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Italia-Cile: quando l’acqua è un affare privato

8 settembre 2010
Pubblicato in Attualità
di Chiara Francesca Albanesi

Grazie all’acquisizione della società locale Endesa, il gruppo Enel si occuperà della costruzione di cinque dighe nella Patagonia cilena: HydroAysèn, il nome dell’opera, dalla regione dell’Aysén che se ne vedrà invasa. I costi, quantificati inizialmente in circa 3 miliardi di dollari (ma stime più recenti li danno raddoppiati), sembra siano direttamente proporzionali alla gravità dell’impatto ambientale che gli impianti avranno sulla regione. Il progetto, presentato nel 2006 dopo una serie di studi da Endesa, insieme alla compagnia cilena Colbùn S.A, è in attesa dell’approvazione del governo. Endesa spera di iniziare già nel 2012, ma i nodi da sciogliere sono proprio quelli legati alle conseguenze sull’ambiente.

Per spiegare quello che sta accadendo in Patagonia occorre ripercorrere delle tappe e tornare indietro nel tempo. Precisamente si deve risalire all’ultimo anno della dittatura militare di Pinochet, il 1989, quando il regime privatizzò l’azienda pubblica di produzione dell’energia, la Enersis. L’operazione, però, prevedeva non solo la privatizzazione degli impianti di produzione e distribuzione dell’energia, ma anche la cessione dei “derechos de aguas”, ovvero i diritti di sfruttamento dei corsi d’acqua. Nel 1997 Enersis venne a sua volta venduta alla spagnola Endesa, che comprò anche i derechos de aguas. Nel 2009, infine, l’italiana Enel divenne azionista maggioritario di Endesa, attraverso l’acquisto della quasi totalità delle azioni Endesa. In questo modo, Enel-Endesa può presentare e sviluppare il progetto in virtù del possesso dei derechos de aguas. L’unica competenza del governo cileno riguarda l’eventuale approvazione del progetto.

Un’opera, HidroAysèn, dai costi ma soprattutto dai guadagni monumentali, oggetto di continue proteste da parte delle associazioni locali, che nell’aprile e maggio scorsi, con la visita in Europa delle loro rappresentanze, hanno ribadito le proprie posizioni in un incontro con la dirigenza Enel, rivolgendosi anche a Bruxelles ed al Tribunale Permanente dei Popoli di Madrid. Il comitato cileno ¡Patagonia sin represas! (Patagonia senza dighe) si sta infatti battendo contro la devastazione dell’ecosistema di una delle terre più preziose del pianeta, denunciando la non necessità e le finalità speculative del progetto. Una battaglia che vede l’appoggio dell’ong italiana Mani Tese, dell’associazione S.C.I. (Servizio Civile Internazionale), insieme a Greenpeace, A sud, Omal, contro un “Made in Italy” di cui non andare fieri, supportata invece da un nostro “prodotto” particolarmente apprezzato e diffuso all’estero: due ricercatrici italiane. Elisabetta Natale e Flavia Tauro del MIT, insieme ad un gruppo di colleghi, hanno infatti condotto indagini a conferma della pericolosità delle dighe tanto per il sistema fluviale della regione, quanto per la popolazione, mostrando anche possibili soluzioni alternative, come l’ottimizzazione delle dighe già esistenti.

L’impatto ambientale causato dalla realizzazione dell’enorme progetto (dovrebbero venire inondati circa 6000 ettari di terreno) risulterebbe estremamente dannoso non solo per la Patagonia cilena, ma anche per il riscaldamento globale, data la quantità di CO2 emessa per quella che sarà la linea di trasmissione più lunga al mondo: l’elettricità prodotta in Patagonia, infatti, non sarà utilizzata in loco, ma dovrà essere trasportata a 2200 km di distanza, per servire Santiago e le miniere nel nord del paes. È difficile da comprendere, in effetti, la ragione di produrre energia in una regione così lontana dall’area di consumo. La questione è stata sollevata dal senatore cileno Juan Pablo Letelier, nell’ambito del dibattito politico in corso riguardo all’approvazione del progetto di Endesa, così come da Juan Pablo Orrego (vincitore nel 1998 del Right Livelihood Award, uno dei leader del Consiglio di difesa della Patagonia) in un’intervista per PeaceReporter, durante la sua visita in Europa. Orrego ha ottolineare che l’energia prodotta non servirà gli abitanti delle aree designate, ma verrà ritrasformata solo migliaia di chilometri più in là, a Santiago appunto, destinata per quasi metà al fabbisogno industriale.

Una condizione fragile quella dell’ecosistema cileno, data l’assenza di leggi che regolamentino e subordinino lo sviluppo industriale ai danni all’ambiente e alla tutela di quest’ultimo. Inoltre, la gestione  privatizzata delle acque nazionali, per una legge promulgata nel 1980 in piena dittatura (quella grazie alla quale vennero ceduti anche i derechos de aguas), oggi ancora in vigore sebbene dibattuta, rende i cittadini di questo Paese con l’economia più solida dell’America Latina, privi di qualsiasi tutela dalla speculazione straniera. In questo caso, la speculazione sarebbe tutta di Enel (di cui l’azionista di riferimento, ricordo, è lo Stato Italiano, al 31.6%), che tramite Endesa ha acquisito il controllo dell’80% delle acque del Cile, arrivando al 96% nella regione dell’Aysen. Una proprietà che stride con ciò che un’altra nazione sudamericana, la Bolivia, ha ottenuto finalmente dall’ONU, ovvero la proclamazione dell’acqua  “diritto umano fondamentale”: diritto, non merce.



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