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Bastardi senza gloria. Piccolo elogio al nitrato d’argento

29 ottobre 2009
Pubblicato in Opinioni, Segnalazioni
di Anna Caterina Dalmasso

Locandina italiana di "Bastardi senza gloria"Sullo sfondo della Seconda Guerra Mondiale e della Francia occupata, le vicende di una surreale banda di militari, che setacciano l’Europa in cerca di nazisti da trucidare, si intrecciano con l’organizzazione di un rocambolesco attentato ad Adolf Hitler in un piccolo cinema di Parigi.

In realtà, stupido chi non ci aveva pensato prima: se c’era un virtuosismo di genere che poteva calzare a pennello sul melò-pulp a fumetti del regista di Le iene, era certamente il fantastorico.

Se il potenziale è alto, l’esito non è dei più travolgenti, ma non privo di una certa soddisfazione.

Tarantino realizza non solo, come qualcuno ha detto, il sogno sado-maso di Israele, ma quello di tutto il mondo occidentale e rappresenta il mito allucinatorio che abita dal dopoguerra la società europea postmoderna. Con amara e irriverente ironia, esplora il desiderio di vendetta e di violenza che domina anche coloro che sono passati alla storia come “i buoni”, mettendo a nudo la pulsione di morte che abita ogni uomo, senza esclusione di colpi.

Tarantino esplora i confini del grande film storico hollywoodiano e li padroneggia magistralmente, anche se la logica dell’assurdo che guida dialoghi e personaggi fa apparire in trasparenza il suo stile inconfondibile, anche nelle scene più serie. Il registro storico deborda in continuazione nel pulp più classico, dando vita non ad una banale altalena melodrammatica, ma ad una giocosa coesistenza e sovrapposizione continua dei due generi. La commistione tra tema della guerra – shoah – film splatter sembrerebbe preludere ad un mélange chimerico, ma il risultato è tutt’altro che dissacrante: Inglourious Basterds, omaggio e ripresa gloriosa di The inglorious bastards (Quel maledetto treno blindato, Italia/1978) di Enzo G. Castellari, dà vita ad un equilibrio instabile, dove storia e pura immaginazione si danno piacevolmente il cambio.

Tarantino esplora, con ossessione più citazionista che mai, tutti i cliché che Hollywood ha cucito addosso al nazismo ed alla shoah (dalla risata isterica e ruffiana del ministro nazista, alla perfida precisione maniacale dell’SS, che si riversa tanto sull’eccidio del popolo ebraico quanto nel salutismo del bicchiere di latte, fino alla ingenua dedizione del giovane ufficiale innamorato) mescolandoli con il solito pulp fumettesco, il noir di serie B, la Nouvelle Vague francese, Il padrino

Il feticismo tarantiniano, sorretto da una fotografia che si rinnova continuamente e si modella plasticamente sui cinque quadri che compongono il film, è nel suo massimo. Tarantino scompone e fa vivere di vita propria bocche mangianti e fumanti, dita manipolanti e tentennanti, per non parlare della sempre fedele ossessione podologa, che questa volta si concede addirittura di citare Cenerentola.

Se scendiamo leggermente sotto la superficie troviamo anche una grande, poetica e squisitamente autoreferenziale dichiarazione d’amore al cinema, al film, all’amore per il cinema e per i film.

Non al cinema come “settima arte” o “poesia dell’immagine in movimento”, proprio al corpo del cinema, alle vecchie sale cinematografiche, alle sale di proiezione, alla pellicola in nitrato d’argento. A quella lanterna magica il cui fascino segreto, fatto di luce, fa sognare anche i dittatori.

Ma c’è sogno e sogno. L’arte nazista infatti elimina la libera creazione artistica come in un’esasperata repubblica platonica; il totalitarismo non accetta espressione umana che non sia assimilabile all’ideale definito e razionalizzabile dell’ideologia. Un realismo spersonalizzante e l’emarginazione delle differenze caratterizzano infatti, in egual misura, la politica culturale di nazismo e stalinismo. L’ideologia annienta l’immaginario. L’ideologia aliena l’uomo ed elimina la distanza tra reale e immaginario. Il grande cinema, così come il piccolo cinema di Shoshanna, è sottomesso al grande progetto nazista. L’arte muore, la finzione muore. Tanto che nel film-nel-film prodotto dal regista del Terzo Reich, il sergente Fredrick Zoller, giovane eroe nazionale, recita da protagonista nel ruolo di se stesso. Certo, non potrebbe fare altro – commenta Shoshanna – perché l’estetica nazista ha eliminato la libertà e con essa anche la distanza della finzione poetica: tutto è manifesto, tutto è sotto gli occhi di tutti, tutto è illuminato dall’idea, nulla è lasciato al caso, all’immaginazione, o alla libertà umana, perchè l’ideologia ha strappato quello schermo su cui proiettare il desiderio umano ed attraverso cui elaborare la distanza che separa l’immaginario dalla vita, che separa la vita dalla sua verità profonda e nascosta, quello schermo che brucerà in una nuvola di nitrato d’argento e diaboliche risa.



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