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Il Padiglione messicano alla Biennale di Venezia

29 giugno 2009
Pubblicato in Dossier, Segnalazioni
di Diletta Sereni

Flag, 2009 - Courtesy Teresa MargollesAlla 53esima edizione della biennale il Messico è rappresentato dalle opere di Teresa Margolles, che raccontano la guerra della droga e il suo silenzioso sterminio. Il padiglione messicano, che partecipa alla biennale solo dalla precedente edizione, ha scelto di ospitare la mostra intitolata “¿De qué otra cosa podríamos hablar?” (Di cos’altro potremmo parlare?) nel palazzo Rota-Ivancich, residenza nobiliare cinquecentesca, a due passi da Campo Santa Maria Formosa.

Il lavoro di Teresa Margolles sviluppa, sin dagli anni novanta, una riflessione sulla rappresentazione della morte nella società globalizzata. Nel periodo più recente si è concentrato in particolare sull’ondata di violenza causata dalla criminalità organizzata intorno al narcotraffico che, per ragioni geografiche, ha fatto del Messico il principale raccordo tra luoghi di produzione e consumo e che, in particolare lungo il confine con gli Stati Uniti, miete ogni anno migliaia di vittime. Si moltiplicano gli episodi di violenza nelle strade – esecuzioni mirate o scontri a fuoco tra polizia e trafficanti – e sono frequenti i casi di civili coinvolti solo accidentalmente. Negli ultimi anni inoltre la narco-criminalità si è ramificata e insinuata nelle città e nelle famiglie, esponendo un’intera generazione alle conseguenze perverse che l’economia globalizzata ha avuto sul mercato della droga.

Cleaning, 2009 - Courtesi Teresa MargollesIl lavoro della Margolles parte dalla consapevolezza di questa ondata di violenza e cerca di tradurla in oggetti e azioni che possano raccontarla senza fare leva sulla spettacolarizzazione del lutto. L’artista non lavora in solitudine nel suo studio, ma viaggia sul territorio: esplora le arene del terrore che si aprono nelle città, tra la gente e, subito dopo le misurazioni e le indagini di polizia e periti, raccoglie materiali, tracce, feticci sui luoghi degli omicidi: all that’s left. Si tratta di vetri infranti delle automobili, messaggi intimidatori lasciati dai trafficanti, terra, sangue e vari materiali organici che assorbe con delle tele, come a tamponare le ferite del terreno. E sono questi “residui” che, in seguito ad un intervento di trasformazione sui materiali, vengono immessi nel circuito dell’arte. Da resti di morte a opera d’arte, è così che questi oggetti-traccia subiscono una piccola fondamentale rivoluzione: sottratti ad uno spazio “esposto” allo sguardo emotivo di shock, terrore e compassione per le vittime, vengono inseriti in uno spazio “di esposizione” che chiede uno sguardo attento, di studio o contemplazione, allo spettatore di arte contemporanea.

L’entrata del padiglione è quasi nascosta e all’ingresso si è colpiti dal contrasto dimensionale tra la calle stretta e buia e gli spazi grandiosi del palazzo. Le opere vi abitano quasi mimetizzandosi nella vastità delle sale, che l’artista ha voluto lasciare quasi vuote e conservare nel loro stato di decadimento: tappezzerie strappate, crepe alle pareti, fili scoperti… Il visitatore attraversa la pace inquieta delle stanze, illuminate dalla scarsa luce che filtra dalla calle e da una fila discreta di lampadine aggrappate alla parete. Passa da una stanza all’altra e le opere intrecciano il suo percorso in silenzio eppure lo avvolgono, lo costringono a poco a poco a fare i conti con la loro crudezza: con l’odore acre delle tele imbevute di terra e sangue, con l’azione lenta e meticolosa dei performer, che lavano il pavimento freddo del palazzo con acqua mista al sangue “recuperato”. Le varie installazioni agiscono sull’attenzione dello spettatore: sono tracce fisiche e tangibili della tragica “economia della morte”, eppure non gridano, divergendo così in maniera fondamentale dalle rappresentazioni del dolore altrui cui ci ha abituato la cultura visiva contemporanea, che tende a mostrare tutto. Il dramma che viene raccontato non è evidente, le opere vogliono essere cercate, ascoltate: non chiedono pietà o indignazione ma raccoglimento.

Recevered Blood, 2009 - Courtesy Teresa MargollesSi tratta di opere-gesto, che costruiscono, attraverso il meccanismo del feticcio e della contaminazione, un discorso ardente sulla morte silenziosa di migliaia di persone, l’assurdità di uno stillicidio lento e inesorabile. I feticci della Margolles sono rappresentazioni di una morte senza nome, senza giudizio e nonostante siano segnate da una profonda continuità fisica con la vittima, evitano lo spettacolo del dolore. Il gesto diventa opera perché compiuto in quel determinato contesto sociale e in quel preciso momento, è per questo che parlare di queste opere significa parlare della loro storia e dell’ambiente che le ha prodotte. È probabilmente questa la forza della mostra: allontanarsi dall’arte contemporanea come tendenza, uscire dal suo circuito commerciale e instaurare un discorso radicato a fondo nel territorio e nella società messicana, cercando di tradurne aspetti gravi e problematici, un discorso sulla possibilità di “fare arte” e sulle forme che l’arte può assumere di fronte ai drammi dell’attualità.

Padiglione Messicano Biennale di Venezia – Teresa Margolles, ¿De qué otra cosa podríamos hablar?
7 giugno – 22 novembre 2009
orario 10-18, chiuso il lunedì
Curatore: Cuauhtémoc Medina,
sede: Palazzo Rota-Ivancich, calle del remedio, Castello 4421 (Ve)
tel. 041.52.29.855
www.mexicobienal.org



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