Il Teatro Litseisky di Omsk a Milano

aprile 17th, 2010 by Giacomo Marconi | No Comments

Il Teatro Litseisky di Omsk a Milano

L’Associazione Studio Novecento ha ospitato il 14 e 15 aprile 2010 a Milano, per la prima volta in Italia, lo spettacolo La ballata delle Alpi, di Vassil Bykov, rappresentato dalla compagnia del Teatro Litseisky di Omsk (Siberia), secondo la regia di Serguei Timofeev.
Lo spettacolo è stato inserito all’interno della sesta edizione della Prima rassegna italiana del JTE (Jeune Théâtre Européen) che, a dispetto della crisi, sta proponendo una stagione teatrale ricca di prime nazionali ed ha invitato compagnie polacche, russe, israeliane e tedesche.
Del resto l’obiettivo proprio del JTE è quello di creare un movimento artistico e culturale plurale, basato su una rete di scambi e incontri di giovani attraverso il teatro.
L’intento espressamente dichiarato non è infatti soltanto quello di far sì che ciascuna associazione membro ospiti nel proprio spazio spettacoli delle altre compagnie, ma anche, e soprattutto, di creare un laboratorio internazionale di teatro in cui avvenga un vero e proprio “scambio di esperienze”, favorito da coproduzioni, rotazione di attori e stage condotti dai vari registi e pedagoghi della rete del JTE, come ha precisato Marco Maria Pernich, Presidente dell’Associazione Studio Novecento e membro fondatore del JTE.
Anche durante la rappresentazione de La ballata delle Alpi si respira questa stessa aria di multiculturalità, di necessità di cambiamento, di ricerca di nuovi stimoli e spunti di riflessione, di desiderio di conoscere e lasciarsi arricchire dalle diversità.
Lo spettacolo ha infatti un’ambientazione precisa e significativa: le Alpi Giulie durante la Seconda Guerra Mondiale. Giulia, una giovane partigiana italiana, e Ivan, un soldato russo, evadono da un campo di concentramento nazista e fuggono per le Alpi. Durante questo viaggio spaventoso, caratterizzato dall’angoscia di essere catturati e dalle difficoltà dovute alla fame, al freddo ed alla conformazione naturale dell’ambiente in cui si trovano, i due ragazzi torneranno ad essere e sentirsi umani, supereranno i problemi di comunicazione e le diversità culturali, riscopriranno loro stessi, si racconteranno e si ameranno con l’ingenuità e la spontaneità proprie di due giovani della loro età.
La scenografia semplice, ma efficace, esalta la preparazione fisica degli attori che si posano e indugiano, si arrampicano, si lanciano e scalano piani inclinati via via sistemati con meticolosa attenzione.
Indubbie le capacità tecniche ed espressive dei due protagonisti che trasmettono emozioni forti con grande naturalezza e coinvolgono il pubblico rendendolo intensamente partecipe nonostante le difficoltà dovute alla lingua (lo spettacolo è in russo).
Non si può quindi che consigliare la visione de La ballate delle Alpi, apprezzare iniziative come la Prima rassegna italiana del JTE e incoraggiare altre realtà italiane ad ospitare spettacoli di simile qualità che permettano e incentivino un diverso approccio del pubblico al teatro e favoriscano sempre più commistioni di stili e linguaggi nel mondo che gravita intorno al palcoscenico.
Prossima rappresentazione de La ballate delle Alpi:
17 e 18 aprile 2010 Teatro Abarico – Roma


Il respiro dell’attore secondo Gianluigi Tosto

novembre 10th, 2009 by Giacomo Marconi | No Comments

Il respiro dell’attore secondo Gianluigi Tosto

Perché per l’attore non si può parlare della respirazione soltanto come una funzione biologica?
Per l’attore non si può mai prendere in esame solamente l’aspetto biologico, fisico, ma è essenziale considerare in generale la complessità che deriva dal suo essere, prima di tutto, un uomo. In fase di training e di studio quindi bisogna tenere sempre conto di questa complessità, a livello fisico-energetico, ma anche emotivo, mentale e psichico. Questi livelli sono assolutamente interconnessi tra di loro e si influenzano vicendevolmente anche nella respirazione. Non a caso, quando vogliamo che una persona si rilassi, sia che si tratti di uno stress fisico che di uno stress emotivo, si invita a fare un bel respiro profondo: fa infatti parte dell’esperienza comune la consapevolezza che ad una certa condizione respiratoria ne corrisponda una emotiva e mentale.
Come si lega la respirazione all’attività di ascolto necessaria per l’attore?
La prima cosa, tra tutte le altre, che l’attività di ascolto influenza è la modalità respiratoria di un essere umano.
Alfred Tomatis sostiene, semplificando, che l’uomo sia un orecchio e che la sua funzione nell’universo sia fondamentalmente quella di ascoltare. Proprio da questo ascolto deriverebbe l’autocoscienza dell’uomo ed il suo percorso verso le dimensioni più spirituali della vita.
Dando quindi per assunto che l’attività principale dell’uomo sia ascoltare la vita, alla quale egli stesso appartiene, tutte le altre attività si dovranno porre al suo servizio. Di conseguenza, affinché la mente possa ascoltare in un certo modo, il cervello dovrà chiedere al corpo di predisporsi fisicamente perché quell’ascolto possa avvenire.
Nel momento in cui la mente percepisce una determinata dimensione, e decide di prestarle ascolto, avviene un primo incontro assolutamente intuitivo, una sorta di attrazione, fra la mente dell’ascoltatore e l’esperienza con la quale entra in contatto. Il cervello quindi chiede al corpo di indirizzarsi verso quell’esperienza ed il corpo, anche dal punto di vista muscolare, oltre che energetico e respiratorio, entra in risonanza con le tensioni presenti nell’esperienza ascoltata.
( … )
In che modo invece la respirazione influenza la percezione di un’esperienza?
Possiamo considerarla l’altra faccia della medaglia. Come un determinato ascolto modifica la respirazione, così una capacità o incapacità respiratoria può modificare la predisposizione all’ascolto e alla percezione di un’esperienza.
Un esempio concreto: se per una serie di motivi, fisici o emotivi, la muscolatura addominale fosse bloccata, magari semplicemente per un eccessivo esercizio in palestra, tutta una componente muscolare importante, quella addominale appunto, non parteciperebbe all’atto respiratorio.
Per chiarire, la muscolatura addominale è quella che permette maggiormente al diaframma di scendere verso il basso e quindi di avere una respirazione profonda e ampia. Se la muscolatura addominale fosse molto rigida e bloccata, l’attore non solo perderebbe una possibilità respiratoria, ma, al tempo stesso, tutta la componente esperienziale legata a quella respirazione.
Ci sono infatti tre grandi aree di respirazione: addominale, costale e clavicolare o apicale. Ad ognuna di queste corrisponde, semplificando (in realtà si mescolano tra loro), una categoria di esperienza e di relazione con l’esterno.
Il blocco muscolare di una capacità respiratoria può quindi influenzare proprio la possibilità di vivere un’esperienza, soprattutto se tale blocco non è momentaneo, ma dovuto a un fattore fisico o ad una condizione emotiva legata ad un periodo. Se poi il blocco diventasse addirittura uno status permanente, si cronicizzerebbe la incapacità di usare una parte dello strumento-corpo per vivere sul piano psichico l’esperienza della vita.
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Scarica l’intervista completa


Danzando in “Prima persona”

ottobre 27th, 2009 by Cristina Carlini | No Comments

Danzando in “Prima persona”

In uno spazio nero, un uomo e una donna corrono. Non si può far altro che correre, al giorno d’oggi, si deve correre, arrivare primi, qualificarsi, non dimenticarsi mai che mentre ci si ferma, altri ci superano.
Parte da quest’immagine “Prima persona”, la nuova produzione della Compagnia Sanpapiè, che continua il suo percorso di ricerca sui temi dell’incontro e della comunicazione fra il teatro e le persone, stavolta prendendo una posizione, una responsabilità, correndo il rischio di essere giudicati, cercando di raccontare il tempo in cui si vive senza usare un “noi” che è molto più alibi che collettività.
Parlando, appunto, in Prima Persona.
Ad incarnare questo “io” sono Lara Guidetti, coreografa e co-fondatrice della Compagnia, e Francesco Pacelli, danzatore: in scena su una struttura metallica troviamo Marcello Gori, musicista, mentre la drammaturgia è firmata dall’altro cardine di Sanpapiè, Sarah Chiarcos.
Che Lara Guidetti e la sua straordinaria qualità di movimento potessero incantare, è cosa nota per chi l’ha vista in scena: ma l’incontro con Francesco Pacelli dona a questo spettacolo una potenza espressiva ulteriore. L’intenso accordo fra i due danzatori cattura l’attenzione sin dalle prime battute musicali e facile è l’identificazione con i due corpi continuamente oppressi e affaticati dai ritmi e le necessità del contemporaneo. Recitazione e coreografia si alternano con fluidità, e sebbene non ci sia una “narrazione” vera e propria, lo spettacolo risulta estremamente chiaro al pubblico in tutti i suoi passaggi e significati (merito non da poco nel panorama del teatrodanza nazionale).
I Sanpapiè sono di ritorno dal Fringe Festival di Edimburgo, e si vede. Dalla tensione dei corpi, all’espressività sempre centrale ed intensa; dall’aderenza della musica elettronica in live, al dialogo buffo ed inquietante sulle “cose vive e cose morte”; dall’immagine della corsa sino alla “trasformazione” in cui i protagonisti si spogliano dei vestiti che li imprigionano al quotidiano per raggiungere un nuovo status di libertà e indentità della persona. Tutto ci fa capire come la Compagnia abbia tenuto le antenne ben tese durante il soggiorno estero, pronta ad assorbire tutti quei caratteri e quelle suggestioni che provengono dalla grande danza contemporanea internazionale (o, meglio, da quello che all’estero è chiamato più propriamente “dance and physical theater”).
“Prima Persona” è un prodotto di grande qualità, pronto per confrontarsi con i grandi palcoscenici nazionali e non: ma resta soprattutto un’ora in cui tuffarsi con i danzatori in un mondo di “crisi, ansie, paure e d’amore”, per poi riemergerne, si spera, con una consapevolezza diversa. E migliore.
 
Sanpapiè nasce nel 2007, e ha all’attivo già altre tre produzioni. La Compagnia, all’interno del trio PUL, fa parte del Progetto Etre di Fondazione Cariplo, dedicato alla residenzialità teatrale.


L’attore in ascolto: per-corso seminariale condotto da Gianluigi Tosto

settembre 28th, 2009 by Giacomo Marconi | No Comments

L'attore in ascolto: per-corso seminariale condotto da Gianluigi Tosto

 

Conformemente al ciclo di interviste che Gianluigi Tosto
sta rilasciando per Il Tamarindo, propone un percorso
globale di sei seminari di dieci ore ciascuno rivolto a
persone con esperienza, sia pure minima, di teatro,
desiderose di approfondire la propria conoscenza di se
stessi e dei propri mezzi espressivi in relazione
alla pratica di palcoscenico.
 
Programma 

30, 31 ottobre, 1 novembre 2009
1° Seminario – L’accordatura – Il training fisico e vocale

8, 9, 10 gennaio 2010
4° Seminario – Entrare in risonanza – Il cuore della pratica attoriale

20, 21, 22 novembre 2009
2° Seminario – Aprirsi al mondo – Il respiro dell’attore

29, 30, 31 gennaio 2010
5° Seminario – Le porte della percezione – Sensazioni ed espressione

11, 12, 13 dicembre 2009
3° Seminario – Il corpo che vibra – Vocalità ed espressione

19, 20, 21 febbraio 2010
6° Seminario – Il pensiero dell’attore

Per una più ampia presentazione dei seminari visitare il sito http://www.archetipoac.it/t_corsi.htm
 
I singoli seminari seguiranno gli orari  venerdì 0re 21- 24, sabato ore 20 – 23, domenica ore 15 – 19 e sono da considerarsi  strettamente interrelati fra loro. Non sarà dunque possibile partecipare ad un singolo seminario ma solo aderire alla proposta nella sua totalità.
 
CORSO RISERVATO A UN MASSIMO DI DODICI PARTECIPANTI. Selezione su curriculum.
 
Termine iscrizione: 23 Ottobre 2009 
 
Per iscrizioni e informazioni sul programma e sui costi: Tel. 055 62 18 94  (lunedì, mercoledì e venerdì  ore 10- 12) e-mail:  [email protected]


“Cultura”

agosto 7th, 2009 by Bruno Venticonti | 1 Comment

Che cos’è la “cultura”?
La domanda è di quelle che non hanno propriamente una risposta, nel senso che possono averne innumerevoli.
Una delle più consolidate è che la cultura stia ad indicare tutte quelle forme espressive – letterarie, artistiche, religiose e altre – che contribuiscono a creare lo “spirito” di una civiltà, di un popolo (parole queste ultime, a dire il vero, sempre più inappropriate nel nostro mondo globale…), ovverosia il suo modo di guardare al mondo e a se stesso.
La cultura è allora chiaramente qualcosa di immenso; un elefante, seguendo la metafora suggerita da qualcuno, di cui noi possiamo scorgere tutt’al più le zampe. Piuttosto è lui a scrutare noi. Si potrebbe dire che più ci avviciniamo, più egli si allontana, in un certo senso, da noi, diventa una massa informe.
Come fare allora ad avvicinarlo? Forse cercando di catturarlo visivamente da lontano, con un teleobiettivo? Ma l’elefante ha i piedi ben piantati per terra, di cui si nutre – e di cui anche noi ci nutriamo – e se ci allontaniamo troppo ci ritroviamo in un territorio alieno.
La cultura è altrimenti un magma in cui nuotiamo, in cui ogni parte è strettamente intrecciata con l’altra, senza soluzione di continuità. Volerne isolare nettamente i singoli aspetti, come le singole forme d’arte, e afferrarli magari nella loro presunta purezza, rischia soltanto di portare a dei falsi, a qualcosa di astratto, di artificiale.
Forse siamo di fronte a un falso problema; siamo talmente immersi nelle nostra cultura, talmente determinati da essa, che ci è impossibile coglierla obiettivamente, dall’esterno. Tanto più che essa si riflette – anzi, non si distingue – dai gesti che compiamo tutti i giorni, dal nostro lavoro, dai rapporti con gli altri.
Per comprendere lo spirito del proprio tempo bisogna viverlo; ma se lo si vive, esso rimane invisibile.
Ogni tentativo di fissare in una qualche forma il nostro modo di essere e di rapportarci al mondo porta a una sua inevitabile trasformazione, a una deformazione.
Allora forse meglio farlo volontariamente, e chissà che esso non appaia più nitido che mai.


La cultura? In Italia non è più un affare di Stato!

luglio 24th, 2009 by Anita Galvano | 1 Comment

La cultura? In Italia non è più un affare di Stato!

C’era una volta un Paese conosciuto nel mondo per la sua storia e la sua cultura, per i suoi tanti teatri floridi e attivi, per le sale cinematografiche rigogliose ad ogni angolo di strada, un Paese di rara bellezza ricco di gente creativa e con un patrimonio culturale appartenente all’umanità intera. 
Lentamente questo Paese sta scomparendo, decapitato dalla mannaia della programmazione economica che, sempre più spesso, colpisce la parte più fragile e indifesa di un individuo con tagli che vanno a minare il già esiguo bilancio destinato a teatro, cinema, musei, enti lirici, in poche parole, alla cultura. E cosa è destinato a diventare un Paese senza cultura? Dove sono destinati ad arrivare i giovani che crescono e vivono in un mondo che non conosce più il valore della cultura e che non è più disposto ad investire denari ed energie nell’educazione dell’individuo? Come cresceranno i bambini che non saranno più accompagnati a teatro ad assistere a spettacoli che, forse, non comprenderanno appieno ma che faranno parte della loro formazione?
Quello dei tagli al FUS, Fondo unico per lo spettacolo, parte fondamentale del sostegno pubblico alle imprese artistiche, sta diventando sempre più un problema di crescita del Paese, un problema politico causato da chi ritiene che in un momento di crisi è necessario tagliare ciò che non serve, cioè la cultura! E’ un male provocato dall’ottusità di chi non ha compreso che il cinema, il teatro, la musica non sono svaghi destinati unicamente ad allietare gli animi e a trovare un hobby retribuito a chi non ha voglia di lavorare ma sono la chiave per educare un Paese, per ricordare a una popolazione senza memoria da dove veniamo e dove possiamo ancora andare. Per fortuna il tessuto culturale nazionale  si dimostra ancora solido: basta guardare i numeri relativi alla nascita di associazioni, compagnie amatoriali, scuole di teatro e gruppi musicali, manifestazioni queste di una esigenza reale di avere luoghi dove esprimere la propria dimensione interiore. Ma per quanto tempo sarà possibile portare avanti iniziative e proposte senza una politica culturale incisiva che sia in grado di investire con criterio nell’”industria-cultura”, un’industria che impiega 400 mila lavoratori, 400 mila persone che, ogni anno, esattamente come tutti gli italiani rischiano di andare a casa?
Credo che, oggi più che mai, sia necessario un rinnovamento tempestivo e mirato a salvaguardare il patrimonio artistico di un Paese che si sta lasciando alle spalle un mirabile passato per andare incontro ad un futuro incerto e povero di stimoli.
Nonostante l’impegno del privato che, nel corso degli anni, si è rivelato sempre più importante e, in alcuni casi, provvidenziale, la Res Publica deve continuare a farsi carico della crescita culturale dei suoi cittadini, dell’educazione del popolo che rappresenta, di un’industria forte e “numerosa” che potrebbe, con investimenti oculati, contribuire alla rinascita economica del Paese.
I tagli inflitti allo spettacolo sono tagli fatti al diritto alla cultura di ogni individuo e chi li pratica fa una scelta precisa, troppo spesso di comodo, perché un popolo acculturato che legge, va al cinema, a teatro, all’opera, è un popolo in grado di scegliere, che sa cosa vuole, che sa giudicare chi governa con senso critico e, difficilmente, un popolo così accetterà di trasformarsi in una massa passiva e acritica. In ogni Paese civile, di qualunque colore politico, la cultura non viene mai penalizzata perché considerata un bene da salvaguardare, una priorità allo stesso livello di sanità e giustizia, un pilastro su cui fondare un sistema politico. Soltanto i regimi antidemocratici reprimono la cultura. Perché la temono.
La Storia ce l’ha insegnato, ma noi l’avremo imparato?


Macbeth at the Bargello

luglio 6th, 2009 by Francesca Livia Mangani Cammilli | No Comments

Macbeth at the Bargello

 
Something wicked this way comes / Qualcosa di maligno si avvicina
Macbeth di William Shakespeare in inglese con sottotitoli in italiano
Ideazione e regia di Shaun Loftus
 
8-12 Luglio 2009, ore 21.00 (durata circa 1h 30′)
Firenze, Museo Nazionale del Bargello
 
Sono veramente tanti gli elementi di assoluta novità che caratterizzano questo allestimento del Macbeth che sarà portato in scena nel cortile del Museo Nazionale del Bargello a Firenze dalla compagnia teatrale F.E.S.T.A. dall’8 al 12 Luglio. A cominciare dal fatto che per la prima volta in assoluto, un dramma di Shakespeare verrà recitato in lingua inglese a Firenze all’interno di uno dei più prestigiosi musei della città. Un ambizioso progetto che si realizza anche grazie alla partnership con la Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Fiorentino, il Museo del Bargello, l’Associazione Amici del Bargello, il Teatro della Pergola e il British Institute, nel quadro di una collaborazione ampia con istituzioni cittadine che ha l’obiettivo di offrire alla città un evento che valorizza nel modo migliore lo spirito del teatro di William Shakespeare.
Questo allestimento in lingua originale con sottotitoli in italiano, porterà inoltre in scena una serie di spettacolari duelli e combattimenti a fil di spada, cosa piuttosto rara nel panorama teatrale italiano, ideati e coreografati dal noto maestro d’armi americano Ted Sharon.
Quanto al cast, si tratta di un gruppo di attori provenienti da tutt’Italia, dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti, che mescola in egual misura giovani promesse, scoperte da F.E.S.T.A., ed attori esperti che hanno costruito il loro successo nei più famosi teatri di Broadway. F.E.S.T.A. si è sempre prodigata per promuovere un ambiente di lavoro fortemente internazionale, autenticamente multiculturale, multietnico e interdisciplinare.
Macbeth è una delle opere più agili e conosciute di Shakespeare, ma la regista Shaun Loftus ne sta preparando un allestimento molto lontano dalle interpretazioni più tradizionali e ponderose, tutte virate sulla questione morale della colpa e del castigo. L’allestimento di F.E.S.T.A. è veloce e dinamico (poco più di un’ora e mezzo), in tre atti invece di cinque, e tutto impregnato di sensualità, gioventù e spregiudicatezza. Una sensualità arcaica e  selvaggia che corre come una corrente elettrica tra MacBeth e Lady MacBeth. La regista ha inoltre voluto restituire centralità anche ad altre forze arcaiche ed elementari, e cioè a un soprannaturale che fa parte del reale a pieno titolo: il fato è tangibile, profezie, incantesimi e forze invisibili hanno un potere eloquente, le maledizioni uccidono. Le streghe rappresentano la forza remota e archetipica che ha dato forma all’umanità, sono le tre Parche che filano, misurano e recidono le nostre vite. Non si tratta di una lotta tra bene e male, ma della resa dei conti di un mondo i cui i paradigmi sono a un crocevia e un nuovo modello di umanità sta distruggendo l’antico ordine naturale. Ma le potenze di questo antico ordine naturale non permettono agli uomini di dimenticarsi semplicemente di loro e del loro culto; non permettono che gli uomini le lascino semplicemente svanire nell’oblio.
Dal 2007 l’associazione F.E.S.T.A. – Florence English Speaking Theatrical Artists promuove un’esperienza teatrale bilingue rivolta all’intera comunità fiorentina, diffondendo la cultura del teatro e la lingua inglese sul territorio e promuovendo il progetto di una città dinamica che si arricchisce del dialogo fra le culture. F.E.S.T.A. comprende un gruppo di professionisti del teatro e artisti multidisciplinari impegnati a creare un nuovo modello di teatro multiculturale.
L’esperienza di quest’anno non vuole rimanere unica ma anzi consolidarsi e ripetersi ogni anno con una diversa proposta shakespeariana, sempre in uno spirito di collaborazione tra diverse istituzioni. E già si annuncia, per il 2010, un programma shakespeariano ancora più ricco!
Info: http://www.themacbethproject.org


L’esperienza del laboratorio teatrale vista attraverso gli occhi di un allievo principiante

giugno 26th, 2009 by Filippo Lusena | No Comments

L’esperienza del laboratorio teatrale vista attraverso gli occhi di un allievo principiante

Quando, per la prima volta, mi sono presentato al laboratorio teatrale con alle spalle poco più che qualche recita scolastica ed una frequentazione (ad oggi) non più così assidua dei teatri fiorentini, ero particolarmente titubante e dubbioso del fatto che si potesse trattare di una scelta felice o, quantomeno, adatta a me; ciò nonostante, ero particolarmente curioso di vedere in cosa si sarebbe evoluta questa esperienza.
Sciolto il ghiaccio iniziale nei confronti dei miei nuovi compagni e della disciplina teatrale, abbiamo iniziato ad ambientarci e, lezione dopo lezione, ad appassionarci ad un mondo che inizialmente io avevo affrontato in maniera svogliata e, forse, un po’ superficiale.
La prima fase del laboratorio ci ha infatti introdotti ad aspetti tecnici del teatro quali esercizi sulla respirazione e volti a mostrare l’importanza dell’uso del diaframma, sull’uso della voce, sull’interazione in scena, oltre a fornirci i primi accenni sull’importanza dell’interpretazione e del “lavoro dell’attore su se stesso e sul personaggio”.
La scelta, partorita in seno al laboratorio, di portare in scena un testo teatrale (una divertente commedia degli equivoci dal titolo decisamente azzeccato: “D… come Donna, Danno, Divorzio!”) ha spinto il corso verso una seconda fase dedicata alle prime letture dell’opera e alla seguente assegnazione dei personaggi da parte del regista.
Finalmente il palco veniva utilizzato per il suo vero scopo!
E’ iniziato quindi un lungo periodo di prove e, con esse, di difficoltà; prima fra tutte la memoria da allenare!
Ebbene sì, il primo grande ostacolo da affrontare è stato senza dubbio la memorizzazione del testo. Volontà a parte, il problema era trovare, tra una prova e l’altra, un ritaglio di tempo significativo da dedicare al copione per imparare le battute.
In  seguito lo studio si è spostato sull’interpretazione del personaggio e, soprattutto in questo, il lavoro del nostro regista e del suo assistente è stato decisivo, oltre che incisivo.
Per quanto si trattasse di un laboratorio per principianti, il regista ci ha aiutati, spronati ed avvicinati a questo studio con insegnamenti, consigli ed inviti a migliorarci spingendoci ad esempio a prendere come modello sia la gente comune per strada o nei caffè, sia i grandi attori, per “rubare” loro movenze, atteggiamenti o caratteristiche che ci potessero essere utili.
Il lavoro che si è dovuto affrontare, confrontandosi (è proprio il caso di dirlo) con il personaggio assegnatoci, è stato qualcosa di nuovo, interessante, difficile, ma allo stesso tempo entusiasmante.
Al di là della semplice possibilità di potersi misurare con le proprie capacità, o velleità, artistiche su un palco di fronte ad un pubblico, il laboratorio teatrale ci ha offerto qualcosa di più: la possibilità di potersi guardare allo specchio e vedere oltre quel riflesso grazie ad un lavoro che, prima di toccare il copione, scompagina ciò che siamo, restituendoci agli altri diversi da prima.
Ho imparato che dover interpretare un ruolo significa elaborare “un’idea” del personaggio, costruire una sua personalità, una sua “storia”, delinearne il carattere; confrontarsi dunque con esso, così come ognuno di noi fa, giorno dopo giorno, con le persone che incontra, tracciando un segno che non potrà essere cancellato ma che andrà, al contrario, a renderci ciò che siamo.
Con la data della nostra rappresentazione che si avvicinava, il ritmo delle nostre prove (e l’ansia…) è drasticamente aumentato. Le continue “filate” e prove generali che si sono susseguite nelle ultime intense settimane di lavoro hanno ulteriormente cementificato i rapporti fra noi allievi e ci ha fatto assaporare solo in minima parte cosa avremmo provato la sera del debutto.
Gli ultimi ritocchi sul palco con la scenografia pronta, il trucco, il brusio del pubblico, l’ossessivo ripetersi le battute in testa, la tensione (e la curiosità) che cresceva mano a mano che il tempo di entrare in scena scadeva; tutto è scomparso nel momento in cui si è calcato il palco.
Ciò che è rimasto, dopo le prime battute, è stata solo la soddisfazione di sentire il pubblico divertirsi, ridere, applaudire e, a fine spettacolo, scaricare la tensione e l’adrenalina con i propri compagni.
Insomma, il laboratorio ci ha offerto la possibilità di poter conoscere in maniera originale, diversa dal solito, il teatro con il suo fascino, poter fare nuove amicizie e mettersi alla prova in una maniera  inusuale. Il mio quindi è solo un arrivederci, al prossimo autunno, con la prossima avventura.



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