Condividere… con Ego

marzo 12th, 2010 by Luisa de Bellis | 1 Comment

Condividere... con Ego

Che cos’hanno in comune egocentrismo e condivisione? Apparentemente nulla. Da che mondo è mondo, le persone concentrate su di sé, il proprio benessere e il proprio tornaconto non hanno nessuna attitudine alla condivisione. Al contrario, se qualcosa di bello dovesse incrociare la loro strada, spiccheranno un grande salto per accaparrarselo, e si guarderanno bene dal condividerlo con gli altri. E se ne parleranno con altre persone sarà solo per vantarsene.
Da qualche anno a Brescia, e da qualche mese a Milano, EGO è invece sinonimo di condivisione.
EGO sta per Ecologico Guardaroba Organizzato e si propone come alternativa al sistema consumistico dell’abbigliamento. Si tratta di un innovativo servizio di fornitura di abiti da giorno, che mette a disposizione delle iscritte 7 capi alla settimana all’interno di un guardaroba di 120 modelli che si rinnova ogni sei mesi. Il servizio ha un costo fisso mensile contenuto e permette alle donne lavoratrici (e non solo) di sperimentare nuovi look senza doversi preoccupare di acquistare sempre nuovi abiti o fare acquisti errati. E a lavare, igienizzare e stirare ci pensa EGO!
L’idea nacque da Vittoria, una modellista stufa delle mode e del loro carico di conformismo, stufa di dover cambiare il guardaroba ad ogni cambio di tendenza, di taglia e di stagione, e soprattutto stufa di lavare e stirare…e che, al tempo stesso, cercava un modo di contribuire nel suo settore alla nascita di una nuova economia, fondata sull’eco-sostenibilità.
Un giorno si mise a disegnare una propria linea di abiti e decise che ne avrebbe prodotto un numero ampio, ma comunque limitato, affinché altre donne potessero indossarli e condividerli. Da questo primo esperimento nacque il marchio EGO, che nel tempo è venuto a denotare non solo una linea di abbigliamento, quanto piuttosto un sistema di valori e uno stile di vita.
EGO è pensato per le donne della city che vivono una vita movimentata e hanno bisogno di essere sempre in ordine e di sfoggiare sempre nuovi look. Gli ambienti di lavoro in cui l’apparenza conta più della sostanza vanno per la maggiore e questo ha un costo economico e ambientale altissimo. Ci sono donne che spendono centinaia di euro al mese in abiti nuovi, con tutto ciò che questo implica in termini di produzione, consumi, sprechi, costi. Se è vero che la sfida più grande per la nostra società è l’abbandono dell’apparenza come parametro di giudizio, è anche vero che perché questo avvenga occorrono tempi lunghi. E intanto la produzione continua ad aumentare.
La sfida che EGO pone è quindi duplice: da un lato, ridurre la produzione, i consumi e gli sprechi, passando dalla logica del possesso a quella dell’utilizzo condiviso (degli abiti, ma anche dell’energia). Dall’altro, dare alle donne più tempo per se stesse, liberandole dall’impegno di lavare, cucire, stirare e mettendo a loro disposizione 365 abiti all’anno a un costo accessibile.
A dirla tutta, EGO costituisce una vera e propria sfida all’industria della moda, paladina di quelli che si sono ormai affermati come i valori dominanti della nostra carissima (nel senso di costosa) società urbana occidentale: conformismo,  consumismo, possesso.
La domanda sorge quindi spontanea: siamo pronte a mettere da parte il nostro ego e ad accettare l’idea di non possedere gli abiti che indossiamo? Siamo pronte a abbandonare veramente l’idea che comprare ci fa stare meglio? Siamo pronte ad indossare abiti di qualità, cuciti in Italia da donne italiane, che non ricalcano i modelli dettati dalla moda? Ardua risposta. L’innovazione incontra resistenze per definizione. EGO ha lanciato la sfida, vediamo se siamo pronti a coglierla.


Dall’Everest alle Maldive

dicembre 17th, 2009 by Laura Zunica | No Comments

Dall'Everest alle Maldive

Questa settimana i leader mondiali si trovano a Copenaghen per confrontarsi finalmente sui gravi danni ambientali arrecati al pianeta dall’uomo e cercare di elaborare soluzioni ragionevoli ed efficaci per evitare la distruzione dell’intero ecosistema mondiale. (http://en.cop15.dk/)
Uno dei punti di maggiore rilievo riguarda le emissioni di carbonio (CO2) che supera le soglie entro le quali il pianeta ha ancora la possibilità di respirare, 350 ppm. A riguardo mesi fa ci furono movimenti e manifestazioni in tutto il mondo per richiamare l’attenzione sul problema (www.350.org/).
Altre campagne, come Hopenagen (www.hopenhagen.org), stanno cercando di richiamare l’attenzione dei partecipanti al summit per ricordare loro che in questi pochi giorni di dicembre saranno prese scelte decisive per evitare eco-disastri che sono ormai alle porte e rischiano di devastare il pianeta terra.
Due episodi interessanti sono avvenuti nelle scorse settimane, sempre con l’obiettivo di richiamare l’attenzione sull’importanza di fare le scelte giuste durante il summit di Copenaghen, perché i rischi che sta correndo il nostro pianeta non sono qualcosa di lontano e immaginario ma sono una spada di Damocle che pende sulla testa del nostro pianeta.
Il primo avviene in Nepal: il Consiglio dei Ministri si è riunito per circa un’ora sulla cima del monte Everest a Kala Patthar (più di 5.200 metri di altitudine). Ventitré i ministri che hanno partecipato al consiglio presieduto dal premier Madhav Kumar. È all’ordine del giorno la sensibilizzazione riguardo ai danni ambientali arrecati dall’inquinamento globale, e l’importanza della tutela dell’ambiente, per il Nepal e per il mondo intero. Ed è cosi che viene approvata dal Consiglio dei Ministri la Dichiarazione dell’Everest contenente la richiesta del Nepal rivolta a tutte le nazioni più sviluppate di impegnarsi a ridurre urgentemente e a breve termine l’intensità delle emissioni di gas nocivi. Il consiglio ha inoltre deciso, come gesto simbolico d’impegno alla salvaguardia dell’ambiente, di aprire un terzo parco nazionale, Banke National Park, oltre ai due già esistenti.
Non solo dalle alture del Nepal si mandano appelli per il summit di Copenaghen: dalla cima dell’Everest si arriva fino al mare. Anzi, sotto il mare: anche il Consiglio dei Ministri delle Maldive presieduto da Mohamed Nasheed, si è riunito poco tempo dopo per lanciare un appello riguardo alle gravi minacce dei cambiamenti climatici, e la riunione è avvenuta sul fondale marino, nei pressi della capitale Malé. La scelta subacquea è dovuta al fatto che, se queste insane emissioni di CO2 non tornano sotto le soglie minime, sotto al mare è esattamente dove tutta la popolazione delle Maldive si troverà in pochi anni, e in tal caso sarà cosi che i Consigli dei Ministri dovranno avere luogo. Anche in fondo al mare è stata firmata una dichiarazione inoltrata alla conferenza di Copenaghen.


Carpoolers!

ottobre 24th, 2009 by Laura Zunica | No Comments

Carpoolers!

Nel 2009 la città de Il Cairo ha ottenuto uno spiacevole primato, spodestando Mexico City come città più inquinata del pianeta. Oltre il problema dei rifiuti – che fortunatamente viene combattuto con sempre maggiore impegno da gruppi di giovani volontari – particolarmente allarmante è la qualità dell’aria. Data la povertà del Paese, non sono molte le risorse economiche da poter investire per un migliore sistema di trasporto. La città è invasa da automobili e taxi – non propriamente eco-friendly – che si danno vita ad interminabili incolonnamenti. L’aria è sempre più irrespirabile, a un livello tale che è possibile accorgersene appena scesi dall’aereo.
Appurato il fatto che una soluzione a tale problema non fosse percorribile per vie governative – principalmente a causa della mancanza di fondi – la situazione appariva senza vie di uscita. Fortunatamente qualche tempo fa un ragazzo, intasato nel traffico di una delle strade principali del centro (26th July, mentre si recava in Lebanon Square) ha realizzato quanto fosse ridicolo essere bloccati in una coda nella quale ogni macchina portava solo un passeggero: se ognuna delle macchine avesse portato quattro persone il traffico sarebbe stato ridotto di un quarto. La domanda è stata quindi come poter economicizzare tempo e danaro diminuendo il traffico e facendo allo stesso tempo qualcosa di positivo per l’ambiente.
Sebbene l’idea fosse geniale a livello teorico, non sembrava altrettanto semplice metterla in pratica: in un gruppo di amici la maggior parte vive e lavora in luoghi diversi, e condividere lo stesso veicolo non avrebbe che allungato i tempi e lo stress. Come risolvere il problema quindi? Sfruttando l’enorme numero di cittadini che si spostano in tutte le direzioni durante il giorno: la soluzione sarebbe stata quindi trovare un modo per mettere queste persone in contatto.
Soluzione arrivata con il sito Egypt Carpoolers (www.egyptcarpoolers.com)
Durante la fase iniziale del progetto, questo gruppo di amici si è imbattuto con sorpresa in moltissimi altri siti che, in diverse parti del mondo, pubblicizzavano la stessa idea. In Egitto l’iniziativa non era ancora arrivata e, spinti dal’entusiasmo generale, i nostri hanno deciso di passare all’azione. Tra i principali ostacoli il fatto che in Egitto solo il 12% della popolazione, per ovvie ragioni socio-economiche, ha la possibilità di accedere ad internet. A ciò si aggiunge poi il fattore culturale: l’Egitto conservatore, che non considera socialmente accettabile il fatto che due individui di sesso opposto si trovino da soli in un luogo non pubblico, avrebbe potuto essere d’ostacolo al lancio dell’iniziativa. A questo scopo, per evitare il fatto che qualcuno abusi del sito per motivi diversi dagli scopi che il progetto stesso si propone, sono stati posti controlli e restrizioni, quali l’obbligatorietà di registrarsi ed di essere maggiorenni.
La diffusione ed il successo riscontrato da questo genere di iniziative in diversi Paesi del mondo è indice di un disagio di molti cittadini di fronte allo spreco generalizzato di tempo e di danaro (e delle sue conseguenze deleterie in campo ecologico), un disagio che fortunatamente in sempre più casi non si limita alle critiche alle autorità (a cui è senz’altro imputabile buona parte delle colpe) ma viene affrontato con impegno e buona volontà.


350 per salvare il pianeta

ottobre 18th, 2009 by Laura Zunica | No Comments

350 per salvare il pianeta

Uno dei più grandi problemi che l’umanità si trova ad affrontare oggi è quello del cambiamento climatico e del surriscaldamento del pianeta: l’inquinamento e le emissioni di CO2 (carbonio) hanno creato una barriera attorno alla terra che nonostante permetta ai raggi del sole di entrare nell’atmosfera non ne permette facilmente l’uscita e questi continuano a rimbalzare sul pianeta riscaldandolo e questo fenomeno potrebbe finire con il distruggere il pianeta.
Sono molte le iniziative di gruppi e organizzazioni a riguardo, e una di queste, che si chiama 350, avrà luogo sabato 24 ottobre 2009.
Il nome 350 nasce dal fatto che 350 è, in termini scientifici, il livello identificato dagli scienziati come limite massimo per le emissioni di CO2 sul pianeta. In questo momento il livello attuale raggiunge 385 ppm (parts per million) ed è in costante aumento.
350 (è possibile trovare più informazioni sul sito www.350.org) è una campagna per pubblicizzare un movimento di portata mondiale, volto a sensibilizzare quanta più gente possibile riguardo al problema. In migliaia di città lo stesso giorno avrà luogo questo evento. Uno degli obiettivi è attirare l’attenzione dei media per evidenziare il problema in vista del World Leaders Meeting che si terrà Dicembre 2009 a Copenhagen: lì si lavorerà su un efficace trattato sul clima che ha come goal il raggiungimenti 350ppm come livello massimo di CO2 nell’atmosfera tramite riduzione delle emissioni di carbonio da parte di ogni paese.
Il movimento fu fondato da Bill McKibben, autore di uno dei primi libri sul problema del cambiamento climatico, e dalla sua squadra di colleghi universitari. Insieme misero su una campagna nel 2007 chiamata Step It Up. Questo genere d’iniziative furono il primo passo per convincere molti leaders politici della gravità della situazione ad adottare provvedimenti efficaci: ridurre dell’ottanta percento le emissioni ponendosi come dead-line il 2050.
Grazie ai nuovi mezzi di comunicazione di massa come internet, l’azione 350 del 24 Ottobre 2009 si sta espandendo ad una velocità indescrivibile, e si spera in una grande adesione agli eventi da parte del pubblico per diffondere la consapevolezza che il problema del cambio climatico è qualcosa che nessuno può più ignorare.


Se l’arte cura l’ambiente: nuove forme di creatività impegnata

settembre 4th, 2009 by Diletta Sereni | No Comments

Se l’arte cura l’ambiente: nuove forme di creatività impegnata

Non è certo la prima volta che la creatività si installa dove l’arte sconfina in territori meno frequentati da uno sguardo estetico, basti pensare alla pubblicità e ai linguaggi mediali, ma anche alle strategie finanziarie. La novità sta piuttosto in un doppio incrocio: l’impiego di forme artistiche per la ricerca ecologica e di strumenti scientifici per la creazione artistica. Basta volgere l’occhio all’agenda artistica per rendersi conto che l’attivismo ambientale si è fatto arte. Sono numerose le mostre che indagano possibili soluzioni al degrado ambientale, propongono sperimentazioni su materiali a basso impatto inquinante e si lanciano alla ricerca dell’utopia di un futuro eco-compatibile.
La londinese Barbican Gallery ospita, dal 19 giungo fino al 18 ottobre, Radical Nature – Art and Architecture for a Changing Planet 1969-2009, una mostra-retrospettiva che racconta la storia dell’attivismo ambientale nell’arte, dagli anni Settanta ad oggi, esponendo prodotti di intelligenza ecologica e una serie di proposte di architettura e urbanistica sostenibile. In mostra, tra gli altri: Joseph Beuys, Robert Smithson, l’architetto Richard Buckminster Fuller e gli esordienti Heather and Ivan Morison e Simon Starling.
Gli fa eco la mostra Green Platform, alla Strozzina di Firenze, che a sua volta riflette sull’emergenza ecologica privilegiando stavolta non l’attuabilità effettiva dei progetti ma una loro efficacia estetica. Il manifesto curatoriale individua i capostipiti della mobilitazione ecologica nella Land Art, ma l’esposizione presenta solo opere dei loro eredi, tra cui alcuni esordienti interessanti. Particolarmente suggestivo e ambizioso il progetto di Nikola Uzunovski (ospite del padiglione macedone alla Biennale di Venezia in corso) di realizzare una sorta di sole artificiale (My Sunshine) tramite un disco riflettente protetto da un pallone aerostatico e farlo sorvolare le aree urbane intorno al circolo polare artico, in modo da aumentare la luminosità in zone che d’inverno non vengono quasi toccate dalla luce solare.
Sia Green Platform, che la mostra londinese alla Barbican sono state concepite non come semplici esposizioni ma come piattaforme interdisciplinari, luoghi di incontro per workshop e dibattiti oltre che come snodi organizzativi per iniziative collaterali. È abbastanza naturale d’altronde che l’impegno etico dei contenuti messi in mostra si accompagni, sul versante organizzativo, ad una spiccata tendenza all’interazione e al coinvolgimento del pubblico. Tra i partner di Green Platform figura il festival CinemAmbiente, a Torino dall’8 al 13 ottobre, ormai alla dodicesima edizione, che sposta la riflessione ecologica in ambito cinematografico.
Una figura emblematica di questo incontro tra arte e impegno ambientale è Natalie Jeremijenko, professore associato della New York University, che deve la sua crescente fama all’aver coniugato ricerca biochimica, fisica e ingegneristica ad una “creatività da artista”. Dalla Environmental Health Clinic, di cui è direttrice, vengono sfornati progetti d’avanguardia per il miglioramento delle condizioni metropolitane: da lampioni alimentati a fotosintesi a parcheggi-giardino. Nel frattempo però le sue creazioni intercettano il circuito di distribuzione dell’arte – importante requisito per catturare l’attenzione dei media – e vengono esposte nei principali musei d’America, tra Guggenheim e Whitney.
L’impegno di artisti e curatori in iniziative di questo tipo testimonia sicuramente dell’urgenza e dell’universalità del problema ambientale, ma rivela anche la versatilità dell’arte come linguaggio e la sua tendenza a sconfinare in campi che possano rinnovarne forme, materiali e pubblico. La contaminazione è complessa: arte e architettura ecologiche, chimica artistica, ma forse tracciare i confini perde di pertinenza nello scenario contemporaneo dove, non solo si sono dissolti i generi, ma l’arte si appropria spesso di mezzi che non le appartengono tradizionalmente; basti pensare allo straordinario impiego di sofisticate tecnologie mobilitato da gran parte degli artisti. Certo è che l’ecologia appare come uno degli approdi naturali delle sperimentazioni artistiche contemporanee e la loro ricchezza risiede forse proprio in quello che le rende “ibride”.


Nessuna giustizia senza ecologia

aprile 30th, 2009 by Michelangela Di Giacomo | 1 Comment

Nessuna giustizia senza ecologia

Dal 20 Aprile al 6 maggio si tiene presso la Facoltà di Scienze Politiche e la Scuola Superiore Santa Chiara dell’Università di Siena un ciclo di seminari del Prof. Sachs del Wuppertal Institute intorno al tema “Conoscere il territorio”, storia e governance ambientale.
Nel primo incontro il relatore ha disegnato una prospettiva diretta alla costruzione di un’“economia leggera di risorse”, raggiungibile attraverso le tre vie della sostenibilità – dematerializzazione, rigenerazione, moderazione.
Nella seconda lezione, cui ho partecipato, si è collegata questa esigenza della trasformazione ecologica delle economie industriali con il nesso ambiente-giustizia sociale, a partire da una concezione dello sviluppo come costruzione sociale e culturale, come un’idea più che una tecnica.
Nel discorso di Sachs sono stati sollevati tantissimi spunti per una riflessione non solo geografica, ma per l’intero sistema culturale euroatlantico. La storia, le scienze sociali, la politica anzitutto sembrano dover prendere maggior coscienza del risultato di analisi portate avanti da anni dagli studiosi intorno ai temi della praticabilità del sistema di sviluppo cui siamo abituati. Mi sembra si tratti di rivedere tutta la legittimità del percorso industrialismo-capitalismo e di cambiare dei paradigmi culturali, politici ed economici radicati da secoli che, al di là della diatriba liberismo, keynesismo, socialismo, si sono incentrati sostanzialmente su una visione “egoistica” della crescita. Laddove forse la via della “decrescita” in stile Latouche non appare praticabile, dato che prima dell’innovazione tecnologica la speranza di vita era notevolmente più bassa e dunque appare impossibile ritornare ai modelli produttivi precedenti, quale dev’essere il cammino di una distribuzione delle risorse che rispetti il pianeta e tutte le popolazioni che ci vivono, garantendo ad entrambi una dignitosa sopravvivenza?
Il discorso di Sachs si è sviluppato attraverso sei punti, che tenterò qui brevemente di riassumere.
1) Europa – un caso speciale
La domanda di partenza è: come mai fino ad alcuni anni fa l’Europa emergeva come la “civiltà egemone”, “il contenente superiore”? In chiave storico-ambientale la risposta può essere incentrata attorno a due componenti: colonie e carbone. Fino alla fine del XVIII sec. le civiltà erano più o meno equilibrate, anche ai livelli più alti, ossia a livello di Cina ed Inghilterra. Entrambe le società, tuttavia, si dovevano scontrare con una barriera ambientale, cioè con la scarsa disponibilità di terra e di risorse conseguenti. La Gran Bretagna fu in grado di superare questa barriera importando risorse attraverso un sistema di colonie che costituivano degli “ettari virtuali” e sfruttando le possibilità della “terra virtuale”, del sottosuolo, ossia le foreste fossili di carbone. Il gap  si creò dal momento in cui la Gran Bretagna, a differenza della Cina, si dimostrò capace di mobilitare risorse nella vastità dello spazio geografico e dalla profondità del tempo geologico. Dal XIX secolo, dunque, il mondo cominciò a polarizzarsi, fino ad arrivare agli attuali macroscopici squilibri.
2) L’era dello sviluppo
Oggi sembra naturale parlare di paesi “sottosviluppati” ma il concetto di “sviluppo” nacque solo nel 1949, quando Truman, nel suo discorso di insediamento alla Casa Bianca, chiamò la metà della terra “un’area sottosviluppata”. Da allora, l’“era del colonialismo” fu sostituita dall’“era dello sviluppo”, che a sua volta dopo l’’89 ha lasciato il passo all’“era della globalizzazione”, anch’essa ormai in via di esser superata da un qualcosa ancora in gestazione. Il concetto di “sviluppo” come lo si è inteso nel secondo dopoguerra ruotava attorno a tre punti. Anzitutto si basava su una “cronopolitica”, ossia su una sola storia globale nella quale il futuro risultava più importante del presente, come se tutte le nazioni stessero correndo in un’unica direzione lungo un’unica strada. Nei 200 anni precedenti “sviluppo” era una parola intransitiva, ossia una società “si sviluppava”. Da allora divenne transitiva, per cui un paese poteva “essere sviluppato” dall’esterno, attraverso la tecnologia e le strategie sociali. Da ciò derivava la necessità di una misurazione della posizione in questa “corsa” delle varie nazioni. Dagli anni ’40 tale classifica fu costruita in base al PIL (pro capite) per cui era possibile vedere il divario tra paesi ma al prezzo di accomunare esperienze diversissime, tralasciando ideali e aspirazioni delle varie nazioni, in nome della valutazione delle capacità di produrre PIL elevati. In terzo luogo, costruito così il mondo, c’era il chiaro imperativo per cui i paesi che venivano dietro dovevano raggiungere i primi della lista.
3) Il dilemma dello sviluppo
L’epoca dello sviluppo ha portato una “promessa”, esaudita per molti paesi, in particolare negli ultimi 20 anni, durante i quali la geografia economica del mondo è cambiata e sono emersi nuovi paesi che mostrano un notevole successo in termini di sviluppo. Se si considera il solo termine del PIL la disuguaglianza tra nazioni è cresciuta comunque in questi anni, ma se si aggiunge il dato della popolazione non si può più dire che “lo sviluppo non ha funzionato”, posto che è aumentato il PIL di paesi con una popolazione molto numerosa (Cina, India). La Cina in tal senso è un “allievo brillante” dell’era dello sviluppo, poiché ha grandemente combattuto la povertà assoluta (diminuita dagli anni ’80 ad oggi dall’ordine di grandezza del 30% al 6%, misurata in termini di denaro). Ciò fa capo anzitutto ad un concetto profondo di giustizia, non in senso di distribuzione della ricchezza ma in senso di riconoscimento, di rispetto. La Cina, in altri termini, sa che non può più permettersi di restare povera se non vuol rischiare un nuovo colonialismo, desidera un riconoscimento – quindi una giustizia – e pensa di ottenerlo attraverso lo sviluppo. C’è tuttavia da considerare anche la differenza tra povertà (misurata in termini monetari come soglia di reddito, concetto assoluto) e la disuguaglianza (cioè la distanza tra il reddito dello strato superiore e di quello inferiore, dunque relativo). La povertà dunque è anche esperienza, misurazione soggettiva, ossia in termini assoluti può essere diminuita la povertà ma, aumentando la disuguaglianza, molti si sentono più poveri di quel che in realtà non siano. Il che chiama in causa anche un sistema di crescita basato sull’induzione di bisogni.
Il dilemma dello sviluppo a questo punto è: la civiltà euroatlantica ha guadagnato la supremazia, in base alla propria esperienza ha costruito uno standard e ha modellato l’immaginario del …



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