Trittico in biblioteca

maggio 4th, 2010 by Michelangela Di Giacomo | No Comments

Trittico in biblioteca

Per chi conosce Roma e ne apprezza le bellezze, uno degli infiniti vantaggi che questa città sembra offrire è la possibilità di godere di continue piccole personali “scoperte”. Così per me è stato entrare per la prima volta nella splendida sede della Biblioteca Vallicelliana, attratta dalla curiosità per una piccola ma completa mostra di tre artisti a me ben noti, Adriano Di Giacomo, Wilma Lok e Franco Troiani.
In Trittico in biblioteca, i tre presentano libri ed opere pittoriche che ne ripercorrono a passi rapidi ma esaustivamente il percorso artistico, testimoniandone al contempo la maturazione e l’evoluzione di percorsi affini ma emblematici di diversi linguaggi espressivi.
Quello presentato da Di Giacomo è un percorso nel tempo che ricostruisce gli sviluppi del suo interesse, maturato fin dai primi anni ’70, all’analisi degli spazi, intesi come luogo in cui interagiscono vari e complessi sistemi, nella patente assenza dell’uomo dalla scena. Nella sua produzione, costruitasi nel giro di decenni lungo la serie “barriere/passaggi/flash-back/fragmenta urbana”, egli comunica una metafora della storia fondata sullo straniamento fra la discrepanza di uno scenario “normale” apparentemente possibile e i modi della sua rappresentazione con prospettive forzate al limite.
Opere dense di suggestioni sono quelle prodotte dall’attività artistica di Wilma Lok, olandese di origine, ma trasferitasi da oltre trent’anni a Perugia. Si presenta qui il frutto della sua più recente riflessione, in cui, attraverso il tema dell’“Oltre le Colonne d’Ercole”, l’artista racconta la condizione dell’attraversamento e della narrazione della costante tensione umana verso il limite. La carta – nella sua fisicità, materia ed estensione – è al tempo stesso «“il luogo” e “il mezzo”, spazio da percorrere e strumento per la percorrenza su cui la percezione e il sentimento dello spazio tracciano le linee di una visione mobile lungo il filo di fuga di un orizzonte basso e apertissimo» (come si legge nella nota critica di Anna Cochetti).
Scenografo ed artista spoletino particolarmente interessato anche nella pittura agli effetti tridimensionali è Franco Troiani, che nella sua produzione è riuscito a sintetizzare le diverse anime dei suoi interessi espressivi, dalla concettualità all’astrazione lirica, dalla formulazione dinamica alla costruzione geometrica, dalla bidimensionalità alla proiezione illimitata dello spazio. Nelle tempere su carta o su tavola, nei libri d’artista qui presentati il biblico “tema della Torre di Babele”, nella citazione da Agostino si configura, attraversando i più vari temi e modalità della narrazione, come metafora attuale della rottura di ogni relazione che ‘divide l’uomo dall’uomo’, punto di partenza di una ricostruzione fatta di recupero della memoria e dello spazio.
L’avvicinamento di tematiche artistiche scaturite da eterogenee fonti di ispirazione è la ragione d’interesse di questa specie di cammeo espositivo, che in ultima istanza spinge il visitatore a riflettere sull’esperienza umana di continua appropriazione e perdita dello spazio e del tempo circostante e delle relazioni con l’ambiente e con i propri simili.
dal lunedì al sabato ore 10.00-13.00
Ingresso gratuito
Biblioteca Vallicelliana
Piazza della Chiesa Nuova 18 – 2° piano


Talking to Wittkower – Michele Chiossi

ottobre 29th, 2009 by Alessandra Denza | No Comments

Talking to Wittkower – Michele Chiossi

Fino al 23 novembre a Milano alla galleria Effearte di via Ponte Vetero 13 sarà esposta la personale dell’artista Michele Chiossi, giovane animo libero del sistema artistico contemporaneo. Artista poliedrico, Chiossi basa le sue ricerche sulla scultura, soprattutto del pregiato marmo di Carrara. La scelta del materiale è dovuta alle sue origini, ma anche allo splendore che la lavorazione può dare a questo elemento duttile ma difficile. Il marmo viene così spesso affiancato da resine, neon colorati, foglia oro, vernici per le auto e numerosi altri dettagli che lo ricreano in infinite modalità.
In questa mostra si tiene un dialogo ideale con lo storico Rudolf Wittkower (tedesco 1901-1971) che nel 1970 fece un ciclo di conferenze sulla scultura, innovandone l’approccio e l’analisi: per la prima volta le opere scultoree e la loro storia vennero affrontate tenendo conto delle tecniche utilizzate, della loro evoluzione nel tempo e non più secondo il principio dell’interpretazione dell’opera. Aspetti in precedenza considerati marginali, come la scelta dei materiali e degli strumenti idonei per lavorarla, acquisiscono un’importanza fondamentale.
Michele Chiossi ha sempre amato la commistione tra diversi elementi e materiali e la tecnica per realizzare un determinato oggetto, sperimentando fino a che punto ogni cosa possa piegarsi al suo concetto. Il marmo stesso sembra diventare di seta e morbido come la creta. Presenti in galleria opere che si snodano attraverso l’arte del Medio Evo al Rinascimento ed ai giorni nostri, come la Pietà di Michelangelo, il Pensatore di Rodin ed oggetti di uso quotidiano di un’epoca molto più recente. Anche la musica rinascimentale riarrangiata viene a far parte concreta della sua opera ad avvicinarsi ad una video proiezione in cui l’artista si concentra completamente sulla plasticità e reazione della materia a determinati impatti.
Celebri le sue rielaborazioni di famosi brand e slogan trasposti in nuovi concetti (Levi’s, Heineken, Fred Perry, le candele Dyptique) o anche l’uso del cibo come forme di grana, pasta o enormi baguette, temi religiosi e referenze all’arte e pensatori passati. Tutto scolpito nel marmo come se fosse plastilina, di un realismo eccezionale! Toccare per credere, o meglio… provate ad alzare qualcosa! Anche le dimensioni statuarie dei suoi soggetti sono parte rilevante dell’opera.
Fulcro della mostra saranno quattro opere che ripropongono le linee guida della ricerca artistica di Chiossi: si va dal recupero di alcuni leitmotif del Rinascimento, come il coronamento a semicerchio che ritroviamo in Heraldry – un grande basso rlievo in marmo di un blasone, contraddistinto dall’intaglio a zig zag (tratto peculiare dell’artista) e da tre neon colorati, che riaffermano l’uso del colore nella scultura attraverso la luce – per arrivare a Mumble Mumble Gum, omaggio all’ottocentesco pensatore di Rodin, dove l’artista (attraverso numerosi passaggi e amici) si riappropria dell’argilla, per tradurla in un modellato in resina e restituirgli una nuova superficie realizzata applicando chewing-gum masticati da lui stesso, dalla moglie, dagli amici etc. che è metafora dei singoli pensieri di ognuno di noi.
Theory of Color opera video che riprende le analisi di Goethe, reinterpretando la Pietà di Michelangelo attraverso la scomposizione del colore e della materia, resa ora possibile dall’utilizzo di un materiale deperibile come il gelato. Per concludere con Bubble Architour, imponente colonna di marmo alta due metri che rappresenta una grande bobina di pluriball, sintesi estrema della frenesia contemporanea, dove gli eventi espositivi (mostre, fiere, vernissage, trasporti) si susseguono ad un ritmo incalzante, trasformando un materiale di imballaggio in elemento imprescindibile dell’arte e della vita di ogni artista e gallerista. Altro che un Objet trouvé, è nel DNA dell’arte. Abbiamo sperimentato tutti noi addetti ai lavori…
Notevole è stata la sua antologica nel 2007 alla galleria Zonca & Zonca di Milano, Chiossi è spesso presente alle fiere italiane ed internazionali: lo riconoscerete per il suo boccolo avvincente e un tocco di Yves Saint Laurent sempre con se… E se siete interessati contattatemi, un aperitivo con lui si può organizzare.
Michele Chiossi, 1970, nato in Toscana, vive a lavora a Milano.
Tra le sue mostre più recenti: Kunstlerhaus Palais Thurn und Taxis, Bregenz; z2o Galleria|Sara Zanin, Roma; Galleria Zonca&Zonca, Milano; Galerie Metis_NL, Amsterdam; Susanna Orlando Vetrina, Pietrasanta; Studio Guastalla, Milano; Divus, Prague; ING Headquarter Brussels, Brussels.
È già presente in numerose collezioni private e pubbliche in Italia ed all’estero.
Per chi volesse approfondire gli scritti dello storico Wittkower: R.Wittkower, La scultura raccontata da Rudolf Wittkower, ed. Einaudi 2006, p. 363 €17ca. “Un affascinante viaggio attraverso la scultura di tutti i tempi al seguito di un grande maestro e critico dell’arte: dalle prime statue greche alle invenzioni di Michelangelo, Cellini, Vasari, Bernini, Canova, fino alle forme e alle figure del ventesimo secolo di Moore, Arp, e molti altri”. Quasi quasi me lo compro!
www.effeartegallery.com


Arte contemporanea in Italia, what’s new!

ottobre 14th, 2009 by Alessandra Denza | No Comments

Arte contemporanea in Italia, what's new!

Ed ecco ripartita la stagione artistica 2009/2010 in tutto il suo splendore! Le gallerie milanesi si sono organizzate, come dal terzo anno, con l’Associazione START: 41 tra le migliori gallerie di arte contemporanea hanno inaugurato in simultanea il 18 settembre presentando i loro migliori artisti e novità. Sono poi rimaste aperte per tutto il fine settimana favorendo la circolazione dei visitatori e collezionisti con un utilissimo servizio navetta e tanti brunch e merende.
Per fare un esempio delle gallerie a Brera: Zonca & Zonca ha presentato un giovane artista coreano Sea Hyun Lee “Between Red” con i suoi paesaggi rurali fluttuanti e tutti sul tono del rosso. Si vedono i boschi, le piccole pagode ed i villaggi. L’artista ha vissuto nella Zona Demilitarizzata tra Nord e Sud Corea quando ha fatto il militare. Le visioni notturne con gli occhiali ad infrarossi l’hanno profondamente influenzato ed è stato segnato dalla violenza della divisione del paese in due, una zona demilitarizzata che in realtà presenta una presenza di militari molto alta a controllare che non venga superata né che ci siano attacchi. La realtà del paesaggio è permeata dal colore rosso che la rende tutto surreale ed intriso di orrore e paura per il conflitto coreano.
Antonio Battaglia, sempre in via Ciovasso (anche se esterno a Start), ha presentato una collettiva  “Fairy Tales – Giovani artisti nel paese delle meraviglie”: Tommaso Chiappa, Sophie Chkheidze, Nebojsa Despotovic, Agnese Guido, Natasza Niedziolka, Melissa Provezza, Guiditta R. e Giacomo Toselli. Ad accomunarli è soprattutto una ricerca stilistica verso le nuove direzioni internazionali della pittura. Molto interessante i lavori di Tommaso Chiappa nella ricostruzione delle sue città, gli elementi rappresentati sono ridotti ai minimi termini per far emergere dall’opera solo quello che viene ritenuto necessario.
Francesca Kaufmann presenta Latifa Echakhch, nella sua prima personale in Italia, artista che usa tecniche diverse per esprimersi: installazioni, scultura, video, etc. L’artista marocchina decontestualizza oggetti carichi di significato culturale e politico per riposizionarli all’interno di un linguaggio minimalista. In galleria porta diverse opere tra cui una serie di quadri con motivi ornamentali dell’architettura sacra islamica, forme geometriche come la stella riportata anche a pezzetti sul pavimento.
Paolo Curti & Annamaria Gambuzzi in una collettiva curata da Kineko Ivic presentano: Huma Bhabha (1962, Karachi, Pakistan), Joe Bradley (1975, Maine),? Jason Fox (1964, Yonkers, NY),? Baker Overstreet (1981, Augusta, Georgia), ?Aurel Schmidt (1982, Kamloops, BC, Canada), tutti artisti che lavorano nel vorticoso mondo artistico di New York. Bhabha realizza sofferenti forme antropomorfe con l’assemblaggio di materiali di recupero come argilla, legno, ferro, polistirolo e ghisa, mentre Bradley si affida ad uno stile molto più minimalista. Molto essenziale e legato allo studio del colore e della forma. Fox è focalizzato su un’analisi della cultura popolare ispirandosi alla storia dell’arte, ai cartoon ed ai film. Overstreet si rifà un po’ alla tribalità di Bhabha le sue opere presentano di una forte componente simmetrica che si alterna alle tonalità vivaci dei colori che danno vita a figure geometriche astratte. Schmidt dà una rilettura dell’opera di Arcimboldo utilizzando però materiali trovati più recenti come capelli, serpenti o mozziconi di sigaretta per formare i suoi ritratti.
Anche a Brescia le gallerie si sono organizzate per inaugurare insieme durante la quinta “Giornata nazionale del contemporaneo” il 3 ottobre e per questo motivo è stata organizzata la Notte Bianca: quattro percorsi a tema da seguire attraverso le gallerie bresciane – la Luce, il tempo, la Parola e la Vita moderna.
A Palazzo Gallery, che ha sede in Palazzo Todeschini, Chiara Bersi Serlini con Francesca Migliorati e Chiara Rusconi, organizza “Cabinet’s 120 Day Volume”. Collettiva con numerosi giovani artisti internazionali di spicco per la prima volta in Italia come Lara Schnitger, di origine olandese, che utilizza materiali ordinari, come collant di nylon, cravatte, indumenti e gomma, indefinitivamente mutati e trasformati, per creare grandi installazioni che fendono il pavimento e il soffitto come creature aliene trasportate dall’aria.
Massimo Minini inaugura la stagione espositiva con un intervento, sul muro esterno della galleria, di Gabriele Picco, giovane artista e scrittore per poi successivamente tornare negli spazi interni ora in restauro.
La PaciArte non solo presenta i nuovi spazi in via Trieste, ma anche una coppia di artisti francesi che fondono scenografia e fotografia in opere che evocano la solitudine e l’immobilità del tempo: Clark & Pougnaud “C’est la vie”. Nelle loro creazioni un momento di vita privata viene cristallizzato dallo scatto, congelando il soggetto. Come durante la visione di un film, in cui qualcuno improvvisamente blocca la pellicola.
Anche Firenze ha avuto un lampo di genio verso i suoi cittadini e turisti. È stato organizzato un bellissimo venerdì in centro, via Tornabuoni è stata resa pedonale fino alla mezzanotte e riempita di magnifiche Ferrari di tutte le epoche, molti i negozi aperti che hanno anche offerto dei divertenti aperitivi a base di Chianti classico, salatini e affettati. Al passo con l’evento la Fondazione Strozzi ha inaugurato con il Centro Cultura Contemporanea Strozzina la mostra “Realtà Manipolate – come le immagini definiscono il mondo”. Interessante mostra di fotografia tutta dedicata alla sottile linea che delinea realtà dalla manipolazione. Quello che vediamo nelle fotografie è realmente l’oggetto dello scatto oppure è il risultato di una sapiente alterazione? Presenti numerosi artisti internazionali come Olivo Barbieri con i suoi paesaggi ripresi dall’alto visti attraverso una lente speciale che quasi sembrano dei modellini, Gregory Crewdson e la sua distaccata provincia americana, Thomas Demand con i suoi modellini dello Studio Ovale alla Casa Bianca, Andreas Gursky, Cindy Sherman con le sue metamorfosi e travestimenti.
Giovedì 29 ottobre aprirà il nuovo Centro per l’Arte Contemporanea di Firenze – EX3 – con la personale di due artisti rappresentativi di contesti e linguaggi diversi della scena internazionale: Julian Rosefeldt e Ian Tweedy, a cura di Lorenzo Giusti e Arabella Natalini sotto l’occhio esperto di Sergio Tossi. In attesa dell’opening ufficiale, venerdì 2 ottobre, EX3 apre per una sera speciale, una festa aperta a tutti, anticipando la “Giornata nazionale del contemporaneo” presentando gli appuntamenti di sabato 3 ottobre a Firenze. Il nome nasce dalla contrazione della parola “exhibition” e dalla sua ubicazione nel …


Gianni Colombo: Arte partecipativa e democratica

settembre 28th, 2009 by Luigi Galimberti Faussone | No Comments

Gianni Colombo: Arte partecipativa e democratica

L’opera artistica di Gianni Colombo (Milano, 1937 – Melzo, 1993) è rimasta a lungo negletta, forse ancor più in Italia che all’estero. La retrospettiva in corso al Castello di Rivoli – curata da Carolyn Christov-Bakargiev, facente gli onori di casa e futura direttrice artistica di documenta 13 (Kassel, 2012), e da Marco Scotini, curatore dell’Archivio Gianni Colombo – si propone di porre rimedio a tale grave lacuna e senza dubbio riesce nel suo intento. La mostra copre con più di cento opere la lunga carriera artistica di Colombo, dalle prime ceramiche degli anni Cinquanta, fino a dei modelli per installazioni ambientali dei primi anni Novanta.
L’opera di Colombo risente dell’ambiente artistico milanese degli anni Cinquanta e Sessanta, in cui egli si forma. Molteplici sono le influenze, tra cui il nuclearismo (Enrico Baj) e ancor più lo spazialismo (Lucio Fontana), che egli tuttavia cercherà di superare e porterà all’estremo alcuni elementi distintivi propri di tale corrente. Con la Fondazione del Gruppo T nel 1959 – con Giovanni Anceschi, Davide Boriani, Gabriele Devecchi e, più tardi, Grazia Varisco – ha inizio l’arte cinetica, programmata e ottica, che caratterizzerà tutta la produzione artistica di Colombo, pur con significative evoluzioni. È forte “l’esigenza di rottura degli schemi percettivi” per giungere alla “liberazione dell’uomo dalle abitudini formali acquisite”, come scrisse Umberto Eco nel 1962 in Arte programmata. Arte Cinetica. Opere Moltiplicate. Opera Aperta. L’obiettivo di Colombo è instaurare un rapporto diretto con lo spettatore che è chiamato ad attivare, anche manualmente, i meccanismi che costituiscono le sue opere, portandolo così dall’essere un mero osservatore passivo a diventare partecipe dell’opera. Inoltre, Colombo si dedica alla moltiplicazione dell’opera d’arte rendendola così fruibile da molti. Si tratta, difatti, di un’arte “partecipativa e democratica”, come ha sottolineato la curatrice Carolyn Christov-Bakargiev alla presentazione della mostra.
È nel 1967 che Colombo si affermerà sulla scena internazionale con l’opera Spazio Elastico, che sarà premiata alla XXXVI Biennale di Venezia dell’anno seguente. Non si tratta di un’opera plastica, bensì di “un esperimento attraverso il quale studiare le reazioni di chi accetta di parteciparvi”, come scrive Marcella Benatti in uno dei saggi presenti nel catalogo della mostra. È l’evoluzione dell’uomo e della donna davanti all’opera a interessare in particolar modo Colombo, secondo il quale “la trasformazione più larga possibile di un pubblico di spettatori in un pubblico di tecnici è una delle mete a cui il nostro lavoro aspira”. In seguito, con la fine degli anni Sessanta, Colombo concentra la sua attenzione sull’uso di componenti elettroniche applicate alla creazione di strutture percettive dinamiche, come nell’ambiente Zoom Squares. Tra gli anni Settanta e Ottanta, invece, è la realizzazione di ambienti praticabili a diventare l’oggetto di ricerca privilegiato dell’artista. In questi ambienti, come le Bariestesie e le Topoestesie (1974-1975), la condizione di transito del visitatore costituisce la componente essenziale dell’opera, rimanendo così saldo il principio di arte partecipativa proprio di tutta la produzione artistica di Colombo. La retrospettiva si chiude con diversi modelli d’installazioni ambientali, le Architetture cacogoniometriche, di cui si possono citare alcune tra quelle realizzate, come l’Architettura cacogoniometrica-colonne a Morterone (Lecco) e l’Architettura cacogoniometrica alpina a Bruno Taut al Furkapass (Svizzera).
A lato della mostra, viene proposta la rassegna cinematografica Gianni Colombo – Spazio Filmico curata da Gianluca e Massimiliano De Serio, che presenta diversi film che hanno influenzato la poetica dell’artista (come, ad esempio, i lavori degli anni Venti di Buster Keaton) o che ne condividono le tematiche (film di Murnau e di Welles, ma anche titoli più recenti come The Hole del “taiwanese” Tsai Ming Liang), in aggiunta ad alcuni film opera dei curatori stessi.
Il catalogo della mostra, a cura di Marcella Beccaria, è pubblicato da Skira (2009, edizione italiana e inglese, 312 pagine, €55). Tra i molteplici meriti di questo volume, v’è soprattutto da segnalare che si tratta della prima classificazione completa delle opere e delle esposizioni di Gianni Colombo, presentandone così la carriera nella sua interezza, dagli esordi degli anni Cinquanta fino alla sua scomparsa nei primi anni Novanta. Diverse le interviste presenti, così come i saggi elaborati dai curatori della mostra (Carolyn Christov-Bakargiev e Marco Scotini), da Marcella Beccaria e da Guy Brett.

Gianni Colombo
16 settembre 2009 – 10 gennaio 2010
Castello di Rivoli – Museo d’Arte Contemporanea
Piazza Mafalda di Savoia – 10098 Rivoli (TO)
Tel. 0039 (0)11 9565220 – www.castellodirivoli.org
Orari: mar-giov, 10-17; ven-dom:10-21; lun chiuso.
Biglietto: €6,50 intero, €4,50 ridotto.


Se l’arte cura l’ambiente: nuove forme di creatività impegnata

settembre 4th, 2009 by Diletta Sereni | No Comments

Se l’arte cura l’ambiente: nuove forme di creatività impegnata

Non è certo la prima volta che la creatività si installa dove l’arte sconfina in territori meno frequentati da uno sguardo estetico, basti pensare alla pubblicità e ai linguaggi mediali, ma anche alle strategie finanziarie. La novità sta piuttosto in un doppio incrocio: l’impiego di forme artistiche per la ricerca ecologica e di strumenti scientifici per la creazione artistica. Basta volgere l’occhio all’agenda artistica per rendersi conto che l’attivismo ambientale si è fatto arte. Sono numerose le mostre che indagano possibili soluzioni al degrado ambientale, propongono sperimentazioni su materiali a basso impatto inquinante e si lanciano alla ricerca dell’utopia di un futuro eco-compatibile.
La londinese Barbican Gallery ospita, dal 19 giungo fino al 18 ottobre, Radical Nature – Art and Architecture for a Changing Planet 1969-2009, una mostra-retrospettiva che racconta la storia dell’attivismo ambientale nell’arte, dagli anni Settanta ad oggi, esponendo prodotti di intelligenza ecologica e una serie di proposte di architettura e urbanistica sostenibile. In mostra, tra gli altri: Joseph Beuys, Robert Smithson, l’architetto Richard Buckminster Fuller e gli esordienti Heather and Ivan Morison e Simon Starling.
Gli fa eco la mostra Green Platform, alla Strozzina di Firenze, che a sua volta riflette sull’emergenza ecologica privilegiando stavolta non l’attuabilità effettiva dei progetti ma una loro efficacia estetica. Il manifesto curatoriale individua i capostipiti della mobilitazione ecologica nella Land Art, ma l’esposizione presenta solo opere dei loro eredi, tra cui alcuni esordienti interessanti. Particolarmente suggestivo e ambizioso il progetto di Nikola Uzunovski (ospite del padiglione macedone alla Biennale di Venezia in corso) di realizzare una sorta di sole artificiale (My Sunshine) tramite un disco riflettente protetto da un pallone aerostatico e farlo sorvolare le aree urbane intorno al circolo polare artico, in modo da aumentare la luminosità in zone che d’inverno non vengono quasi toccate dalla luce solare.
Sia Green Platform, che la mostra londinese alla Barbican sono state concepite non come semplici esposizioni ma come piattaforme interdisciplinari, luoghi di incontro per workshop e dibattiti oltre che come snodi organizzativi per iniziative collaterali. È abbastanza naturale d’altronde che l’impegno etico dei contenuti messi in mostra si accompagni, sul versante organizzativo, ad una spiccata tendenza all’interazione e al coinvolgimento del pubblico. Tra i partner di Green Platform figura il festival CinemAmbiente, a Torino dall’8 al 13 ottobre, ormai alla dodicesima edizione, che sposta la riflessione ecologica in ambito cinematografico.
Una figura emblematica di questo incontro tra arte e impegno ambientale è Natalie Jeremijenko, professore associato della New York University, che deve la sua crescente fama all’aver coniugato ricerca biochimica, fisica e ingegneristica ad una “creatività da artista”. Dalla Environmental Health Clinic, di cui è direttrice, vengono sfornati progetti d’avanguardia per il miglioramento delle condizioni metropolitane: da lampioni alimentati a fotosintesi a parcheggi-giardino. Nel frattempo però le sue creazioni intercettano il circuito di distribuzione dell’arte – importante requisito per catturare l’attenzione dei media – e vengono esposte nei principali musei d’America, tra Guggenheim e Whitney.
L’impegno di artisti e curatori in iniziative di questo tipo testimonia sicuramente dell’urgenza e dell’universalità del problema ambientale, ma rivela anche la versatilità dell’arte come linguaggio e la sua tendenza a sconfinare in campi che possano rinnovarne forme, materiali e pubblico. La contaminazione è complessa: arte e architettura ecologiche, chimica artistica, ma forse tracciare i confini perde di pertinenza nello scenario contemporaneo dove, non solo si sono dissolti i generi, ma l’arte si appropria spesso di mezzi che non le appartengono tradizionalmente; basti pensare allo straordinario impiego di sofisticate tecnologie mobilitato da gran parte degli artisti. Certo è che l’ecologia appare come uno degli approdi naturali delle sperimentazioni artistiche contemporanee e la loro ricchezza risiede forse proprio in quello che le rende “ibride”.


Spunti d’infinito a casa Fortuny

luglio 31st, 2009 by Diletta Sereni | No Comments

Spunti d'infinito a casa Fortuny

Inaugurata il 6 giungo e inserita nell’agenda della Biennale di Venezia, l’esposizione a Palazzo Fortuny, dal titolo In-finitum, chiude la trilogia di mostre ideata da Axel Vervoordt, iniziata con Artempo: Where time becomes art (Venezia, 2007) e proseguita da Academia: qui es-tu? (Parigi, 2008). La mostra sfrutta la grandiosa ambiguità del termine “infinito” per poter vagare tra generi, epoche e artisti e in più di trecento opere spazia dall’archeologia egizia all’installazione contemporanea.
L’ In-finitum che percorre tutte le opere è inteso ora nel senso di inarrivabile, ideale, illimitato, di a priori teorico che per negazione definisce tutto il resto come circoscritto, contingente, dimensionato; ora nel senso di non-finito, incompleto, sospeso, che si libera nello spazio vuoto, nel non scritto. Indefinito e incompiuto. Un concetto tanto grande può essere appena evocato da temi quali lo spazio cosmico, il monocromo, il vuoto. Al museo Fortuny lo troviamo tanto nel bianco della tela che scopre il lavoro mancato della pittura, quanto nel movimento sottile di una scultura di Calder; nel nero di Reinhardt e nel taglio di Fontana che squarcia, insieme alla tela, lo spazio e il tempo rappresentato. Si racconta nelle opere concettuali di Manzoni e nei dilemmi visivi di Escher.
Il palazzo, appartenuto prima alla famiglia Pesaro e poi ai Fortuny, è stato donato al comune nel 1956. Le opere sono distribuite su quattro piani e lungo il percorso si attraversano ambienti molto diversi, raggiunti gradualmente dalla luce esterna man mano che si sale verso l’alto.
Al piano terra, scuro e stretto, ci si incanta davanti a La notte di Lia di Anselm Kiefer, si passeggia tra le sculture di Fontana e si prosegue fino alla coreografica installazione di Gilberto Zorio, Stella Tesla. Decisamente suggestivo il primo piano, il piano “nobile”, dove le opere si accomodano nelle sale che ospitarono la vita e l’atelier di Mariano Fortuny e compongono insieme agli arredi una sorta di Wunderkammer, illuminata dalla debole luce che filtra dalle finestre e dalle celebri lampade firmate Fortuny. Sedie, divani, tavoli e cavalletti ingombrano il passaggio, le opere vi si adagiano, scendono dai soffitti, si aggrappano alle pareti e si nascondono nelle teche, occorre la massima attenzione per vederle tutte.
Al secondo piano, spariti gli arredi originali del palazzo, le opere si distendono, prendono respiro in ambienti dominati dal bianco da cui si può sbirciare, intatta e maestosa, la biblioteca dei Fortuny. Il terzo piano concede una rara distrazione nella vista panoramica che si affaccia sui tetti della città. La sala è occupata al centro da un padiglione che somiglia a una palafitta ed è percorso all’interno da un labirinto. Le opere vi si annidano silenziose, scoperte da piccole luci puntuali che rivelano sorprendenti assonanze nella ricerca sul primitivismo tra il Novecento occidentale e il Quattrocento giapponese.
La sede espositiva è dunque densa di fascino, l’allestimento è accurato e visivamente potente, anche per le meticolose variazioni di luminosità degli ambienti. Il percorso è piuttosto lungo e disseminato di “nomi”, che anche da soli fanno l’attrattiva della mostra. Resta forse qualche perplessità sulla scelta di un tema così vasto che rischia in ogni caso di essere approcciato in modo riduttivo e costruire forse un fil rouge troppo debole per affiancare in maniera convincente opere tanto disparate. Operazione di per sé legittima, ben vengano gli anacronismi nelle esposizioni, che permettono di ricostruire collegamenti inesplorati tra opere e artisti “distanti”, ma scegliere temi tanto vasti (infinito, come anche amore, genio, follia) va forse a scapito del valore di questa ricerca di connessioni e a favore piuttosto, vista la suggestione indiscutibile di tali argomenti, di un efficace richiamo di pubblico.

IN-FINITUM
Museo Fortuny, San Marco 3780
6 Giugno – 15 novembre
apertura 10-18 (biglietteria 10-17)
biglietto: intero 9, ridotto 6
Tel. 041.5200995

guida alla mostra in pdf


53. Biennale – Fare Mondi. Making Worlds

giugno 5th, 2009 by Alessandra Denza | No Comments

53. Biennale - Fare Mondi. Making Worlds

Sarà aperta al pubblico domenica la cinquantatreesima Esposizione Internazionale d’Arte dal titolo Fare Mondi // Making Worlds // Bantin Duniyan// ???? // Weltenmachen // Construire des Mondes // Fazer Mundos…, diretta da Daniel Birnbaum e organizzata dalla Biennale di Venezia presieduta da Paolo Baratta. Per tutti famigliarmente: La Biennale! L’evento più importante per l’arte in Italia che sta inaugurando in questi giorni, capace di attirare milioni di visitatori da tutto il mondo e di dare una “smossa” anche al più intorpidito studente di Belle Arti, Architettura e di Beni culturali. Guai a non andare a vedere La Biennale, critico, curatore, giornalista, studente, gallerista che tu sia!!!
Fare Mondi // Making Worlds collega in un’unica mostra le sedi espositive del rinnovato Palazzo delle Esposizioni della Biennale (Giardini) e dell’Arsenale, e riunisce – inclusi i collettivi – più di 90 artisti da tutto il mondo, con nuove opere di tutti i linguaggi. All’Arsenale, il Padiglione italiano ha assunto la denominazione di Padiglione Italia, ed è stato ingrandito affacciandosi ora al Giardino delle Vergini, dove un nuovo ingresso al pubblico collegherà il Giardino stesso al Sestiere di Castello. Questo rinnovato complesso espositivo è destinato alla Partecipazione italiana curata da Beatrice Buscaroli e Luca Beatrice, e organizzata dal Ministero per i Beni e le Attività culturali con la PARC – Direzione generale per la qualità e la tutela del paesaggio, l’architettura e l’arte contemporanee. Ai Giardini, lo storico Padiglione Italia ha assunto la denominazione di Palazzo delle Esposizioni della Biennale. È stata così sottolineata la sua riqualificazione e la sua nuova natura multiforme, che vedrà operare questa struttura tutto l’anno al servizio delle grandi mostre ma anche del pubblico.
Gli artisti Yoko Ono (Tokyo 1933) e John Baldessari (National City -CA, 1931) sono i due Leoni d’oro alla carriera della 53. Esposizione Internazionale d’Arte che verranno consegnati il 6 giugno. Ha dichiarato il Direttore Daniel Birnbaum. “Yoko Ono e John Baldessari hanno dato forma alla nostra comprensione dell’arte e al suo rapporto con il mondo nel quale viviamo. Il loro lavoro ha rivoluzionato il linguaggio dell’arte e rimarrà fonte di ispirazione per le generazioni a venire.” La giuria che li assegnerà è formata da: Angela Vettese (Italia) presidente e Jack Bankowsky (USA), Homi K. Bhabha (India), Sarat Maharaj (Sudafrica) e Julia Voss (Germania).
“Il titolo stesso della 53. Esposizione Fare Mondi // Making Worlds – ha dichiarato il Direttore Daniel Birnbaum – esprime il desiderio di sottolineare il processo creativo. Un’opera d’arte è una visione del mondo e, se presa seriamente, può essere vista come un modo di ‘fare mondi’. Prendendo il ‘fare mondi’ come punto di partenza, esso ci permette anche di evidenziare la fondamentale importanza di alcuni artisti chiave per la creatività delle generazioni successive. In mostra saranno presenti tutte le forme artistiche: installazioni, video e film, scultura, performance, pittura e disegno, e anche una parata. La mostra creerà nuovi spazi per l’arte, che si dispiegheranno oltre le aspettative delle istituzioni e del mercato. L’enfasi posta sul processo creativo e sulle cose nel loro farsi, non escluderà un’esplorazione della ricchezza visiva. La pittura nel suo senso più ampio e il ruolo dell’immaginario astratto saranno indagati da artisti di differenti generazioni, inclusi quelli che non si definiscono innanzitutto pittori. Fare Mondi // Making Worlds è una mostra guidata dall’aspirazione ad esplorare i mondi intorno e davanti a noi. Riguarda possibili nuovi inizi: questo è ciò che vorrei condividere con i visitatori della Biennale”.
Birnbaum, il curatore nato nel 1963, dal 2001 è Rettore della Staedelschule di Francoforte sul Meno, accademia internazionale che concilia l’arte tradizionale e quella contemporanea con lo sviluppo delle nuove pratiche e tecniche. È Direttore di Portikus, spazio espositivo che dal 1987 fa parte della Staedelschule e fa parte del board della manifestazione Manifesta di Amsterdam. Dal 1998 è redattore di “Artforum”, New York. Dai primi anni ‘90 ha collaborato anche con altre riviste come “Parkett” e “Frieze” oltre ad essere autore di numerose pubblicazioni e saggi.
Ad affiancare la versione ufficiale ci saranno numerosissimi eventi satellite, ovvero collaterali. Quest’anno saranno 38 e ce n’è per tutti i gusti. Sul sito ufficiale sono tutti elencati con i loro dettagli. Interessante Détournement Venise 2009 in varie sedi tra Venezia e Laguna ed organizzata da Momap. L’evento celebra il dialogo tra scienza, ricerca, arte e architettura, coinvolgendo artisti e intellettuali quali “archivisti della memoria”. I siti prescelti rappresentano la ricchezza del patrimonio architettonico di Venezia. Organizzazione: Momap, the Art & Architecture Factory.
Un po’ fuori sede IL MITO Marc Quinn, grande artista e scultore inglese (quello che ha scolpito Kate Moss nuda in posizione da contorsionista), si confronta con il mito di Romeo e Giulietta a Verona presso la casa di Giulietta (romantico!) ed altre sedi. A cura di Danilo Eccher e organizzata dal Comune di Verona.
PORTO D’ARTI, anche il Porto di Venezia si occupa della pace nel Mediterraneo a cura di Luciano Caramel. Ha origine dal recente restauro di una chiesa del Duecento e dall’occasione di sottolineare come Venezia non corrisponda allo stereotipo di “vetrina”, bensì continui ad essere centro di produzione culturale degno della sua grande storia. Organizzata da Il Sogno di Polifilo Associazione Culturale.
Altro evento interessantissimo è VENEZIA SALVA. Omaggio a Simone Weil al Magazzino del Sale a Dorsoduro. Presenti le artiste italiane che hanno partecipato alle Biennali dal 1948 al 2005 ed invitate a creare un’opera–cahier, ispirata alla tragedia incompiuta Venezia salva, scritta dalla mistica e filosofa francese nei primi anni ’40, in cui è dominante il tema della bellezza. Organizzazione: Associazione Culturale Cicero Eventi, Associazione Culturale Eidos.
PALAZZO DELLE ESPOSIZIONI DELLA BIENNALE
Fondamenta Dell’Arsenale (30122)?Venezia – dal 6 giugno al 22 novembre 2009?6 giugno 2009. Cerimonia di inaugurazione e di premiazione presso i Giardini della Biennale.
Catalogo Fare Mondi // Making Worlds Marsilio editore


EC’ART, un artista, un luogo.

giugno 4th, 2009 by Miša Capnist | 1 Comment

EC’ART, un artista, un luogo.

Esposizioni ad hoc in luoghi ad hoc per artisti ad hoc.
Questo il nuovo concetto di Emmanuel Chaussade (www.aima007.blogspot.com), riservato mecenate e coltissimo collezionista d’arte, appassionato ricercatore di universi.
Come un gioco, tutto si svolge nell’arco di poche ore, una vetrina unica ed eccezionale si apre al mondo in un luogo sconosciuto, improvvisato, liberato per l’occasione dal proprio arredamento abituale, come durante il primo happening, il 28 aprile scorso.
Durante l’esposizione mi dedica qualche minuto. “L’idea – dice – nasce dalla mia innata passione per la condivisione. Mi chiedevo come mai i miei amici fossero curiosi di entrare nell’universo dell’arte contemporanea e non ci si inoltrassero attraverso degli acquisti. Paura di sbagliarsi, di farsi spennare…l’idea di proporre dei prezzi attrattivi è diventata il mio mezzo per far conoscere gli universi che ho incontrato, e che mi hanno lasciato profondi segni nel cuore. Da uno a trecento euro: a questi prezzi l’errore sarebbe stato modico”. Sorriso elegante, abbigliamento sobrio e ricercatissimo nei suoi jeans, la classica sciarpa del collezionista-che-però-conosce-la-moda, Emmanuel Chaussade, un pull over scuro, continua, gli occhi pieni di gioioso entusiasmo: “ e poi, ti dirò: sono talmente stufo delle classiche gallerie: non ne posso più di muri candidi e cornici nere, di grandi volumi e poca luce. Voglio poter correre per Parigi in cerca del mio artista, e trovarlo in luogo che lo metta in risalto mi pareva una realtà che in pochi – pochissimi – riescono a concretizzare. Ecco perché un artista un luogo e, siccome i luoghi sono insoliti e me li faccio prestare, ecco che mi si poneva anche il problema della durata: un pomeriggio mi pare ottimo.”
L’artista, Nadia Benbouta, una matrona algerina dai truccatissimi occhi sgranati verso il mondo. Dalla curiosità e creatività volti ad annosi temi d’attualità come il terrorismo, le guerre, le fiabe, l’omicidio, (fra i suoi quadri un ritratto su lavagna magnetica di un celebre pedofilo condannato a più ergastoli).
Conversa, Nadia Benbouta, con gli invitati e gli avventori, ci accompagna attraverso le sue tele, le serigrafie, i fucili di pane cotto al forno a legna dalla panettiera sotto casa. Spiega le citazioni di Victor Hugo stampate su tovagliolini di carta del supermercato.
Annunci matrimoniali raccolti e ritagliati in anni di consultazione delle pagine dei giornali, cert’uni risalenti al diciannovesimo secolo, fotocopiati, trascritti, riprodotti su cartoncini di auguri, miriadi di frasi romantiche che denunciano la raccapricciante solitudine dell’uomo.
Serigrafie e tele ritraenti la celebre Lolo Ferrari con i suoi mastodontici seni in mostra e il suo numero di telefono sotto richiamano vecchie pubblicità di telefoni rosa.
Nadia Benbouta, entusiasta : “l’idea di Emmanuel, di esporre in un’antica spezieria riconvertita in ristorante era assolutamente adatta alla mia produzione artistica, che è eteroclita, multipla, colorata come un bazar.
Per le opere à 1 euro, mi sono arrangiata come potevo: i miei tovagliolini da pic-nic serigrafati sono numerati in 25 esemplari; le armi sono vendute fra i 2,49 e 11,80 euro, il prezzo di una buona pagnotta artigianale!
Per i quadri, la scelta dei prezzi è stata più difficile, visto che il loro prezzo di mercato oscilla, secondo il formato, fra gli 800 e i diecimila euro. Ho deciso di farne di tutt’un’erba un fascio e ho tagliato la testa al toro: 300 euro ciascuno, e che non se ne parli più”.
Sorride divertita, Nadia Benbouta, gli occhi truccatissimi e attenti più che alle mie domande, ai miei sguardi sulle sue opere. Le si legge quel timore dell’artista, felice di essersi espresso, ma dubbioso sulla veridicità del suo successo.
Di Emmanuel Chaussade dice: “ Emmanuel è un precursore: è una persona molto intelligente, che comprende perfettamente l’epoca in cui vive. I suoi sensi sono sempre all’erta – ridacchia abbassando la testa, Nadia Benbouta, sbatte le ciglia, riprende – il suo entusiasmo è deliziosamente contagioso, è un super coach: quando mi ha parlato del suo progetto, ho trovato l’idea talmente geniale, nuova, un po’ sclerata e rischiosa. Vendere delle opere fra uno e trecento euro…perbacco, bisogna averceli quadrati perché funzioni – mi sono detta. Ma l’ho trovato un rischio intelligente, e mi sono lanciata con lui. E sta funzionando benissimo!!
Stiamo facendo ottime vendite, e in poco meno di cinque ore, abbiamo venduto quasi tutto”.
Facciamo una pausa, e beviamo un bicchiere di vino, degli amici si avvicinano a Madame Benbouta, alcuni sono già suoi estimatori, e lei, donna del sud, se li coccola per bene.
“ Ecco, per esempio, quella signora bionda – la vedi? Quella è un’estimatrice di lunga data, segue il mio lavoro dai tempi delle Belle Arti, e mi ha appena detto che trova quest’idea geniale: sono contentissima!! E poi, insomma, trova dei prezzi interessanti, in effetti farà degli affari. In atelier sono più cara…”
Una democratizzazione – se non dell’arte – del pezzo unico. Un passaparola fra amici e amici di amici, fra scenografi, attori, agenti di spettacolo, collezionisti, broker di banca, ereditiere, colleghi, mecenati, artisti in cerca di novità o di ispirazione, vecchie zie moderne con nipoti intelligenti.
Il nuovo modo di fare i proprî acquisti prestigiosi. In buona compagnia, con un bicchiere di vino accuratamente selezionato da Emmanuel Chaussade in mano, fra baci e abbracci, rimpatriate, presentazioni, biglietti da visita, strette di mano, sguardi attenti.
Le opere si comprano e si portano via all’istante. Chi arriva per primo ha la prima scelta. Gli ultimi non solo si accontentino di quel che resta, ma si rammarichino anche di scoprire poco l’universo dell’artista, di non aver potuto esplorare gli universi paralleli che popolano le menti di chi vive con noi ma che vede il mondo differentemente.
I mondani si risparmino il passaggio: niente cibo né stampa (Tamarindo a parte), niente foto, niente red-carpet. L’incontro è interessante.
Unico rimpianto: essere arrivato troppo tardi per godermi la serie intera di quindici tele raffiguranti la pecora Dolly, e di essermene potute portare a casa solo due, ma con dedica.


Contemporanea Colline Festival ’09 – Le arti della scena

maggio 13th, 2009 by Giacomo Marconi | No Comments

Nel periodo che va dal 4 al 15 maggio 2009 Edoardo Donatini, Direttore Artistico di Contemporanea Colline Festival, ha incontrato alcune associazioni presenti sul territorio fiorentino e pratese e attive nel campo teatrale per presentare loro l’edizione 2009 del festival, che rappresenta l’integrazione in un unico programma di Contemporanea Festival e del Festival delle Colline.
Il primo, fin dalla nascita diretto da Edoardo Donatini, era realizzato dal Teatro Metastasio Stabile della Toscana in collaborazione con il Centro per l’Arte Contemporanea “L. Pecci” ed era un festival teatrale biennale rivolto alle nuove generazioni e con una particolare attenzione ad un “utilizzo nuovo dei linguaggi dello spettacolo e della comunicazione”; il secondo, una storica rassegna musicale che negli anni aveva “cercato di rappresentare lo stato della ricerca musicale contemporanea in relazione con le varie culture, tracciando un percorso attraverso la musica del mondo”.
Nel 2008 nasce il Contemporanea Colline Festival, adesso alla sua seconda edizione, trovando come punto d’incontro tra le due manifestazioni, che già condividevano un comune territorio di appartenenza, la ricerca e l’attenzione alle arti della scena contemporanea in tutte le sue diverse declinazioni.
L’edizione 2009, come si legge dal comunicato stampa, conferma l’attenzione del progetto alla scena contemporanea, ai linguaggi della musica, del teatro, dell’arte visiva e della performance in generale con artisti nazionali e internazionali, alimentando un vivace contesto dialettico tra le esperienze coinvolte e attivando una fitta rete di luoghi, spazi, aree, ambienti e strutture. Ma fa un passo ancora in avanti, coinvolgendo il fiorentino Festival Oltrarno Atelier CanGo, diretto da Virgilio Sieni. Questo nuovo legame verrà reso ancor più reale ed evidente domenica 17 maggio da una passeggiata di 20 km realizzata da persone non vedenti nella piana che collega Firenze e Prato, unendo idealmente queste due città.
Il festival si divide in due parti: “Le arti della scena” (23 maggio – 1 giugno) e “Concerti sulle colline” (18 giugno – 7 luglio).
“Le arti della scena è articolato come un grande laboratorio delle arti locali” precisa Edoardo Donatini “e si concentra su tutto ciò che concorre a dare forma ad una scrittura scenica, sulle arti che alimentano il processo creativo, e perciò ospita teatro, danza e musica in tutte le possibili forme e i possibili formati che la creazione produce, dallo studio allo spettacolo finito, dalla prova d’attore all’esperimento registico, dalla performance all’ipotesi di messa in scena”.
Tutto questo è rispecchiato dalla sezione che da sempre è il nucleo vitale del festival: Alveare (dal 24 al 31 maggio a Officina Giovani), luogo in cui ogni cellula lavora per un progetto comune. Alveare infatti nasce come un’opportunità per gli artisti di dare sfogo alle loro necessità creative, lontano dall’esigenza di distribuzione che spesso li affligge e limita. Ogni lavoro è costruito appositamente per Contemporanea Colline Festival, non è “preconfezionato”, e intende mostrare l’atto creativo puro di ogni singolo artista, ma in relazione con gli altri. Alveare infatti si struttura come un progetto di percorsi performativi all’interno dei quali il pubblico è chiamato a compiere in sequenza un itinerario tra performance di autori e artisti diversi.
La sezione del festival denominata Scena contemporanea (23 maggio – 1 giugno) si apre con la prima assoluta del progetto triennale, svolto con un gruppo ristretto di giovani attori toscani selezionati e guidati da Federico Tiezzi (Direttore del Teatro Metastasio Stabile della Toscana), che completa il lavoro sul testo La Madre di Bertolt Brecht, e si chiude con un altro lavoro di Federico Tiezzi, Galileo/Un melologo, con attori del calibro di Giulia Lazzarini e Graziano Piazza, con cui il Metastasio celebra una delle figure più controverse e amate della storia scientifica.
Per quanto riguarda la sezione Progetti speciali, questa comprende una performance di Franko B., italiano trasferito a Londra noto per alcune esibizioni di natura “sadomasochistica”, e porta sulle scene italiane la famosissima coppia Cuocolo – Bosetti con la compagnia italo australiana IRAA Theatre, che presenta The persistence of dreams, una performance per uno spettatore alla volta, e che lavora sul vissuto personale con grande comunicazione.
Durante il festival non mancheranno d’altra parte una serie di incontri coordinati da Gianfranco Capitta: uno dedicato a Nico Garrone, critico del quotidiano La Repubblica recentemente scomparso, tre ad artisti della scena internazionale come Daniel Wetzel e i Rimini Protokoll, Emio Greco e Franko B. ed uno all’architetto e designer Alessandro Mendini.
Ogni sera si apre poi il Fuorinotte – Contemporanea Dopofestival, con Officina Giovani che diventa punto d’incontro, divertimento e ristoro per pubblico, artisti e operatori.
Per maggiori informazioni: www.contemporaneacolline.it


Riscoprire la Poesia Visiva

maggio 5th, 2009 by Alessandra Denza | No Comments

Riscoprire la Poesia Visiva

Tra i movimenti dell’arte contemporanea meno considerati c’è quello della Poesia Visiva. Molti di voi, come quasi tutti, penseranno che gli anni Sessanta siano solo Pop Art ed immagini molto colorate, ma si sbagliano: è un periodo molto prolifico per l’arte, si parla di Arte Concettuale (Kossuth, Le Witt, Kawara, Broothers), Fluxus (Maucinas, Yoko Ono, Chiari), Video Arte (Nam June Paik, Viola, Graham, Nauman, Acconci), Performance Art o Happening (Abramovic, Baldessarri, Kaprow, Nitsch).
Nel 1963 a Firenze un gruppo di artisti si uniscono con simili intenti fondando il “Gruppo 63” e poi “Gruppo 70”, creano quello che sarà il movimento dell’Arte Povera. Il Gruppo Internazionale di Poesia Visiva nascerà a Brescia nel 1972. Non solo semplici artisti o studenti, ma tutti laureati in filosofia, colti ed attenti al mondo per la maggior parte italiani e dell’Europa dell’Est. Con profonde  radici nella storia dell’arte moderna e contemporanea e nella società del loro tempo si evolve da avanguardie come Futurismo e Dadaismo con le loro “parole in libertà”. Come nel Futurismo le parole sono sciolte nell’opera e vengono dal carattere tipografico: ritagli di giornale o di pubblicità, macchina da scrivere per creare effetti grafici e figurativi, o la cancellatura delle parole già esistenti. Anche i collages hanno un posto di rilievo nelle evoluzioni di questo movimento, si uniscono immagini e scritte dai contesti più diversi,  si recuperano materiali già esistenti (giornali e riviste) come è stato per gli objets trouvés di Duchamp. La cancellatura è una forma eversiva che si fa strumento di comunicazione e di critica sociale. Il suo fine è ribaltare l’apparenza, mettere in dubbio le certezze del sistema mediatico e consumistico, abbattere l’unidirezionalità della lettura.
La Poesia Visiva è uno dei movimenti artistici più innovativi ed originali della seconda metà del Novecento, così si chiama perchè si avvale del formato della comunicazione di massa e della pubblicità trasformandolo in poesia. La sua ricerca si basa sulla commistione di parole sciolte ed immagini che non sono necessariamente connesse tra di loro, lo scopo sta nel disperdere l’atmosfera e il richiamo seduttivo delle immagini della società dei consumi. È la forma di poesia che si stacca dalla tradizione, dall’oralità e dai libri per unirsi all’arte e alla visualità. La poesia tradizionale è letta o raccontata, la Poesia Visiva viene guardata.
Il gruppo storico della Poesia Visiva è formato da Ketty La Rocca (1938-1976), Roberto Malquori, Lucia Marcucci (1933), Eugenio Miccini (1925-2007), Luciano Ori (1928-2007), Michele Perfetti (1931) e Lamberto Pignotti (1926). Si uniscono poi Mirella Bentivoglio (1922), Emilio Isgrò (1937), Sarenco (1945), Giuseppe Chiari (1926-2007), Franco Vaccari (1936), Ugo Carrega (1935), Vincenzo Accame (1932-1999) e Adriano Spatola (1941-1988). Tra gli stranieri Ben Vautier (1935), Ji?í Kolá? (1914-2002), Jiri Valoch, Paul de Vree (1909-1992), J.F. Bory.
Sorgono diverse riviste come “Ana eccetera”, “Technè”, “Lotta Poetica” o “Linea Sud”, effettivamente sono gli anni della contestazione. Tra gli intenti ci sono il desiderio ti far vedere il mondo con occhi diversi, è come una guerra semiologica. Gli artisti indagano il significato della parola tramite anche i loro studi filosofici. Come la Pop Art, seppure con una posizione più marcatamente concettuale ed ideologica in opposizione al sistema, il movimento della Poesia Visiva si pose quindi in posizione critica nei confronti della massificazione culturale operata dai media, con l’intenzione di attivare nel pubblico la capacità di critica.
Per lo più fiorentini, ma in contatto con le punte più avanzate della cultura internazionale, gli artisti della Poesia Visiva segnarono uno dei momenti di maggior vivacità della cultura fiorentina del secondo dopoguerra, in cui affondano le radici di molti linguaggi della contemporaneità. Fin dall’inizio, il gruppo di artisti, instaura un rapporto stretto con i mezzi di comunicazione di massa, ne assume i modelli e il linguaggio, ma ne stravolge il senso, denunciandone il ruolo negativo nel contesto sociale.
La Poesia Visiva in Italia è stata riscoperta ora dopo qualche anno di “dimenticanza”. C’è un nuovo spirito di interesse per questa continuazione del Futurismo (a Milano sono nella mostra a Palazzo Reale con opere di Marcucci, Miccini, Pignotti). Molte le gallerie che si stanno occupando degli archivi dei vari artisti che sono venuti a mancare, molte sono le mostre che ospitano loro opere a fianco dei grandi maestri che sono stati loro contemporanei o loro ispirazione. In Italia sono diversi i collezionisti che si sono interessati di questo movimento dal suo sviluppo raccogliendo numerosissime opere con compravendite o dagli artisti direttamente. A Milano uno dei più celebri è Paolo Della Grazia che dopo l’esperienza del Mercato del Sale con Ugo Carerga e Vincenzo Accame ha cominciato la raccolta anche di materiale documentario e libri d’artista. Tutto quello che era in suo possesso è andato in donazione nel 2000 al MART (Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Rovereto e Trento) ingrossando le fila della già abbondante biblioteca a fruizione pubblica. A Brescia l’Archivio Tullia Denza dagli anni ‘60 ha segnato il percorso di molti artisti come Marcucci, Bentivoglio, Sarenco, De Vree, ed anche il percorso iniziale di grandi galleristi come Massimo Minini che già dal 1972 l’ha vista presente a tutte le mostre. L’archivio nazionale e internazionale è ora in deposito al Mart dal 2005. A Prato uno dei più noti collezionisti di Poesia Visiva è Carlo Palli che ha dato in deposito molte delle sue opere al Centro Pecci nel 2006. Più recente è la donazione degli eredi Boccaccini delle opere di Luciano Ori al Pecci. E’ tutt’ora molto attivo il contatto tra i collezionisti e gli artisti che si ritrovano puntualmente ai diversi eventi in giro per l’Italia. Comune denominatore di queste collezioni è la vicinanza del collezionista con gli artisti, come amici che sono cresciuti insieme, e soprattutto la voracità che ha contraddistinto tutti i collezionisti, spinti ad acquisire centinaia di opere.
Anche quest’anno le mostre dedicate alla Poesia Visiva sono molte: a Montevarchi (AR) si tiene fino al 21 giugno 2009 Parole contro. Il tempo della Poesia Visiva. Sempre in corso la mostra dedicata a Luciano Ori presso il Centro Pecci di Prato fino al 7 giugno 2009 in occasione della donazione Boccaccini. …



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