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West Marin, un paradiso nascosto

26 settembre 2008
Pubblicato in Attualità
di Roberto Priolo

Il viaggio è soprattutto un percorso interiore, un cammino che intraprendiamo con l’emozione e il desiderio di scoprire le mille realtà e sfaccettature di cui la meta prescelta è costituita. Quello che ci rimane da un viaggio non sono solo fotografie e filmati, ma i nostri ricordi, i sentimenti che uno scorcio, una città, un incontro hanno suscitato in noi.
Soprattutto però, il viaggio rappresenta il nostro io di fronte ad una realtà altra, sconosciuta e stimolante. È proprio per questo che spesso i viaggi che ci rimangono più impressi e ci lasciano di più sono quelli che meno somigliano alla tipica vacanza. Così è stato per me, almeno. Un soggiorno di tre mesi in California mi ha permesso di scoprire cosa per me voglia dire davvero viaggiare: confrontarsi con un mondo nuovo ed imparare a viverlo ogni giorno, come se fosse sempre stato tuo.

A nord di San Francisco, oltre il maestoso Golden Gate Bridge, si estende Marin County, che da Sausalito si spinge a nord verso i vigneti di Napa e Sonoma, lungo la celebre autostrada 101. L’anno scorso ho avuto il piacere di chiamare casa la zona occidentale di questa contea, West Marin, uno dei luoghi più peculiari e al tempo stesso meravigliosi che abbia mai visto in vita mia, oltre che uno degli ultimi paradisi esistenti in Terra.
Parliamoci chiaro, non è stato facile per uno come me, amante appassionato della vita di città e della frenesia metropolitana, abbandonare le abitudini quotidiane fatte di traffico, università e aperitivi per trasferirmi in una zona rurale della California centro-settentrionale. Ma un’offerta di stage presso un settimanale locale vincitore di Premio Pulitzer e un periodo di depressione di un anno hanno anche questo potere.
Così a febbraio 2007 sono partito per la California, con in testa una paura paralizzante e al contempo un’aspettativa incredibile. Conoscevo già San Francisco, indiscutibilmente una delle città più belle ed affascinanti del mondo, ma non avevo mai sentito parlare di West Marin, principalmente perché i suoi abitanti custodiscono gelosamente il segreto di vivere in una terra meravigliosa, l’unica che nella Bay Area è scampata ai vari boom edilizi che si sono susseguiti negli anni ed ha mantenuto il suo aspetto di un tempo.

Geograficamente parlando, West Marin si concentra attorno alla Point Reyes Peninsula, delimitata a sud dalla laguna di Bolinas, a est dalla lunga e stretta Tomales Bay e a ovest dal Pacifico. Su questo territorio si trovano una serie di cittadine piccolissime, che tutte assieme formano una comunità estremamente compatta e solidale, fatta di ex-hippie, artisti, attivisti politici, ambientalisti. E’ una delle contee con maggiore tenore di vita negli States.
Nonostante si tratti di una realtà rurale, la vicinanza di San Francisco e di Berkeley danno a West Marin un’aria sofisticata e ne fanno un centro culturale vivace e all’avanguardia. I suoi abitanti sono cordiali, colti, disponibilissimi, specialmente con me, l’intern italiano che lavorava per il giornale. Ma sono anche persone un po’ strambe.

La prima volta che ho capito che West Marin ha qualcosa di strano è stato quando, durante un’intervista, un tizio si definì un newcomer, vivendo a Bolinas da “appena” 25 anni. E io che già mi sentivo a casa!
Un’altra volta, mentre guidavo la mia macchina nella via principale di Point Reyes Station, non lasciai attraversare una donna con i suoi due bambini, una cosa che a Milano capita probabilmente un milione di volte al giorno. A mia discolpa posso dire che non andavo veloce e che la signora non era sulle strisce ed era appena scesa dal marciapiede. Una volta parcheggiata l’auto accanto al supermarket, la donna mi raggiunse e mi disse:
“That was not very nice”.
“What wasn’t very nice?”
“Oh, please…. You know what you did!”
“I really don’t,” dissi io, che davvero non mi ero reso conto di quanto fosse appena successo.
“You know, this is a nice place”, rispose laconica, con uno sguardo che mi etichettava come il teppistello appena arrivato in città per scombussolare la vita di tutti, per poi voltarsi rabbiosa e andarsene.
Non solo, ogni volta che mi accendevo una sigaretta incrociavo lo sguardo di qualcuno che mi guardava con disgusto.
A West Marin si vive nella natura e per la natura, e la salute è la cosa che conta di più in assoluto, ma trovavo eccessivo il modo in cui venivo guardato ogni volta che fumavo. Allo stesso tempo, mi sentivo in colpa per il fatto di prendere la macchina per andare al lavoro, con decine di persone che invece usano la bicicletta.

Sotto molti punti di vista, West Marin è un luogo di eccessi. La prima volta che sono andato a Bolinas, ad esempio, mi sono ritrovato nella via principale della cittadina, Wharf Road, che è popolata principalmente da homeless, ubriaconi e tossici, il tutto in un’atmosfera di abbandono e decadenza. Ero convinto che Bolinas si limitasse a questo, e mi domandai cosa portasse i suoi abitanti ad essere tanto gelosi della loro cittadina così degradata. Qualche giorno dopo capii. Wharf Road serpeggia ai piedi di un piccolo altopiano, noto ai più come la Little Mesa, completamente circondata da altissimi alberi di eucaliptus che la rendono invisibile a chiunque si trovi sulla via sottostante. Pensavo si trattasse di una foresta, di un’area senza costruzioni. Una volta salito sulla Little Mesa quello che vidi mi sorprese: bellissime casette in legno a picco sull’oceano, giardini lussureggianti e tanto benessere.
Gli abitanti della Little Mesa hanno iniziato una battaglia contro il resto della città quando un anonimo filantropo ha donato un lotto a Bolinas per crearvi un parco, non prima di aver abbattuto gli alberi che si inerpicano sul pendio e nascondono le case dell’altopiano. Una donna di origini italiane parlò della piccola foresta come di un necessario “cuscinetto” tra la sua casa della Little Mesa e il centro di Bolinas.
Bolinas è forse uno dei luoghi meno ospitali della contea (e probabilmente d’America). I suoi abitanti non vogliono visitatori di nessun tipo e per questo hanno divelto per decenni il cartello che indicava lo svincolo per raggiungere la cittadina dall’unica strada che taglia West Marin da nord a sud, fino a quando la Caltrans, ente che si occupa della gestione delle strade nello stato, non ha gettato la spugna.

Le cittadine che compongono West Marin sono estremamente diverse l’una dall’altra. Ognuna ha la sua particolarità. Per esempio, Point Reyes Station, un paesetto di poche centinaia di anime (ma con due librerie e due giornali locali), funge da crocevia dell’area e da maggiore centro di ricezione turistica. Poi c’è Stinson Beach, elegante villaggio a ridosso di una baia abitato da anziani benestanti e un po’ snob; Tomales, con la sua aria da ultima frontiera e la perenne nebbia; Inverness, il luogo degli intellettuali e degli hippie che hanno fatto il ’68 a Berkeley.
A West Marin ce n’è per tutti i gusti. La natura è lussureggiante, il panorama vario. Dai pascoli alle montagne spoglie e dalle forme aguzze, effetto sul territorio della violenza dei fattori geologici che agiscono sotto la superficie (la faglia di Sant’Andrea taglia in due la zona), fino ad arrivare a meravigliose spiagge chilometriche ed insenature che compongono il Point Reyes National Seashore. Il faro di Point Reyes, su un faraglione a picco sul mare, circondato su tre lati dall’oceano e raggiungibile con una scalinata ripidissima, è uno dei luoghi più suggestivi della regione.
Tra foreste di sequoie redwoods e di eucapilptus, colline verdissime che ricordano l’Irlanda, la fittissima nebbia che avvolge l’intera zona di prima mattina, ma che attorno alle dieci lascia sempre il posto ad un sole caldissimo, mucche e cervi, la vita degli abitanti di West Marin scorre placida e rilassante. Il Community Center ha un calendario ricco di eventi, le librerie ospitano la presentazione di un nuovo libro ogni settimana, le manifestazioni pacifiste e anti-Bush sono all’ordine del giorno, così come le conferenze sulle energie rinnovabili.

Pochi giorni dopo il mio arrivo, la mia dolcissima padrona di casa ha organizzato una festa per farmi conoscere al vicinato e trenta persone sono arrivate appositamente per incontrarmi. L’amore che i californiani hanno per l’Italia è smodato: per questo tutti erano curiosi di conoscermi e mi volevano a cena da loro. Ho persino trovato un gruppo affiatato di amici, che ogni venerdì si incontrano sul praticello di fronte alla Petaluma Bank per parlare in italiano ed esercitarsi nel conversare nella loro lingua preferita. Tra questi amanti dell’Italia c’era Elsie, che per tre mesi non mi ha fatto pagare il caffè alla Bovine Bakery, nonostante io insistessi, e Scoby, che il giorno dopo avermi conosciuto mi ha fatto trovare sulla macchina un sacchetto con tre pacchi di pasta De Cecco.
L’impressione è che la gente sappia vivere da quelle parti, dove di fatto non si invecchia mai. Per esempio, Bruce, un afro-americano di 60 anni originario della Louisiana, dimostra vent’anni in meno, forse anche grazie ai rasta che gli cadono lungo tutta la schiena. O Missy, 80 anni, receptionist al mio giornale, che pur muovendosi su una macchinina elettrica a causa della difficoltà a camminare ha sempre un gossip pronto sulle anziane “decrepite” che incontra dal parrucchiere. Oppure Mary, che non ha meno di settant’anni e ogni giorno fa il bagno nelle gelide acque della baia. A West Marin si respira aria pulita, si ammirano panorami mozzafiato e si amano il buon vino, il buon cibo e la buona compagnia. Per questo si vive bene e a lungo.

In redazione spesso mi scambiavo sguardi incuriositi o attoniti con i miei colleghi, ragazzi della mia età provenienti uno da Chicago, l’altro dal North Carolina e una persino dalla Siria, di fronte all’ennesimo racconto del nostro capo riguardo le eccentricità degli abitanti della zona, che tra l’altro condividevano tutti un odio intenso nei suoi confronti.
Robert ha 37 anni, è un avvocato milionario di San Diego con manie di onnipotenza che quattro anni fa ha deciso di comprare il giornale per cui ho lavorato, il Point Reyes Light, con l’intento, decisamente ambizioso, di farlo diventare il New Yorker della West Coast. Invece è riuscito ad innescare una spirale di risentimento che in breve tempo si è abbattuta su di lui da ogni angolo della contea: era considerato un pomposo arrogante che cerca lo scoop in un luogo dove gli scoop non esistono, dove le persone vogliono semplicemente sapere cosa accade nella loro bella terra e dove il nuovo taglio del settimanale, sensazionalistico e poco orientato verso i problemi della comunità, è stato interpretato, più o meno giustamente, come un affronto intollerabile.
Spesso eravamo noi reporter a subirne le conseguenze. Mille volte mi è capitato di aver bisogno di intervistare persone che si rifiutavano di parlare con me perché sapevano per chi lavoravo. Forse una boccata d’aria farebbe bene a West Marin, specialmente a quelle persone che non abbandonano i suoi confini da oltre un decennio, nemmeno per andare a San Francisco, ad appena quaranta minuti di macchina.

West Marin vive in uno splendido isolamento, in un’enclave di benessere fisico ed emotivo. E non permette a nessuno di intaccarne l’autenticità, non ad uno sciovinista milionario che arriva dalla città e compra il Light, non ai turisti, non agli Hummer, non agli OGM. I mantra più ripetuti da quelle parti sono “Buy local”, “Impeach Bush”, “Stop global warming”. Raramente ho trovato un interesse così spiccato per tematiche sociali e un impegno così concreto a “fare la differenza”.
Nonostante le stranezze, gli eccessi e le ferme convinzioni dei suoi abitanti, West Marin mi ha fatto rinascere, mi ha ridato il benessere e la carica. E’ un luogo meraviglioso, che chiamerò sempre casa, nel quale è facile farsi mille amici e dove tutti dovrebbero soggiornare, prima o poi nella vita.
Una volta che ci si abitua ai cervi che attraversano la strada la notte, al silenzio assoluto, alla nebbia mattutina e alla popolazione eccentrica, West Marin diventa in tutto e per tutto un paradiso terrestre. E se mai ci si dovesse stancare della campagna, del silenzio a volte desolante e dell’estremismo locale, San Francisco è proprio dietro l’angolo, con le sue colline irte, le sue casette vittoriane e i suoi ponti.

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3 Responses to “West Marin, un paradiso nascosto”

  1. ire scrive:

    bravo fratellone !!!!!!!

  2. Valentina scrive:

    Caro Roberto,
    pensa che due settimane fa, tra un bicchiere di vino e nachos e guacamole (terribile connubio, lo so..ma a me piaccione entrambi!!!) ho scoperto che la coinquilina di una mia carissima amica di Los Angeles ha trascorso tutta la sua adolescenza proprio a West Marin! Io, lo ammetto!, avevo letto il tuo articolo proprio pochi giorni prima (a dir la verità ne sono stata assai incuriosita, visto che sono stata quasi un nno in California e di questa contea non mi ha mai parlato nessuno!!!) …ho portato questa tua descrizione a Teal che, sbalordita ma compiaciuta allo stesso tempo, ha definito lei stessa il suo paese d’origine un sorta di paradiso..Bravo, bravo, bravo! Il tuo articolo è stato apprezzato anche, e soprattutto, da chi West Marin l’ha vissuta da “indigeno”. Continua così!

  3. Roberto Priolo scrive:

    Carissima Valentina, ti ringrazio molto per il complimento e le gentili parole… e ringrazia anche Teal! Devo dire che non mi stupisce che tu non abbia mai sentito parlare di West Marin nel corso del tuo anno in California. Nessuno la conosce, perchè nessuno (a West Marin) vuole farsi conoscere! I miei tre mesi lì sono stati (in tutto e per tutto) un dono, una fortuna… ma tutte le cose belle andrebbero condivise, e così anche West Marin. Da cui questo articolo, che spero possa dare a molte persone un assaggio di cosa West Marin sia, e far venire loro la voglia, un giorno, di farci un salto! a presto, e grazie ancora
    Roberto

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