Di elezioni, di retorica e di malcontento. Ma non solo.

marzo 31st, 2010 by Michelangela Di Giacomo | No Comments

Di elezioni, di retorica e di malcontento. Ma non solo.

SCENA: in un autobus di Roma prima delle elezioni, zona EUR. Una coppia sui cinquanta.
LEI (vedendo un manifesto elettorale dal finestrino): “Aho, ma che se vota pure a Roma?”
LUI: “E certo, no? Sempre Lazio è…”
LEI: “E te che voti?”
LUI: “Bho, o la Bonino o la Polverini”

L’apparizione di Bersani ai cancelli della FIAT, mediatica o politica che intendesse essere, non è bastata ad assicurare al centrosinistra il mantenimento della regione Piemonte. E neanche l’esclusione delle liste del PdL dalle schede del Lazio ha potuto garantire alla compagine anti-berlusconiana la riconquista della regione della Capitale. Che la Lombardia, o il Veneto, fossero feudi ormai quasi inespugnabili, pur non ammettendolo nessuno, nessuno lo ha mai negato. E che Bassolino in Campania avesse fatto più danni di uno tsunami rientra anch’esso nella categoria del “dato di fatto”. Nulla ha potuto neanche il pastrocchio della CEI sull’aborto e gli insulti del capo del governo alla Bresso per smuovere in corner il disilluso elettorato laico e femminista. Che cos’è mancato in questa campagna elettorale, la più brutta della storia della seconda repubblica, perché potesse ri-affermarsi la cultura della sinistra? O meglio, che cos’è mancato in questi ultimi anni?
Due, si dice, sono ancora una volta – come alle ultime politiche e alle ultime europee – i fattori da considerare per una prima analisi del voto. L’astensionismo e l’affermazione della Lega. A sfavore di entrambe le coalizioni che ambiscono a stabilirsi come fulcro dell’agognato bipolarismo perfetto.
Un italiano su tre non è andato a votare, e alcuni, tra il non voto e l’espressione sdegnata del proprio diritto/dovere hanno preferito indirizzare le proprie preferenze ai partiti dell’“antipolitica”: per la sinistra è stato Grillo in primo luogo (cui sono andati molti dei voti dell’insoddisfazione della sinistra piemontese, privando la Bresso di quel quid necessario alla vittoria in una partita che si giocava sul terreno dell’1%), ma anche lo stesso dipietrismo galoppante.
Per la destra, più che per la sinistra (lo slittamento di voti presuntamente ex-comunisti verso il regionalismo, pur destando maggior scalpore, è stato tuttavia minimo anche nelle passate politiche) è stata la Lega. Pur conquistando regioni importanti come il Piemonte, la Lombardia, il Veneto e il Lazio, il centrodestra impersonificato da Berlusconi ha perso un 6% rispetto alle ultime consultazioni e se di personalizzazione della politica si può parlare, il vincitore non è stato tanto il Cavaliere (che pure sul suo carisma ha costruito l’intera campagna, chiamando ad una nuova cruzada un popolo di fanatici più che di fedeli) quanto il risorto Bossi.
In un Piemonte terra di immigrazioni sovrapposte e continue, terra della classe operaia, ma anche terra di un’inteligentia liberale, anche quando conservatrice, la vittoria di uno dei più tracotanti esponenti della Lega (per quanto di pochi punti) ha un significato ben oltre il calcolo dei punti. Neppure il MARP negli anni ’60, cavalcando l’onda del risentimento antimeridionale, potette dividere quella che era una regione compattamente schierata a difesa di ideali in primo luogo antifascisti, e in secondo luogo “nazionali” – foss’anche che sabaudicamente potesse intendersi l’idea di un’Italia colonia piemontese…
Fa bene Bersani, a plaudire del risultato del 28% circa raccolto dal suo partito (e della risalita della sinistra radicale, sommando i voti della Federazione della Sinistra e di SEL, aggiungo io…) come un segnale di qualcosa che si sta muovendo. E fa bene anche a dire che sempre 7 a 6 sono finite queste regionali – esattamente come egli auspicava. Tuttavia, com’è evidente, le regioni non sono meri numeri, e purtroppo il peso relativo di ognuna rende la somma ben diversa da una semplice analisi aritmetica. Ne emerge un’Italia spaccata in tre, e meno male che il centro regge a sinistra – trauma serio sarebbe stato se si fosse persa anche la regione dello stesso leader del PD!
Ma i democratico-cristian-riformatori forse dovrebbero fermarsi ad osservare che in nessuna regione sono stati in grado, tranne forse proprio in Piemonte, di schierare credibilità.
Nel Lazio e in Puglia, poi, s’è sfiorato il ridicolo. Possibile che non avessero un programma e delle persone da cui farsi rappresentare senza andare a farsi belli di nomi provenienti da altre tradizioni? Qual’era la speranza? Far confluire nel PD post-comunisti e radicali (talmente altalenanti che meglio perderli che trovarli, con tutto il rispetto per l’unico partito che ancora dignitosamente sopravvive dalla prima repubblica e la simpatia per la Bonino)? Chissà non sia stata come sempre una manovra di “berlusconismo di ritorno”, in cui ancora una volta ha contato il candidato più del programma.
L’elettorato di sinistra, a mia opinione, ha bisogno più di parlare di politica ed ideali che di personaggi. Ha bisogno di politiche sociali, di difesa dell’occupazione, di ammortizzatori per la disoccupazione, di istruzione, sanità, ricerca, cultura… Ha bisogno di partecipazione, di illusione anche, ma soprattutto di futuro. Tutte cose che i governi di centrosinistra hanno sacrificato (sacrificio di cui l’elettorato non si scorda, ma anzi aiuta a mescolare tutti i politici in un unico calderone). Tutte cose che Vendola, modernizzatore quanto si vuole ma pur sempre di una certa mai disconosciuta provenienza, sa fare benissimo con un entusiasmo che l’ha premiato. E che mancava completamente nella grande “piazza viola” in cui un triste Bersani ha voluto concludere la campagna elettorale, sfociando ancora una volta nella retorica populista del primato della “società civile”, pur accennando risposte politiche alla crisi economica e sociale.
E allora, vien da dire, avevano ragione quei cinque o sei operai FIAT fermatisi pietosamente alle 5 del mattino a parlare col segretario del PD, per fargli presente che troppo tardi si sono ricordati del lavoro, che nessuno se li è filati negli ultimi 10 anni, tra cessioni, cassintegrazioni, riduzioni d’orario, precarietà e quant’altro. E che è ovvio che il voto si sposti verso chi per lo meno offre l’illusione di un facile tornaconto.
Contraria all’idea di una sinistra depressa, le mie solo in apparenza sono riflessioni amare. Penso invece che siano da concludersi con una speranza. Anzitutto per quel 30% di elettori circa che ha espresso il suo voto nello spettro della sinistra, e non è poco. In secondo luogo perché quel Bersani alla …


Il decreto azzeccagarbugli

marzo 9th, 2010 by Alessandro Berni | 2 Comments

Il decreto azzeccagarbugli

Il 5 marzo 2010 sulla Gazzetta ufficiale è stato pubblicato il decreto legge numero 29 dal titolo: ‘Interpretazione autentica di disposizioni del procedimento elettorale e relativa disciplina di attuazione’.
Tale decreto, emanato il giorno medesimo dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, è stato adottato dal Governo nell’intenzione di riammettere nel Lazio e nella Lombardia le liste elettorali del Pdl, rispettivamente escluse per un ritardo nella consegna della documentazione e per la non validità di 514 firme.
Il 6 Marzo, il Tar della Regione Lombardia, ha riammesso la lista di Roberto Formigoni senza tener conto dell’aiutino offertogli da Governo e Presidenza della Repubblica.
L’8 Marzo, il Tar del Lazio si è rifiutato di reintrodurre la lista del Pdl in quanto il d.l. appositamente emesso non è applicabile, considerato che le elezioni regionali del Lazio sono disciplinate dalla legge regionale numero 2 del 2005 e non dalla normativa nazionale “interpretata” dal governo.
La porta chiusa dal Tar regionale è rimasta però aperta dal quarto comma del decreto legge stesso che dice:
“I delegati che si siano trovati nelle condizioni di cui al comma 1 (cioè che fossero entrati nei locali del Tribunale entro le 12 di sabato 27 Febbraio; ndr) possono effettuare la presentazione delle liste dalle ore otto alle ore venti del primo giorno non festivo successivo (Lunedì 8 Marzo) a quello di entrata in vigore del presente decreto”.
Perdonatemi lo scioglilingua, ma il decreto pronuncia che si possa fare qualcosa che secondo il Tar non è possibile fare in quanto manca la titolarità per farlo. Per tale motivo, nei prossimi giorni e nelle prossime ore sono attesi ricorsi e contro-ricorsi.
Indipendente da chi vincerà questa battaglia tra Stato e Regione Lazio, con questo atto il governo italiano ha confermato di fondare la sua attività politica su anabasi filosofiche e su elucubrazioni celebrali che quotidianamente mettono in pratica citazioni di alti pensatori e uomini di valore quali le seguenti:
La maggioranza degli uomini è stupida.
Biante da Priene, VI sec. a.C.
Una vera Democrazia non è mai esistita e non esisterà mai.
Jean-Jacques Rousseau (1712-1778)
Anche per i più grandi uomini di stato fare politica vuol dire improvvisare e sperare nella fortuna.
Friedrich Nietzsche (1844 – 1900)
La tragedia del vostro mestiere di giudici è che sapete di dover giudicare con leggi che ancora non sono tutte giuste.
Don Lorenzo Milani (1923 – 1967)
È inoltre evidente come questo d.l. sia stato emanato nell’intenzione di dare un colpo decisivo alla principale causa del progressivo ridursi della legittimazione dei partiti politici e della loro crescente attenuazione della capacità di svolgere il proprio ruolo di collegamento fra i cittadini e le istituzioni ovvero l’eccessiva burocratizzazione della loro organizzazione interna e del sistema in generale, condividendo pienamente il pensiero di critica alle moderne democrazie di Charles-Louis de Secondat barone de La Brède et de Montesquieu (1689 – 1755) che afferma: Lo stato burocratico è la forma moderna del dispotismo.
Trapelata la notizia che a causa di quest’ultimo fastidio provocato dalla noiosa consuetudine che la legge è uguale per tutti, la maggioranza abbia perso 3 punti elettorali, è doveroso riconoscere il parziale mea culpa  degli uomini di governo: hanno infatti ammesso che scoppiato il caso delle liste regionali in questione, non dovevano litigare fra di loro e prendersela con chi aveva sbagliato, ma restare uniti, continuare a tenersi mano nella mano, pretendere microfoni e spazi televisivi e fare quello che meglio sanno fare:
deridere, attaccare e criticare avversari politici e magistrati.
Quindi, una volta riconosciuto questo macroscopico sbaglio, eccellenti nell’arte della retorica hanno cominciato a propinare come cavillo 500 firme false.
Subito dopo, indomiti e malgrado i tentativi di magistrati che sprezzanti di ogni sorta di buon senso, pretenderebbero di fare il loro lavoro avvalendosi unicamente di opinabili strumenti giudiziari, principi e leggi democratiche; sono tornati alle loro attività professionali oltre che politiche:
Immersi in una società sempre più liquida in ogni forma di relazione sociale, epicurei ed impareggiabili amanti di notte; stoici e responsabili padri di giorno hanno continuato a favorire con fare e motivazioni cristalline l’accesso di loro stessi, dei loro figli e affini in ruoli di potere di aziende private ed enti pubblici.
Moderni Atlante hanno ripreso a reggere il peso del potere massacrati dalla consapevolezza che le leggi inutili indeboliscono quelle necessarie; modelli Icaro hanno proseguito il loro volo ininterrotto sopra la giustizia e a testa alta non hanno smesso di andare incontro alla sconfitta consapevoli che il massimo che possono ancora fare è ritardare la loro definitiva disfatta, la loro ultima erezione.
Tutto questo continuando a disinteressarsi del cambiamento d’era che stanno attraversando, dentro un presente devastato (ahi loro) dalla democratizzazione del sistema informativo e di quello energetico che nei prossimi decenni si imporrà sul loro mondo attraverso le reti World Wide Web e World Solar Energy Web.1
Con termini più modesti, per un solo minuto non hanno smesso di pensare ai cazzi loro, di combattere contro tutto e tutti in nome delle loro solide certezze, dei privilegi del mondo che li ha generati.
A questo punto, è doveroso ricordare che, per chi non amasse il loro modo di fare politica, per fortuna (o purtroppo), l’Italia può contare ancora sull’altro lato del parlamento:
Fra i più facinorosi, Antonio Di Pietro ha ribattezzato il decreto salva-liste come il decreto della vergogna, lo ha ritenuto da subito incostituzionale, quindi è andato oltre: ha invocato una chiamata alle armi, una insurrezione democratica di piazza per sventare il golpe in corso ed ha accusato Giorgio Napolitano di “Impeachment” poiché a suo avviso attraverso alcune dichiarazioni riportate nei vari quotidiani, si dedurrebbe che il Colle avrebbe partecipato attivamente alla stesura del testo.

A questa reazione accecata dal diritto, il popolo di sinistra si è ritrovato rassicurato da affermazioni e gesti più moderati e distensivi:
Luciano Violante (ricordiamolo: professore ordinario di istituzioni di diritto e procedura penale presso l’Università di Camerino e deputato di sinistra dal 1979 al 2008) ha affermato infatti che: “Di Pietro? Qualche volta parla a vanvera” dimostrandosi ancora una volta di essere lo statista progressista più autorevole e sibillino nel ruolo di collante tra sinistra e destra italiana.
Per conoscere invece la reazione del leader più considerato della sinistra d’Italia ci …


Ora basta.

giugno 2nd, 2009 by Roberto Giannella | 19 Comments

Ora basta.

Farò come Beppe Severgnini: non andrò a votare alle prossime elezioni europee.
So che molti saranno in disaccordo e criticheranno questa posizione, ma penso che valga la pena di spiegare perché. Non suggerisco a nessuno di imitare la mia scelta. Invito solo a riflettere, perché è questa la conclusione a cui sono giunto. Sono probabilmente rassegnato, sicuramente basito ed inevitabilmente nauseato da questo status quo. Non parteciperò alla prossima consultazione elettorale, non solo perché nei candidati  in lista – e mi riferisco in primo luogo alla mia città, Bologna – non ho alcuna fiducia. Mi chiedo se abbia senso votare quando in lista c’è il vincitore di “Ballando Sotto le Stelle”, che peraltro chiese un risarcimento milionario all’Italia per le sofferenze a lui inferte – salvo poi ritirare la richiesta vergognosa e scusarsi. Mi chiedo come si possa andare alle urne e pensare anche solo per un momento di votare per un avellinese di anni 81 che ha passato la sua vita a militare nella DC e che per i giovani e per il loro futuro non ritengo abbia il benché minimo interesse. C’è un sindaco, che voleva lasciare la politica per la sua compagna ed il loro bebè. Nobile scopo. Ebbene, prima ha assicurato di non volersi candidare alla poltrona di primo cittadino della città che lo ha pazientemente sopportato per anni e poi ha cambiato idea ed ha accettato la candidatura di capolista per l’Italia nord occidentale del principale partito d’opposizione.
I giudizi morali su uno “strano” onorevole che mangia mortadella in Senato per festeggiare la caduta del governo Prodi, puntualmente ricandidato a Strasburgo, li lascio a voi. C’è una lunga lista di parlamentari e presidenti di regione in carica, che sono candidati alle elezioni europee. Queste candidature sono un inganno agli elettori, a prescindere da ogni giudizio in ordine alle qualità dei candidati. Se costoro verranno eletti, non potranno svolgere l’attività di europarlamentare, essendo quest’ultima incompatibile con le cariche nazionali contemporaneamente ricoperte. Il presidente del Consiglio ha pensato bene di trasformare le elezioni europee in una sorta di referendum sulla sua persona e sul suo governo. Cosa che nulla ha a che vedere con l’Europa. Mi chiedo perché votare stando così le cose. Mi rispondo che per rispetto alla mia coscienza è giusto non farlo. E’ doveroso non abbassarsi a questo livello, perché così le cose non cambiano. Così peggiorano. La Politica dovrebbe essere al servizio dei cittadini. Implica certamente dei costi – che vanno finanziati e regolati anche con denaro pubblico – e garantisce indubbiamente notevoli privilegi. Ebbene, io voto se c’è qualcuno che mi rappresenta: se chi è in lista, non condivide le mie idee, non ha proposte radicali per trovare una soluzione – anche a livello europeo – alle varie problematiche che ci riguardano, non si occupa di rappresentarmi, bensì preferisce occuparsi degli affari suoi, bè io non voto. Votare per questa classe dirigente che non sa nemmeno di che cosa si discuta a Strasburgo significa fare un torto a sé stessi. Durante la campagna elettorale si è parlato di tutto, tranne che di temi europei: valanghe di articoli e servizi scandalistici sul premier, sulle sue frequentazioni, sulle promesse elettorali passate, sul bilancio del governo e di tanto altro ancora. Non una parola sull’Europa. Giusto qualche battuta sulla Turchia, che in Europa non è, per dichiarare la propria aprioristica contrarietà o il proprio incondizionato assenso al suo ingresso nel club – tema peraltro non all’ordine del giorno. Mi chiedo con quale coraggio un giovane possa affrontare il suo futuro in questo Paese. Mi chiedo realisticamente quante possibilità ci siano di virare la rotta, perché di questo passo la destinazione sarà il tramonto e la decadenza. Il professor Pasquino non si stancava mai di ripetere che nella società servono i partiti, perché sono essenziali per il tessuto sociale, perché rappresentano i cittadini e le loro istanze nelle istituzioni e perché senza partiti la democrazia non è concretamente realizzabile. Verissimo. A chi si riferiva?


Erroneous synecdoche

giugno 2nd, 2009 by Giuseppe Matteo Vaccaro Incisa | No Comments

Erroneous synecdoche

How much do you like to be harassed by superficial conversations, based on stereotypes or – probably worse – journalistic trumpetings?
How many times have you been genuinely surprised that even your friends – even those close friends – not only could associate to clichés, hearsays and idiotic speculations but also tried to sell them to you as perfectly logical arguments, based on the evidence that this person or that journal ‘said that’?
How often have you tried to smooth those sins against logic, proposing different and ‘normalizing’ perspectives? And how often have you been accused of spatial-arrogance, because you can’t know more than this person or that journal?
Let’s go to the point. I already had occasion to express my personal distance from Mr. Berlusconi. I had also expressed, though, my ‘necessary vicinity’ to figure of the Prime Minister of Italy. The scission between the two things is as crucial as basic, for anyone interested in filling his own mouth with big words such as ‘democracy’ (in western sauce).
That is why I can certainly understand any critic over the person (indeed, sometimes clownish), yet I become way more rigid when the critic-virus extends to the Institution he represents, the Government of Italy in general and, by further syncopated extension, to ‘the Italians’. Because, in the end, ‘they are like him’ or, invariably, ‘they elected him’.
The former account is not true; the latter, a failed syllogism.
As Italian, at some point I got a little sick of this constant light (when not heavy indeed) international press reprimanding from our glorious international neighbors. Sickness becomes real annoyance, then, when even supposedly professional figures seem to base their analyses on extemporaneous mixes of third-hand hearsays and prejudices more than on coherent set of information and some proper research on the subject.
Instead of receiving some journalism I’m often left with the impression I’m reading a smattering of CIA’s world factbook seasoned with some villain’s protesting for anything – as if it is hard to find villains protesting for something convenient to any thesis (or simply eager to hit the news).
Ever more often, reading international news on Italy (or having dinner with friends from abroad), looks like a trial, as an Italian, because of what my PM does or says – or, worse, for how he does or says anything.
Here is, then, the erroneous synecdoche: since my PM is a debatable person then, by extension, so are Italy and the Italians, in a vicious circle that sees the person phenomenally contaminating the whole country, people and institutions.
Way worse, if you do not associate to the reprimanding chorus then you’re automatically disqualified, classified as a ‘Belusconian’, your word losing weight because tolerating the ‘elsewhere’ intolerable.
It is that ‘elsewhere intolerable’, though, that does not convince me, at all.
The vicious circle, in fact, might be also somewhere else.
I believe such an unpleasant confusion of terms and concepts derived by ignorance, and creating more. A soft-crime, the most evident sign of the loss of the conceptual divide between information and (superficial) opinion, perpetrated by nowadays media for the sake of filling columns or air-time.
The latest international remarks on Italy – and their effect on the international crowds – appear to go exactly in this direction.
Probably, the time for an answer has come.
The Italian Government ridiculous? Fine.
Before attacking a PM of any country, though, you might want to drop a glimpse at that one of your own – and those who came some time before.
Let’s not talk about politics, democracy, western values or other big paraphernalia. Let’s just remain on more cosmetic and immediate considerations.
Thus, instead of providing for justifications (which, anyway, I wouldn’t have many) to counter the alleged deficiencies of the Italian PM, his unfitness to drive the country, or reply to the idiotic consideration that he might set a dangerous precedent for any other government in Europe, let’s have a look to a few neighboring excellent Heads.
In the try to remind, to everyone, that after all we’re all on the same boat.
And to offer a different perspective, for once.
How not to start with the almighty France. Their hyper-president, half-Hungarian and half Greek (not that this would imply anything, were we not to be talking about France), at the age of 54 has three marriages on his shoulders – the ‘making of’ of the last of which (with an Italian singer) has been one of the two main subjects of his electoral campaign. So much for talking about being scared of foreigners. His agenda of ‘rupture’ – the other main subject – two years after the hyper-government started, lays probably somewhere off in a forgotten drawer, stopped by cab-drivers in riots, Parisian suburbs in riot (and fire), students in riot, professors in riots, public employees in riot, and I don’t continue because I got a word-limit here. The Mr. Attali ‘Commission for the French Growth’, prompted as the battering ram of the new French economical revolution, is listened less than the Cuma’s Sybil, any of its proposals now looked with more apprehension than expectation by both the French people and its Government.
To wrap up: he’s not ‘French’, he’s far from being a family-model, he’s certainly not a model for discretion and understatement (CBS interview-case docet), he’s not really pushing the French growth at the supersonic level he promised.
Anyway, no one thinks France today might ‘weight less’ or its institutions less valuable because of Mr. Sarkozy. Nor anyone would associate Sarkò’s pathetic Napoleonic stance (political, stance) and debatable public behaviors to the French people.
The rive gauche may still snobbishly refer to him as the ‘Hungarian-dwarf’, yet you’re left wondering how much the majority of the French may have detested the idea to have a woman at the Élysée to prefer this in lieu of her. So much for talking about a modern country, the ‘driving civilization of Europe’. Going with this reasoning, the only way to imagine Mrs. Royal winning the past election is for her to have had a gay opponent.
In fact, today Sarkò may appear losing some consensus, yet the …


Povera Sinistra

maggio 31st, 2009 by Giacomo Valtolina | 3 Comments

Povera Sinistra

A ventun’anni dalla fine del Pci, l’idea che i «comunisti» continuino a ostacolare l’azione di governo è quantomeno ridicola. Al contrario, quelle che Silvio Berlusconi continua a chiamare «le menzogne della sinistra» sembrano avergli addirittura consegnato anni di crescente e incontrastato dominio. Dilaga infatti l’idea (confermata dai consensi) che in molti abbiano fatto il suo gioco. La battuta che Bertinotti fosse «a libro paga» dell’attuale presidente del consiglio provoca, conseguentemente, sempre meno sorrisi.
Ma partiamo dai dati che tutti conoscono: nel 1988, alla vigilia della caduta del muro di Berlino, il partito comunista europeo più fertile, più dinamico e con più consensi di tutti gli omologhi occidentali, anticipando – secondo alcuni – il corso della storia, opera una scissione. Da una costola del rinnovato Partito della sinistra, nel 1991 nasce Rifondazione comunista. Risultato: dal 5,6 % delle politiche ‘92 fino al 9 scarso delle elezioni ‘96 (dopo il primo flop berlusconiano), si è giunti oggi a un disastroso cumulativo 3,2 %, somma dei voti di tutti gli esponenti della sinistra radicale inclusi i verdi, un partito cosiddetto “radical chic” (che ha visto transitare esponenti di diverse culture politiche tra loro inconciliabili), anomalia tutta italiana nel panorama ambientalista europeo.
L’esperienza fallimentare della Sinistra arcobaleno (Rifondazione, Verdi, Sinistra democratica e Comunisti italiani) nel 2008 è quindi probabilmente la più grande débacle elettorale che la storia della sinistra ricordi. Un bacino di elettori che fino a 18 mesi prima avrebbe facilmente oltrepassato la soglia del 10%, ricreando nuovamente un polo alternativo all’opposizione centrista di respiro popolare, è miseramente crollato, sottolineando in maniera inequivocabile come il «verde» con il «rosso» abbia poco da spartire, e come l’unico verde che i neocomunisti debbano prendere in considerazione sia quello di tinta padana della Lega, che tanti voti operai ha risucchiato, come un vortice di Naruto, anche nei «feudi» della Toscana, della Liguria e dell’Emilia Romagna.
Ma al di là delle evidenti incompatibilità cromatiche, le imminenti europee hanno nuovamente ridisegnato lo scenario a sinistra, rendendo ancor meno decifrabile un’offerta politica già fragile. Sia laddove è rimasta la falce martello (la Lista comunista e anticapitalista, composta dal Prc di Paolo Ferrero e dal Pdci di Oliviero Diliberto, e il Partito comunista dei lavoratori di Marco Ferrando) sia laddove è sparita (Sinistra e libertà di Nichi Vendola). Ed è proprio questo l’elemento più critico per chi cerca di ricostruire una sinistra senza più culture di riferimento, sempre più annientata nei propri contenuti e drammaticamente priva di personalità intellettualmente e politicamente autorevoli. Questo era infatti il. vero punto di forza del partito comunista italiano e della sua dirigenza. Basti pensare al nome di Gramsci che Oltralpe suscita ancora oggi rispetto e dibattiti all’avanguardia, mentre in Italia è diventato poco più che un totem contraffatto, che il turista inesperto piazza nel proprio salotto come decorazione, al ritorno dalle vacanze nelle riserve indiane degli States, e di cui poco si studia e poco si sa. Nessuna tanto millantata egemonia culturale, quindi. Tantomeno nei libri di scuola.
Nonostante i volumi di Bernstein, Kautsky, Proudhon e Bakunin in bella mostra nelle romane librerie degli (ex) parlamentari gauchistes (già di per sé sintomo di una confusione latente), poco resta di una cultura politica imponente, dimenticata nel deserto ideologico moderno, lasciando soltanto falle e contraddizioni sui temi cardine: industrializzazione, lavoro, internazionalizzazione e laicità. Le egide moderne si nascondono invece dietro ad inganni meramente demagogici, celati sotto un velo che confonde i tessuti idealisti (nel senso filosofico) originari in vuoti concetti d’occasione, facilmente reperibili, poco efficaci e assai controproducenti. Pacifismo, ecologismo, un post femminismo d’ignote radici e un conservativismo senza eguali, che stanno lentamente affondando un vascello fantasma di cui pochi ricorderanno la scomparsa.
A poco serve accusare la deriva maggioritaria dell’attuale Pd. O ricordare l’utopia bertinottiana di un nuovo ordine, di una nuova rivoluzione (affogata nel sangue dopo le rivolte di Seattle, Stoccolma e Genova) da compiere grazie alla forza spontanea insita nei movimenti. O ancora, denunciare le politiche americane d’ingerenza durante la guerra fredda avallate dalla Democrazia cristiana. Come nel gioco del pallone, infatti, prima di aspettare che la piccola squadra di turno riesca a fermare in casa la capolista, prima bisogna fare i 3 punti, vincendo le proprie partite.
Uno degli ultimi numeri di Internazionale, dal titolo «C’era una volta la sinistra» e firmato Perry Anderson, decripta lucidamente la defaite culturale del partito dei lavoratori in Italia, così forte e coinvolgente fino alla morte di Enrico Berlinguer (che negli anni Settanta raggiunse il 34 % dei voti), così povero di riferimenti culturali oggi in uno scenario politico trasformato da Tangentopoli e da ciò che ne è seguito fino al tentativo berlusconiano odierno di trasformare la professione del politico in una passerella, dove modelle, starlette, giovani rampolli e controfigure siedono in un Parlamento definito «inutile», con un esecutivo avvallato soltanto dai talk show televisivi, conclamata nuova aula del dibattito politico.
E in questo «avveniristico» modo di fare politica, la sinistra italica si rivela terribilmente arretrata: non poiché non sappia anch’essa proporre eguali personaggi «attrattivi», quanto perché la semplificazione del linguaggio e delle idee in corso, provoca l’emergere di figure incompetenti, ma incapaci di sopperire alla loro mancanza di preparazione. Che tuttavia richiamano continuamente. Sarebbe come se Mara Carfagna avesse incentrato la propria campagna elettorale su Hegel e sulla Gestalt: il disastro sarebbe stato totale.
Anche la leadership italiana della Sinistra europea, fortemente voluta da Bertinotti, oggi vacilla, anche per lo spasmodico bisogno del Pd di precorrere i tempi, smarcandosi dal Pse, il riferimento socialista presieduto dal «kapò» Martin Schulz. Ma anche all’estero, le cose non vanno meglio. In Francia, il Nouveau parti anticapitaliste, ormai più forte del Pcf, si deve affidare alla figura del postino Olivier Besancenot, giovane con interessanti capacità mediatiche ma sensibilmente lontano da uno spirito governativo.
Non può che tornare alla mente, quindi, lo sketch di Corrado Guzzanti, in versione Fausto Bertinotti, in cui grida compiaciuto che «la sinistra è gioco, opposizione, divertimento» e in cui le finanziarie proposte da Romano Prodi vengono rispedite al mittente come «inaccettabili» solo perché il ristorante in cui sono state proposte non è all’altezza.
Povera sinistra, …


La fatica dell’indignazione permanente

maggio 8th, 2009 by Rocco Polin | 3 Comments

La fatica dell’indignazione permanente

È folle. Non si fa a tempo a indignarsi per bene per il vergognoso circo che circonda il nostro presidente del consiglio che il suo fido secondo dichiara che l’unico difetto di Mussolini è stato quello di essere troppo buono. L’affermazione mi spiazza. Ero partito in quarta contro il degrado estetico e morale della nostra politica ed ecco che ne succede una ancora più grave. Poco male, lasciamo perdere Noemi (questione tutto sommato marginale) e concentriamoci sulle ben più gravi affermazioni di Dell’Utri. Non passano due giorni e l’onorevole Matteo Salvini propone di riservare alcuni vagoni della metropolitana ai milanesi. In due giorni siamo passati dalla rivalutazione del fascismo alla reintroduzione di proposte naziste. Non riesco nemmeno più ad indignarmi, sono esausto.
Non credo che ci sia una strategia precisa ma il risultato è chiaro. A un certo punto ci si stanca anche di indignarsi. È il fenomeno dell’abituazione di cui parlava Marco qualche tempo fa qui sul Tamarindo. Ogni volta è peggio. Ogni nuova sparata fa dimenticare quella precedente. La nostra soglia di sopportazione si alza continuamente. Le battute sulle finlandesi minorenni adesso, confrontate con le proposte di apartheid, appaiono simpatiche goliardate. Il decreto sicurezza ci sembrava razzista, adesso viene quasi da apprezzare il fatto che non contenga precise disposizioni per la segregazione razziale nei mezzi pubblici.
L’indignazione permanente è probabilmente impossibile. E allora viene da buttarla sul ridere. Ma Milano Milano? Non vorrei che quegli zoticoni di Pero mi invadessero il vagone. E poi, si potrebbero fare dei vagoni speciali per quelli di Milano uno entro la cerchia dei navigli? Inoltre bisognerebbe essere più precisi: chi è un milanese? Servono entrambi i genitori battezzati con rito ambrosiano o ne basta uno? Facciamo dei vagoni per i soli leghisti? È l’atteggiamento di Angelo Agrippa. L’intervistatore della bella Noemi di cui parlavamo nello scorso articolo. L’indignazione stanca e poi, diciamocelo, è davvero poco chic. Il cinismo, quello si che è trendy. Se accompagnato da un certo sarcasmo poi, è sicuro indice di intelligenza. Gli indignati annoiano. Preferireste andare a cena con Ferrara o con Oscar Luigi Scalfaro?
Questo giochino però comincia a diventare pericoloso. Un conto è un presidente del consiglio che si intrattiene con le minorenni. Altra cosa è il ritorno delle leggi razziali.
Quando sono arrivato a Berkeley sono rimasto molto sorpreso dalla nomea razzista del nostro paese. Anche perche, nei miei precedenti periodi all’estero, non avevo mai riscontrato nulla di simile. Qui invece in modo cordiale seppure un po’ condiscendente capita spesso che mi chiedano se è vero che l’Italia sia diventata un paese razzista. Confesso che nei primi tempi facevo come Nanni Moretti nella celebre scena di Aprile in cui spiega ad un amico francese l’evoluzione democratica di Alleanza Nazionale. “Ma no- dicevo -Ma che razzisti… Siamo un paese piccolo e sovrappopolato… Non siamo abituati all’immigrazione… E’ una reazione passeggera, di aggiustamento ad un fenomeno nuovo… La Lega solleva questioni reali, sia pure con un tono disdicevole….”
Bullshit! Stronzate. Siamo un paese razzista. Un paese privo di quegli anticorpi democratici che renderebbero inaccettabili in qualsiasi altro paese europeo le dichiarazioni di Salvini. Il richiamo al Fascismo dopo un po’ diventa stucchevole ma non per questo è meno appropriato. Il Fascismo non fu, come voleva Croce, l’invasione degli hyksos. Il Fascismo è stato l’autobiografia della nazione. La Chiesa, tranne lodevoli eccezioni, si guarda bene dal fare metà del polverone che fa quando si parla di cellule staminali. Il silenzio della comunità ebraica è imbarazzante. La borghesia milanese che prima votava Lega ma si vergognava ora comincia a non vergognarsene neppure.
La politica una volta aveva una funzione pedagogica. Nella prima repubblica c’era almeno un tentativo di guidare ed educare il popolo oltre che di rappresentarlo. Adesso la politica rincorre i peggiori istinti della massa in una gara verso il basso che è arrivata, faccio ancora fatica a crederlo, alla proposta di leggi razziali. E allora? E allora sta a noi, alle menti migliori della nostra generazione, al Tamarindo. Sta a noi rimettere pazientemente insieme i pezzi, difendere e diffondere i valori della democrazia e della civiltà, educare il popolo, noi stessi prima degli altri. Il progetto interrotto del Risorgimento, di Mazzini, Cattaneo e Cavour degenerato nel fascismo e poi ripreso negli anni eroici della Resistenza e della Costituzione e di nuovo fallito. Quello deve essere il nostro progetto, quella la nostra missione. Questa chiamata alle armi potrebbe sembrare retorica e pretenziosa, lo so, ma in giorni in cui si discute di apartheid credo sia urgente e necessaria.


Ciarpame senza pudore

maggio 4th, 2009 by Rocco Polin | 8 Comments

Ciarpame senza pudore

Un’ex calendarista diventata ministro della Famiglia, una diciottenne di Napoli che tiene compagnia al presidente del Consiglio, una soubrette che veniva scarrozzata in auto blu per i palazzi del potere romano.
Come al solito non ci resta che chiederci dove sia Pasolini. Non ci interessa se la diciottenne napoletana che chiama “papi” il Presidente del Consiglio si limiti ad ascoltarlo mentre canta. Non cambia nulla. Noi sappiamo. Non c’e’ bisogno di essere intellettuali. Noi sappiamo il degrado del Palazzo. Noi sappiamo l’umiliazione che si prova ad essere italiani, la conosciamo, la sentiamo sulla nostra pelle.
Ma lo spazio che era di Pasolini ora lo occupa Alberoni. “Gli uomini con il tempo cambiano, a volte in meglio a volte in peggio”. E quello stesso quotidiano oggi intervista la “bella Noemi”. Il coraggioso intervistatore, Angelo Agrippa, le chiede se sa chi sia Francesco Saverio Nitti. Come se fosse quello il problema. Poi le chiede “Noemi, quando la vedremo in politica, alle prossime regionali?”. Lei risponde che preferisce la Camera dei Deputati. E me lo immagino il sorriso divertito e ironico di Angelo Agrippa. Non si rende conto che è lui in errore a fare quelle domande, non la poveretta che cerca di rispondergli.
Ormai del resto facciamo tutti come Angelo Agrippa. Assistiamo al tracollo con un sorriso tra il cinico e l’ironico. Guardiamo le photogallery del Corriere. Non male la Barbara Matera, gran decolleté. E ogni tanto quasi ci prende un istinto sado maso. Godiamo nel vedere la Santanché che esce dal parlamento con gli occhiali da sole circondata da guardie del corpo alzando il dito medio agli studenti. L’arroganza del potere in fondo affascina. Berlusconi con l’harem nel parco della sua villa in Sardegna, il who’s who del potere italiano all’inaugurazione del Billionaire, il reggicalze della Brambilla, Sottile che si fa portare la Gregoraci in auto blu… Ostentiamo un sorriso ironico, di superiorità. In realtà vorremmo essere Sottile. Ancora di più.Vogliamo essere la Gregoraci. Sappiamo di essere la Gregoraci.
Ahi serva Italia di dolore ostello… non donna di provincie ma bordello.
Non solo sappiamo di essere la Gregoraci, ne proviamo un perverso godimento. Umiliateci. Non vergognatevi più di nulla. Non dovete nascondervi, anzi dovete farcelo sapere, in modo sempre più chiaro, sempre più arrogante. Vogliamo saperlo. Vogliamo vedere le foto.
Però, che decolleté la Barbara Matera!
E se qualcuno vi critica che sia la donna del capo, quella che lui ha trasformato da attrice di film di serie B a maîtresse à penser dell’intellighenzia italiana. Oppure che sia Gianfranco Fini, il suo secondo da 15 anni, quello che lui ha raccolto da un rigagnolo della storia sollevandolo non sulla cima di una spada ma alla terza carica dello Stato. Anche l’opposizione deve essere un esercizio di umiliazione. L’ennesima dimostrazione della vostra vittoria definitiva.
Avete vinto. Prendetevi tutto. Donne, televisioni, governo, opposizione. Il Quirinale.
Noi assisteremo al vostro trionfo.
Poi certo, qualcuno cercherà di fare opposizione politica. Sfigati. I franceschini. Dei perdenti. Ancora convinti che la questione sia il cuneo fiscale. Altri faranno opposizione morale. I travagli. Inconsapevoli strumenti del potere. Essi credono che la gente non sappia, che il potere voglia tenere nascosto, che se la gente sapesse non accetterebbe. E invece è il contrario. La gente sa e il potere ha interesse a far sapere. Il potere è l’afrodisiaco supremo diceva Kissinger. La gente ama il potere, il sopruso, l’impunità. Noi vogliamo sapere, vogliamo invidiarvi, vogliamo farci umiliare, vogliamo godere.
Il vostro potere ci umilia e ci piace ancora di più in quanto sappiamo che non ve lo meritate, e sappiamo che lo sapete anche voi. Sappiamo di esservi superiori e per questo godiamo ancora di più nel farci umiliare. Noi sappiamo chi era Francesco Saverio Nitti. Sappiamo inoltre che voi non lo sapete e sappiamo anche che voi sapete che noi lo sappiamo. E allora il gioco diventa ancora più perverso. Il complesso di inferiorità vi fa ancora più arroganti mentre la coscienza della nostra superiorità ci rende ancora più ansiosi di farci umiliare.
Quando qualcuno scriverà la storia d’Italia di questi anni si accorgerà  dell’inadeguatezza degli strumenti solitamente impiegati in questo genere di imprese. Dopo aver riempito centinaia di fogli di inutili analisi politiche, culturali e sociologiche abbandonerà la scrivania e girerà un film sado-maso. Come al solito Pasolini c’era già arrivato.


Le armi della democrazia

aprile 12th, 2009 by Roberto Giannella | No Comments

Le armi della democrazia

Beppe Severgnini ha recentemente scritto un articolo sul Corriere, in cui sostiene che non voterà alle prossime elezioni europee di giugno. Non invita i lettori a fare altrettanto, ma fa una riflessione di fondo – che non mi sento in tutta sincerità di stigmatizzare: se i candidati in lista sono “vecchi delusi, giovani amiche, soliti trombati, parenti invadenti, ex potenti indigenti, funzionari sconosciuti”, allora forse è per davvero arrivato il momento di riflettere su una questione cruciale: ma stiamo parlando davvero dell’esercizio di un nostro sacrosanto diritto, o si tratta piuttosto dell’ennesima irritante provocazione di una classe politica indegna di un Paese civile?
A Strasburgo i meno presenti (ed al tempo stesso – i più lautamente pagati) sono gli Europarlamentari italiani. Se poi, in aggiunta, le personalità politiche in lista sono quelle che circolano sui giornali in questi giorni, urge una riflessione. L’astensionismo – benché attivo e consapevole – è senz’altro un’arma a doppio taglio, perché rischia di essere confuso con l’ignavia. Tuttavia, credo possa avere il merito di preservare qualcosa che il voto di giugno minaccia di mettere in discussione: la nostra dignità di cittadini.
Ecco il link dell’articolo.


Rassegnazione a Sinistra

dicembre 19th, 2008 by Rocco Polin | 8 Comments

Rassegnazione a Sinistra

Caro Tamarindo,
abbiamo parlato di teatro, Ramadan, elezioni americane, arte moderna e bon ton parigino ma di una cosa parliamo poco, quasi mai in termini generali, preferiamo affrontarla di lato, da angolazioni specifiche: la riforma della scuola, la questione generazionale, la costituzione… In quasi un anno nessuno ha affrontato di petto la questione. E sì che sono certo che sta a cuore alla maggior parte di noi. Parlo della politica italiana, nel senso che i francesi chiamano “politique politicienne”. Questo pitale di Damocle che pende sulle nostre teste anche se facciamo finta di ignorarne l’esistenza.
Tu forse, dall’alto dei trenta metri di altezza che millanti su Wikipedia, sei superiore alle nostre piccole beghe, ai Villari, ai Pecoraro Scanio, agli Italo Bocchino… Io no. Io ci perdo la testa. Io mi incazzo, mi appassiono, mi entusiasmo o, più spesso, mi dispero. Io amo la politica italiana, il suo vocabolario assurdo, i suoi rituali demenziali, i suoi personaggi patetici. Io ho guardato le foto della piscina a cozza di casa Mastella a Ceppaloni, sono sceso in piazza contro la Moratti (chissà poi perché), ho compreso il significato delle convergenze parallele, ho firmato petizioni in favore dello stato di diritto, ho studiato la storia dei governi balneari, mi sono candidato alle primarie del PD… Io mi ci sono dato con tutto me stesso. Anima, corpo, fegato e cervello.
E allora perché sul Tamarindo ho parlato solo di Obama? Perché mi sono rifugiato in una guida immaginaria di una Milano inesistente? Perché non ho preso di petto le questioni che più mi stanno a cuore? Il futuro della Democrazia Italiana, della Seconda Repubblica, della Sinistra?
E bada che il mio è un atteggiamento diffuso. Tra gli elettori di sinistra e persino tra i loro leader.
Ricordi, mio buon Tamarindo, che entusiasmo tra le file del PD dopo la vittoria di Obama? Sembravano quei tizi che si vedono nei telegiornali. Quelli che stappano lo spumante dopo che è uscito il sei al superenalotto: cantano e ballano, ma non hanno vinto un cazzo. Arturello Parisi l’aveva detto subito, con sarda ironia: “L’Abruzzo è difficile da riconquistare ma l’Ohio è nostro”.
La questione dunque rimane. Perché questo apparente disinteresse?
Io una risposta credo di averla trovata: Rassegnazione. Questa volta sentiamo di non aver perso solo una battaglia, questa volta sappiamo di aver perso la guerra.
Voglio brevemente esporti due tesi che spero faranno discutere la variopinta ma interessante comunità che si riunisce sotto le tue foglie.
La prima è che, come disse il compagno Nenni, se perdiamo è colpa del destino cinico e baro. Più precisamente è colpa degli elettori. In fondo noi abbiamo creato un nuovo partito, abbiamo unito il meglio delle tradizioni riformiste italiane, siamo il partito più democratico e aperto della politica italiana. Abbiamo fatto una seria autocritica della nostra esperienza di governo. Quando è emersa una “questione morale” siamo stati onesti e seri nell’autocritica; non ci siamo nascosti dietro un dito. Abbiamo in mente un’Italia moderna, giusta, responsabile. E invece “nossignori”: in Abruzzo abbiamo toccato il 20%.
Cosa vuoi che ti dica? Che dobbiamo tornare ad allearci con Diliberto e Pecoraro Scanio? O che dobbiamo imparare dall’Italia dei Valori, un partito personalistico che non ha mai fatto un congresso nazionale e dove tutto, dai soldi alle nomine, passa delle mani del leader? Un partito dove demagogia e populismo hanno sostituito democrazia interna ed elaborazione politica?
Eh, caro il mio Tamarindo, come direbbe D’Alema “se il Partito Democratico non rappresenta più gli elettori, beh, allora è ora di cambiarli questi benedetti elettori”. Cosa vuoi che mi incazzi? Cosa vuoi che discuta? Che articoli vuoi che scriva? Mi rassegno a vivere in un paese che ha eletto tre volte Berlusconi, che ha bocciato il referendum sulla fecondazione assistita, dove il Partito d’Azione prendeva l’1.5% dei voti. Parafrasando Nanni Moretti “con questi elettori non vinceremo mai”.
La seconda ipotesi che voglio sottoporre al tuo saggio vaglio è che loro hanno imparato a governare. Loro intendo i berluscones. Non si tratta più della banda di barbari che occupò incredula Palazzo Chigi nel 1994 resistendovi per pochi mesi. E nemmeno della coalizione litigiosa che resistette all’assedio tra mille difficoltà dal 2001 al 2006. Questa volta è una squadra di governo, una classe dirigente, una coalizione solida e coesa. Non commette più i grossolani errori cui eravamo abituati, con cui ci aveva viziato. Noi eravamo gli eredi dell’intera classe dirigente della prima repubblica (non raccontiamoci palle, siamo noi i poteri forti, abbiamo dalla nostra il Corriere, la Fiat, i sindacati, le grandi aziende di stato, il 90% dell’establishment intellettuale). Loro erano i barbari: dei commercialisti di Publitalia, dei tecnici maxillo facciali sposati con rito celtico, gente senza senso dello Stato, senza esperienza di governo. Speravamo di poterli liquidare come l’ennesima invasione degli Hyksos e invece eccoli qui, al loro terzo governo e pronti per la Presidenza della Repubblica. I barbari si sono dimostrati più abili di noi a governare il paese. Non sto dicendo che approvo ciò che hanno fatto, che condivido la loro linea di governo o che vorrei vivere nel paese che hanno in mente. Sto dicendo che uno scienziato politico di Marte non potrebbe che rilevare che la loro policy making capacity è maggiore della nostra, che sono stati in grado di assicurare all’Italia un governo stabile e sicuro di se stesso. E credimi, non è poco.
E allora cerca di capirmi, mio buon Tamarindus Indica, importante ingrediente delle salse Worcester dalle foglie pennato-composte. Come pensi che possa lottare? Dove pensi che possa trovare le speranze e le energie? Come pensi che possa resistere la tentazione di fottermene, di occuparmi d’altro, di dedicare le mie energie di 23enne di belle speranze a qualcosa di meno frustrante?
E invece no. Abbi fede vecchio Tamarindo. Continueremo a lottare. Manderemo a casa questi patetici leader che ci ritroviamo a sinistra. Sconfiggeremo quella banda di nani, razzisti e spogliarelliste che governano temporaneamente la nostra amata Italia. Torneremo al governo del paese. Ce la faremo….. inshallah…..


Eurodeputati italiani: i più pagati e i meno presenti…

maggio 12th, 2008 by Fabrizia Calda | 2 Comments

Eurodeputati italiani: i più pagati e i meno presenti…

I 785 deputati europei dei 27 membri dell’Unione Europea costano complessivamente un miliardo e 32 milioni di euro, questa cifra equivale all’1% dell’intero bilancio dell’UE. Tuttavia, il sistema di remunerazione dei parlamentari non è uniforme a livello europeo: lo stipendio degli eurodeputati è corrisposto dal rispettivo Parlamento nazionale (e quindi finanziato dal budget nazionale) e varia, quindi, a seconda del Paese. L’indennità degli europarlamentari equivale a quella percepita dai Parlamentari nazionali del loro Paese di appartenenza.
Questo meccanismo provoca inevitabilmente delle disuguaglianze fra gli eurodeputati. Con l’allargamento progressivo dell’UE a 27, queste differenze sono diventate ulteriormente importanti: nell’Europa dei 25 è stato calcolato uno scarto dei salari di base degli eurodeputati da 1 a 15.

Ciò che è più interessante notare per l’osservatore italiano è che i deputati italiani sono i primi in classifica. Con 11.779 euro al mese (questo dato, come quelli riportati di seguito, sono stati pubblicati dal senato francese nel gennaio 2004), i nostri rappresentanti guadagnano in media il doppio di quelli di Francia (6735 euro), Germania (6878 euro), Belgio (5544 euro), Lussemburgo (4637 euro), Paesi Bassi (6467 euro), Regno Unito (7216 euro). Per non parlare dello scarto rispetto agli Stati membri più recenti, che arrivano ad un rapporto 1 a 19 con il salario dei colleghi polacchi. Insomma, un netto primo posto degli Italiani.
Dopo circa dieci anni di negoziazioni, nel settembre 2005 il Parlamento europeo ed il Consiglio hanno finalmente trovato un accordo sull’approvazione del nuovo statuto dei deputati europei, che include l’uniformazione del salario dei deputati europei e ne fissa l’ammontare al 38,5% del salario di base di un giudice della Corte europea di giustizia (intorno ai 7000 euro al mese). Questa cifra vede ridotto solamente il salario attuale di Italia, Austria e Regno Unito.
L’indennità dei parlamentari sarà finanziata dal bilancio comunitario, e non più dai bilanci nazionali. Lo statuto entrerà in vigore dalla prossima legislatura, nel 2009. Tuttavia, per rendere la proposta “accettabile” da tutti gli Stati membri, lo statuto prevede la possibilità di derogare al nuovo regime “per un periodo di transizione che non può superare la durata di due legislature del Parlamento europeo” (art. 29). È prevedibile che l’Italia ricorrerà a questa clausola.
Il primo posto degli eurodeputati italiani diventa non solo incomprensibile, ma anche vergognoso quando si scopre che vincono anche nelle classifiche dell’assenteismo parlamentare. Infatti, un’inchiesta del 2004 mostra che l’Italia è all’ultimo posto nella presenza media degli europarlamentari alle sessioni plenarie del PE, con il 68,64%. Penultima la Francia, con una distanza di 11 punti (79, 54%) dall’Italia. Salendo nella classifica, le differenze si riducono e non superano il 3%, per arrivare al primo posto della civile Finlandia, con l’89,49% di presenze.
Alla luce di questi dati, gli Italiani non sono certo visti di buon occhio dagli altri eurodeputati, che interpretano spesso il comportamento astensionista come una poca attenzione alle questioni europee.
Anche nelle sale dell’europarlamento, l’Italia si fa riconoscere…come la pecora nera del gruppo.
Il nuovo salario unico europeo è un successo, nella misura in cui riduce il salario degli europarlamentari italiani, dando una lezione di civiltà al nostro paese.
Il prossimo passo, e lo dico con un vena di utopia, potrebbe essere verso un salario unico dei parlamentari in tutti gli Stati membri dell’UE e, magari, dei membri degli organi elettivi locali. Risparmiare qualche milione di euro al mese non farebbe certo male alla nostra economia in crisi…



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