Ha ragione Celli: stiamo solo perdendo tempo …

dicembre 16th, 2009 by Roberto Giannella | 1 Comment

Ha ragione Celli: stiamo solo perdendo tempo ...

Me ne starei volentieri in silenzio ad occuparmi dei miei tanti problemi. Eppure la mia dignità mi impone una riflessione. Ho appena letto la lettera di Antonio De Napoli in risposta all’intervento del dottor Celli, direttore generale della Luiss Guido Carli di Roma. Ho grande stima di Antonio, che è una persona che si spende in prima persona per gli altri. Penso sia un vero leader carismatico, con una grande sensibilità. Mi spiace dunque dover dissentire con quanto Antonio ha pubblicamente scritto.
Parto da un presupposto: non sono un inguaribile ottimista come Antonio – né ho la costanza e la perseveranza che lo contraddistingue. Tuttavia, al mio amico Antonio vorrei dire alcune cose. Ritengo che l’Italia stia inesorabilmente perdendo la sua anima. La classe dirigente è lontana dai cittadini, che non hanno più nemmeno la facoltà di decidere chi saranno i loro rappresentanti presso le istituzioni della Repubblica. Vedi Antonio, il problema vero è quello che tu citi anche nella tua lettera aperta a Celli. “I tuoi genitori vorrebbero piazzarti da qualche amico e non capiscono perché tu perda tempo con uno stage.” Antonio, oltre ad essere molto in gamba, è anche un ragazzo estremamente fortunato. Non ha bisogno di essere “sistemato” dai suoi genitori, anche perché ha grandi potenzialità e non è minimamente interessato a “spintarelle” o “aiutini” vari.
Qualcuno si permetteva di definirci “bamboccioni” perché siamo la generazione Tuareg.        Ebbene, io ringrazio il Cielo che ci siano ancora i nostri genitori che ci mantengono, che ci supportano e che ci aiutano. Senza di loro, la nostra generazione sarebbe perduta. Ma con quale coraggio si può fare uno stage non retribuito o pagato quattro soldi in una città lontano dalla propria – se non si ha una benché minima fonte di reddito? Carmina non dant panem! Perché in Italia non c’è una legislazione simile a quella francese per quanto riguarda gli stage?
C’è tanta tristezza nel pensare di dovere abbandonare il proprio Paese.
Si è parlato di lasciare un’Italia diversa ad i nostri figli. Antonio, ma quali figli? Io vorrei tanto avere una figlia tra qualche anno. Ma con che coraggio si può anche solo pensare di mettere al mondo un essere umano, se non abbiamo nemmeno un barlume di sicurezza economica, se non c’è la benché minima certezza lavorativa, se nel futuro c’è solo precarietà?
Andare via da cosa? Da questa classe dirigente. Dalle ingiustizie di questo Paese. Dalle sue incoerenze. Dalle sue debolezze. La nostra unica responsabilità è prendere le distanze da chi ci ha umiliato, da chi ci ha voltato le spalle, da chi ci ha tradito. L’ho già detto, ma lo ripeto: non perdonerò mai a questa classe dirigente il fatto di averci tolto di diritto di sognare.
Il nostro unico dovere morale è disconoscere chi è responsabile della nostra infelicità e sofferenza, perché – caro Antonio – non è tollerabile spendere decine di migliaia di euro in formazione universitaria, laurearsi con 110 e lode presso un’università privata, parlare fluentemente quattro lingue straniere e sentirsi dire: “Ci dispiace, ma le sue competenze non sono compatibili con le nostre esigenze. Buona fortuna.” Se non amassi così tanto il mio Paese, l’avrei già lasciato. Eppure, il capolinea è ormai vicino. Chi crede nella formazione, nel volontariato, nell’associazionismo – come te, Antonio – ha coraggio da vendere. Ed ha la mia stima incondizionata.
Io però volevo mettermi in discussione nel mondo del lavoro. Volevo dimostrare di valere qualcosa dopo aver studiato in Italia ed all’estero – forse inutilmente – così a lungo. E invece, no. Se Antonio rappresenta il Paese positivo, io forse rappresento il “Paese reale negativo”. Cercherei una scorciatoia, se ci fosse. Ahimè non l’ho trovata. Cambierei il mio cognome con uno più altisonante, per far sì che tutti coloro che non ce l’hanno possano avere comunque una chance.
Non credo più nella Politica, caro Antonio. Perché la Politica è amore per gli interessi della collettività, è prima di tutto interesse per gli altri. La Politica in cui credo io cerca soluzioni per tutti, a partire dai più deboli, dagli ultimi, dai giovani. Ora, mi chiedo: quella che si fa in Italia è Politica? No, per me non lo è. Chi vuol esser lieto sia, di doman non c’è certezza – si diceva qualche secolo fa. Ebbene, per noi nemmeno dell’oggi c’è certezza. Ma di cosa stiamo parlando? Io non ho il potere di cambiare nulla. Io non sono altro che uno dei tanti. Chi dovrebbe avere a cuore i miei interessi, pensa ad arricchirsi e a votare leggi che nella maggior parte dei casi nemmeno conosce, limitandosi a seguire le indicazioni del capogruppo. Ma Antonio, dove lo trovo il coraggio per pensare di cambiare le cose? Manca una visione del futuro, manca una prospettiva. Non c’è solidarietà intergenerazionale. Ci sono solo interessi di parte. Campanilismi. Egoismi. E forse sì, tronisti, veline e GF. Ma quelli sono il prodotto della società, non il male alla radice da estirpare. La metastasi è a monte. Puntare il dito sugli effetti collaterali elude il problema.
Piangersi addosso è utile come ululare alla luna: lo riconosco. Ma rimanere inerti a vedere il tramonto del proprio Paese è altrettanto inefficace. Dunque, forse ha ragione Celli.
La tua generazione, Antonio, non cerca colpevoli. La mia li ha già trovati. Li conosce. Li ha già anche condannati. Senza appello. La società civile è diventata eccessivamente indifferente, passiva, ma anche a tratti riottosa. C’è un clima di odio e tensione sociale. Vedo troppe persone impegnate ad erigere muri e steccati, piuttosto che costruire ponti. Non ci sono garanzie, Antonio. C’è una classe dirigente sorda e cieca ai nostri bisogni, ai nostri interessi, alle nostre speranze. Mattia Celli sarà un bravo ingegnere sia in Italia che all’estero. Ovunque vada, rimarrà sempre Mattia Celli. E i problemi di tutti i giorni che devono affrontare i giovani che non hanno cognomi altisonanti come il suo, caro Antonio, lui non li avrà mai.
Con deferente stima,
Roberto Giannella


Il G20 di Londra e la via italiana per uscire dalla crisi

aprile 3rd, 2009 by Roberto Giannella | 4 Comments

Il G20 di Londra e la via italiana per uscire dalla crisi

Finalmente sembra essere arrivata una buona notizia da Londra. O almeno così pare. Leggendo il communiqué del G20 di Londra si nota il risalto dato a misure “senza precedenti”, adottate dai più importanti capi di stato e di governo del mondo.
Da quanto si evince, sono stati stanziati 1100 miliardi di dollari dal G20 in favore del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale al fine di sostenere i flussi del credito, la crescita e la difesa dell’occupazione. Un’altra cifra enorme, 5 mila miliardi di dollari, è quanto i singoli Paesi del G20 si impegnano ad investire per i vari piani anti-crisi entro il 2010. Di particolare interesse è il passaggio in cui i protagonisti del summit di Londra si impegnano ad astenersi da svalutazioni competitive e ad agire al fine di mantenere la stabilità dei cambi. Inoltre, il Financial stability forum (FSF) viene sostituito dal Consiglio per la stabilità finanziaria.   Di primo acchito, potrebbe sembrare una differenza marginale; tuttavia, si tratta di un cambiamento fondamentale: da quanto si apprende, il nuovo board avrà il compito di collaborare con il FMI al fine di vigilare – preventivamente – sui rischi macroeconomici e finanziari e la fissazioni di principi sulle remunerazioni dei manager.  In aggiunta, il G20 di Londra ha messo la parola “fine” – con buona pace di Berna – al segreto bancario. Viene prevista la pubblicazione della lista dei cosiddetti “paradisi fiscali” e verranno elaborate eventuali sanzioni, qualora un Paese non fornisca le informazioni richieste. Finalmente si è compreso che anche i famosi hedge funds dovranno essere sottoposti a nuove regole e meccanismi di vigilanza. Un ulteriore step forward è senza dubbio il fatto che il FMI sia stato autorizzato a vendere le sue riserve auree per finanziare i Paesi più poveri in difficoltà. Da non dimenticare, speriamo non lo facciano nemmeno i Paesi del G20 una volta lasciata Londra, i 50 miliardi di dollari promessi ai Paesi più poveri e più colpiti dalla crisi, come sostegno alla ripresa e forma di protezione sociale. Viene infine ribadito il rifiuto netto a qualsiasi forma di ripristino di barriere agli scambi commerciali e finanziari, in altre parole: viene detto un secco NO a qualsiasi forma di protezionismo. Fortunatamente, non è stato ritrattato l’impegno globale per raggiungere un accordo sulla lotta contro i cambiamenti climatici, in occasione della Conferenza ONU che avrà luogo a Copenaghen alla fine di quest’anno.
Dunque, sono state trovate soluzioni globali per una crisi che non ha risparmiato nessun Paese al mondo. Un bilancio senza dubbio positivo: merito della presidenza inglese – Mr. Brown ha per davvero svolto un lavoro eccellente – e delle varie diplomazie presenti al summit, che hanno messo al primo posto la “dimensione umana” di questa drammatica crisi finanziaria internazionale.
Bene. E in Italia? Sono state prese altrettante misure decisive finalizzate a far ripartire l’economia del nostro Paese? Sì, eccone alcune.
Al 31 dicembre 2008 sono state consegnate 520.000 social cards (su 1.400.000 previste). Delle 520 mila cards assegnate, risulta che circa 190mila non avessero alcuna copertura.
Il famoso “piano casa” prevede – per certi edifici residenziali – la possibilità di ampliare del 20% la volumetria esistente; inoltre, è prevista la facoltà di demolire e ricostruire una parte di edifici a destinazione residenziale – fino ad un massimo del 35% della volumetria esistente – per migliorarne la qualità architettonica e l’efficienza energetica. Quanti italiani si avvarranno delle agevolazioni previste dal “piano casa” rimane un’incognita.
E’ previsto un bonus straordinario fino a un massimo di 1.000 euro, destinato a famiglie, lavoratori dipendenti e pensionati con reddito compreso fra 15.000 e 22.000 euro.
Il nostro premier, che ieri ha fatto persino innervosire Sua Maestà la regina Elisabetta, sostiene che “bisognerebbe avere tutti la voglia di reagire, di avere molta fiducia, di impegnarsi e magari lavorare anche di più.” Sottoscrivo in toto.
Ma non sarebbe altrettanto utile dimezzare l’IVA, portandola al 10% per rilanciare i consumi? Qualcosa di simile è stato fatto in Inghilterra, non più tardi di alcuni mesi fa.
Non sarebbe forse più saggio accorpare referendum ed election day a giugno, al fine di non sperperare inutilmente quasi 500 milioni di euro?
Non sarebbe forse il caso di cercare di recuperare per lo meno una parte dei 90 miliardi di euro che – si stima – ogni anno la mafia produce?
Non sarebbe forse altrettanto produttivo adoperarsi per riportare l’evasione e l’elusione fiscale a livelli europei, dato che in Italia è tre volte superiore rispetto ai nostri partner dell’Unione?


“Welcome to the Jungle”

marzo 21st, 2009 by Vincenzo Ruocco | 1 Comment

“Welcome to the Jungle”

Centro, periferia, slums, Edge Cities, gentrificazione. Cos’è oggi la città? Quante realtà apparentemente distanti si trovano tanto vicino a noi, realtà capaci di mostrarsi quotidianamente ricevendo in cambio quella buffa e distaccata disattenzione? Per quanto tempo ancora continueremo a far finta di nulla?
La Contea di Los Angeles è la più popolosa contea statunitense. Situata nella parte meridionale della California conta un numero di abitanti superiore ai dieci milioni.
“According to the most recent census there are 90.000 homeless people in Los Angeles county. Many of them live near downtown in an area known as Skid Row”. Il termine skid significa andare in rovina, row significa fila di persone.
La popolazione di Skid Row, area quanto mai apocalittica, è formata da uomini, donne, ragazzi, bambini e anziani.
Cosa può aver portato ad una condizione del genere?
Mitchell Netburn, attuale Executive Director LA Homeless Service Authority, spiega come tutto, per lo meno a Skid Row, sia cominciato durante la fine degli anni ’80. Il crack, sostanza stupefacente ricavata dalla cocaina, fa il suo ingresso nel mercato della droga. Il nome deriva dal rumore fatto dalla sostanza quando viene fumata. Il processo che porta gli elementi del crack ad unirsi per essere consumati può essere effettuato sia dallo spacciatore, sia dal consumatore finale, aumentandone l’uso. Gli homeless di LA sono stati e ne sono tuttora un folto gruppo di fruitori. Non bisogna dimenticare però le cause di questi effetti. Possiamo dunque menzionare, com’è ovvio, la condizione economica che ha portato a ciò che oggi viene accettata come una realtà “normale”.
Quello che colpisce è il fatto di trovare questo “genere umano” proprio a Los Angeles. Continua Netburn: “molte persone sono arrivate col sogno di sfondare nell’industria cinematografica. Molti altri si trovano qui semplicemente perché il clima è buono, piove poco e c’è sempre il sole”. È vero, le precipitazioni sono piuttosto scarse (circa 350 mm), e concentrate esclusivamente in inverno.
Circa il 20-25% della popolazione adulta senzatetto soffre di una qualche forma di malattia mentale, generata dall’assuefazione alla droga.
Dagli anni ‘70 il processo di urbanizzazione del pianeta ha visto una sconvolgente accelerazione. Oggi in tutto il mondo ci sono quattrocento città che superano il milione di abitanti (contro le ottantasei del 1950), di cui ventisei superano gli otto milioni (nel 1950 solo New York), con casi estremi di cinque megalopoli che superano i venti milioni di abitanti (Tokyo, Città del Messico, New York, Seoul-Injon, San Paolo).
Nel 2002 l’ONU dava una definizione di slum come luogo caratterizzato da sovraffollamento, strutture abitative scadenti o informali, accesso inadeguato all’acqua sicura e ai sevizi igienici. Nel 2005 sempre l’Onu indicava la cifra scioccante di un miliardo di abitanti negli slum.
Dalle favelas di San Paolo alla Città dei Morti de Il Cairo in cui un milione di poveri utilizza le antiche tombe degli emiri come prefabbricati. Dagli homeless di Los Angeles ai campi profughi di Khartoum e Gaza, dai ghetti urbani di Kingston e Bombay ai megaslum, da due milioni di abitanti, di Città del Messico, Caracas e Bogotà. Fino ad arrivare alle realtà incredibili di Etiopia, Ciad e Afghanistan in cui il 99% della popolazione urbana vive negli slum, creando delle bombe ad orologeria per quanto riguarda emergenze sanitarie ed esposizione a calamità naturali (inondazioni, terremoti, frane).
L’esclusione dallo spazio urbano rappresenta l’esclusione dai circuiti economici ufficiali, la distanza tra la periferia e la città sembra incolmabile e nulla di ciò che viene prodotto nella City arriva negli slum, se non gli scarti, la spazzatura.
La divisione spaziale rappresenta solo il tratto più visibile delle diseguaglianze economiche e sociali. Basti pensare quanto siano frequenti le città in cui il settanta per cento della popolazione rimane confinato nel venti per cento del territorio urbano.
Il processo di sgomberi di interi quartieri coincide con la necessità di rammodernamento delle città in vista di Olimpiadi o di altri importanti eventi internazionali.
La città non esiste più e se esiste è un luogo abbandonato. Se da un lato, infatti, avviene l’esclusione dei poveri in quanto ostacolo al progresso, dall’altro anche i ceti alti abbandonano la città. La moderna architettura della paura ha dato vita alla Edge City, zona esclusiva a protezione totale costruita con l’ossessione della sicurezza e dell’isolamento sociale. Vero e proprio simulacro dei distretti esclusivi americani già nel nome: c’è una Beverly Hills a Il Cairo, una Orange County a Pechino e una Palm Spring a Hong Kong.
Diciamo la verità, non è più possibile leggere i rapporti di dominanza-dipendenza nei termini semplificati di un rapporto geografico tra regioni centrali e periferiche, perché certe caratteristiche della vecchia periferia del mondo, cioè la povertà, lo sfruttamento e l’emarginazione, sono sempre più presenti nel cuore delle grandi metropoli, mentre frammenti di “centro” si trovano ormai sparsi nelle più lontane periferie.
Se è vero che le connessioni ultrarapide consentite dalle nuove tecnologie possono avere un effetto di avvicinamento fra alcune aree fisicamente distanti, possono anche avere l’effetto opposto di “allontanare” tra loro località fisicamente vicine, in quanto una di esse, o tutte, risulta svantaggiata dalla struttura delle reti.
Non è più accettabile la dicotomia nord/sud, centro/periferia, primo/terzo mondo. Tutto avviene nella città madre, luogo in cui coabitano realtà più che mai antitetiche e, mi si permetta il neologismo, oltremodo antietiche.
Le grandi metropoli si sono organizzate in maniera che i punti di contatto tra gli slum e le Edge Cities si riducano allo zero dal punto di vista economico, culturale e politico. Ancora una volta scelgo la provocazione. E dal punto di vista etico?
L’esclusione dallo spazio fisico della città rappresenta l’impossibilità di accedere non solo ai beni, ai saperi, alle risorse, alle reti ma anche a tutti quei livelli della vita comunitaria che condizionano, influiscono, dividono e allontanano, uniscono e avvicinano, persone, non consumatori, non utenti, non target specifici.
Green cities certo, energie rinnovabili, me lo auguro. Assieme a ciò auspico l’avvento di nuovi utopisti, architetti, designers e scienziati che mettano al primo posto l’anima delle persone. Lo spirito ha bisogno di bellezza, ordine e pulizia.
Come pensarla, progettarla, sognarla dunque la città?


Là dove non batte il sole

febbraio 8th, 2009 by William Sbrega | 8 Comments

Là dove non batte il sole

Quando a febbraio 2008 l’ex-sindaco di Catania Scapagnini si dimise, le strade erano buie e gli angoli erano intasati dalla spazzatura perché non c’erano soldi per pagare le bollette della luce e i netturbini erano in sciopero. La città all’ombra del vulcano era sull’orlo del fallimento e i cittadini si chiedevano com’era possibile che quell’amministrazione disastrosa avesse accumulato debiti per circa un miliardo di euro (stimati). Sui giornali nazionali la notizia passò quasi inosservata, così come passò inosservata l’elezione del famigerato Scapagnini alla Camera dei deputati. Tutti i 300.000 abitanti, esclusi i netturbini che non ricevevano lo stipendio da mesi, si preoccupavano maggiormente delle sorti del Catania Calcio che della politica locale e si preparavano alla consueta torrida estate che ogni anno nasconde tutti i problemi sotto un cumulo di sabbia. E se già gli italiani avevano poco di cui lamentarsi, ancor meno si preoccupavano i colossi bancari mondiali, che bene o male nelle beghe della casta italiana non ci si sono mai infilati. Pochi euro su Napoli (2492 euro di indebitamento per abitante), zero su Catania (3367 euro, quasi fallita), zero su Taranto (3402 euro, fallita). Perché anche le banche, come Cristo, si sono fermate ad Eboli. Perché gli enti locali italiani, e in particolare quelli meridionali, sono molto rischiosi, anche dal punto di vista reputazionale. Pizza, mandolino e mafia, altro che Scandinavia. Eppure…
Eppure, quando ho iniziato a scrivere il mio articolo, il sole era sorto da appena un’ora, in Islanda. Quando lo finirò, sarà già tramontato. Credo che basti questo motivo per non investire anche un solo euro in quella nazione. E non solo.
L’Islanda è un’isola dimenticata da dio e da tutti, situata nell’oceano Atlantico a soli 60 km dal circolo polare artico. Questo è per non farvi confondere con l’Irlanda, dove però, in compenso c’è più freddo, data la mancanza dei vulcani e della corrente del golfo, ben bilanciati dall’ (ab)uso di alcol da parte degli indigeni. Ora tutti penseranno: “ma che dice questo? L’Islanda dev’essere una terra bellissima, affascinante!”. Vabbè… scagli la prima pietra chi è stato in Islanda. In ogni caso non è questa nazione bellissima l’oggetto dei miei insulti. Il numero degli abitanti è più o meno quello di Catania, ma non è l’unica somiglianza: anche la lingua locale è molto simile a quella etnea. Infatti, uno dei proverbi islandesi più famosi, “Margur verður af aurum api” è facilmente comprensibile in Sicilia. Del resto sono entrambe regioni conquistate in passato dai normanni. In più anche Catania ha un vulcano e anche Catania ha il mare. Insomma, una faccia una razza, come direbbe il Turco del film premio oscar “Mediterraneo”.
L’ultima cosa che hanno in comune è il quasi-fallimento, mentre molto meno simile è il motivo che li ha portati a questo. Se mentre per Catania si può parlare di amministrazione incapace, e quindi di cause endogene, in Islanda il fallimento l’ha portato in dono la globalizzazione, come l’aviaria.
Come ogni paese del mondo, la giovane Islanda emette titoli di stato, quindi si indebita, per rifinanziare il debito esistente, per pagare pensioni, sanità e quant’altro. I suoi titoli sono sempre stati considerati molto solvibili e liquidi, specialmente grazie al PIL molto alto (circa 13 miliardi di dollari nel 2006) e per la sua elevata crescita negli ultimi anni. Gli analisti, davanti a un monitor, ma in assenza di una cartina geografica, avevano imparato a conoscere il paese e col tempo avevano iniziato a leggere ogni anno un solo dato: PIL cresciuto del 6%, del 8%, del 5%, ecc… e questo gli bastava. Quando poi si sono accorti anche che, per dare un taglio all’inflazione galoppante e per impedire ai cittadini di indebitarsi in maniera eccessiva, il direttore della Banca centrale Islandese aumentava costantemente i tassi d’interesse di riferimento, hanno deciso di far scattare il giochetto del Carry trade. Il carry trade è l’operazione più semplice e redditizia del mondo, se si è in grado di farla: prendi in prestito denaro in Giappone, dove i tassi sono sempre tra lo 0% e lo 0,5%, e lo investi in paesi come l’Islanda, dove i tassi sono arrivati anche molto vicini al 15%, prima di essere portati al 18% dal FME. Stesso gioco si fa con Nuova Zelanda, Ungheria e Turchia. Soldi facili, insomma.
« Margur verður af aurum api ».
Nel fratempo, il debito dello stato saliva, e saliva anche quello delle uniche 3 banche islandesi, la Glitnir, la Kaphting, la Landsbanki (chissà se Catania ha 3 banche… E soprattutto, se sì, come si chiamano?). Prima del collasso il loro debito ammontava a nove volte il PIL dell’intero paese! Avevano investimenti in tutto il mondo e tutto il mondo aveva investimenti lì. Ma un bel giorno di settembre mi svegliaiiii, il buio della notteeee…. (i nomadi tornano sempre di moda).
La liquidità svanì. Il carry trade? Puffff
La Glitnir fu la prima, a cadere. Una sua emissione andò per metà invenduta e a quel punto erano necessari più di 600 milioni di dollari cash per sopravvivere. Anche perché la corona islandese nel frattempo aveva più che dimezzato il suo valore rispetto alle più importanti valute del mondo. Allora lo stato tentò di nazionalizzarla al 75%, ma l’FME (l’Autorità Finanziaria islandese) lo impedì, perché il governo aveva già un ammontare di debito pubblico in essere superiore al normale. Vi ricordate i 3367 euro di debito per abitante di Catania? Ogni Islandese ne ha ad oggi ben 160.000 a capoccia. Poi venne il momento della Landsbanki e della Kaphting, sommerse da debiti che ormai, data la situazione del settore bancario mondiale, nessuno era più in grado di rifinanziare. Molti di quelli che prima credevano di far soldi facili avevano da tempo abbandonato l’isola. Gli altri, protagonisti di un “Lost” ancora più intrigante e burocratico, erano rimasti con le pive nel sacco. Chi sono? Si presume che le banche tedesche abbiano in mano ben 21 miliardi di dollari di carta provenienti da stato e banche islandesi. Il resto è sparso un po’ per tutto il mondo, perché i rendimenti offerti dalle obbligazioni erano così alti che allettavano anche …


Crisi e politiche economiche: quali risorse per l’Italia?

gennaio 13th, 2009 by Roberto Robatto | No Comments

Crisi e politiche economiche: quali risorse per l’Italia?

La crisi economica che si è aperta negli Stati Uniti nella seconda metà del 2008 e si è poi propagata a tutto il mondo ha aperto un forte dibattito politico ed economico su quali siano gli interventi migliori e più appropriati che le autorità pubbliche devono intraprendere per limitarne gli effetti negativi.
Prima di tutto, è importante sottolineare che la crisi economica che stiamo fronteggiando ha due facce:
1) la prima è il lato finanziario, che ha avuto il suo apice nello scorso autunno con il fallimento di alcune importanti banche americane e con un più generale rischio di collasso del sistema bancario;
2) la seconda, è la crisi dell’economia “reale”, ovvero la recessione che si è innescata.
All’ordine del giorno nell’agenda politica vi è oggi soprattutto la crisi dell’economia reale: il mio obiettivo è di riflettere su questa seconda parte, con particolare riferimento alla situazione italiana.
Nel nostro paese, alla crisi economica si sommano problemi strutturali di cui soffriamo da molti anni (1).
Una fondamentale questione è quella del debito pubblico. L’Italia ha oggi un debito che è pari al 104% del PIL (2), tra i più alti al mondo (3). L’implementazione di una misura anticiclica (aumento della spesa pubblica o riduzione della pressione fiscale finanziata con il debito, conosciuta anche come politica keynesiana) si scontra con questo problema. Vediamo di capirne il motivo.
I titoli del debito pubblico italiano (BOT, CCT…) vengono venduti sui mercati finanziari, dove si determina il tasso di interesse. Vari fattori ne concorrono alla determinazione, uno tra questi è il rischio che l’investimento non venga totalmente o parzialmente rimborsato alla scadenza: anche uno Stato, così come una società privata, può fallire (si pensi all’Argentina, giusto per esempio (4)). A parità di altri fattori, più alto è il rischio di “fallimento” percepito dagli investitori, più alto è il tasso di interesse che gli investitori stessi chiederanno per essere disposti comprare il titolo.
Da cosa dipende il rischio di fallimento? Più alto è il debito, più alta è la probabilità che il debitore non riesca a ripagarlo: il problema dell’Italia nasce esattamente da qui. E da ciò deriva la necessità di avere conti pubblici in ordine e un debito che decresca col passare del tempo: cruciale è allora la nostra credibilità. L’ancoraggio all’Euro è un elemento fondamentale, ma non basta: il modo migliore di convincere gli investitori che saremo pian piano in grado di ripagare il nostro debito è di iniziare a ripagarlo da subito in modo costante e consistente.
La riduzione del debito iniziata con il processo di adesione all’Euro fu rallentata nel 2001, durante l’ultimo anno del Governo di Centro-Sinistra (Amato era il Premier e Visco era Ministro dell’Economia), e molto più gravemente nel 2005-2006, durante gli ultimi anni del Governo Berlusconi, con l’Economia guidata da Tremonti, quando addirittura il debito pubblico riprese a crescere. La tendenza alla riduzione è stata poi ripristinata da Prodi e Padoa-Schioppa, ma oggi gli spazi di manovra sono ancora limitati e va quindi letta positivamente la scelta del Governo (e di Tremonti in particolare) di essere piuttosto rigido nonostante il momento di crisi: il successore di Quintino Sella sembra essersi ravveduto rispetto alla sua precedente esperienza di governo.
Dalle opposizioni e dai Sindacati si levano invece richieste varie a seconda del gruppo di interesse rappresentato: il “ceto medio, i pensionati, i lavoratori dipendenti… Queste politiche sono chiaramente impraticabili se non si vuole tagliare la spesa pubblica o aumentare le tasse su altre voci (ad esempio, sulle rendite finanziarie).
Più ragionata – ma solo a prima vista – sembrerebbe essere la richiesta di una maggiore flessibilità subito in cambio di più austerità dopo, come proposto durante la puntata di Ballarò del 16 dicembre 2008 da Enrico Morando, esponente del Partito Democratico e Coordinatore del Governo Ombra. Morando ha proposto un “rilassamento” dei cordoni di bilancio nel 2009 e una contestuale previsione di riduzione della spesa pubblica per l’anno successivo, in modo da garantire, allo stesso tempo, flessibilità per quelli che sembrano essere i mesi più critici della crisi e garanzia per gli investitori.
Tuttavia, non è difficile capire come, in questo caso, l’aumento delle spese sarebbe certo, in quanto avrebbe luogo subito, mentre la riduzione sarebbe per definizione incerta, in quanto futura: posticipare gli aggiustamenti al futuro nelle leggi di bilancio pluriennali è uno degli escamotage contabili evidenziato dalla letteratura economica come fattore responsabile del non avere conti in ordine5. Se negli anni passati, invece di fare politiche pro-elettorali, ci fossimo concentrati maggiormente sul ripianare il debito pubblico, gli spazi di manovra sarebbero oggi più ampi.
Note:
1) Tra i problemi principali, vi sono una crescita (del PIL e dei salari) inferiore a quella degli altri paesi industrializzati e una bassa e disomogenea tutela per chi perde il posto di lavoro.
2) Previsione per la fine del 2008; fonte: Commissione Europea, Economic and Financial Affairs, General Government Data, Autunno 2008.
3) Per avere un’idea di cosa vuol dire, basta pensare che, per liberarci del debito che abbiamo, dovremmo lavorare più di un intero anno senza mangiare e senza consumare nulla… Inoltre, quando si parla di debito pubblico, è sempre utile considerarlo in rapporto al PIL, che è poi una misura della capacità di ripagarlo: un debito dello stesso ammontare potrebbe essere piccolo per uno Stato grande come la Germania oppure immenso per uno Stato delle dimensioni del Belgio. L’Italia ha quindi uno dei debiti pubblici più alti al mondo, in rapporto al PIL.
4) Volendo essere più precisi, la (più recente) crisi Argentina è stata causata da una svalutazione della valuta nazionale (il tasso di cambio era fisso ma tale politica era insostenibile), mentre i titoli erano denominati in valuta estera: con la svalutazione il debito pubblico misurato in valuta nazionale è aumentato vertiginosamente e lo Stato non è stato in grado di rimborsarlo.


Viaggio semi-serio nel mondo della crisi

gennaio 10th, 2009 by William Sbrega | 11 Comments

Viaggio semi-serio nel mondo della crisi

Se qualcuno di voi per caso pensa che la crisi dei sub-prime sia iniziata a Wall Street, decisa a tavolino da grandi banchieri solo per fregarci, si sbaglia di grosso. Perché, anche se è difficile crederci, la crisi è nata dal basso, nelle peggiori periferie di Carac… ehm, degli Stati Uniti, proprio dove negli scorsi decenni si è avverata la favola della finta integrazione multi-razziale. Per completare questo sogno americano, costruito su ghetti e periferie immense, la finanza ha giocato la sua parte, come sempre: agli albori del nuovo millennio avevano finalmente capito che il profitto poteva essere tratto anche con la scusa dell’integrazione e del sociale! Tradotto: miliardi di dollari di prestiti e mutui a neri, ispanici ed immigrati di vario genere, regolari e non, ovviamente non necessariamente muniti di lavoro. Persino gli studenti, che qui nel cuore dell’Europa terrona-meridionale possono solo sperare di fare 6 al superenalotto prima di potersi comprare un sottoscala in periferia, hanno ricevuto negli anni passati il loro bel mutuo. Addirittura gli intermediari finanziari intercettavano gli “obiettivi” nei supermercati e nei centri commerciali, proponendo mutui a tasso variabile proprio quando i tassi erano ai minimi storici, senza spiegare alle centinaia di migliaia di persone che la rata mensile sarebbe potuta salire fino a 5-6 volte il valore iniziale. E la gente, confusa e felice come Carmen Consoli, firmava e si indebitava.
Il sistema ha funzionato finché i prezzi degli immobili sono saliti, perché per le banche era possibile semplicemente rivendere l’abitazione per recuperare il proprio credito con gli interessi. Ma un bel giorno imprecisato del 2007 (ebbene sì, 2007, non 2008, come i male informati credono) il sistema iniziò a collassare.
Immaginate la scena del primo pignoratore che, andando a riprendersi una casa ipotecata, si scopre fregato dai sub-prime. Immaginate il sorriso di questo biondino palestrato dagli occhi azzurri, impiegato in una filiale bancaria a Detroit, con 24ore alla mano, mentre va a pignorare un ridente bilocale al 78° piano di un grattacielo a soli 44 km dal centro, luminoso e collegatissimo al centro tramite una sopraelevata in stile Blade Runner. In quella casa, un ex detenuto di Sing Sing, a cui, appena uscito di galera dopo 34 anni (1) il nostro eroe aveva concesso un mutuo, era morto a causa di un ictus dopo solo un anno dall’accensione ed era sprovvisto di assicurazione. Poverino. Aveva solo 87 anni.
In ogni caso, il nostro impiegato, che chiameremo John per comodità, era abituato alla vista dei cadaveri, data la sua esperienza in banca, e non si lasciò intimidire. Provò ad accendere un altro mutuo ad un simpatico ragazzone di colore dal lavoro incerto, ma questo fu ucciso in una sparatoria pochi minuti prima di firmare il contratto. John non riuscì più a piazzare quel bilocale a nessuno e la banca, alla fine, si accorse che non poteva più venderlo a quel prezzo (anche perché portava un po’ di sfiga) e così gli rimase sul groppone. Sia la casa che la perdita in bilancio.
Così, col tempo, altri appartamenti iniziarono ad essere svenduti, in cambio di un big Mac Menù grande, quello da 6,5 euro per intenderci, servito con un bel sorriso da un ragazzo palestrato, biondo dagli occhi azzurri, che un tempo pignorava le case per una prestigiosa banca americana e che ora si ritrovava a fare i toast. Tutto sommato gli era andata bene: la moglie, ex dirigente di Lehman Brothers, era stata mandata ad annaffiare le piante in Sudan. Per non parlare di Fred, suo ex collega, specialista in un’attività particolare: prendeva tutti i mutui collezionati da John e dalla sua banca, li trasformava in titoli dotati di rating (2) e li rivendeva alle altre banche e ai risparmiatori. Un vero genio della finanza! Adesso è diventato suora dopo aver cambiato sesso e dopo essersi nascosto in un convento per anni (3).
Torniamo a noi: grazie al lavoro di Fred e dei suoi corrispondenti nelle altre banche, che non smetteremo mai di ringraziare, a partire dalla seconda metà del 2008, tutte le istituzioni finanziarie mondiali si accorsero di avere in mano un sacco di carta straccia e ciò provocò stranamente un imprevedibile crollo delle azioni in tutte le borse e in tutti i settori (ad eccezione delle società che si occupavano del riciclaggio della carta straccia, tra le quali la nostra Alitalia). Quando le banche iniziarono a fallire, i sopravvissuti decisero di comune accordo di smettere di scambiarsi la carta, anche perché avevano carenza di spazio dopo il crollo delle torri gemelle ed era troppo ruvida per essere messa in bagno, e smisero di prestarsi denaro e di finanziare le imprese.
A quel punto, anche i più sprovveduti iniziarono a cagarsi sotto. Piuttosto che comprarsi il televisore al plasma da 177 pollici in 1200 comode rate, la gente decise di lanciarsi nel mondo delle scommesse sportive e del superenalotto4, seguendo così la moda lanciata negli anni passati dagli studenti milanesi e dalle pensionate campane. I consumi crollarono e la gente fu licenziata un po’ dappertutto. La contromossa fu messa in atto quando la BCE si accorse di avere tanti di quegli edifici inutili su a Bruxelles, da poterli riempire di quella carta che tanto abbondava nelle banche e così inizio a finanziarle in cambio di titoli garantiti da mutui, nella speranza che quei soldi potessero arrivare alle industrie e alle famiglie, prima o poi. Secondo voi le imprese e le famiglie ne hanno beneficiato?
Lasciando la risposta e le imprecazioni ai posteri, adesso sappiamo che anche le banche centrali sono piene di titoli inutili e di carta ruvida (il che può spiegare il nervosismo di Trichet degli ultimi mesi) e che anche i governi sono pronti a distribuire ingenti aiuti ai settori in difficoltà per “rilanciare l’economia”. Non che io sia contrario eh, chiariamo… ma sapete… quando uno sa che il proprio Stato ha già un rapporto Debito/PIL al 106% non è che poi sta tanto tranquillo quando si decide di spendere e spandere. È come se mio padre avesse debiti superiori al suo stipendio annuale e, vedendomi triste, mi …


Cambiare tutto per non cambiare mai

novembre 10th, 2008 by Pamela Campa | No Comments

Cambiare tutto per non cambiare mai

Dopo l’approvazione del decreto Gelmini e degli altri provvedimenti che s’inquadrano nel progetto di riforma del sistema di istruzione italiano, alcune cose cambieranno. Alcuni cambiamenti saranno irrilevanti (valutazione del comportamento espressa in decimi nella scuola primaria); altri avranno effetti diretti e indiretti considerevoli (l’istituzione del maestro unico operativo per 24 ore la settimana influenzerà direttamente la disponibilità di tempo pieno presso le scuole italiane, indirettamente il tasso di occupazione delle madri di bambini in età scolastica). Molti di questi cambiamenti avranno un costo. Tra tutti, credo che il più alto sia il costo opportunità della riforma in fieri. In un momento particolarmente teso della vita economica e sociale italiana e internazionale, in cui tante sfide devono essere affrontate e decisioni importanti devono essere prese, governo e opposizione si sono scontrati ferocemente sul decreto Gelmini, i ragazzi sono scesi in piazza, le famiglie hanno organizzato fiaccolate, le forze di polizia sono state scomodate. Tante energie, capitale fisico e umano sono stati spesi per o contro qualche provvedimento senza alcuna conseguenza, qualcun altro di portata rilevante, nessuno però mai all’altezza, per forza d’urto e innovazione, dei cambiamenti che la nostra scuola e universita’ richiederebbero.
Questo è il vero costo del decreto Gelmini. Tanto dire, scrivere, proclamare, protestare, per nulla. Il tempo, le energie, lo spiegamento di forze, l’attivismo del governo, l’affaccendamento della ministra, sarebbero potuti essere impiegati per far altro.
Per intervenire sui pochi punti deboli della scuola elementare italiana, prima per qualità in tante classifiche internazionali, ma con un difetto a mio avviso ormai non sopportabile: il mancato insegnamento in modo sistematico, efficace e proficuo dell’inglese. L’arretratezza dell’Italia per percentuale di popolazione che parla fluentemente l’inglese limita le possibilità di crescita degli individui, che non possono come lavoratori, studenti, viaggiatori, beneficiare degli effetti straordinariamente positivi che il confronto internazionale comporta; e penalizza inoltre le possibilità di crescita della stessa Italia: non raramente ho ascoltato lamentele di cittadini stranieri in visita nel Bel Paese, che si sono innamorati del bello di cui siamo maestri, e che come innamorati che non riescono a comunicare tra loro hanno sofferto per le difficoltà ad ordinare una buona lasagna al ristorante, o a chiedere informazioni ad un vigile urbano per visitare una bellissima piazza da qualche parte in città.
Queste energie sarebbero potute essere usate per introdurre gli incentivi nella scuola e nell’università italiane. Portare il mercato nell’istruzione non significa privatizzare gli istituti e le università; significa riprodurre nelle scuole e nelle università quella concorrenza e meritocrazia che fanno sì che in un sistema di mercato ben funzionante chi fa bene sia premiato, e chi sbaglia paghi. Esistono vari modi per creare i corretti incentivi, che non hanno nulla a che vedere con la privatizzazione. Nella scuola, si potrebbero mettere a punto dei sistemi di verifica dei progressi degli alunni, che tengano conto del punto di partenza degli stessi, magari confrontando i risultati realizzati in varie discipline insegnate da docenti diversi (il maestro unico rema contro questa possibilità). Nell’università, i docenti potrebbero essere assunti e retribuiti sulla base di criteri oggettivi di produttività (non è impossibile trovarne di efficaci: ad esempio, l’istituzione IDEAS -  http://ideas.repec.org/ – aggiorna ogni mese un ranking di professori in Economics, sulla base del numero di pubblicazioni, i lavori citati, la qualità delle pubblicazioni stesse; un’idea di questo tipo potrebbe essere estesa a diverse discipline e integrata con altri criteri di valutazione, tra cui le performance nell’insegnamento).
Tutto quel lavoro sarebbe stato utile per mettere a punto un sistema di incremento della spesa per ricerca e sviluppo in Italia. Nel 2006 la percentuale di spesa pubblica italiana in ricerca è sviluppo sulla spesa pubblica totale è stata dello 0,61%, contro una media dell’Europa a 15 dello 0,78% (Fonte EUROSTAT). In generale il finanziamento pubblico della ricerca è imprescindibile, in quanto bene di merito, i cui benefici sono cioè sociali, non strettamente privati, e per questo è ragionevole che anche i costi lo siano. In Italia la “mano pubblica” è ancor più imprescindibile, in virtù di un tessuto imprenditoriale basato soprattutto sulla piccola impresa, che non ha le risorse necessarie per gli investimenti in ricerca avanzata all’altezza di un Paese sviluppato. La Svezia, che ha la quarta percentuale di spesa pubblica in R&D al mondo, sta progettando un’espansione della stessa, come principale e prioritario intervento contro la crisi economica internazionale.
Tutto questo sarebbe potuto essere. Ma non è stato, e non sarà. Alcune cose cambieranno, per lasciare invariate le più, e la crisi economica incalzante rischia di rendere questo immobilismo fatale.
Se è stato chiaro a tutti che bisognava salvare le banche per salvare il sistema economico intero,  perché non è chiaro che bisogna salvare l’istruzione per non far mancare linfa vitale all’intera società?


The world – from a different point of view

ottobre 5th, 2008 by Andrea Rossi | No Comments

The world - from a different point of view

Quest’immagine satellitare del mondo visto di notte mostra in un colpo d’occhio la situazione di squilibrio che si è venuta a creare sul nostro pianeta negli ultimi decenni. Se avessimo a disposizione una tale fotografia per ogni decennio dall’inizio del 1900 fino ad oggi potremmo notare come le zone “illuminate” si sono “estese” (in senso biologico) sulla superficie terrestre. Da una tale analisi potremmo intuire che prima o poi il mondo intero verrà “illuminato”. Il motore di tutto questo? Il commercio, il progresso e l’esportazione del cosiddetto “benessere”.
Oggi, nell’ottobre del 2008, mi chiedo, però, di quale “benessere” si stia parlando. Quello del nostro pianeta, delle nazioni povere o svantaggiate, di quelle che colonizzano o forse solo di una piccolissima fetta dell’élite che governa le nazioni che “esportano” questo “benessere”? Una carenza fondamentale dell’industrializzazione e degli affari è che non si riconosce la forte correlazione tra il “benessere” del nostro pianeta e quello delle civilizzazioni che vi abitano. È quasi ironico, ma in verità è una correlazione inversa quella che lega lo pseudo “benessere” degli uomini ed il “benessere” terrestre. Difatti le misurazioni sulla qualità dell’aria durante i tre giorni in cui nessuno aereo poteva sorvolare gli Stati Uniti d’America dopo l’11 settembre 2001 dimostrarono come il pianeta tornerebbe al suo equilibrio sostenibili se gli si desse il tempo. Invece il lavoro (l’avidità e il desiderio di successo), il bisogno del lusso, di paesaggi esotici ed il “benessere” ci portano a compensare carenze di strutturali (salute, famiglia e veri affetti) con mille viaggi (che non abbiamo il tempo di godere), cure, medicine e sostanze estranee di cui forse non avremmo bisogno se vivessimo in modo più equilibrato, sano e senza stress.
Sappiamo che le risorse, non solo energetiche, ma anche alimentari e naturali non sono illimitate e potrebbero diventare motivo di conflitto se non troviamo un modo per accontentare i paesi in via di sviluppo e quelli già industrializzati. Certamente un mondo in cui la natura non ha più posto non premetterà all’uomo di (soprav-)vivere come lo hanno fatto i nostri antenati durante gli ultimi 5000 anni. È inquietante notare come non vi sia una volontà chiara ed unanime da parte dei governi che ne sono toccati (tutti).
Forse dovremmo fermarci a riflettere come nell’arco di 30-40 anni, o meglio dal dopoguerra sino ad oggi si sia arrivati ad un tale squilibrio.
Parte della spiegazione risiede nella creazione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 1994 e nella ”deregulation” (nel corso degli anni ‘90) di molti settori commerciali. Notevole è poi stato l’impatto della privatizzazione di enti che un tempo garantivano in modo continuativo l’offerta di prodotti e servizi a prezzi prestabiliti: dalle linee aeree alle industrie energetiche, dallo sfruttamento di risorse minerarie alla concorrenza tra banche. La giustificazione etica di questa politica risiedeva nello spronare le società ad innovarsi, a creare nuovi prodotti, a migliorare il servizio per i clienti e ad abbassare i costi.
Non vi sembra strano che il superfluo (ad esempio un biglietto della Ryanair) vi costi la metà se non meno di quanto non spendiate per fare la spesa al supermercato (in media 40-50 euro)? Per mangiare cibi che non hanno certo più il sapore e le nutrizioni sane di solo 20 anni fa? Com’è possibile che la società odierna non si renda conto che vive peggio (stress, ansia, malattie croniche e disturbi psichici come l’anoressia siano aumentati in modo neanche immaginabile qualche decennio fa). Ciò nonostante corriamo dietro ad ideali e bisogni non essenziali creati dal costante bombardamento del marketing: l’ultimo cellulare, vedere la partita su sky, essere sempre reperibili via internet e/o email. Facciamo fatica a vivere la vita per noi stessi.
Sembrerebbe, però, che ora che una della più grosse banche d’affari americane è andata in bancarotta e il più grande assicuratore americano ha rischiato di causare una crisi sistemica globale sorgano dubbi sugli effetti generati dalla competizione globale portata agli estremi.
Vi prego di non fraintendere le mie parole: non ritengo che un modello di economia chiusa, autarchica e protezionista sia la soluzione, ma vorrei far notare l’assurdità di un sistema che rende più “conveniente” spedire grano, banane, polli e banane da Paesi lontani, perché (1) non si conoscono le norme igieniche e sanitarie di quei Paesi, (2) si devono sostenere costi per il trasporto (solitamente in nave), aumentano il traffico di merci mondiale già notevole ed infine, (3) si aumenta l’inquinamento ambientale con ricadute problematiche per le generazioni future.
Per quanto possa sembrare un controsenso, l’attuale società “evoluta” si sta dirigendo verso l’autodistruzione e nessuno sembrerebbe deciso a fare il primo passo per timore di essere “fregato” dal vicino.
Coloro che guidano le sorti del nostro pianeta dovrebbe cercare di ritrovare quell’armonia, quel buon senso e quel famoso “balance of powers” che è stato per secoli il Leitmotiv della politica estera britannica. All’epoca questa strategia si riferiva al mantenimento di un equilibrio di forze tra la Francia, la Prussia, la Spagna e la Russia affinché nessuno potesse dominare in Europa (come poi lo fece Napoleone).
Per concludere, anche se vi possono essere opinioni a favore di questa politica economica liberista di impronta anglosassone, mi ritengo fortunato che vi siano ancora alcune nazioni che si impegnano ad offrire al proprio cittadino pane prodotto con grano nazionale di cui si conosce l’origine e la composizione. Forse un giorno scapperemo tutti verso quei Paesi che, con una politica lungimirante, stanno bloccando la lenta e silenziosa colonizzazione asiatica in Europa.


I prezzi salgono, gli stipendi scendono. Ma non c’è alternativa.

settembre 11th, 2008 by Roberto Robatto | 5 Comments

I prezzi salgono, gli stipendi scendono. Ma non c’è alternativa.

L’aumento del prezzo delle materie prime, non solo il petrolio ma anche, tra le altre, grano, acciaio e rame, ha determinato l’effetto di una nuova spinta inflazionistica. I prezzi salgono in Europa di circa il 4%, mentre negli Stati Uniti si è già raggiunta una crescita del 5%. E nel frattempo si apre una questione salariale: la Banca Centrale Europea (BCE) chiede una politica di moderazione salariale nei paesi dell’area Euro1. E di conseguenza, in Italia, il Ministro dell’Economia ha fissato l’inflazione programmata all’1,7% scatenando già alcune proteste: la CGIL ha annunciato di non essere d’accordo con questa scelta per via del troppo potere d’acquisto che si toglierà ai lavoratori.

In autunno è quindi possibile che si aprirà una contesa che vedrà protagonisti Governo e parti sociali, e l’obiettivo del mio articolo è proprio quello di gettare un po’ di luce su questa possibile disputa. Prima di dire chi ha ragione e chi sbaglia, o chi ci perde e chi ci guadagna, è però necessario capire un po’ meglio cosa c’entra la BCE con l’inflazione e con il rinnovo dei contratti.
La BCE è responsabile della politica monetaria dell’area Euro (così come la Federal Reserve lo è per gli Stati Uniti, essendone la relativa Banca Centrale) e attraverso la variazione dei tassi di interesse può influenzarne l’attività economica. Un aumento dei tassi di interesse ha l’effetto, tramite una catena di trasmissione che passa per i tassi applicati dalle banche commerciali (come Unicredit o Intesa Sanpaolo, ad esempio) di diminuire la domanda di beni e servizi, con due effetti: porre un freno al PIL, da una parte, e all’inflazione, dall’altra.
Al contrario, se i tassi di interesse diminuiscono, si incentiva la domanda e quindi la crescita del PIL, ma con il rischio di un aumento dei prezzi.
Fino a poco tempo fa, la BCE è riuscita nell’obiettivo di mantenere un tasso di inflazione stabile e intorno al 2%. D’altronde, ciò corrisponde pienamente alla principale direttiva del suo statuto, ovvero il mantenimento di un basso livello di inflazione.
L’aumento dei prezzi delle materie prime, tuttavia, ha rappresentato quello che in letteratura economica è chiamato cost-push shock, ovvero uno shock economico che comporta un aumento generalizzato dei costi di produzione. A livello macroeconomico (cioè a livello aggregato), si osserva che un cost-push shock ha due effetti: da una parte l’aumento dei prezzi, e dall’altra la riduzione della produzione e di conseguenza anche dell’occupazione e del PIL, una combinazione di certo non incoraggiante2.
In questa situazione, la BCE sbaglierebbe se ottemperasse al suo mandato di mantenere bassa l’inflazione: se si concentrasse su un obiettivo di strict inflation targeting, ovvero mantenere l’inflazione non oltre il 2%, sarebbe costretta ad alzare di molto i tassi di interesse, contraendo in modo eccessivo la domanda e quindi il PIL e l’occupazione. La scelta è stata quindi quella di alzare i tassi, ma non troppo, con il risultato che i prezzi salgono di più rispetto agli ultimi anni (+4%) e il PIL soffre un po’, ma di meno rispetto ad una scenario con inflazione al 2%. La Federal Reserve statunitense, al contrario, ha valutato opportuno abbassare i tassi (gli USA hanno anche subito la crisi dei subprime e lo scoppio della bolla immobiliare), e oltreoceano l’inflazione ha infatti raggiunto il 5% ma il PIL respira più che in Europa.
Vediamo ora di capire quale è il ruolo degli stipendi, e di entrare nel meccanismo microeconomico che è responsabile di ciò che si osserva a livello aggregato. Senza troppo margine di errore, possiamo dire che i salari rappresentano la maggior parte dei costi di produzione di un sistema economico. Di conseguenza, un aumento dei salari comporta un aumento dei costi di produzione e di conseguenza le imprese, per non andare in perdita, devono alzare i prezzi.
La teoria economica considera i salari legati alla produttività del lavoro: un aumento di produttività si traduce in pratica (nel medio periodo) in un aumento dei salari, ma vale anche il viceversa: se la produttività diminuisce, i salari devono scendere3. L’aumento del costo delle materie prime può essere assimilato ad una riduzione di produttività: se infatti la produzione richiede di utilizzare delle materie prime, la produttività al netto dei costi pagati per queste materie prime sarà inferiore4.
Se i salari si aggiustassero immediatamente al nuovo livello di produttività, gli effetti di un cost-push shock sarebbero limitati: le imprese infatti si troverebbero di fronte ad un aumento del costo delle materie prime compensato però da una riduzione dei salari, e di conseguenza la banca centrale potrebbe riuscire molto più facilmente nel duplice obiettivo di non lasciare spazio all’inflazione e non far soffrire PIL e occupazione.
I salari, però si modificano a intervalli di tempo più o meno regolari (in Italia, molti contratti sono rinnovati ogni 2 anni) e quindi non si allineano immediatamente al nuovo livello di produttività. Le imprese, allora, devono aumentare i prezzi: l’aumento delle materie prime non è infatti compensato da alcuna riduzione dei salari, che sono rigidi5; inoltre i prezzi più alti riducono la quantità venduta e quindi spingono verso il basso anche PIL e occupazione6.
A questo punto, è evidente il motivo a fondamento della richiesta della BCE. Se gli stipendi aumenteranno solo del 2%, si avrà di fatto – cioè in termini reali – una riduzione del loro potere d’acquisto che li allineerà al loro nuovo livello di produttività: l’inflazione si sgonfierà (salvo altri rialzi del prezzo delle materie prime) fino a tornare ai livelli di qualche anno fa. Se invece gli stipendi aumenteranno maggiormente, questi aumenti si rifletteranno inevitabilmente sui prezzi praticati dalle imprese, creando quindi una spirale salari-inflazione molto pericolosa. E inoltre l’inflazione più alta vanificherebbe, dal punto di vista del potere d’acquisto, gli extra-aumenti salariali ottenuti dai sindacati.
Con il nuovo scenario economico – il petrolio ben oltre i 100 dollari al barile e l’aumento del prezzo di tante altre commodities – siamo tutti un po’ più poveri, in particolare chi vive solo del proprio stipendio. Reagire con eccessivi aumenti salariali sarebbe sia inutili sia dannoso; se si vuole fare redistribuzione, meglio agire attraverso i classici strumenti dei …


1994: terza rivoluzione industriale e crisi del capitalismo

marzo 26th, 2008 by Giacomo Valtolina | 14 Comments

1994: terza rivoluzione industriale e crisi del capitalismo

Il 1994 è stato l’anno spartiacque, l’anno ormai conosciuto come quello dell’inizio della “III rivoluzione industriale“, l’anno in cui l’occidente fece il suo ingresso nell’era della cosiddetta information and communication technology (Ict). Iniziava così l’epoca dell’innovazione e, contemporaneamente, l’intero pianeta scopriva quella fase del capitalismo unanimemente definita “globalizzazione” stabilita dall’istituzione e dall’operato dell’Organizzazione internazionale del commercio, il Wto.
Terza rivoluzione industriale e globalizzazione salparono così assieme verso il futuro, in un disegno economico ampio e planetario mosso da un solo intento: spostare la produzione nei paesi in via di sviluppo e riservare ai paesi già industrializzati la prerogativa dello sviluppo tecnologico e finanziario. Fu proprio questo, infatti, il ruolo del Wto che – unico organismo di “diritto internazionale” effettivo vigente – liberò il commercio internazionale, creando sbocco per i capitali occidentali e permettendo investimenti, trasferimenti e delocalizzazioni dove i costi di produzione sarebbero stati enormemente minori.
In quegli anni di iperpotenza geopolitica e economica unilaterale americana – ormai definitivamente sancita dalla caduta del muro di Berlino – proprio l’informatizzazione e lo sviluppo dei servizi di comunicazione determinarono l’impensabile crescita degli Stati Uniti e furono l’eclatante esempio di come i paesi più progrediti dovessero assolutamente trasformare le proprie economie verso l’innovazione, unico strumento in grado di consentire quella crescita che sola garantisce lo sviluppo all’interno di un sistema come quello capitalista, evitando la crisi e lasciando l’onere produttivo a chi (Cina, India, Brasile) avrebbe potuto permetterselo. Come chiaramente dimostrato dalla crisi post-industriale in alcuni paesi negli anni Ottanta, l’occidente, quindi, doveva trovare un rimedio, non potendo più reggersi sul sistema produttivo tradizionale e sulle economie di scala. E fu inoltre per questo che l’Europa, palesemente in ritardo, dovette accelerare l’avvento del mercato unico e dell’euro per poter competere con gli alleati d’Oltreoceano e sfruttare i benefici delle nuove tecnologie d’informazione e comunicazione.
Ma perché la III rivoluzione industriale è stata così importante? Essenzialmente per una ragione: la riduzione dei costi. E non solo derivanti dall’informatizzazione. Se infatti è evidente come l’Ict abbia consentito di snellire, automatizzare, rendere efficienti e produttive una serie di pratiche dispendiose sia in termini di tempo che di denaro, non bisogna però dimenticare ciò che accadde all’ultimo fattore economico base (dopo terra e capitale) non ancora totalmente soggetto alle logiche di mercato, cioè il lavoro. Anch’esso troppo costoso, il lavoro doveva essere liberalizzato e reso flessibile, trattato quasi al pari di una merce per garantire sviluppo e competitività internazionale. Ciò fu l’altra causa che determinò la rapida crescita americana a scapito dei paesi europei, condizionati dalle organizzazioni sindacali e dalla loro decisiva influenza storica sulle filosofie politiche del vecchio continente.
Ma la crescita derivante dallo sviluppo di sistemi innovativi, per quanto economicamente ineluttabile, portava con sé endemiche problematiche, paradossalmente le stesse che determinarono le precedenti crisi industriale e post-industriale. Se allora la necessità di creazione di surplus produttivo aveva condotto all’impossibilità di assorbimento della produzione da parte del mercato nel lungo periodo, così l’Ict oggi ha soltanto dato respiro a un sistema ormai in crisi, rendendo la crescita sempre più a breve termine e facendo sostenere tutta l’economia ancor di più – e soltanto – dal consumo.
Tutto ciò a cui assistiamo oggi non è altro che la manifestazione di queste antinomie sovrastrutturali. Il carovita e l’inflazione che coinvolgeranno le economie occidentali renderanno impossibili i consumi cosicché le esigenze di crescita rapida e costante subiranno un brusco arresto. Certo, le ragioni concrete dell’eventuale tracollo (individuabili nelle dinamiche dei differenti mercati, nelle reazioni monetarie con i loro effetti su inflazione e salari, oltre che nelle speculazioni finanziarie e nell’ambiguo ruolo degli intermediari) possono smentire o confermare il concetto generale su cui si basa tutto il discorso, ma è altresì vero, in fondo, che essi sono soltanto il sistema regolamentativo (o deregolamentativo) strutturale all’interno del quale i problemi si amplificano, sviluppano e manifestano. E non tanto per loro intrinseche connotazioni, quanto a causa del “male” originario antecedente, fin qui descritto.
Tuttavia infine, senza cadere nella teoria dell’apocalisse o in fuorvianti quanto utopiche teorie (quali quelle della decrescita), è da riconoscere – come scrisse Karl Polanyi ne La grande trasformazione – che se già a metà del Settecento, per concludere l’esperienza capitalista, l’unica via era bruciare le fabbriche, di certo oggi, tre secoli più tardi, è difficile trovare nuove soluzioni, soprattutto tenendo conto che la pura logica di mercato prevede la totale deregolamentazione e che tutti i tentativi di regolamentazione in senso inverso da parte degli organi pubblici (l’interventismo tanto auspicato in maniere diverse sia dalle social-democrazie liberali europee che dal protezionismo conservatore) altro non farebbero che peggiorare gli effetti nefasti del circolo vizioso capitalista, accelerandone la crisi che i marxisti hanno sempre giudicato inesorabile. Forse, almeno in questo, hanno davvero avuto ragione. E noi, purtroppo, potremmo esserne inermi testimoni.



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