Il faro del diritto

Di Erik Burckhardt • 19 feb 2009 • Categoria:Italia • 3 Commenti

Palazzo della ConsultaNessun giurista potrà mai negare la funzione essenziale e primaria della Costituzione in uno Stato di diritto, ma è importante che anche i primi sudditi della norma suprema – i tre poteri dello Stato – continuino a ricordarsela. Soprattutto quando si naviga in un oceano infinito, minaccioso ed incomprensibile – come il tema della vita e della morte – trovare un punto di riferimento – un faro – è l’unico modo per non farsi inghiottire dalle onde.

Con il presente articolo non s’intende prendere posizione su temi etici controversi. L’obiettivo è quello di riassumere tecnicamente la disciplina offerta dal quadro costituzionale attuale del nostro Paese in merito al rifiuto ed all’interruzione dei trattamenti sanitari.

Un paziente ha il diritto di chiedere l’interruzione di un trattamento sanitario?

La risposta a questa domanda è contenuta nell’articolo 32, comma 2, della Costituzione: “Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. Migliaia di cittadini italiani hanno pacificamente rifiutato trattamenti – come trasfusioni di sangue, dialisi o interventi chirurgici – nelle strutture sanitarie pubbliche e private presenti nel territorio.

Tale diritto si estende anche alle situazioni in cui l’interruzione del trattamento sanitario implichi la morte del paziente?

In difetto di una legge che preveda il contrario si deve ritenere che un paziente vanti il summenzionato diritto anche in questo specifico caso. Questo vale ineccepibilmente per l’attualità, ma – nel caso una futura disposizione di legge prevedesse l’impossibilità di interrompere un trattamento sanitario che comporti la morte del paziente – potrebbe non valere più nei giorni a venire.

Secondo l’articolo 32 della Costituzione il Parlamento potrebbe emanare una legge che imponga i trattamenti sanitari di idratazione ed alimentazione forzata?

Se l’articolo 32, comma 2, della Costituzione permette ad una legge di derogare al divieto di forzare un soggetto ad un trattamento sanitario, tale possibilità va tuttavia inserita in un quadro delimitato. È pacifico che le disposizioni giuridiche debbano essere interpretate letteralmente, sistematicamente e teleologicamente (articolo 12 delle Preleggi). Ora, l’interpretazione teleologica dell’articolo 32 induce a ritenere che una legge abbia facoltà di derogare all’enunciato diritto qualora questo sia necessario per controllare situazioni particolari, eccezionali e socialmente pericolose come le vaccinazioni obbligatorie in caso d’epidemia. L’interpretazione sistematica della Costituzione suggerisce che non sia invece possibile sottrarre alla persona umana la facoltà di decidere se sottomettersi a trattamenti sanitari che incidono esclusivamente sulla sfera personale. Tali trattamenti rischiano di ledere beni personali primari come la dignità e l’autodeterminazione, protetti con veemenza dall’enunciato contenuto nel prosieguo dell’articolo 32 della Costituzione: “la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.
Si consideri tuttavia che l’alimentazione e l’idratazione forzata potrebbero non essere ricondotte alla nozione di trattamento sanitario. Il Disegno di legge attualmente discusso in Parlamento – per liberarle dal dettato dell’articolo 32 della Costituzione – le definisce “forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze”. Seguendo tale prospettiva – in futuro – non sarà in nessun caso possibile rifiutare ed interrompere tali “trattamenti” (non vi è letteralmente altro termine per definirli).
Parte del mondo della medicina non tollera la fuoriuscita dell’alimentazione e dell’idratazione forzata dalla nozione di trattamento sanitario e sottolinea come i “preparati” siano di produzione farmaceutica e come le modalità di somministrazione siano di natura tecnico-sanitaria. Pacifica è l’impossibilità di ricorrere alla nutrizione ed alimentazione forzata in assenza di un’équipe medica specializzata.
Parte del mondo del diritto si ribella al contenuto del menzionato Disegno di legge sostenendo che esso è ad ogni modo anticostituzionale poiché violante il principio d’autodeterminazione e il rispetto della persona umana.

L’interruzione dei trattamenti sanitari è riconducibile alla nozione d’eutanasia o di suicidio assistito?

L’eutanasia – letteralmente buona morte (dal greco ευθανασία, composta da ευ-, bene e θανατος, morte) – e il suicidio assistito sono pratiche riconosciute come diritto in diversi paesi come Olanda, Belgio, Svizzera, Svezia e Canada. Esse implicano un qualsiasi atto compiuto da medici o da altri, avente come fine quello di accelerare o di causare la morte di una persona. Questo atto si propone di porre termine a una situazione di sofferenza tanto fisica quanto psichica che il malato, o coloro ai quali viene riconosciuto il diritto di rappresentarne gli interessi, ritengono non più tollerabile. Nel nostro ordinamento giuridico tale pratica non è riconosciuta ed è perseguibile.
Con la richiesta d’interruzione dei trattamenti sanitari non si chiede un’attività per accelerare o causare la morte, bensì solo l’interruzione di trattamenti che eventualmente – come nel caso della nutrizione e idratazione forzata – la impediscono.

Il diritto all’interruzione dei trattamenti sanitari si estende anche alle persone incapaci di intendere e di volere?

Il diritto all’interruzione dei trattamenti sanitari – enunciato nell’articolo 32 della Costituzione – va combinato con l’articolo 3 della medesima carta. Questo dispone che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, d’opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” e che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli d’ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Se ne deduce che un soggetto non può vedersi discriminato per il solo fatto di trovarsi in una condizione personale d’incapacità e che è compito della Repubblica – per mezzo della magistratura e degli istituti di tutela e curatela – di accertarne la volontà e di farne valere i diritti.
Occorre sottolineare che una volta che gli organi a tale funzione preposti abbiano accertato definitivamente la volontà del soggetto incapace di esprimerla, questa non è più formalmente e sostanzialmente discutibile od opinabile. La procedura e la decisione – presa in nome del popolo italiano – sono difatti simili a quelle aventi come scopo l’accertamento della colpevolezza o dell’innocenza di un imputato.
Non si può nascondere che l’introduzione della possibilità di chiarire le proprie volontà in un testamento biologico renderebbe assai più semplice il rispetto dei diritti e delle volontà di tutti i soggetti. Se poi si garantisse anche l’obbligo di rispettare la volontà incontrovertibile del paziente, probabilmente ci si dimostrerebbe più fedeli alla Carta costituzionale ed ai diritti da questa sanciti.

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Erik Burckhardt

Erik Burckhardt Erik Burckhardt, classe 1986, vive a Parigi dove segue un Master in “Filosofia del diritto e diritto politico” e si dedica ala stesura della tesi di Laurea franco-italiana in Diritto Comunitario e Internazionale. Di doppia nazionalità italo-svizzera - fusione di amabilità e rigore - ama sottrarsi al frastuono e ai ritmi frettolosi della vita parigina dedicandosi a lunghe passeggiate lungo la Senna, rimpiangendo di tanto in tanto il calore di un’Italia sempre presente nel cuore e nei pensieri. Ancora incerto sulla carriera professionale da intraprendere, sta lavorando a una crescita personale e culturale costante, reputata come base fondamentale su cui costruire il proprio futuro.
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Commenti: 3 »

  1. davvero bravo, complimenti. sei stato puntuale e rigoroso in ogni passaggio. è un piacere leggerti e una rassicurazione: anche l’italia (seppure per metà) “produce” fini giuristi giovani, capaci e sensibili. hai fatto i primi 2 anni all’università di firenze?

  2. Grazie Giacomo. Mi stupisce che tu conosca l’Università di Firenze: Si, ho seguito il Corso Italo-Francese. Sei fiorentino?

    Grazie ancora.

  3. Sì, sono fiorentino ed ho chiaramente riconosciuto la “scuola”. Ancora complimenti, fatti vivo se ripassi da Firenze! A presto, Giacomo

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