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Siamo seri. Note sulla violenza di genere

31 agosto 2010
Pubblicato in Opinioni
di Michelangela Di Giacomo

Secondo gli ultimi dati Istat, circa 9 milioni e 860 mila donne tra i 14 e i 59 anni in Italia hanno subito almeno una volta una molestia a sfondo sessuale. Ossia il 55,2% delle donne in età riproduttiva, per così dire. Le “molestie” tenute in considerazione dall’inchiesta, in una scala di diffusione e di “gravità” – sempre che sia possibile classificare tali comportamenti secondo una qualche scala di disvalore -, considerano come “minimo” le molestie verbali e le telefonate oscene (il 25,8% e il 24,8% dello stesso campione ne è stata interessata).

Ma la violenza non è solo fatta di gesti eclatanti socialmente riconosciuti come usurpazione – eppure anch’essi spesso taciuti. Che dire di un modo di comportarsi, ancora molecolarmente diffuso nella nostra società, che porta molti uomini a ritenere di potersi permettere abbordaggi di vario tipo e genere nella quotidianità come se niente fosse? E che al tempo stesso le donne fanno passare sulla loro pelle spesso con indifferenza o con un lieve fastidio, considerandone gli autori al massimo dei “deficienti”? A chi non è mai successo di avere le attenzioni di quello che passa in macchina e “ti suona” – accompagnando la clacsonata spesso con qualche smorfia poco consona, non solo all’approccio col “gentil sesso”, ma alle stesse relazioni con altri esseri umani? A chi non è mai successo di ricevere fischi e commenti, magari uscendo dal portone di casa e sotto gli occhi, a volte increduli, a volte anche orgogliosi, del fidanzato di turno?

“Il corpo delle donne”, il bel documentario diffuso ormai da anni e diventato anche un libro, si è recentemente concentrato sul tema della mercificazione, nel senso non solo e non tanto di vendita, quanto di “riduzione a oggetto” del corpo femminile da parte dei mass media e del sistema a-culturale che essi, e decenni di politica retrograda, hanno operato negli ultimi venti anni.

“Care ragazze”, libro recentemente uscito per la Donzelli, ci mette in guardia, spiegando come le conquiste dei diritti delle donne, nel multiforme senso che il concetto di libertà e cittadinanza può assumere, siano state un fenomeno storico, e come tutti i fenomeni storici possano essere sradicati da altre congiunture, quando chi ne è più diretta interessata si lascia distrarre ed abbagliare.

Uno degli ultimi “Venerdì” di Repubblica dava ampio spazio ad un’inchiesta sul “femminicidio”, osservando come la recrudescenza di fenomeni di violenza sulle donne fino all’estremo limite dell’assassinio è per lo più il riflesso di un genere maschile impaurito dalla perdita del proprio ruolo dovuto alla presunta maggiore indipendenza e forza acquisita dalle donne nelle relazioni di genere e nella struttura sociale.

Ora. Dimentichiamoci per un istante del fatto che, secondo tutte le statistiche, le donne in posizioni di prestigio siano un numero infinitesimale rispetto agli uomini, che siano ancora in molti campi pagate meno dei loro colleghi maschi pur svolgendo le stesse mansioni, che non si vedano supportate da uno stato sociale che consenta loro di gestire un’attività fuori casa con lo sviluppo di una famiglia, che non ci siano asili nido, sussidi, permessi, che non ci sia neanche un riconoscimento per i lavori domestici che, pure, continuano ad essere occupazione puramente femminile. Dimentichiamoci del fatto che siamo negli anni – o meglio, le nostre mamme siano – riuscite, in aree molto limitate del paese per composizione sociologica e per zona geografica, ad educare gli uomini al rispetto e alla collaborazione nel nucleo familiare. Dimentichiamoci che in quelle stesse ristrette aree sia maturato un senso del sé che consente di mettere in primo piano le proprie esigenze, di pianificare la propria storia di compagna e di madre adattandola ai tempi delle proprie ambizioni (sempre precariato e ristrettezze economiche permettendo).

Siamo serie. Non è la Tv che crea la subordinazione, non sono le gonne corte che creano gli insulti, non è la paura che genera violenza. È la mentalità che non è mai stata cambiata, è l’educazione che manca, è la cultura del rispetto per il diverso che rimane sconosciuta. Una specie di xenofobia inter-genere che fa ancora credere a molti che rivolgerci “complimenti” non richiesti sia segno di apprezzamento, invece che di sopruso.

E allora, non so voi, ma io, appena uscirà, scaricherò “Hey baby”, il videogioco ideato da una ragazza americana stufa di essere infastidita sul metrò, per strada, al supermercato, insomma un po’ ovunque. E finalmente potrò sfogare, anche solo virtualmente, tutta l’ira che la continua sopraffazione impunita provoca in me.



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