Che cos’è la sinistra?

giugno 5th, 2009 by Giuseppe Luca Moliterni | 6 Comments

Che cos'è la sinistra?

Apprezzo assolutamente gli sforzi di coloro i quali si impegnano nel cercare di definire la destra in Italia, in quanto tali sforzi provengono essenzialmente dallo schieramento opposto.
L’idea di per sé di definire destra e sinistra mi trova alquanto diffidente, ma visto l’impegno profuso da chi ha ancora quella anacronistica idea di superiorità morale, politica ed etica della “sinistra”, una risposta credo sia necessaria e doverosa, se non altro per equiparare il dibattito e porlo sul contraddittorio, evitando quindi che il tutto assuma il classico “senso unico all’italiana”, elemento sul quale tornerò in seguito.
Ho passato un po’ di tempo ad interrogare me stesso su cosa sia la sinistra in Italia, per poi concludere: “Ah, ma in Italia c’è una sinistra?” Avendo già da ora palesato la mia conclusione si richiede quindi di esporre cosa mi ha indotto ad essa.
Innanzi tutto la sinistra è statica: si è andata ad arroccare su posizioni antitetiche rispetto al pensiero della gran parte degli italiani, reputando che chi non è in sintonia con essa sia naturalmente ignorante, berlusconista, antidemocratica, antiliberale, razzista, velinista. In questo si riconosce tutta la demagogia di minoranza della sinistra italiana. A questo si aggiunge un’altra importante (dis)funzione della sinistra: quella di ergersi a pedagogo del popolo italiano.
Questo elemento richiama naturalmente l’idea presunta citata precedentemente di superiorità morale, etica e politica della minoranza in Italia. I cosiddetti leader della sinistra partono dal presupposto che solo loro abbiano il potere ed il dovere di condurre gli italiani verso “lidi” migliori, attraverso un processo “educativo” che conduce per forza di cose a screditare l’avversario politico, a non tener conto della sconfitta subita (e patita) nel campo elettorale, a fare della lotta contro una persona il tema centrale di tutte le battaglie politiche, a porre quasi necessariamente il tutto sul campo del giustizialismo senza freni. Ridicoli.
Dall’alto della loro “superiorità per forza di cose” (intendo dire che colui che si identifica nella sinistra crede che abbia una superiorità congenita) non hanno ancora capito che la maggior parte degli italiani non sono giustizialisti e vorrebbero una opposizione forte per quanto riguarda i programmi (e non per quanto riguarda gli attacchi diretti ad una sola persona, identificata erroneamente con la destra italiana).
Per farla breve, l’elettorato italiano si sposta sempre più a destra, quanto più vede la sinistra essere statica nelle sue posizioni.
A questo punto credo sia necessario esaminare i vari leader della sinistra italiana. Per puro piacere personale inizio con colui che più reputo il peggiore dei politici italiani: Antonio Di Pietro. Non parliamo qui del suo passato da magistrato, ma ecco, avrebbe fatto un grande piacere alla Repubblica Italiana se avesse continuato la sua carriera in magistratura. Un personaggio così rurale non può che far leva su un populismo talmente greve da essere ridicolo: di certo non il tipo da falce e martello (lungi da me il dargli del comunista), ma visti i suoi atteggiamenti conierei per lui una nuova immagine politica, ossia la zappa e martello, un mix tra sinistra latente (il martello) e ruralità incipiente, un uomo il cui programma elettorale si basa solamente su di un elemento: l’andare contro il Presidente del Consiglio. È questa la sinistra italiana?
Il PD: questo sconosciuto. Sfido chiunque legga questo articolo a definire il PD, sulla base della leadership e del programma. Iniziamo dalla leadership: il buon Veltroni a suo tempo si è assunto un impegno gravoso, essere il leader di un partito in cui troppe anime diverse si affacciano. Un ottimo esempio di leadership fallita. Franceschini invece sta dimostrando di essere un ottimo traghettatore, lo definirei il Caronte del PD. Come vuole la tradizione mitologica, Caronte traghettava solo coloro che avevano ricevuto gli onori funebri. Ebbene gli onori funebri il PD li ha ricevuti eccome: la grande sconfitta elettorale delle elezioni politiche, e le elezioni in Sardegna sono stati degli ottimi commiati.
Non perderò tempo a menzionare i piccoli partiti della sinistra scomparsi dalla scena parlamentare e che stanno tanto affannandosi per tornare in auge. Il Pdl ed il PD hanno fatto di tutto per estrometterli dalla scena, che difficilmente ritorneranno ad avere un ruolo significativo a livello parlamentare, potranno se mai avere un ruolo nelle amministrazioni, ma mai fondamentale.
C’è chi scrive che la destra sia solo Dio, Patria, Famiglia, valori nei quali non si può identificare. Ammettiamo per un istante che tale affermazione sia vera (ma non lo è in quanto riduttiva e, ancora una volta anacronistica), si potrebbe affermare che almeno a destra qualche valore sia rimasto; ma a sinistra? Dimenticavo, in Italia la sinistra non esiste!


Forse il problema non sono i partiti

giugno 2nd, 2009 by Rocco Polin | 2 Comments

Forse il problema non sono i partiti

Milano. Via Ripamonti (dove una volta era tutta campagna) Interno supermercato. Sezione frutta e verdura.
Una signora sulla cinquantina pesa quattro pesche. 5 euro. Si gira verso un’altra signora, pressapoco della sua età in cerca di solidarietà.
La signora le fa un sorriso rassegnato:
“Cosa vuole, signora mia, da quando c’è l’euro costa tutto di più. Hanno fatto il cambio un euro mille lire. E come al solito a rimetterci è la povera gente”
“Ah, certo. L’euro di Prodi. Ci ha portato in Europa. Sì, ma con le pezze al culo, mi perdoni l’espressione”
“Adesso vediamo il Berlusconi. Ha fatto così bene alle sue imprese, vedi mai che sia in grado di fare qualcosa anche per noi. Se solo i giudici lo lasciassero lavorare”
“Mah guardi, secondo me la verità è che sono tutti uguali. Destra e sinistra. Una volta eletti fanno solo i loro interessi. A me poi il Berlusconi proprio non mi va giù. Sa, sono interista… Ho votato Di Pietro che mi sembrava uno del popolo, poi i Pensionati. Alle ultime la Lega che di questi clandestini proprio non ne posso più”
“Non me ne parli. E badi che io non sono razzista. Ci ho una cameriera filippina bravissima e anche al mio nipotino che in classe ha fatto amicizia con un negretto non gli dico mica niente. Il problema non è il colore della pelle, è che questi non ci hanno voglia di lavorare”
“Sa cos’è? è che vedono in TV la ruota della fortuna e pensano che da noi sia il paese della cuccagna, poi arrivano qui e scoprono che è tutto diverso. E allora cominciano a rubare. Ce ne sono anche di bravi, non dico mica di no. I neri per esempio sono più simpatci, mica come questi albanesi o marocchini”
“Che poi guardi che è solo in Italia che succede così. Negli altri paesi li fanno rigare diritti. Mica come qui”
“La verità e che si stava meglio quando si stava peggio. La mia povera mamma me lo diceva sempre, quando c’era Lui si dormiva con la porta aperta”
“E i treni arrivavano in orario. Mica come oggi. Ma cosa ci vuol fare? I giovani non hanno più rispetto, si rimbecilliscono davanti ai viedogiochi e pensano che tutto gli sia dovuto”
“Parole sante, signora mia, parole sante. Oggi giorno non c’è più rispetto nemmeno per la Chiesa. Questi gay ad esempio… ma insomma se proprio devono fare, facciano a casa loro. Che bisogno c’è di scendere in piazza?”
“Ci manca solo che adesso gli facciano adottare i bambini così ci diventano tutti omosessuali. Ma insomma, il matrimonio è fatto tra un uomo e una donna. È naturale non le pare?”
“Certamente. Il problema è che gli italiani non fanno più figli. Se va avanti così diventeremo un paese islamico”
“Guardi.. sta cominciando a nevicare…”
“ah la neve, starei a guardarla per ore, mi da un tale senso di pace… certo però che ogni anno arriva più presto, come si dice non ci sono più le mezze stagioni, che sembrerà una banalità eppure è vero”
“sempre così, le cose più banali sono poi le piu vere. Lei a proposito cosa fa questo Natale? va in montagna?”
“A dire il vero il Natale lo passo con i miei, poi per capodanno porto la famiglia a Venezia. Sa dobbiamo godercela prima che scompaia”
“Fa proprio bene. Che ormai andiamo tutti all’estero e non apprezziamo il nostro bel paese. C’è gente che è stata tre volte a Londra e magari non ha mai visto Firenze. Che poi vai all’estero ed è sempre pieno di italiani. Ci facciamo sempre riconoscere. Io queste vacanze andro al mare, trovo che d’inverno abbia un fascino particolare”
“Infatti. Io devo dirle che avrei preferito andare sul Mar Rosso come l’hanno scorso. Però sa la crisi…. Venezia l’ho sempre trovata un po triste. Come dire.. è bella ma non so se ci vivrei”
“Quanto ha ragione. E poi Venezia è calda d’estate e fredda d’inverno”
“Il problema non è tanto il caldo. È l’umido”
……
“Allora queste pesche? che fa le prende?”
“ma no guardi le lascio, costano un’occhio della testa e poi vedrà che non sanno di niente. La frutta al supermercato non la si può più comprare”
“Lo diceva giusto ieri Emilio Fede, la colpa è degli euroburocrati che ci obbligano a importare la frutta congelata dall’estero, cosi poi dobbiamo far marcire la roba delle nostre campagne”
“quest’anno però la TV dice che il raccolto sarà scarso a causa dell’ondata di caldo eccezionale e poi insomma, con questa febbre suina, vatti a fidare. Io compro del pesce. Ma lo sa che a Milano abbiamo il pesce più fresco d’Italia?”
“Si, si, più fresco che a Genova. Ne parlo sempre con il cassiere della mia banca che è ligure”
“Ah, le banche, buone quelle. Sono degli strozzini legalizzati. Io ormai i soldi li tengo sotto il materasso”
“Fa proprio bene. Mio martio dice sempre che bisogna investire sul mattone, è l’unico investimento sicuro”
“a proposito, ha visto la Fiat? pare che compriamo le aziende americane”
“sì, sì. Anche se devo dirle che io mi fido solo delle macchine tedesche. I tedeschi sono gente precisa”
“Sì ma deve ammettere che anche quando dicono grazie sembra che ti stiano dando un’ordine. E poi la Fiat quando si rompe te la ripara anche l’elettricista”
“Io lo dico sempre a mio nipote che dovrebbe fare il meccanico. Quelli sono i lavori con cui si guadagna. Come l’idraulico. Che quando ne hai bisogno è sempre impegnato e quando finalmente arriva si fa pagare un patrimonio per un lavoro di dieci minuti con la scusa dei pezzi di ricambio”
“La penso anche io come lei. Cosa servirà poi studiare il latino che non lo parla piu nessuno?”
“Be senta adesso devo andare. Vedrà quanto tempo ci si mettera per tornare a casa. Bastano due fiocchi di neve per mandare in tilt la citta. E già trovare parcheggio è impossibile in condizioni normali”
“La verità è che bisognerebbe non usare la macchina. Ma come si fa? con questi trasporti pubblici… Io la mattina prendo il 54 per andare a trovare i miei nipoti. Non arriva mai”
“E poi quando arriva ce ne sono tre in fila..”
“Esatto”
“Be signora, …


Alla Ricerca delle Anime Politiche Perdute

giugno 2nd, 2009 by Marco dall'Olio | 2 Comments

Alla Ricerca delle Anime Politiche Perdute

Sempre più spesso si sente dire quanto la divisione tra destra e sinistra sia sorpassata, una reliquia storica, una coppia di antiche ed inutili etichette. Dopo la caduta del comunismo, a livello economico le differenze sono divenute marginali, fatte di tecnicismi incomprensibili al grande pubblico. A livello di valori invece… I politici hanno forse dei valori?
L’offuscarsi della distinzione, assieme al proverbiale crollo delle capacità d’attenzione dei nostri coetanei, contribuisce a rendere la vita dura a questa disinteressata generazione, quando si tratta di darsi un etichetta politica, ed ancora peggio quando si tratta di mettere una croce su un pezzo di carta. Inoltre, dividere lo spettro politico in due è riduttivo. Riassumere la nuvola di idee ed opinioni che abita tra le nostre orecchie con una di due etichette è quantomeno semplicistico. Si può essere, e spesso si è, allo stesso tempo per la regolametazione delle imprese e contro l’aborto, o per la riduzione delle tasse ed a favore dei pacs.
Considerato tutto, verrebbe voglia di gettare destra e sinistra dalla finestra con l’acqua sporca, e pensare a nuove e più efficaci etichette per portare avanti il discorso politico. Ma buttare il bimbo con l’acqua sporca non è mai una decisione saggia, e cercandoli, due significati profondi, due “anime” dietro alle etichette si possono trovare.
Ovviamente, se si volesse restringere il discorso al nostro paese, si dovrebbe prendere esclusivamente in analisi l’evoluzione storica della nostra politica, nella decennale danza surreale di partiti e correnti. Ma se vogliamo andare alla ricerca di qualcosa di più profondo, di più vicino alle metaforiche “anime” della destra e della sinistra, è necessario uscire dal giardinetto nazionale. Fortunatamente per noi, c’è chi lo ha già fatto, per lo meno per quanta riguarda il vecchio continente. Infaticabili ricercatori di Scienze Politiche hanno prodotto, fresco fresco per le prossime elezioni, l’EU Profiler, una mappatura completa delle posizioni, economiche, sociali e culturali di tutti i partiti politici europei. Lo strumento garantisce una mezz’ora di intrattenimento politico allo stato puro. Dopo una batteria di 60 domande, potete scoprire quale partito nel continente rispecchia meglio la vostra anima politica, e comparare i vari partiti (Il partito ideale di chi vi scrive risulta essere il Stranka mladih Slovenije, il Partito della Gioventù Sloveno. Viva la marginalità). Una volta quantificate le posizioni, le anime della destra e sinistra europea sono facilmente derivabili, basta fare la media.
Ma questo freddo tecnicismo ci aiuta poco nel processo di autodefinizione politica. Noi siamo individui, con una personalità, dei sentimenti e dei valori morali, non delle medie matematiche. Per trovare una dimensione più “umana” nelle posizioni politiche, bisogna spostarsi dalle Scienze Politiche alla Psicologia.
Un manipolo di ricercatori, tra l’Università della Virginia e della California, qualche anno fa ha lanciato un questionario online per individuare correlazioni tra tratti della personalità, orientamento morale e posizioni politiche. Piú di ventimila persone da tutto il mondo hanno preso parte allo studio, ed i risultati mostrano un profondo gap morale tra chi si definisce di sinistra e di destra. I primi mostrano una forte sensibilità per problemi morali che riguardano questioni di equità e reciprocità, ed una maggiore tendenza all’empatia, mentre i secondi danno piú importanza alla lealtà, al rispetto dell’autorità ed alla “purezza” morale, alla rettitudine di comportamento rispetto alle norme e consetudini del proprio gruppo sociale.
Autorità contro empatia, questa sembra essere la distinzione morale fondamentale tra destra e sinistra. Distinzione che emerge anche dalle teorie di George Lakoff, autore dell’acclamato libro “Don’t Think of an Elephant”. Ovviamente questi risultati mostrano solo correlazioni, e come si dice qui “correlation doesn’t imply causation”. E la storia ce lo ha mostrato chiaramente, se pensiamo al profondo autoritarismo dei movimenti comunisti in giro per il mondo. E sono sicurissimo che tra le fila della nostra sinistra si nascondano centinaia di “autoritari”, come del resto sono sicuro si possano trovare “empatici” nella destra. Ma se vogliamo trovare un nocciolo morale dietro alla distinzione tra destra e sinistra, dobbiamo accontentarci della vaghezza intrinseca in questo tipo di correlazioni.
Ma la variazione morale non è l’unica distinzione psicologica tra destra e sinistra. Ne esiste un’altra, ben più divertente. Se aveste una sola domanda a disposizione per indovinare la posizione politica di uno sconosciuto, cosa chiedereste? (ovviamente la domanda “cosa voti?” in questo gioco è vietata). Stando alle statistiche, la vostra scelta migliore sarebbe “quanto sopporti la vista del sangue?”, oppure “mangeresti questa fetta di torta se la toccassi con un dito?” o “cammineresti a piedi scalzi per strada?”. A quanto pare, il correlato più robusto tra tratti psicologici e posizioni politiche è il disgusto. Più facili siete al disgusto, piú probabilità ci sono che siate di destra. Se avete stomaco invece, è più probabile che siate di sinistra. Sembra assurdo, ma forse la vera anima della sinistra è nello stomaco.


Elezioni Europee e campagna elettorale: i grandi dibattiti

giugno 1st, 2009 by Giuseppe Luca Moliterni | 10 Comments

Elezioni Europee e campagna elettorale: i grandi dibattiti

Manca poco meno di una settimana alle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo e la campagna elettorale risulta essere alquanto statica e di poco interesse. Gli elettori, da sempre, sono poco informati in merito alle tematiche europee ed anche sui programmi elettorali dei candidati, ma mai come quest’anno la campagne elettorale ha assunto toni e connotati degni da un B movie anni ‘70 (quelli con Lino Banfi ed Edwige Fenech per intenderci).
Le classi politiche ed i mezzi di informazione, anche i più autorevoli, hanno incentrato il dibattito su tematiche che hanno un morboso voyeurismo: la vicenda Noemi, la festa presso la villa di Silvio Berlusconi in Sardegna, il divorzio del Presidente del Consiglio. Si è partiti ancora una volta dai presupposti sbagliati. In un paese nel quale l’elettorato risulta essere immune e non influenzabile dalle vicende personali dei principali protagonisti della scena politica, si va a cercare di guadagnare punti facendo leva sulla vita privata di chi ha una posizione di autorità all’interno del Paese. Non viviamo negli Stati Uniti, nazione in cui la vita privata risulta essere rilevante ai fini elettorali e propagandistici, e di certo pur essendo un Paese cattolico, certe vicende incuriosiscono una certa parte dell’elettorato, ma non ne influenzano il voto.
Allora perché continuare a concentrare il dibattito su certe tematiche?
La risposta più immediata ha a che fare con la forza dell’opposizione (e qui mi riferisco al PD): troppo frammentata, senza la presenza di leader che sappiano prendere le redini del partito, senza un programma comune, senza un obiettivo da raggiungere. L’attaccare il Pdl e Silvio Berlusconi risulta essere la strategia migliore nel breve termine, perché più semplice e soprattutto perché non richiede sforzi a livello di contenuti: infatti non si propone nulla di alternativo, al massimo si cerca di strappare alla maggioranza una irrisoria percentuale di elettorato, ma la fluttuazione dell’elettorato è un elemento ricorrente e poco influente nell’analisi di vincitori e vinti.
È naturale chiedersi: dove sono i contenuti? Al momento la maggioranza non ha bisogno di contenuti per vincere le elezioni, a causa della debolezza dell’opposizione. Basta far notare all’elettorato come la sinistra non abbia argomentazioni valide in nessun campo per vincere le elezioni di qualsiasi tipo. L’opposizione, al contrario, non sa nemmeno più il significato della parola contenuti e, se vogliamo, programma. Come ha detto Marco Pannella, saremmo tutti bravi a fare i democratici alla Franceschini.


Dall’eurocomunismo alla socialdemocrazia, il percorso ideale auspicato dal PD…

maggio 31st, 2009 by Michelangela Di Giacomo | 9 Comments

Dall’eurocomunismo alla socialdemocrazia, il percorso ideale auspicato dal PD…

Ad aprile si è tenuto presso il Centro di cultura europea di Villa Vigoni un seminario internazionale dal titolo “Dall’eurocomunismo alla socialdemocrazia”, frutto della collaborazione tra la Friedrich Ebert Stiftung e la Fondazione Istituto Gramsci, ossia le fondazioni facenti riferimento alla SPD tedesca e al nostro PD.
L’intento della tavola rotonda era la comprensione del processo di avvicinamento dell’ex comunismo italiano e della socialdemocrazia tedesca, attraverso un dialogo in cui si fondesse la definizione del ruolo storico e di quello odierno della sinistra europea e in cui si leggesse la storia recente per suggerire gli indirizzi futuri della politica.
Mi sembra dunque che riportare alcune delle osservazioni lì proposte possa essere un tema interessante per capire la cultura politica e l’idea sottesa al progetto del Partito Democratico anche in vista delle imminenti elezioni europee. Il che non significa soffermarsi sui temi della campagna elettorale, ma andare anzi oltre le contingenze alla ricerca di quell’orizzonte del fare politica come ideologia e come fonte di identificazione culturale e di ambizione al miglioramento dell’essere umano in quanto animale sociale – tutte qualità della politica perdutesi purtroppo con la trasformazione dei partiti in meri gestori del consenso elettorale, cinici pigliatutto che non forniscono più al militante un’identità e un traguardo basato su un condiviso universo valoriale, ma si limitano alla gestione e alla riproduzione neanche del quotidiano, che già qualcosa sarebbe, ma della struttura del potere esistente.
C’è da dire che ogni partito, e i partiti comunisti erano in ciò mirabili esperti, tende alla creazione di un discorso narrativo e memoriale unitario, inserendo in un unico tragitto un passato e un presente che non necessariamente coincidono in una reale linea evolutiva. Così anche a Villa Vigoni, la tendenziale omogeneità dei partecipanti nella valutazione della convergenza dell’ultimo PCI e di alcuni partiti da esso derivati dopo l’89 con la tradizione socialdemocratica ereditata dalla SPD ha condotto forse alla narrazione di un tutto “organico” nel quale ogni accadimento sembra trovare una collocazione razionale e in cui le ragioni dell’oggi trovano legittimità nelle scelte di ieri.
La questione nodale dell’esperienza del PD è la formulazione di un serio ed organico progetto di partito socialdemocratico, e dare a tale progetto un backgroundstorico, anche nel superamento delle differenze intrinseche alle differenti anime confluite nel partito, sembra essere dunque un compito primario e ineludibile per poter anche solo immaginare un futuro per il partito stesso, tale da garantirgli una credibilità agli occhi degli elettori che esuli dall’urgenza e dalla sua percezione.
In tal senso, il rapporto desiderato e ricercato con le esperienze delle socialdemocrazie europee sembra essere cruciale, e non può non declinarsi in tre principali direzioni, soprattutto per soddisfare la sensibilità dell’ala ex-PCI interna al partito stesso: la valutazione della politica e del lascito di Berlinguer come input alla (social)democratizzazione del PCI, il ruolo di Brandt nell’apertura delle socialdemocrazie all’attenzione per il comunismo e per la sua riformabilità, il peso dei contatti con la socialdemocrazia per la definitiva scelta democratica ed europeista in direzione della quale il PCI – nella scia di Togliatti – s’era da tempo avviato. Questi sono dunque i temi nodali del progetto politico del PD, che, riuscendo o non riuscendo, vorrebbe comunque assimilarsi- accodarsi alle esperienze delle socialdemocrazie europee.
La valutazione (bifronte svalutazione e rivalutazione) di Berlinguer è dunque protagonista di tali riflessioni, in quanto il giudizio ampiamente condiviso sulle capacità carismatiche del segretario del PCI non esclude differenze di valutazione nell’analizzarne l’operato.
Silvio Pons, direttore della Fondazione Istituto Gramsci, ha proposto un’interpretazione dell’operato di Berlinguer imperniata su due punti, in linea con il suo ultimo, discutibilissimo per quanto accurato volume (Torino, 2006). In primo luogo, a suo parere l’eurocomunismo fu un’invenzione dei comunisti italiani, duplice tentativo di legittimare il proprio partito e di riformare il comunismo, non solo occidentale. Tale movimento ebbe un vasto impatto nell’opinione internazionale, positivo – quando letto come spinta reale alla modernizzazione – e negativo – in quanto causa di mutamento degli equilibri della Guerra Fredda – ma non si trasformò mai in un’alleanza politica. In secondo luogo, esso non fu un’“autostrada” verso il socialismo, ma costituì una transizione contraddittoria che, presupponendo un’autoriforma del comunismo, non ne metteva in dubbio – ed anzi ne accentuava – il quadro identitario. L’insistere su una lettura della situazione internazionale pure affine all’Ostpolitik non fu sufficiente a superare i vincoli con Mosca e la “fede” nella lealtà sovietica alla causa della distensione. Il rapporto con la socialdemocrazia avrebbe dovuto fare da sponda all’impostazione europeista, ma esso non ne costituì il principale obiettivo e si sviluppò perciò con molta lentezza, limitandosi a “simpatia” e “benevolenza”. Sebbene Segre rilevasse la necessità di una Westpolitik del PCI, il ruolo che il partito rivendicò, e su cui concordava con la SPD, fu rivolto ad una propria Ostpolitik, i cui principali interlocutori erano i comunisti europei, Tito e Kádár. Per tutti gli anni ’70 l’interesse della SPD verso l’eurocomunismo fu ispirato dal ruolo che il PCI poteva svolgere di ponte verso l’Est e da un interesse particolare di Brandt verso gli esperimenti di auto-riforma del comunismo. Negli anni ’80 i rapporti sembrarono stringersi, ma comunque in chiave culturale piuttosto che politica, attorno ad una comune visione della distensione quale sistema internazionale in crisi. Alla morte del segretario, in conclusione, la costruzione di un rapporto politico e di un’integrazione del PCI nella sinistra europea era ancora da costruire, mentre il sistema di riferimento tradizionale nel cui alveo era rimasto l’eurocomunismo si andava sgretolando, per l’ostilità di Mosca e Washington nei confronti di qualsiasi elemento di disturbo dell’assetto bipolare e per la mancanza di visione comune tra i principali partner eurocomunisti su alcuni gangli tematici quali la CEE, l’URSS e le socialdemocrazie.
Nel corso della discussione, Giuseppe Vacca, pur condividendo l’impianto dell’analisi di Pons, ha proposto un correttivo rilevante su quale si debba considerare l’effettiva debolezza della politica di Berlinguer. Essa può identificarsi con il fattore identitario non preso in sé, ma solo declinato nel senso di continuità con una lettura della crisi economica, tradizionale e catastrofista, inadeguata a comprendere gli eventi e a superare i termini meramente nazionali …


Che cos’è la destra?

maggio 31st, 2009 by Rocco Polin | 5 Comments

Che cos'è la destra?

Nella dieta mediterranea c’è tutto. Pasta, riso, carne, pesce, frutta, verdura, caffè, sigaretta, ammazzacaffè e per i più fortunati anche una ciulatina dopo cena. Ma agli altri, agli anglosassoni, cosa gli rimane da mangiare? Le bacche?
Questa stupida battuta, credo trovata da qualche parte sulle formiche nel loro piccolo si incazzano, mi tornava spesso in mente durante i gloriosi giorni della fondazione del Partito Democratico. Avremmo unito, si diceva, le migliori tradizioni riformiste d’Italia, quella cattolica, quella socialista e quella liberale, senza dimenticare naturalmente l’apporto di ambientalisti, repubblicani e federalisti. Ma agli altri, a quelli di destra, cosa gli rimaneva? Il nazi-fascismo? Una questione poi riassunta in modo magistrale dal Veltroni di Crozza quando sosteneva che la sinistra non poteva lasciare il berlusconismo a Berlusconi.
In previsione delle prossime elezioni europee il nostro editore ci ha invitato ad occuparci dei valori che distinguono oggi in Italia la destra dalla sinistra.   La prima tentazione è naturalmente quella di ricorrere a Gaber, il culatello è di destra e la mortadella è di sinistra. La seconda è quella di rispondere che fin che in Italia il centro destra sarà guidato da Silvio Berlusconi la questione rimarrà perfettamente irrilevante.  Il mio voto a sinistra nascerà da considerazioni etiche (ed estetiche) prima ancora che politiche. Io non voto una parte politica di corrotti, mafiosi, razzisti e spogliarelliste. Per tornare a Gaber “qualcuno era di sinistra perché abbiamo avuto il peggior centro-destra d’Europa”.
Per resistere a questa duplice tentazione ho deciso di provare in questo articolo a delineare i valori che io, ragazzo di sinistra, credo che la destra nel mio paese dovrebbe e potrebbe incarnare.
Pur senza avere una particolare cultura in storia del pensiero politico direi che la destra è composta da due tradizioni differenti: quella conservatrice e quella liberista. Uso il termine liberista e non liberale in modo consapevolmente ignorante. Non voglio entrare nel dibattito su cosa differenzi i due termini e se essi siano in effetti distinguibili (vedi ad esempio Croce-Einaudi) ma semplicemente indicare un’ideologia individualista e fondata su un certo darwinismo sociale ed economico che  fu a suo tempo incarnata dalla Thatcher. Sono costretto ad usare il termine liberista perché “il liberalismo ora e buono anche per la sinistra” (di nuovo Gaber).
Mi sembra evidente che per la destra italiana la tradizione conservatrice è decisamente preponderante. Nell’attuale coalizione di centro destra sopravvive una sparuta pattuglia di ex liberali (alla Antonio Martino) o ex radicali (Della Vedova, non Capezzone..) ma essi hanno difficilmente un impatto visibile sul discorso ideologico o sull’agenda di governo del PDL. Il discorso ideologico della destra italiana negli ultimi anni è stato quindi essenzialmente conservatore. Un conservatorismo fortemente influenzato dall’agenda neo-con, impegnato nella difesa delle radici giudaico-cristiane dell’occidente contro il relativismo scientista e la minaccia islamica.
Curiosamente “noi di sinistra” siamo pronti a riconoscere il pensiero liberista come un avversario ideologico legittimo mentre facciamo più fatica a riconoscere ad attribuire legittimità intellettuale al pensiero conservatore, in particolare nella sua nuova formulazione neo-con. Scientismo laicista? Minaccia islamica? Non è un pensiero politico, sono termini propagandistici di uno pseudo-pensiero basato sul fondamentalismo religioso e sull’ennesima importazione supina dei peggiori prodotti d’oltre oceano. È il populismo di Sarah Palin, il fondamentalismo ignorante di George Bush. Il fatto che i valori della famiglia vengano difesi da Mara Carfagna e dal suo “papi”, quelli della religione da atei devoti come Pera e Ferrara e quelli della cultura occidentale da Borghezio e Calderoli in effetti in parte giustifica questo nostro atteggiamento.
Però già Gaber parlava della “voglia un po’ anormale di inventarsi una morale” in un mondo in cui “si può trasgredire qualsiasi mito e invaghirsi di un travestito”. Un pensiero che nasce dalla critica al ’68, già cantata da Gaber in “quando è moda è moda” e che ha tra i suoi padri nobili anche Pasolini. Un discorso che allora ha una sua legittimità e che, pur trovando nella Chiesa di Ratzinger la sua naturale guida spirituale, può essere compreso anche in senso perfettamente laico. La sinistra, sentendosi erede dei valori universali della Rivoluzione Francese, ha assistito impotente e inconsapevole alla trasformazione della libertà in libertà di consumo e del progresso civile e morale in sviluppo economico e scientifico. Di nuovo Gaber “in questa libertà illimitata di espressione e di parola / l’unica rivoluzione che abbiamo fatto è la rivoluzione della Coca Cola”. La Chiesa di Ratzinger suscita allora grande ammirazione perché, crollato il comunismo, sembra rappresentare l’unica alternativa all’ideologia del consumo, l’unica diga che resiste da 2000 anni al progressivo sgretolarsi dei tabù morali.
Dio, Patria e Famiglia, questi gli eterni valori della destra. Continuerò a combatterli. In nome della libertà della scienza votando sì al referendum sulla fecondazione assistita, dei diritti universali dell’uomo respingendo la retorica razzista dell’ultimo decreto sicurezza e in nome dei diritti civili mobilitandomi in favore dei diritti delle coppie omosessuali. Non nascondo però che mi piacerebbe che a difendere quelle bandiere ci fosse qualcuno di meglio di quel circo di nani, ballerine e pregiudicati che rappresenta oggi la destra in Italia.


Cabina-elettorale

maggio 31st, 2009 by Michelangela Di Giacomo | No Comments

Cabina-elettorale

In vista delle elezioni per i rappresentanti italiani al Parlamento Europeo del 6 e 7 Giugno 2009 l’Associazione di Promozione Sociale “Politica è Partecipazione”, il Dipartimento di Studi Politici dell’Università Sapienza di Roma e l’Institut für neue Kulturtechnologien di Vienna hanno elaborato un rapido ma accurato test on-line delle preferenze politiche.
Molti elettori, infatti, hanno già un’opinione consolidata sui vari argomenti politici, ma spesso non sanno quali posizioni assumono in merito i vari partiti, e in quale misura gli intenti delle forze politiche in campo coincidono con le proprie aspirazioni personali.
Cabina-elettorale.it presenta quindi una serie di quesiti sulle tematiche europee più rilevanti, confrontando le risposte fornite dagli utenti con le posizioni ufficiali dei vari partiti in lizza. In questo modo, ciascun utente può vedere con maggiore chiarezza a quale forza politica si avvicinano di più le proprie opinioni.
L’utente alla fine del test si vede dunque fornito un “suggerimento di voto” o, per meglio dire, una serie di percentuali di similitudine con i principali partiti in lizza, con al primo posto ovviamente il partito a lui programmaticamente più vicino. Lo scopo primario di tale è quello di promuovere la partecipazione politica attiva e consapevole a livello europeo, tentando di contrastare, con un metodo divertente ed un linguaggio di facile comprensione e in meno di 10 minuti, le deviazioni personalistiche e legate al culto dell’immagine che sembrano attanagliare la nostra politica, tornando invece a focalizzare l’attenzione sui contenuti della competizione elettorale.
vuole contribuire al dibattito sull’importanza delle elezioni in una società democratica.
Progetto apprezzabile e interessante, a me ha dato anche un suggerimento chissà utile per chiarirmi le idee in un momento di personale crisi di certezze, ed è anche una fonte per lo meno seria nel mare magnum di informazioni devianti di cui tutti siamo inevitabilmente oggetto…tuttavia non è un po’ triste che l’attenzione al quid politicum sia ormai così blanda da aver bisogno di un “tutore” per la formazione di preferenze?


Povera Sinistra

maggio 31st, 2009 by Giacomo Valtolina | 3 Comments

Povera Sinistra

A ventun’anni dalla fine del Pci, l’idea che i «comunisti» continuino a ostacolare l’azione di governo è quantomeno ridicola. Al contrario, quelle che Silvio Berlusconi continua a chiamare «le menzogne della sinistra» sembrano avergli addirittura consegnato anni di crescente e incontrastato dominio. Dilaga infatti l’idea (confermata dai consensi) che in molti abbiano fatto il suo gioco. La battuta che Bertinotti fosse «a libro paga» dell’attuale presidente del consiglio provoca, conseguentemente, sempre meno sorrisi.
Ma partiamo dai dati che tutti conoscono: nel 1988, alla vigilia della caduta del muro di Berlino, il partito comunista europeo più fertile, più dinamico e con più consensi di tutti gli omologhi occidentali, anticipando – secondo alcuni – il corso della storia, opera una scissione. Da una costola del rinnovato Partito della sinistra, nel 1991 nasce Rifondazione comunista. Risultato: dal 5,6 % delle politiche ‘92 fino al 9 scarso delle elezioni ‘96 (dopo il primo flop berlusconiano), si è giunti oggi a un disastroso cumulativo 3,2 %, somma dei voti di tutti gli esponenti della sinistra radicale inclusi i verdi, un partito cosiddetto “radical chic” (che ha visto transitare esponenti di diverse culture politiche tra loro inconciliabili), anomalia tutta italiana nel panorama ambientalista europeo.
L’esperienza fallimentare della Sinistra arcobaleno (Rifondazione, Verdi, Sinistra democratica e Comunisti italiani) nel 2008 è quindi probabilmente la più grande débacle elettorale che la storia della sinistra ricordi. Un bacino di elettori che fino a 18 mesi prima avrebbe facilmente oltrepassato la soglia del 10%, ricreando nuovamente un polo alternativo all’opposizione centrista di respiro popolare, è miseramente crollato, sottolineando in maniera inequivocabile come il «verde» con il «rosso» abbia poco da spartire, e come l’unico verde che i neocomunisti debbano prendere in considerazione sia quello di tinta padana della Lega, che tanti voti operai ha risucchiato, come un vortice di Naruto, anche nei «feudi» della Toscana, della Liguria e dell’Emilia Romagna.
Ma al di là delle evidenti incompatibilità cromatiche, le imminenti europee hanno nuovamente ridisegnato lo scenario a sinistra, rendendo ancor meno decifrabile un’offerta politica già fragile. Sia laddove è rimasta la falce martello (la Lista comunista e anticapitalista, composta dal Prc di Paolo Ferrero e dal Pdci di Oliviero Diliberto, e il Partito comunista dei lavoratori di Marco Ferrando) sia laddove è sparita (Sinistra e libertà di Nichi Vendola). Ed è proprio questo l’elemento più critico per chi cerca di ricostruire una sinistra senza più culture di riferimento, sempre più annientata nei propri contenuti e drammaticamente priva di personalità intellettualmente e politicamente autorevoli. Questo era infatti il. vero punto di forza del partito comunista italiano e della sua dirigenza. Basti pensare al nome di Gramsci che Oltralpe suscita ancora oggi rispetto e dibattiti all’avanguardia, mentre in Italia è diventato poco più che un totem contraffatto, che il turista inesperto piazza nel proprio salotto come decorazione, al ritorno dalle vacanze nelle riserve indiane degli States, e di cui poco si studia e poco si sa. Nessuna tanto millantata egemonia culturale, quindi. Tantomeno nei libri di scuola.
Nonostante i volumi di Bernstein, Kautsky, Proudhon e Bakunin in bella mostra nelle romane librerie degli (ex) parlamentari gauchistes (già di per sé sintomo di una confusione latente), poco resta di una cultura politica imponente, dimenticata nel deserto ideologico moderno, lasciando soltanto falle e contraddizioni sui temi cardine: industrializzazione, lavoro, internazionalizzazione e laicità. Le egide moderne si nascondono invece dietro ad inganni meramente demagogici, celati sotto un velo che confonde i tessuti idealisti (nel senso filosofico) originari in vuoti concetti d’occasione, facilmente reperibili, poco efficaci e assai controproducenti. Pacifismo, ecologismo, un post femminismo d’ignote radici e un conservativismo senza eguali, che stanno lentamente affondando un vascello fantasma di cui pochi ricorderanno la scomparsa.
A poco serve accusare la deriva maggioritaria dell’attuale Pd. O ricordare l’utopia bertinottiana di un nuovo ordine, di una nuova rivoluzione (affogata nel sangue dopo le rivolte di Seattle, Stoccolma e Genova) da compiere grazie alla forza spontanea insita nei movimenti. O ancora, denunciare le politiche americane d’ingerenza durante la guerra fredda avallate dalla Democrazia cristiana. Come nel gioco del pallone, infatti, prima di aspettare che la piccola squadra di turno riesca a fermare in casa la capolista, prima bisogna fare i 3 punti, vincendo le proprie partite.
Uno degli ultimi numeri di Internazionale, dal titolo «C’era una volta la sinistra» e firmato Perry Anderson, decripta lucidamente la defaite culturale del partito dei lavoratori in Italia, così forte e coinvolgente fino alla morte di Enrico Berlinguer (che negli anni Settanta raggiunse il 34 % dei voti), così povero di riferimenti culturali oggi in uno scenario politico trasformato da Tangentopoli e da ciò che ne è seguito fino al tentativo berlusconiano odierno di trasformare la professione del politico in una passerella, dove modelle, starlette, giovani rampolli e controfigure siedono in un Parlamento definito «inutile», con un esecutivo avvallato soltanto dai talk show televisivi, conclamata nuova aula del dibattito politico.
E in questo «avveniristico» modo di fare politica, la sinistra italica si rivela terribilmente arretrata: non poiché non sappia anch’essa proporre eguali personaggi «attrattivi», quanto perché la semplificazione del linguaggio e delle idee in corso, provoca l’emergere di figure incompetenti, ma incapaci di sopperire alla loro mancanza di preparazione. Che tuttavia richiamano continuamente. Sarebbe come se Mara Carfagna avesse incentrato la propria campagna elettorale su Hegel e sulla Gestalt: il disastro sarebbe stato totale.
Anche la leadership italiana della Sinistra europea, fortemente voluta da Bertinotti, oggi vacilla, anche per lo spasmodico bisogno del Pd di precorrere i tempi, smarcandosi dal Pse, il riferimento socialista presieduto dal «kapò» Martin Schulz. Ma anche all’estero, le cose non vanno meglio. In Francia, il Nouveau parti anticapitaliste, ormai più forte del Pcf, si deve affidare alla figura del postino Olivier Besancenot, giovane con interessanti capacità mediatiche ma sensibilmente lontano da uno spirito governativo.
Non può che tornare alla mente, quindi, lo sketch di Corrado Guzzanti, in versione Fausto Bertinotti, in cui grida compiaciuto che «la sinistra è gioco, opposizione, divertimento» e in cui le finanziarie proposte da Romano Prodi vengono rispedite al mittente come «inaccettabili» solo perché il ristorante in cui sono state proposte non è all’altezza.
Povera sinistra, …



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