Ha ragione Celli: stiamo solo perdendo tempo …

dicembre 16th, 2009 by Roberto Giannella | 1 Comment

Ha ragione Celli: stiamo solo perdendo tempo ...

Me ne starei volentieri in silenzio ad occuparmi dei miei tanti problemi. Eppure la mia dignità mi impone una riflessione. Ho appena letto la lettera di Antonio De Napoli in risposta all’intervento del dottor Celli, direttore generale della Luiss Guido Carli di Roma. Ho grande stima di Antonio, che è una persona che si spende in prima persona per gli altri. Penso sia un vero leader carismatico, con una grande sensibilità. Mi spiace dunque dover dissentire con quanto Antonio ha pubblicamente scritto.
Parto da un presupposto: non sono un inguaribile ottimista come Antonio – né ho la costanza e la perseveranza che lo contraddistingue. Tuttavia, al mio amico Antonio vorrei dire alcune cose. Ritengo che l’Italia stia inesorabilmente perdendo la sua anima. La classe dirigente è lontana dai cittadini, che non hanno più nemmeno la facoltà di decidere chi saranno i loro rappresentanti presso le istituzioni della Repubblica. Vedi Antonio, il problema vero è quello che tu citi anche nella tua lettera aperta a Celli. “I tuoi genitori vorrebbero piazzarti da qualche amico e non capiscono perché tu perda tempo con uno stage.” Antonio, oltre ad essere molto in gamba, è anche un ragazzo estremamente fortunato. Non ha bisogno di essere “sistemato” dai suoi genitori, anche perché ha grandi potenzialità e non è minimamente interessato a “spintarelle” o “aiutini” vari.
Qualcuno si permetteva di definirci “bamboccioni” perché siamo la generazione Tuareg.        Ebbene, io ringrazio il Cielo che ci siano ancora i nostri genitori che ci mantengono, che ci supportano e che ci aiutano. Senza di loro, la nostra generazione sarebbe perduta. Ma con quale coraggio si può fare uno stage non retribuito o pagato quattro soldi in una città lontano dalla propria – se non si ha una benché minima fonte di reddito? Carmina non dant panem! Perché in Italia non c’è una legislazione simile a quella francese per quanto riguarda gli stage?
C’è tanta tristezza nel pensare di dovere abbandonare il proprio Paese.
Si è parlato di lasciare un’Italia diversa ad i nostri figli. Antonio, ma quali figli? Io vorrei tanto avere una figlia tra qualche anno. Ma con che coraggio si può anche solo pensare di mettere al mondo un essere umano, se non abbiamo nemmeno un barlume di sicurezza economica, se non c’è la benché minima certezza lavorativa, se nel futuro c’è solo precarietà?
Andare via da cosa? Da questa classe dirigente. Dalle ingiustizie di questo Paese. Dalle sue incoerenze. Dalle sue debolezze. La nostra unica responsabilità è prendere le distanze da chi ci ha umiliato, da chi ci ha voltato le spalle, da chi ci ha tradito. L’ho già detto, ma lo ripeto: non perdonerò mai a questa classe dirigente il fatto di averci tolto di diritto di sognare.
Il nostro unico dovere morale è disconoscere chi è responsabile della nostra infelicità e sofferenza, perché – caro Antonio – non è tollerabile spendere decine di migliaia di euro in formazione universitaria, laurearsi con 110 e lode presso un’università privata, parlare fluentemente quattro lingue straniere e sentirsi dire: “Ci dispiace, ma le sue competenze non sono compatibili con le nostre esigenze. Buona fortuna.” Se non amassi così tanto il mio Paese, l’avrei già lasciato. Eppure, il capolinea è ormai vicino. Chi crede nella formazione, nel volontariato, nell’associazionismo – come te, Antonio – ha coraggio da vendere. Ed ha la mia stima incondizionata.
Io però volevo mettermi in discussione nel mondo del lavoro. Volevo dimostrare di valere qualcosa dopo aver studiato in Italia ed all’estero – forse inutilmente – così a lungo. E invece, no. Se Antonio rappresenta il Paese positivo, io forse rappresento il “Paese reale negativo”. Cercherei una scorciatoia, se ci fosse. Ahimè non l’ho trovata. Cambierei il mio cognome con uno più altisonante, per far sì che tutti coloro che non ce l’hanno possano avere comunque una chance.
Non credo più nella Politica, caro Antonio. Perché la Politica è amore per gli interessi della collettività, è prima di tutto interesse per gli altri. La Politica in cui credo io cerca soluzioni per tutti, a partire dai più deboli, dagli ultimi, dai giovani. Ora, mi chiedo: quella che si fa in Italia è Politica? No, per me non lo è. Chi vuol esser lieto sia, di doman non c’è certezza – si diceva qualche secolo fa. Ebbene, per noi nemmeno dell’oggi c’è certezza. Ma di cosa stiamo parlando? Io non ho il potere di cambiare nulla. Io non sono altro che uno dei tanti. Chi dovrebbe avere a cuore i miei interessi, pensa ad arricchirsi e a votare leggi che nella maggior parte dei casi nemmeno conosce, limitandosi a seguire le indicazioni del capogruppo. Ma Antonio, dove lo trovo il coraggio per pensare di cambiare le cose? Manca una visione del futuro, manca una prospettiva. Non c’è solidarietà intergenerazionale. Ci sono solo interessi di parte. Campanilismi. Egoismi. E forse sì, tronisti, veline e GF. Ma quelli sono il prodotto della società, non il male alla radice da estirpare. La metastasi è a monte. Puntare il dito sugli effetti collaterali elude il problema.
Piangersi addosso è utile come ululare alla luna: lo riconosco. Ma rimanere inerti a vedere il tramonto del proprio Paese è altrettanto inefficace. Dunque, forse ha ragione Celli.
La tua generazione, Antonio, non cerca colpevoli. La mia li ha già trovati. Li conosce. Li ha già anche condannati. Senza appello. La società civile è diventata eccessivamente indifferente, passiva, ma anche a tratti riottosa. C’è un clima di odio e tensione sociale. Vedo troppe persone impegnate ad erigere muri e steccati, piuttosto che costruire ponti. Non ci sono garanzie, Antonio. C’è una classe dirigente sorda e cieca ai nostri bisogni, ai nostri interessi, alle nostre speranze. Mattia Celli sarà un bravo ingegnere sia in Italia che all’estero. Ovunque vada, rimarrà sempre Mattia Celli. E i problemi di tutti i giorni che devono affrontare i giovani che non hanno cognomi altisonanti come il suo, caro Antonio, lui non li avrà mai.
Con deferente stima,
Roberto Giannella


I curricula si fumano a Palazzo Reale

ottobre 20th, 2008 by Miša Capnist | 6 Comments

I curricula si fumano a Palazzo Reale

Quando ero un giovane manager in carriera, era con lusingato rammarico che rispondevo negativamente alle candidature spontanee che mi venivano indirizzate. Quando i miei articoli arrivarono ad implementare le fila dei prodotti di nicchia di alta gamma chez Printemps, le candidature aumentarono esponenzialmente in numero. E le mie risposte, quasi accorate,  anche.
Oggi, lasciata la carriera manageriale, allontanati interessi imprenditoriali (ad eccezion fatta per un consiglio d’amministrazione l’anno), piagato fra i primi da questa crisi economica che ci galoppa contro, mi trovo impegnato nelle ricerche di un lavoro. E vedo come dietro a tutto quel lusso paventato dalle grandi aziende manchino due fra i requisiti fondamentali proprî (non si picchi il lettore ma sono immerso nelle lettere di Jacopo Ortis per ricordarmi la vita che avrei vissuto) del lusso: tempo e rispetto.
Perché non trovo rispettoso che la risposta ad una candidatura arrivi dopo giorni e che il testo di questa sia:
“se entro quattro settimane non prenderemo contatto con Lei, La preghiamo gentilmente di considerare questa mail come una risposta negativa alla sua candidatura,
nell’augurio eccetera eccetera,
Cordialmente Suo,
Servizio delle Risorse Umane”
Quattro settimane? Decidere in quale scarpa stia meglio il tuo piede richiede quattro settimane di tempo? È rispettabile che dopo aver indirizzato una candidatura alla persona intitolata allo studio della stessa sia un cordialmente mio servizio delle risorse umane a rispondere?
È questo quel rigore che si aspettano dai candidati?
È questo il piacere del lavoro che si aspettano dai postulanti?
È questa la comunicazione di una grande maison?
Di tanto in tanto si accontentano di un buon nome correlato ad una buona presenza, ingolfato in un abito a buon mercato tagliato col machete da un macellaio polacco e di un rutto.
Distinzione? Eleganza? Educazione?
Incastonano, gli ossequiosi, un:
“Salvo indicazioni contrarie da parte Sua, ci permettiamo di conservare nei nostri dossier la Sua candidatura per un periodo di sei mesi, nel caso in cui si dovesse ricreare la condizione che un posto corrisponda alle Sue richieste”.
Ma le quattro settimane sono comprese nei sei mesi? Giusto per organizzarmi una morte di stenti dignitosa.
Mi rendo conto che una città come Parigi necessiti una comunicazione netta e precisa, che pulluli di giovani che hanno voglia/bisogno di lavorare, e che gli ambienti professionali siano saturi ma, perdio, un po’ di civiltà scenda infusa su questi abbrutiti!
Una risposta insignificante e innecessariamente ampollosa non ingentilisce quel diniego che in questa forma si risolve in discomunicazione – atto indegno e vigliacco già di suo, ma quando si parla delle Pubbliche Relazioni di un’azienda che opera nel campo del lusso inaccettabile e vergognoso.
Ma soprattutto, che oggi la concezione di lusso sia così soggettiva da mettere sullo stesso piano il commerciale Insolence (cent’otto euro al flacone) e l’inestimabile Vega (duecento), entrambe di Guerlain, mi sembra sintomo di una preoccupante confusione fra bene e male. E se per discernere l’uno dall’altro abbiamo primordialmente avuto bisogno di un’entità divina, oggi cultura, sensibilità ed esperienza sono un necessario complemento a Dio.
Come shampoo&balsamo.


Not voting sucks!

ottobre 16th, 2008 by Valentina Clemente | 3 Comments

Not voting sucks!

A Times Square un mega schermo della CNN ricorda a tutti i passanti che mancano ventotto giorni, otto ore, trentasette minuti e trentuno secondi a 4 Novembre, giorno delle elezioni probabilmente più controverse della storia americana. Quando lo vedo rimango quasi paralizzata e immediatamente penso: caspita, che meraviglia! Chissà quanti ragazzi come me si accorgeranno di questo reminder in puro stile newyorkese, luccicante e, a dir la verità, posizionato talmente bene  da non poter essere ignorato. Un fugace sguardo alle persone che camminano a fianco a me e noto che effettivamente nessuno presta attenzione. Provo a pensare che, molto probabilmente, l’avranno visto talmente tante volte tali da avere una sorta di nausea alla sola idea di alzare lo sguardo dal cemento di Manhattan. Ma non ne sono del tutto convinta. Inutile provare a bloccare qualche ragazzo: dovrei essere in grado di correre come Usain Bolt e la cosa non mi appartiene proprio… Mi avvicino ad un poliziotto che avrà avuto più o meno trent’anni, immobile davanti alla sede di reclutamento dei marines e gli chiedo se ha mai alzato gli occhi verso quel cartello elettorale. Lui, stupito, sgrana le pupille e mi replica: I’m sorry Miss, I don’t pay attention to politics!
Quando sono partita dall’Italia avevo in mente uno schema abbastanza preciso del mio soggiorno americano: visita di tre università americane, domande prontissime da fare ai giovani americani e interviste ad esperti del settore per vedere come i ragazzi potessero essere pronti a votare in modo coscienzioso. In particolare, a me è sempre incuriosito scoprire se e come le università stimolano e preparano i giovani o se, al contrario, sono proprio quest’ultimi a creare il culto e a stimolarsi a vicenda per informarsi ed andare a votare. Eh si, your vote counts!
Il poliziotto che ho incontrato a Times Square di certo non mi ha lasciata indifferente, anzi: porto con me la sua frase tutta la settimana e continua imperterrita a rimbalzarmi in mente.
Il mattino seguente prendo la numero 1 e arrivo alla New York University, ateneo fresco e assai più simile a quelli europei, dato che non c’è un vero e proprio campus, bensì numerose sedi distribuite in tutta l’area del Village. Mi siedo davanti alla Stern School of Business e provo a fermare alcuni ragazzi appena usciti da lezione: “Are you ready to vote?” Una giovane di origini asiatiche mi guarda e con il tipico accento yankee mi risponde: “Well, I’m registered but I haven’t decided yet…It’s too hard” Appena sento l’accento “hard” mi incuriosisco e provo ad indagare, ottenendo anche parecchi risultati, che a dir la verità non mi sarei mai aspettata. Jenna mi dice che sta seguendo i dibattiti ma non le è ancora molto chiaro come effettivamente il vincitore potrà mai essere in grado di affrontare la crisi economica, il ritiro dall’Iraq ma soprattutto se riuscirà a dare la sicurezza nello stato e nella politica per se, fattore mancante nei ragazzi e in tutta la nazione americana.  L’amico che le è a fianco annuisce ad ogni parola e aggiunge che molti di loro non ci credono più e sono assai demotivati all’idea di dover votare, di nuovo, per qualcuno che promette politiche innovative che mai potranno essere implementate. La frase del poliziotto mi ritorna in mente ed, in effetti, sotto certi aspetti vedo che anche loro non “prestano attenzione alla politica”, ma a quella politica che non rispetta gli obiettivi e non protegge chi, come loro, vorrebbe crederci ancora ma non ce la fa. Dopo averli ringraziati e salutati vengo incuriosita da un ragazzo, bianco, con un mac interamente coperto di adesivi pro Obama. Non ricordo come si chiama ma rammento una sua risposta assai fugace visto che doveva studiare per un esame in itinere e mi dice di non essere particolarmente preparato. “Voterò Obama: è giovane, profuma di vitalità e sembra essere più vicino ai giovani…Mi piace la sua dialettica”. Prima di salutarlo gli chiedo se lui, nella politica di Washington, ci crede ancora e lui mi risponde: “Si certo..purché sia di buona qualità!”.
Sono sempre più colpita da questi giovani e trovo sempre di più similitudine con noi Italiani: quante volte siamo stati criticati perché non abbastanza partecipativi e del tutto insensibili alla politica del nostro Paese! Oramai credo che questa insensibilità non sia dovuta a mancanza di attivismo bensì proprio al fatto che non c’è chi ha idee nuove oppure le ha e non riesce a portarle avanti.
I docenti del dipartimento di scienze politiche con cui parlo mi dicono che loro, a dir la verità, non fanno molto attivismo: ogni tanto, prima delle lezioni, chiedono agli studenti se si sono registrati ma nulla più.
Circa trentasei ore dopo queste conversazioni mi trovo in un altro ateneo americano: Georgetown University. La “Freedom Square”, piazza che accoglie tutte le persone all’entrata del campus gesuita, è un luogo di ritrovo per tutti gli studenti: proprio qui la comunità studentesca ha a disposizione un ampio spazio dove poter fare incontri, mettere dei banchetti, fare vendite di dolci oppure fare volantinaggio per l’associazione di appartenenza. Tra i vari gruppi ne vedo uno particolarmente “interessante”: è quello dei college democrats, attenti sostenitori di Obama. Due ragazze sedute iniziano a descrivermi le loro attività e mi parlano di veri e propri incontri per vedere i dibattiti, eventi ai quali gli studenti di Georgetown non sono affatto disinteressati. Una di loro, inoltre, mi dice che il loro gruppo sta facendo moltissimo per registrare tutti i ragazzi che ancora non l’hanno fatto: in tal modo spera che non si possa verificare un altro caso Florida. Facendomi vedere il loro merchandising chiedo loro se credono in Obama, come inizio del cambiamento e perché Hillary Clinton non ce l’ha fatta. Laconiche mi rispondono che di Bush non ne vogliono più sapere e sperano che il candidato democratico possa dare un nuovo slancio all’America. Ci credono o meglio: ci vogliono credere. Rimango assai sorpresa quando le ragazze mi dicono che, secondo loro, l’ex First Lady non ha le caratteristiche per guidare un Paese come gli …


Università agli antipodi

maggio 14th, 2008 by Margherita Sacerdoti | 2 Comments

Università agli antipodi

Ho da poco finito l’università e sono convinta di aver imparato molto. Da una parte ho arricchito il mio bagaglio culturale generale e dall’altra, nella materia di specializzazione, ho imparato a considerare nuovi e molteplici punti di vista ed elementi nell’analisi della politica internazionale.
Studiare in Italia è stata una libera scelta perché sono sempre stata convinta della qualità dei professori universitari e dell’insegnamento. Inoltre, per ragioni più personali, ho creduto opportuno ottenere un diploma di laurea italiano per poter accedere ai concorsi pubblici nel nostro Paese. Non ho mai pensato che il nostro sistema educativo fosse perfetto, specialmente dopo un’esperienza di studi maturata all’estero e con un diverso sistema universitario, ho capito che l’università italiana poteva essere migliorata, ma quale sistema educativo non potrebbe esserlo?
Preparare gli esami orali non è semplice, anche perché si è spesso da soli nella fase di studio e molto agitati nella fase di esposizione. Parlare davanti ad un esperto in materia, per mezz’ora, senza poter distrarsi neanche per un momento e sapendo di essere sotto costante giudizio e valutazione da parte di qualcuno che ne sa più di noi nel campo, è stressante e difficile, ma si impara a superare anche questi momenti. Talvolta mi sono domandata quali qualità e abilità si sviluppino in uno studente che viene sottoposto a tale metodo di valutazione. Sicuramente si impara a parlare con persone più autorevoli di noi, anche affrontando argomenti in cui l’interlocutore è più forte. Sicuramente si impara ad esprimersi correttamente e ad utilizzare un linguaggio specifico per ogni materia e tema di discussione.
Allo stesso tempo però non si sviluppano altre abilità, come la scrittura, la ricerca e la capacità di parlare davanti ad un pubblico che non conosce la materia e a cui dobbiamo spiegare in parole semplici e chiare il nostro pensiero. Scrivere soltanto una tesi alla fine del triennio e un’altra alla fine del biennio non è sufficiente. Scrivere è un’arte, certo, ma è possibile apprendere la tecnica attraverso l’esercizio e la costanza. In Italia raramente si ha la possibilità di esprimere la propria opionione durante i corsi all’università. Non esiste la discussione riguardo a specifiche materie, né col professore, né tra gli studenti. Non avendo la possibilità di comporre testi, non è possibile esprimere la propria opinione neanche attraverso la scrittura, e questo è un peccato.

In Australia, dove mi trovo al momento e dove ho avuto la possibilità di parlare con un’amica che si è appena laureata all’università di New South Wales, il sistema universitario è molto diverso dal nostro. Come in tutti i paesi anglosassoni, qui s’impara a scrivere. L’obiettivo principale non è tanto accumulare nuove informazioni, ma imparare ad utilizzare le informazioni di libri e articoli e formare un’opinione personale ben articolata. La differenza tra uno studente sufficiente e uno brillante è che il primo studia, acquisisce nuove informazioni e le ripete, il secondo pensa ed esprime un giudizio e un punto di vista personale e completamente innovativo. Questo lavoro intellettuale non è richiesto solamente nella tesi finale, ma è una qualità che si acquisisce man mano, durante tutto il corso di studi. Gli studenti australiani escono dall’università con delle nuove qualità e con delle capacità di affrontare il lavoro nella maniera richiesta dal mondo lavorativo. Per gli studenti australiani, scrivere, strutturare un testo e rielaborare informazioni non è difficile, è naturale o meglio è diventato naturale. Allo stesso tempo qui, nessuno sa cosa significhi parlare per mezz’ora davanti ad un professore e, quando in Erasmus si trovano a dover affrontare simili situazioni, entrano nel panico.
Nessun sistema educativo è perfetto, ma credo che il migliore sia quello che insegni ad affrontare la vita che ci aspetta dopo l’università. Credo che il migliore sia quello che coinvolge gli studenti nella vita accademica e che li obbliga a pensare individualmente e ad esprimere il proprio pensiero in maniera completa, strutturata, chiara e accurata. È impossibile e inutile sintetizzare un corso intero in mezz’ora di discussione col professore durante un esame, anche perché molto spesso il professore italiano vuole risposte che rispecchiano le opinioni dei libri. Credo che imparare a lavorare in maniera piu accurata richieda una riflessione e rielaborazione delle informazioni apprese più lunghe e affiancate dalla scrittura.
In Italia impariamo tanto al liceo, a scrivere, a parlare, a discutere; studiamo testi e lingue antiche cadute in desuetudine che pochi altri licei al mondo propongono. Purtroppo però l’università lascia gli studenti soli e non s’impegna a preparare i più brillanti per ciò che il futuro richiede. Abbandona gli allievi e non insegna più a scrivere, a ricercare e a parlare in pubblico, sviluppa solo una o poche abilità, e dimentica completamente le altre.


Alla scoperta dei (veri) ragazzi di Locri

aprile 8th, 2008 by Francesco Belcastro | No Comments

Alla scoperta dei (veri) ragazzi di Locri

Il 15 Ottobre 2005, nel cortile di Palazzo Nieddu del Rio, un killer dal volto coperto uccideva in pieno giorno il vice-presidente del consiglio regionale calabrese Franco Fortugno. A due anni e mezzo di distanza si attende che la giustizia sappia porre una parola chiara e definitiva sulla ridda di voci diffusesi in questi anni. Nel frattempo, la nostra Italia distratta da mille veline e intercettazioni si è dimenticata di Locri e dei suoi “ragazzi”, protagonisti assoluti dei giorni che seguirono l’omicidio. Questi giovani, al tempo quasi tutti liceali, erano giunti alla ribalta delle cronache nazionali nell’immediato domani dell’efferato crimine, quando la cittadina ionica sembrava essere scossa da spontanei moti di protesta, al capo dei quali c’erano appunto questi giovanotti e signorine dalla favella sciolta e dai capelli sempre in ordine. I suddetti ragazzi avevano attirato l’attenzione di tutti, nella mia amata Locride come in tutto il Belpaese, proponendo un immagine nuova ed alternativa della bistrattata terra da cui provengo. Alcuni di loro avevano poi coniato il celeberrimo slogan “E adesso ammazzateci tutti..”, fondando poi l’omonima associazione. I ragazzi si erano quindi lanciati in una generosa e pressante battaglia per la totale occupazione di tutti i mezzi televisivi e radiofonici nazionali, regionali e locali. Nulla sembrava spaventarli, né la ‘ndrangheta né tantomeno i riflettori. Media, politici, semplici cittadini, tutta l’Italia sembrava seguire trepidante le imprese dei ragazzi.

Ma niente è per sempre e, pochi mesi dopo, questa crudele Italia si scordò improvvisamente di loro, dei piccoli eroi antimafia che aveva creato. Loro continuarono a battere a tappeto tutti gli eventi possibili e immaginabili, riuscendo qua e là a riguadagnare qualche minuto di visibilità. Ma….niente. Tranne alcune trascurabili eccezioni, questi giovani si dovettero rassegnare ad una vita normale, lontani da lustrini e telecamere. Sembra che alcuni di loro obblighino i genitori a travestirsi da giornalisti ogni domenica mattina, e che pretendano anche di essere intervistati sui fatti più importanti della settimana. Nel complesso però sembra che stiano tutti bene e che il bel periodo passato non abbia lasciato segni gravi su di loro.
Più complicato è invece stabilire che eredità abbia lasciato questo movimento a Locri ed ai Locresi. La posizione di chi scrive questo articolo non è semplice: non mi è facile, infatti, ignorare l’amicizia che ho con alcune delle persone coinvolte nella vicenda, né zittire la rabbia e la delusione di chi ha sperato molto e molto si è sentito tradito. A due anni e mezzo dall’omicidio Fortugno, vorrei poter dire che per la gente, per i ragazzi di Locri senza virgolette, sia cambiato tutto. Ma non è così. Ricordo come se fosse ieri quei giorni di autunno in cui noi fuori sede, di qualche anno più grandi, seguivamo da lontano le imprese di quei ragazzini che sembravano volere sfidare la ‘ndrangheta. Ricordo nettamente la sensazione di vicinanza e al contempo la tristezza per non poter essere protagonisti in prima persona. Non ho dimenticato la trepida attesa sul treno che mi avrebbe portato a Locri per l’importante manifestazione nazionale contro la prepotenza e l’arroganza della ‘ndrangheta , la preoccupazione per il ritardo che mi avrebbe fatto perdere minuti preziosi di quell’evento storico. Cosa è successo, davvero, in quei giorni?
Ho sempre pensato che della ‘ndrangheta, delle mafie in generale, andassero combattuti i diversi livelli. Uno dei più pericolosi, forse il più potente, è il livello simbolico. La ‘ndrangheta è oggi un’ organizzazione criminale potente, complessa, sofisticata, è radicata sul suo territorio d’origine ed ha diramazioni e contatti in Italia e nel mondo. Ma ha alla base una natura arcaica e feroce, uguale a quella dei grezzi pastori predecessori dei moderni ‘ndranghetisti. E questa dimensione, questa ‘ndrangheta “mitica”, è fatta in primis di simboli. Simboli di potere, simboli di controllo, simboli di rispetto. Simboli a volte impercettibili per chi è cresciuto al di fuori di certe logiche, ma chiari per chi di quel mondo fa parte. E quei ragazzi che andavano in TV e guardavano lo schermo senza paura, che non balbettavano ma dicevano a voce chiara “Basta alla Mafia” sembravano avere una forza simbolica incredibile. Li vedevo schiaffeggiare con la fermezza e la serenità delle loro parole l’arroganza e la prepotenza. Mi sbagliavo.
Una bolla. Una magnifica bolla, di quelle colorate che facevamo da bambini col sapone. Ecco quello che è successo. Ecco quello che sono, che siamo stati. Il cambiamento di un territorio, la sua rinascita, non ha niente a che fare con la TV. L’esposizione mediatica può essere una cassa di risonanza importante. Ma è un megafono che ripropone ciò che hai da dire. E se non hai niente da dire, il tuo niente si sente ancora più forte. I “ragazzi di Locri” a Locri non li ha mai visti nessuno. Non c’erano prima, non ci sono adesso. Sono arrivati e scomparsi con le telecamere. Niente hanno dato al nostro territorio. Quanto vale davvero farsi vedere in TV, dare di sé e della propria terra un’ immagine nuova, se si è distanti dalla realtà quotidiana di un territorio? Poco, temo. Non è mia intenzione accusare i ragazzi di ciò che è successo. Alcuni di loro avranno fatto degli errori, ma erano solo dei ragazzini investiti da un improvvisa ondata di popolarità, e non credo che si possa loro imputare cattiva fede, forse con una o due eccezioni di cui prima. La loro grande responsabilità è stata quella di non capire quanto potesse essere facile venire strumentalizzati.
A Locri ci sono tante, tantissime brave persone. Alcuni non più sono ragazzi. Sono donne e uomini che tirano avanti in una realtà complicata senza scendere a compromessi, giorno dopo giorno. Senza grida, senza schiamazzi. Erano a Locri “prima” che arrivassero le telecamere. Ci sono “dopo”, e pazienza se “durante” si sono nascosti, se non sono stati bravi con le interviste. Ma alla loro serietà, alla loro voglia di cambiare la nostra terra senza proclami, senza TV, ma cercando di segnare la strada da percorrere coi fatti, non con le parole, sono affidate le mie speranze per un domani migliore. In bocca al lupo, “ragazzi”.



Ultimi commenti

Lista articoli per mese