L’ostacolo della passione

Di Erik Burckhardt • 21 gen 2009 • Categoria:Società • 2 Commenti

tvIncuriosito dalla furia politica e mediatica scatenata dall’ultima puntata di Annozero – “La guerra dei bambini” – da Parigi ho deciso di sfruttare gli ultimi prodotti dell’inarrestabile progresso tecnologico (www.annozero.rai.it) per potere vedere e giudicare in prima persona l’opera del criticato conduttore Michele Santoro.

Il tema – la raccapricciante operazione “Piombo fuso” – non era certo facile da gestire, né agevolmente analizzabile, così Santoro non è riuscito ad evitare l’abbandono della trasmissione da parte della collega Lucia Annunziata. L’indomani, le consuete critiche sul programma da parte del mondo politico si sono trasformate in un vero e proprio terremoto. La puntata è stata addirittura oggetto di discussione in occasione del Consiglio dei Ministri e il Presidente della Camera Gianfranco Fini ha chiamato il Presidente della Rai Claudio Petruccioli stigmatizzando l’accaduto e definendolo come «indecente». L’indignazione è scaturita principalmente dalla convinzione che il programma non avesse fornito un’analisi obiettiva sulle vicende mediorientali essendo impostata, al contrario, in chiave pro-palestinese.

Personalmente non credo nella malafede della redazione di Annozero, ancora meno in quella di Santoro. Non penso che il programma abbia intenzionalmente voluto ignorare le posizioni israeliane per esaltare quelle palestinesi, ma ho l’impressione che questo sia stato l’involontario risultato dell’impostazione troppo emotiva della trasmissione.

Vi è ragione di credere che, in occasione della sua ultima puntata, Annozero sia rimasto prigioniero di se stesso. Addestrato a dare voce a quelli a cui troppo spesso viene tolta ed abituato a tollerare il modo diretto, semplice ed emotivamente toccante di esprimersi, il programma non è stato in grado di capire che questa volta la posta in gioco non era il politicamente corretto, ma il moralmente accettabile.

Quando dei poco più che adolescenti si trasformano per l’occasione in severi opinionisti e quando si mandano in onda a catena servizi ed interviste psicologicamente devastanti, le infelici assimilazioni dell’operazione “Piombo fuso” alla Shoah e la patetica confusione riguardo alle questioni centrali della vicenda sono ovvie conseguenze; patologiche e tragiche conseguenze della volontà di concentrarsi su quello che “sente e prova la gente” e della ricorrente sfiducia in quello che fanno, dicono e pensano “i grandi politici ed intellettuali del pianeta”. E dal momento che l’impostazione del contenuto della trasmissione era dichiaratamente di tipo emotivo, non può neanche stupire che essa sia risultata faziosa: i palestinesi rappresentano la parte inevitabilmente soccombente della guerra in corso e basta ciò a rendere le loro storie ed esperienze emotivamente più toccanti di quelle israeliane.

Il punto è che nessuno può negare che il conflitto israelo-palestinese rappresenti una delle questioni più complesse delle relazioni internazionali odierne. La presa di coscienza di tale premessa dovrebbe condurre a provare una certa soggezione rispetto all’argomento, una soggezione tale da imporre una particolare cautela nell’affrontarlo ed un atteggiamento molto ragionato quando proprio viene il momento di farlo.

Da Ulpiano, Gaio e Cicerone a De Vitoria, Suarez e Grozio: la storia del pianeta è ricca di giuristi e filosofi che si sono impegnati nell’elaborazione di teorie che aiutino a rendere meno frequenti e meno terribili le guerre di questo mondo. Perché non esporle? I sempre più esasperati spettatori italiani si sarebbero confortati e consolati nell’apprendere che, seppur fragilissimo, un diritto internazionale pubblico esiste e che anche la più bestiale delle azioni umane, la guerra, per potersi dire umana deve sottostare ad una logica e ad una legge. Un’introduzione di questo tipo è indispensabile prima di cimentarsi nell’analisi di un conflitto, a maggior ragione quello israelo-palestinese che necessita pure di accurati prolegomeni di natura storica.

Giacché si è capito che essi rappresentano il nocciolo della questione, nel corso della trasmissione sono stati evocati principi come quello d’autodifesa e di proporzionalità, ma si è ingenuamente preteso di liquidarli in poche battute, col risultato di perdersi negli sconvolgenti numeri del calcolo.

Annozero aveva tutte le carte in regola per preparare un programma utile all’opinione pubblica. Gli ospiti della trasmissione erano autorevoli giornalisti, scrittori e tecnici i quali avrebbero senz’altro potuto cercare di farsi interpreti dei grandi pensatori che si sono attivati per la soluzione di problematiche come quelle che condannano il popolo palestinese ed israeliano.

Il motivo per cui la società civile palestinese e quella israeliana non riescono a trovare neanche l’ombra di una soluzione è probabilmente da ricercare nella costante pressione emotiva che la storia ha esercitato e continua ad esercitare su dei popoli sempre più agonizzanti nelle tenebre della loro realtà. Si può ritenere che chi ha la fortuna di trovarsi in uno studio televisivo a centinaia e centinaia di chilometri di distanza dalle bombe e dai missili non dovrebbe affliggersi cercando d’immedesimarsi nell’ombra delle sofferenze dei più disgraziati, ma – lontano dal pathos – dovrebbe invece sfruttare l’occasione per lottare con la ragione contro il terrore e l’ingiustizia.

L’amor proprio, la vendetta e la paura sono tutte passioni che ci avvicinano allo stato naturale e ci allontano dalla civiltà. Farcele vedere è talvolta indispensabile per darci la sensazione di disgusto che ci obbliga a combatterle, ma se poi non si reagisce in tempo, si corre davvero il rischio di apparire indecenti.

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Erik Burckhardt

Erik Burckhardt Erik Burckhardt, classe 1986, vive a Parigi dove segue un Master in “Filosofia del diritto e diritto politico” e si dedica ala stesura della tesi di Laurea franco-italiana in Diritto Comunitario e Internazionale. Di doppia nazionalità italo-svizzera - fusione di amabilità e rigore - ama sottrarsi al frastuono e ai ritmi frettolosi della vita parigina dedicandosi a lunghe passeggiate lungo la Senna, rimpiangendo di tanto in tanto il calore di un’Italia sempre presente nel cuore e nei pensieri. Ancora incerto sulla carriera professionale da intraprendere, sta lavorando a una crescita personale e culturale costante, reputata come base fondamentale su cui costruire il proprio futuro.
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Commenti: 2 »

  1. sono perfettamente daccordo sulla impostazione del problema: emotivitá, che non aiuta a capire ma che finisce per confondere, contro ragione, che dovrebbe indicare un cammino verso la soluzione.
    Mi sembra peró che, nell’articolo, manchi qualcosa, che non si esprime sul problema palestinese, ma si fermi solo alle considerazioni, sacrosante, sull’approccio al problema.

  2. Giancarlo,

    innanzitutto grazie mille per l’attenzione che hai dedicato a questo articolo.

    Per quello che riguarda le mancanze, lo scritto era volutamente incentrato sul problema dell’esposizione di certe questioni e sul modo spesso sbagliato in cui vengono affrontate. Proprio per questo ho ritenuto non fosse opportuno addentrarmi - con poche parole ed in poco tempo - nel vivo della tragedia israelo-palestinese.
    Oltretutto vedrai che “Il Tamarindo” - per voce di autori molto più competenti di me - non rinuncia e non rinuncerà a cimentarsi nelle analisi approfondite che giustamente esigi.

    E.B.

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