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Santisima Trinidad de Paraguay – Viaggio alla scoperta delle missioni gesuitiche in Sudamerica

15 gennaio 2009
Pubblicato in Attualità, Fiori
di Guido Pallini

Iguazu, Argentina
Dopo una conversazione con il ragazzo alla reception dell’ostello prendo lo zaino e m’incammino verso la stazione. La nebbia fitta rende il mio percorso misterioso e affascinante; un buon auspicio per il viaggio che ho di fronte.

A bordo dell’autobus diretto a Buenos Aires sale un gruppo variopinto: alcuni studenti, turisti, ma anche indios diretti alle piantagioni di mate.
Subito dopo esser salito, cado in un sonno profondo, apro gli occhi mentre i primi raggi di luce dell’alba si diffondono e mi accorgo che siamo fermi in un paesino.  La terra è di un colore rosso, piove intensamente e intorno all’autobus sembra esserci un lago. Il mio curiosare viene interrotto da una mano che mi tocca la spalla; una minuscola signora mi chiede: “Puedo sentarme aca?” e prende posto accanto a me. L’autobus riparte e gradualmente la visione si annebbia mentre mi adagio contro il freddo vetro.
Mi risveglio bruscamente e siamo fermi in una stazione. Piove a dirotto ed una bambina appena salita cammina lungo il corridoio con un cesto tra le braccia. Noto che sta vendendo degli oggetti tondi che sembrano cibo per un solo peso.  Incuriosito ne compro uno e mentre gusto la mia colazione, invano tento di scoprirne gli ingredienti.
L’autobus riparte e oramai è giorno, il sonno è passato e guardandomi intorno realizzo che la composizione dei passeggeri è cambiata. Mentre la mia vicina guarda lo schienale con uno sguardo spento, osservo il paesaggio che scorre lentamente e mi perdo nei pensieri.

Entrando a Posadas, città di  frontiera con il Paraguay e sita sul “Rio Parana”, chiedo alla mia vicina come attraversare il confine. Mi dice di scendere alla prima fermata e di prendere un autobus fino al ponte “Roque Gonzalez de la santa Cruz”.
Sbrigate agevolmente le formalità del lato argentino, mi appresto a affrontare la dogana paraguaiana. Il mio documento italiano suscita un’allegra curiosità e per la loro scarsa abitudine a vedere stranieri.
Una volta completata la procedura sono costretto a proseguire a piedi verso la città di Encanacion. Preferisco evitare un gruppo di taxisti dall’aria poco raccomandabile e mi fermo a parlare con un ragazzo seduto su di una moto. Dopo una contrattazione amichevole accetta di portarmi alla stazione.
Passando per il centro rimango colpito dalla totale mancanza di vita in giro, a mala pena vedo un paio di persone che camminano. Realizzo che essendo passata da poco l’una è l’ora della siesta.

La stazione è decisamente più animata, non faccio neanche a tempo a chiedere di Trinidad che mi viene indicato un autobus in partenza. A prima vista il mio mezzo non promette bene, è in condizioni precarie e non si distingue più il colore originale per via della ruggine.
Il viaggio sembra infinito, ci fermiamo spesso e la velocità è ridotta. Mentre mi guardo intorno il paesaggio si trasforma rapidamente e la natura prende il sopravvento. Quando appare il cartello con una scritta sbiadita che indica “Santisima Trinidad de Paraguay”, metto via le mie cose e mi appresto a scendere.
M’incammino verso le rovine, passando accanto a un paio di case malridotte e alcune mucche che pascolano sotto ai piloni della luce. All’entrata delle rovine vengo accolto in modo festoso da un gruppo di bambini, mentre una signora seduta vende i biglietti d’ingresso.
Mi ritrovo da solo ad ammirare il complesso risalente al 1600. Ci sono varie costruzioni che circondano una chiesa imponente della quale rimangono solo alcune pareti; è un luogo affascinante e magico. Tutto attorno regna una pace e un silenzio che acuiscono gli altri sensi.
Passeggio lungo una serie di archetti di roccia e arrivato davanti all’altare mi giro. Il cielo è di un colore azzurro intenso, non mi sembra vero di poter avere questo luogo tutto per me.
Poco lontano dall’altare si trova la cripta, è aperta e spinto dalla mia innata curiosità entro. Scendo sottoterra in un tunnel che porta a una piccola stanza con dei loculi vuoti; la luce si fa soffusa e l’aria densa. La cripta mi trasmette una strana sensazione e mentre guardo la luce del sole che penetra dalle scale un brivido mi sale lungo la schiena.
Dopo aver vagato tra le rovine mi sdraio nell’erba e mi godo la pace e il silenzio. Gradualmente la luce del sole ricorda il tempo che passa, è ora di incamminarsi. Gli autobus non passano con degli orari prestabiliti e non è una buona idea ritrovarsi per strada di notte.

Dopo aver lungamente aspettato al bordo della strada vedo spuntare un autobus in lontananza. Faccio un cenno all’autista e salgo a bordo, diretto nuovamente a Encarnacion e poi in Argentina. La mattina seguente devo prendere un aereo che non posso perdere.
Passare la dogana si rivela più lungo e complesso del previsto; gli agenti argentini eseguono dei controlli puntigliosi sulle persone e i loro bagagli. Ricordo di aver sentito che il Paraguay è il crocevia del contrabbando tra Brasile, Bolivia e Argentina e ciò spiega tutto.
Ripercorro a ritroso il percorso di quella mattina e non mi sembra possibile che sia lo stesso giorno, per me potrebbero essere passate settimane, addirittura mesi dal mio ingresso. L’insieme di episodi, immagini e sensazioni di quella giornata hanno dilatato e stravolto la mia percezione del tempo.

Seduto a terra vengo avvicinato da una ragazza di corporatura media con i capelli rossi, corti e un po’ in disordine; ma con due occhi azzurri dallo sguardo vivo ed intelligente.  Mi scruta con aria curiosa e chiede di dove sono. Scopro che si chiama Maria, arriva da Buenos Aires ma è nata in questa provincia ed è diretta in una cittadina chiamata Eldorado per sposarsi.
Saliamo a bordo, il viaggio trascorre in modo piacevole chiacchierando di cucina, una delle mie passioni. Mi illustra gli usi e le ricette locali oltre al segreto di quel pane cosi particolare: un impasto di fecola di patate mandioca con un tocco di formaggio.

Arrivati a Eldorado ci salutiamo con la consapevolezza che non ci vedremo possibilmente più. Non c’è malinconia ma una profonda gratitudine al caso;  simili a rette che altrimenti non si sarebbero mai incontrate, le nostre vite lontane si intrecciano per un istante per poi riprendere la loro corsa verso l’infinito.

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Alcuni cenni storici
All’inizio del seicento i gesuiti dell’America latina fondarono alcune missioni per indurre gli indigeni ad abbandonare la vita nomade. Lo scopo di tale organizzazione era la promozione materiale, sociale e spirituale degli indigeni. Autorizzati dal re di Spagna, gli insediamenti furono creati in Paraguay, Argentina, Uruguay e nel sud del Brasile. L’insieme delle missioni, che al culmine furono 32 con circa 141.000 indiani convertiti, divenne uno “stato nello stato” che godeva di una sorprendente autonomia rispetto alla corona spagnola.
Sotto la guida dei gesuiti, gli indigeni vivevano con leggi avanzate, servizi sanitari gratuiti, scuole, ospedali e aiuti per i poveri. Era una società basata sui principi essenziali della cristianità dove tutti i partecipanti lavoravano sulla terra comunitaria e ricevevano una parte uguale dei prodotti. Gli indigeni coltivavano il cotone, lo zucchero e il mate ed erano degli ottimi artigiani, grazie a ciò l’economia delle riduzioni divenne fiorente. In poco tempo i gesuiti aumentarono grandemente il tenore di vita degli indigeni e arrivarono a farli suonare, dipingere e scolpire. Essi passarono da uno stato primitivo a uno avanzatissimo e furono la prima civiltà della storia a eliminare l’analfabetismo.
La fine delle missioni gesuite avvenne bruscamente nella seconda metà del 1700. In seguito ad un accordo tra Spagna e Portogallo una parte importante dei territori occupati furono ceduti ai portoghesi.
Quando gli venne ordinato di evacuare gli insediamenti, gli indigeni “convertiti” insorsero contro i portoghesi e si allearono con altri “infedeli”. Dopo alcuni mesi di guerriglia, nel 1756 furono sconfitti e cacciati dalle missioni.



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