I curricula si fumano a Palazzo Reale

Di Miša Capnist • 20 ott 2008 • Categoria:Società • 6 Commenti

Quando ero un giovane manager in carriera, era con lusingato rammarico che rispondevo negativamente alle candidature spontanee che mi venivano indirizzate. Quando i miei articoli arrivarono ad implementare le fila dei prodotti di nicchia di alta gamma chez Printemps, le candidature aumentarono esponenzialmente in numero. E le mie risposte, quasi accorate,  anche.

Oggi, lasciata la carriera manageriale, allontanati interessi imprenditoriali (ad eccezion fatta per un consiglio d’amministrazione l’anno), piagato fra i primi da questa crisi economica che ci galoppa contro, mi trovo impegnato nelle ricerche di un lavoro. E vedo come dietro a tutto quel lusso paventato dalle grandi aziende manchino due fra i requisiti fondamentali proprî (non si picchi il lettore ma sono immerso nelle lettere di Jacopo Ortis per ricordarmi la vita che avrei vissuto) del lusso: tempo e rispetto.

Perché non trovo rispettoso che la risposta ad una candidatura arrivi dopo giorni e che il testo di questa sia:
“se entro quattro settimane non prenderemo contatto con Lei, La preghiamo gentilmente di considerare questa mail come una risposta negativa alla sua candidatura,
nell’augurio eccetera eccetera,
Cordialmente Suo,

Servizio delle Risorse Umane”

Quattro settimane? Decidere in quale scarpa stia meglio il tuo piede richiede quattro settimane di tempo? È rispettabile che dopo aver indirizzato una candidatura alla persona intitolata allo studio della stessa sia un cordialmente mio servizio delle risorse umane a rispondere?
È questo quel rigore che si aspettano dai candidati?
È questo il piacere del lavoro che si aspettano dai postulanti?
È questa la comunicazione di una grande maison?
Di tanto in tanto si accontentano di un buon nome correlato ad una buona presenza, ingolfato in un abito a buon mercato tagliato col machete da un macellaio polacco e di un rutto.
Distinzione? Eleganza? Educazione?

Incastonano, gli ossequiosi, un:
“Salvo indicazioni contrarie da parte Sua, ci permettiamo di conservare nei nostri dossier la Sua candidatura per un periodo di sei mesi, nel caso in cui si dovesse ricreare la condizione che un posto corrisponda alle Sue richieste”.

Ma le quattro settimane sono comprese nei sei mesi? Giusto per organizzarmi una morte di stenti dignitosa.

Mi rendo conto che una città come Parigi necessiti una comunicazione netta e precisa, che pulluli di giovani che hanno voglia/bisogno di lavorare, e che gli ambienti professionali siano saturi ma, perdio, un po’ di civiltà scenda infusa su questi abbrutiti!
Una risposta insignificante e innecessariamente ampollosa non ingentilisce quel diniego che in questa forma si risolve in discomunicazione - atto indegno e vigliacco già di suo, ma quando si parla delle Pubbliche Relazioni di un’azienda che opera nel campo del lusso inaccettabile e vergognoso.
Ma soprattutto, che oggi la concezione di lusso sia così soggettiva da mettere sullo stesso piano il commerciale Insolence (cent’otto euro al flacone) e l’inestimabile Vega (duecento), entrambe di Guerlain, mi sembra sintomo di una preoccupante confusione fra bene e male. E se per discernere l’uno dall’altro abbiamo primordialmente avuto bisogno di un’entità divina, oggi cultura, sensibilità ed esperienza sono un necessario complemento a Dio.

Come shampoo&balsamo.

No related posts.

Related posts brought to you by Yet Another Related Posts Plugin.

curriculumgiovanilavoroParigi
Miša Capnist

Miša Capnist Rarissimo esemplare di mésaillance fra Paris Hilton e Buddha, fra la monaca di Monza e Bonifacio VIII, fra Nilla Pizzi e Rodolfo Valentino, ancora confondendo Joan Crawford e Dio, questo militante quasi ventenne del Tamarindo, spinto dalla peculiare leggiadra schizofrenia e dal suo florido intelletto, vive a Parigi dal 2005, dopo essere stato imprenditore, dopo essere passato dalle pubbliche relazioni di L’Oréal, bazzicato pizzerie italiane in qualità di valet de salle (cameriere), approda in ottobre in accademia teatrale, insegna le buone maniere e crea gioielli post-atomici piegando ferro e sbriciolando specchi al suono del sordiano “Lavoratori…PRRRRRR!”. Profondamente diviso fra l’ideale di una vita volgarmente appariscente e un sereno eremitismo, il Capnist studia l’umane genti con attenzione meticolosa, alla ricerca dell’art de vivre. Evidente la spiritosa mancanza d’altruismo. Lavora in questo momento all’embrione di una nuova lotta sociale, che chiama temporaneamente “la rivolta delle corone”, vera e legittima rivoluzione democratica svolta alla destituzione del popolo in favore dell’antica aristocrazia (facciamo un po’ per uno – si giustifica). Di formazione accademica, legato ad un passato immerso nelle comodità, questo periodo parigino lo ha confinato in un mondo di bohème da cui trova difficile staccarsi. Il suo studio “in un quartiere popolare situato in piena Parigi” – dice lui – “mi aiuta a ritrovare quell’ispirazione e quella sensibilità che avevo soffocato con velluti e pellicce” (velluti e pellicce di cui nonostante tutto non è ancora parsimonioso – ndr). Cita Modigliani nel suo atelier in rive gauche, infarcendo le sue parole di intarsi Yves Saint Laurent. Quando si dice fare di necessità virtù… Appassionato di moda, coraggioso e audace, insolente e lussuoso, pigramente febbrile, edonista all’eccesso, questo caotico cesellatore della mente ha un solo progetto: dare la sua voce al mondo.
| Tutti gli articoli di Miša Capnist

Commenti: 6 »

  1. Caro Micha,

    quanto “cum-patisco”, proprio perché soffro le stesse pene tue!
    ma ti rammento quel capolovoro di libro e di film che é “The devil’s wears Prada”
    dimostrazione qdi un fenomeno di società che ti fa credere che chi oggi non é aggressivo
    nel mondo del lavoro e un debole, un “looser”.

    Più cattivo e maleducato sei, più sembra otterrai rispetto…

    ps: vedi Gesù Cristo (nessun blasfemismo)

  2. Misha caro,
    shampoo&balsamo è la peggio cosa che una riunione marketing abbia mai prodotti nel secolo scorso dopo gli spaghetti in lattina.
    Fatta questa premessa, come ti capisco! 2 anni fa ero nella stessa giungla di lettere e mail del tipo “malgré l’intéret de votre candidature, nous sommes au regret de…”.
    Piccola nota di merito al servizio RH di Dior che mi ha mandato una bella lettera su carta intestata, pesante, aristocratica, per dirmi “ritenta sarai più fortunato, forse. Voglia gradire, signorina, l’espressione dei sentimenti migliori di Christian in persona”. Penso di averla buttata solo poche settimane fa, in un rapsus di rangement domenicale…
    ti bacio

  3. Misha caro, sai che c’è?
    Almeno ti rispondono! sto cercando lavoro sia a Londra che in Italia e le differenze sono abissali. E sconfortanti. A Londra ti rispondono quando gli arriva la tua mail di candidatura rispiegandoti per filo e per segno il processo di selezione e augurandoti anche buona fortuna. Se poi non va sono cordiali e te lo fanno sapere il giorno dopo la deadline. Ovviamente mandano una mail generica, ma alcune sono davvero carine, sentite direi, non il solito ‘ci dispiace ma’. Se insisti un attimo ti danno anche un feedback sul perchè non ti hanno scelto, con qualche consiglio sul CV che è sempre utile.
    In italia la mail non serve a niente. In Italia l’email è una grande bufala. La mandi e puf, sparisce nell’etere. E’ peggio del piccione viaggiatore, che lo fai partire col messaggio appeso al collo.. Hai più chance di ottenere una risposta così che con l’email. In Italia parte, quello sì, il tuo client ti dice ’sent to xxy’, il problema è che non sai se arriva, e se poi arriva, se la leggono. E se la leggono, se ti rispondono. Perchè il 99% delle volte non rispondono. Allora io che faccio? Gliene mando un’altra per chiedergli: ma l’avete ricevuta la prima? giusto per sapere eh… la risposta ( o non-risposta) soffia nel vento come diceva qualcuno. Niente, nada, nisba… E non sto parlando della latteria all’angolo ma di Save The Children, ActionAid, Amnesty et al, giusto per non fare nomi. L’unica è alzare il telefono, da Londra, con Skype, e sentirsi dire che devo richiamare perchè non sentono bene. O essere passati a un (io m’immagino) ignaro stagista, che nulla sa. Comunque i CV li tengono tutti in archivio, eh.

    Non so se sia una questione di rispetto o cosa. Voglio dire, va bene, non sono la candidata ideale per la posizione, no problem. Ma almeno dimmelo. Anzi, giusto per cominciare bene la nostra relazione, potresti almeno dirmi se, in primis, l’hai ricevuto quel mio cazzo di curriculum. Risorse Umane? E de che? C’è gente che prende stipendi fornendo sto servizio deprimente. Ho sempre odiato quegli amici/amanti che ti dicono ti chiamo, ci vediamo e mentre lo dicono sai già che non è vero. Ma almeno loro non mi offrono (potenzialmente) un lavoro. La politeness inglese ogni tanto stufa, quello è vero. E spesso è solo affetazione, nient’altro. Ma ti dà il senso delle cose come dovrebbero essere, è confortante direi. Sai che c’è un qualcuno lì dietro che ha letto la tua mail di presentazione, ha aperto l’allegato .pdf contenente il tuo CV, e ha speso 3 minuti a scriverti due righe. Io in Italia mi immagino uno che quando vede l’oggetto ‘Richiesta Informazioni’ clicca delete e morta lì. Dove lavoro ora riceviamo un sacco di email al’indirizzo info@, e ti assicuro che tutte ricevono risposta, magari è un template ma qualcosa rispondiamo. In Italia è un chissenefrega. Silenzio di tomba. ma come faccio a credere che tenete il mio CV in archivio se manco mi rispondete a un’email???
    Per non parlare dell’università, sono 4 mesi che cerco di comunicare con la mia segreteria studenti dell’Università degli Studi di Torino via mail. ZERO. Non alzo il telefono ancora, voglio vedere se riesco a stabilire un qualche tipo di record. Potremmo tornare ai piccioni viaggiatori davvero, e alle spedizioni a cavallo, tanto il tempo in cui ottieni qualcosa è più o meno lo stesso. A Novembre gli piomberò lì di persona (a Torino), e scommetto che qualcuno mi dirà: ah sì, mi ricordo di quella email ma pensavo sarebbe venuta di persona per quello non ho risposto’ (posso citare perchè già successo).
    Potrei andare avanti all’infinito, o quasi. Torno al lavoro.

    Chiara

  4. Carissimo Misha,
    come sempre ti leggo e mi faccio leggere…. e, come sempre, Bravissimo…

    Ho una proposta da farti…

    Un bacio,
    a presto.

  5. Dici bene, Chiara.
    Dovrei già ringraziare che mi rispondano. Ma la rabbia, Chiara, la rabbia di sentirmi incalcolato – come quando da bambini ci passavano davanti nelle file al cinema, o non ascoltavano i nostri ragionamenti – mi ha divorato e mi divorava mentre graffiavo quei fogli.
    E, ripensandoci, in effetti, sono stato molto più calcolato di chiunque una risposta non l’abbia mai ricevuta. Ma la rabbia resta.

    Il rispetto, perbacco !, quel rispetto che tutti meritiamo, quella scintilla che tutti ci abita. Chiedere sensibilità in cambio dell’esistenza forse è chiedere troppo. Aspettarsi dagli altri un gesto umano, una carezza, una considerazione quelconque, un’occhiata, un sospiro o un pensiero. Ma perché poi ? Quando mi sento dire « siamo soli » rabbrividisco, non me ne capacito, la mia mente non ha capacità cognitive sufficienti per accettarlo. Non puo’ perché la mia sensibilità vive con me, che io sia spazzino, guardiano di notte, cameriere, commesso, presidente della Repubblica, cardinale, pittore, messo comunale, impiegato del catasto, becchino, gigolo’, scrittore o poeta.

    « Non aspettarti niente da nessuno ». Signore, ma davvero ? Veramente devo credere che ci sia dell’arido attorno a me? Come faccio per vederlo? Hélas, la mia esperienza non mi insegna niente, e forse perché non voglio imparare. Non riesco ad imparare quello che non capisco, non posso conoscere l’esistenza di quello che ignoro per ottusità. Sono ottuso, non ce la faccio. La mia mente, di nuovo, non è abbastanza evoluta. Senza pentirmene, me ne dolgo.

    Perseverare diabolicum.

  6. misha, come non darti ragione. il rispetto di cui parli è quello dell’essere umano in quanto tale che io sento naturale per il mio prossimo (variamente inteso). è forse qualcosa che si avvicina di più all’empatia, quel sorriso che ti sfugge (come potrebbe non farlo?) solo perchè ti sei alzato un’altra mattina e hai posato gli occhi sul mondo. per quanto poi il suddetto mondo sia ingiusto, e crudele e difficile.
    a volte pare proprio che ci si impegni a grattare via con le unghie quello strato di dignità che rende il suddetto mondo (ingiusto, crudele etc) più sopportabile, quella dignità che rende sopportabile i rifiuti e le difficoltà. così poi ci si abitua male, e si deve essere contenti che almeno ti abbiano risposto. e invece no. condivido parola per parola. posso solo mettermi (metaforicamente) al tuo fianco e innalzare quel perseverare diabolicum a mò di grido (e magari richiamo).

Cosa ne pensi?