quando falliscono)

  5. maurizio pozzetti scrive:

    è agghiacciante pensare a tutti questi personaggi (la maggior parte di solito economicamente ben messi) alla Scala..in un teatro di così grande rispetto. io ho insegnato a mio giglio l’amore per la musica, l’opera e la lirica in primis, ma non ho mai potuto mandarlo. beh, ora lo spaete che che il 4 dicembre la Scala ha oprganizzato una serta solo per i giovani con meno di 26 anni? ci sarà l’anteprima del don carlo solo per loro e l’opera pure intera! e i prezzi non sono proibitivi! io l’ho compratoi subito per mio figlio, li ho trovati sul sito della onlus http://www.projectmalawi.it, la promotrice dell’evento

  6. Giacomo Marconi scrive:

    Perfettamente d’accordo, su tutti i fronti. Non è che a Firenze sia meglio, qualche mese fa sono andato al Teatro Comunale a vedere la Tosca e pensa che hanno imposto un bis a suon di urla.. Stasera vado a vedere Siegfried, ti farò sapere!

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