AttualitàOpinioniSegnalazioniDossierNausicaa LabAssociazione CulturaleEventi

Ha ragione Celli: stiamo solo perdendo tempo …

16 dicembre 2009
Pubblicato in Opinioni
di Roberto Giannella

brain drainMe ne starei volentieri in silenzio ad occuparmi dei miei tanti problemi. Eppure la mia dignità mi impone una riflessione. Ho appena letto la lettera di Antonio De Napoli in risposta all’intervento del dottor Celli, direttore generale della Luiss Guido Carli di Roma. Ho grande stima di Antonio, che è una persona che si spende in prima persona per gli altri. Penso sia un vero leader carismatico, con una grande sensibilità. Mi spiace dunque dover dissentire con quanto Antonio ha pubblicamente scritto.

Parto da un presupposto: non sono un inguaribile ottimista come Antonio – né ho la costanza e la perseveranza che lo contraddistingue. Tuttavia, al mio amico Antonio vorrei dire alcune cose. Ritengo che l’Italia stia inesorabilmente perdendo la sua anima. La classe dirigente è lontana dai cittadini, che non hanno più nemmeno la facoltà di decidere chi saranno i loro rappresentanti presso le istituzioni della Repubblica. Vedi Antonio, il problema vero è quello che tu citi anche nella tua lettera aperta a Celli. “I tuoi genitori vorrebbero piazzarti da qualche amico e non capiscono perché tu perda tempo con uno stage.” Antonio, oltre ad essere molto in gamba, è anche un ragazzo estremamente fortunato. Non ha bisogno di essere “sistemato” dai suoi genitori, anche perché ha grandi potenzialità e non è minimamente interessato a “spintarelle” o “aiutini” vari.

Qualcuno si permetteva di definirci “bamboccioni” perché siamo la generazione Tuareg.        Ebbene, io ringrazio il Cielo che ci siano ancora i nostri genitori che ci mantengono, che ci supportano e che ci aiutano. Senza di loro, la nostra generazione sarebbe perduta. Ma con quale coraggio si può fare uno stage non retribuito o pagato quattro soldi in una città lontano dalla propria – se non si ha una benché minima fonte di reddito? Carmina non dant panem! Perché in Italia non c’è una legislazione simile a quella francese per quanto riguarda gli stage?

C’è tanta tristezza nel pensare di dovere abbandonare il proprio Paese.

Si è parlato di lasciare un’Italia diversa ad i nostri figli. Antonio, ma quali figli? Io vorrei tanto avere una figlia tra qualche anno. Ma con che coraggio si può anche solo pensare di mettere al mondo un essere umano, se non abbiamo nemmeno un barlume di sicurezza economica, se non c’è la benché minima certezza lavorativa, se nel futuro c’è solo precarietà?

Andare via da cosa? Da questa classe dirigente. Dalle ingiustizie di questo Paese. Dalle sue incoerenze. Dalle sue debolezze. La nostra unica responsabilità è prendere le distanze da chi ci ha umiliato, da chi ci ha voltato le spalle, da chi ci ha tradito. L’ho già detto, ma lo ripeto: non perdonerò mai a questa classe dirigente il fatto di averci tolto di diritto di sognare.

Il nostro unico dovere morale è disconoscere chi è responsabile della nostra infelicità e sofferenza, perché – caro Antonio – non è tollerabile spendere decine di migliaia di euro in formazione universitaria, laurearsi con 110 e lode presso un’università privata, parlare fluentemente quattro lingue straniere e sentirsi dire: “Ci dispiace, ma le sue competenze non sono compatibili con le nostre esigenze. Buona fortuna.” Se non amassi così tanto il mio Paese, l’avrei già lasciato. Eppure, il capolinea è ormai vicino. Chi crede nella formazione, nel volontariato, nell’associazionismo – come te, Antonio – ha coraggio da vendere. Ed ha la mia stima incondizionata.

Io però volevo mettermi in discussione nel mondo del lavoro. Volevo dimostrare di valere qualcosa dopo aver studiato in Italia ed all’estero – forse inutilmente – così a lungo. E invece, no. Se Antonio rappresenta il Paese positivo, io forse rappresento il “Paese reale negativo”. Cercherei una scorciatoia, se ci fosse. Ahimè non l’ho trovata. Cambierei il mio cognome con uno più altisonante, per far sì che tutti coloro che non ce l’hanno possano avere comunque una chance.

Non credo più nella Politica, caro Antonio. Perché la Politica è amore per gli interessi della collettività, è prima di tutto interesse per gli altri. La Politica in cui credo io cerca soluzioni per tutti, a partire dai più deboli, dagli ultimi, dai giovani. Ora, mi chiedo: quella che si fa in Italia è Politica? No, per me non lo è. Chi vuol esser lieto sia, di doman non c’è certezza – si diceva qualche secolo fa. Ebbene, per noi nemmeno dell’oggi c’è certezza. Ma di cosa stiamo parlando? Io non ho il potere di cambiare nulla. Io non sono altro che uno dei tanti. Chi dovrebbe avere a cuore i miei interessi, pensa ad arricchirsi e a votare leggi che nella maggior parte dei casi nemmeno conosce, limitandosi a seguire le indicazioni del capogruppo. Ma Antonio, dove lo trovo il coraggio per pensare di cambiare le cose? Manca una visione del futuro, manca una prospettiva. Non c’è solidarietà intergenerazionale. Ci sono solo interessi di parte. Campanilismi. Egoismi. E forse sì, tronisti, veline e GF. Ma quelli sono il prodotto della società, non il male alla radice da estirpare. La metastasi è a monte. Puntare il dito sugli effetti collaterali elude il problema.

Piangersi addosso è utile come ululare alla luna: lo riconosco. Ma rimanere inerti a vedere il tramonto del proprio Paese è altrettanto inefficace. Dunque, forse ha ragione Celli.

La tua generazione, Antonio, non cerca colpevoli. La mia li ha già trovati. Li conosce. Li ha già anche condannati. Senza appello. La società civile è diventata eccessivamente indifferente, passiva, ma anche a tratti riottosa. C’è un clima di odio e tensione sociale. Vedo troppe persone impegnate ad erigere muri e steccati, piuttosto che costruire ponti. Non ci sono garanzie, Antonio. C’è una classe dirigente sorda e cieca ai nostri bisogni, ai nostri interessi, alle nostre speranze. Mattia Celli sarà un bravo ingegnere sia in Italia che all’estero. Ovunque vada, rimarrà sempre Mattia Celli. E i problemi di tutti i giorni che devono affrontare i giovani che non hanno cognomi altisonanti come il suo, caro Antonio, lui non li avrà mai.

Con deferente stima,

Roberto Giannella



One Response to “Ha ragione Celli: stiamo solo perdendo tempo …”

  1. Giulio scrive:

    Pienamente d’accordo. Ieri ho giusto rivisto un amico francese della mia ragazza che lavora presso l’ufficio politico di uno dei municipi di Parigi. Beh, vorrei vedere quanti consiglieri delle nostre circorscrizioni conoscono l’andamento commerciale delle singole strade e le problematiche presenti. Lui le conosce. Posso confermarlo non fosse altro che avevo la casa erasmus su quella strada.

    Li le campagne elettorali si basano su proposte come “Perché non teniamo aperta la metropolitana tutta la notte nel week-end?” Qui poco poco e nemmeno c’è la metropolitana.

    Certo non bisogna farsi illudere: l’Italia è un grande paese, benestante, che ha saputo fare tanto. E, d’altro canto, anche gli altri paesi hanbno i loro problemi e le loro mancanze (anche gravi, basta scovarle). Ma forse la realtà delle cose è qui c’è uno scoramento generale che ne gli altri paesi manca. Forse è proprio questo un ulteriore ostacolo. Noi denigriamo troppo noi stessi, molto più di quanto facciano gli altri…

LASCIA UN TUO COMMENTO


Messaggio