Ripartire da Rosarno

gennaio 13th, 2010 by Carolina Saporiti | No Comments

Ripartire da Rosarno

I toni come sempre sono alti, le dichiarazioni politiche scorrono come fiumi in piena, ma chi in questa vicenda si è preso un attimo per analizzare i fatti e riflettervi? Pochi. Troppo pochi. Però quello che è accaduto per due notti e due giorni a Rosarno merita un altro tipo di attenzione, oltre quello delle polemiche post-incidente. Si tratta di una caccia all’uomo, all’uomo nero, dopo una guerriglia e l’incendio della sua abitazione, se così si può chiamare un ovile diroccato, dove non arriva né acqua, né luce e dove non ci sono i bagni. E dopo gli scontri, gli immigrati, clandestini e non, del paese, sono stati deportati dalla polizia nei centri di accoglienza sull’altro lato della costa della Calabria. Non è il 1943, siamo nel 2010, siamo in Italia, uno Stato certo giovane, ma che non manca di storia, che ha vissuto momenti tragici della storia, da cui ha imparato molto: uno Stato che dovrebbe potersi dire “civile” a testa alta.
Non solo. Nonostante abbia conosciuto il fenomeno dell’immigrazione piuttosto recentemente, la nostra popolazione è sempre stata identificata per la sua ospitalità, ma questa virtù si è alleggerita col passare degli anni. In più, abbiamo da fare i conti con la nostra più grande piaga, la mafia. La ‘ndrangheta è un potere costituito, la più potente delle organizzazioni criminali, che tra le altre “occupazioni” gestisce gli immigrati della Calabria da quindici o vent’anni, destinandoli alla raccolta di arance, mandarini e bergamotti nelle fasulle cooperative agricole e che se ne approfitta trattenendo un pizzo sul loro stipendio di giornata -una manciata di euro per dodici ore di lavoro. Fasulle perché spesso –e non solo a Rosarno e in Calabria, ma anche in Lombardia, Veneto, Campania, Sicilia e Puglia- all’Inps risultano registrati come braccianti agricoli i disoccupati della piana di Gioia Tauro, ma i veri lavoratori delle terre sono gli immigrati, pagati in nero e, la maggior parte di loro, senza la possibilità di mettersi in regola.
Oltre a chiedersi dov’erano il Governo, il Prefetto, il Questore, il Comandante dei carabinieri e il Governatore della Regione, anzi prima di chiederselo, occorre che ognuno di noi rifletta sul ruolo che gli immigrati hanno nella nostra vita quotidiana e sul fatto innegabile che la forza lavoro costituita dalle loro braccia e dalla loro testa è ormai indispensabile all’economia dell’Italia perché non sono molti gli italiani disposti a raccogliere arance, specialmente per 15 euro al giorno.
Per una volta, invece che colpevolizzare e accusare, bisognerebbe riflettere sul potere che la mafia detiene da quarant’anni in Calabria e che non rovina la vita solo agli immigrati, ma anche, e da più tempo, ai cittadini nativi di Rosarno e dei paesi vicini.


Web 2.0 e social network-mania: i rischi sono alti

gennaio 13th, 2010 by Carolina Saporiti | 2 Comments

Web 2.0 e social network-mania: i rischi sono alti

Social network. È questa una delle parole più usate nel 2009. Tutto sembra ormai succedere in rete o meglio sulle pagine degli utenti dei vari Facebook, MySpace, Twitter & Co. Se non hai un profilo web, per molti, non sei nessuno. Da due anni a questa parte il fenomeno non riguarda più solo i giovani, ma anche gli adulti. 40 e 50enni che, incuriositi, si sono lanciati nel mondo virtuale e che ora sembrano non poterne fare a meno.
Ma per fare cosa? La domanda sembra banale visto l’elevato numero di persone che credono che i social network siano delle macchine infernali che tengono occupate ore della giornata senza portare a nulla, se non a una percezione distorta della realtà. Ma esplorando questo mondo le cose sembrano diverse. Il web 2.0 di cui tanto si parla, ossia quello in cui gli utenti possono non solo consultare pagine, ma anche contribuire e creare nuovi contenuti, raccoglie siti di interazione di ogni genere: esistono business social network per le aziende (linkedin.com e plaxo.com), quelli per commemorare i defunti (funeras.it) ed è ora comparsa la versione italiana della prima azienda web 2.0 (xing.it) che conta già oltre 7 milioni di utenti nel mondo che lo utilizzano in 16 lingue diverse. Quindi social network non solo come passatempo senza scopo se non quello di cercare e aggiungere nuovi “amici”, ma anche opportunità di lavoro e di scambio di opinioni. Così il numero di utenti continua a crescere: facebook conta 700.000 nuove iscrizioni al giorno nel mondo tanto da aver raggiunto nel novembre 2009 i 350 milioni di registrazioni.
Nulla da dire sull’uso delle nuove tecnologie e dei nuovi media, anche nel caso di semplice svago, ma dubbi e allarmi sorgono quando dall’uso si passa all’abuso, sempre più frequente anche in Italia. E ancora una volta il problema non riguarda solo i cosiddetti nativi digitali ma tutti gli utenti internet, anche gli over 50. Gli esperti però mettono in guardia: navigare in rete per più di 3 ore al giorno,  non a scopo lavorativo, porterebbe ad avere una percezione distorta della realtà, confondendola con quella virtuale. Così alcuni utenti “illuminati” nell’ultimo anno si sono cancellati da questi siti perché, più che interessante, la partecipazione diventava assillante, dovendo continuamente controllare gli aggiornamenti dei propri contatti.
La comunicazione mediata di tipo testuale -come la definisce Luca Chitarro, in un articolo comparso su Nova100- è pericolosa anche perché totalmente priva delle informazioni che si raccolgono normalmente nella comunicazione faccia a faccia, ciò significa che nelle relazioni interpersonali che si instaurano sul web occorre maggiore attenzione e consapevolezza. Recentemente un adolescente si è suicidato dopo un conto alla rovescia fatto pubblicamente sulla bacheca della sua pagina. Subito dopo il funerale sono comparsi migliaia di messaggi dispiaciuti, ma fino a un attimo prima nessuno se ne era preoccupato.
Il fatto di poter trovare di tutto sul web e di aver reso fruibile a chiunque qualsiasi tipo di informazione è senz’altro uno degli aspetti più rivoluzionari di internet, ma allo stesso tempo nasconde dei rischi altrettanto grandi. E la cronaca degli ultimi mesi regala casi esemplificativi. Su facebook qualche mese fa circa 7 mila utenti hanno giocato a fare i camorristi. Sullo stesso social network è comparso un gruppo contro i giudici Falcone e Borsellino. Sia questo, che l’applicazione sono stati fatti chiudere appena diffusa la notizia della loro presenza, ma il numero degli iscritti raccolti in pochi giorni indica come sulla rete, grazie anche all’anonimato, ci si faccia influenzare facilmente e facilmente si ceda alla violenza e alla volgarità perché, si spera, percepita solo virtualmente.
Episodi come questi hanno portato all’apertura di un dibattito circa l’esigenza o meno di nuove leggi nei riguardi di chi sulla rete inneggia alla violenza, minaccia o diffama. Il problema è un altro. La libertà di comunicazione è già disciplinata dalla nostra Costituzione da due norme, l’art 15, che tutela la libertà e la segretezza delle comunicazioni interpersonali, e l’art. 21, che ha come oggetto le comunicazioni pubbliche. La distinzione fra questi due tipi di comunicazione diventa difficile quando si parla di web 2.0 dove spesso capita che l’utente non sappia se la conversazione cui sta partecipando è pubblica o privata.
Non si può e non si deve giustificare o tollerare l’istigazione a delinquere e l’apologia di reato, considerando, per comodità, internet una zona franca. In rete, come rilevano molti sociologi, non c’è confronto dialogato ed è facile sfociare nel fanatismo perché apparentemente si gode di assoluta libertà. Ma libertà di odio e violenza non corrispondono a democrazia ed è necessario porre un confine a questa tendenza, come ha scritto recentemente Gian Antonio Stella sul Corriere, non con il buon senso, non solo, ma con il codice penale. Porre delle limitazioni ex ante comprometterebbe la nostra democrazia che si fonda, tra l’altro, sulla libertà d’opinione, per quanto questa possa essere fastidiosa.
La soluzione più sensata è quella di instaurare un dialogo con i fornitori di questi servizi (facebook & Co.) così da poter richiedere e ottenere velocemente la chiusura di gruppi o la cancellazione di diffamazioni o inneggiamenti alla violenza e di punire chi commette un reato, perché ciò che è fuori legge off-line lo è anche on-line.


Un altro Natale

dicembre 17th, 2009 by Laura Zunica | No Comments

Un altro Natale

Natale è ormai alle porte. Nel mese di dicembre è possibile acquistare in pochi giorni tutto ciò di cui non avremo bisogno durante l’anno. La corsa morbosa al regalo natalizio, alle luci e alle decorazioni, sta diventando un’altra delle malattie del nuovo millennio create dall’uomo. Recentemente, camminando per le strade del Cairo, mi sono accorta di quanto sia fuori luogo che con tanto anticipo – da metà novembre! – i negozi di un Paese a stragrande maggioranza islamica siano pieni di decorazioni natalizie e cappelli da Babbo Natale. Ricorre lo stesso meccanismo per il quale in Italia, per esempio, si festeggia Halloween: i soldi. La sacralità delle feste ha lasciato il posto alla corsa al regalo più costoso o voluminoso perché più grande è il regalo, più grande è l’affetto che si mostra a chi lo riceve. È una catena senza fine che prosciuga le tasche delle persone che si sentono in dovere di ricambiare i regali.  Acquistare regali di Natale per i propri familiari, i familiari del partner, i colleghi di lavoro, i vicini di casa, gli amici, gli amici di amici, è diventata oggi un immancabile obbligo sociale. Così anche festività come il Natale, anticamente occasione di raccoglimento, calma e gioia per le famiglie, diventano fonte di stress e ansia, e alleggeriscono il portafoglio.
Abitando in Egitto ho imparato a riflettere su cosa conti veramente. I “bambini poveri dell’Africa” sono qualcosa che leggiamo sui giornali e che sappiamo esistere da qualche parte. Qualche parte è il luogo sull’altra sponda del Mediterraneo. I bambini a piedi nudi per le strade si divertono a giocare col fango quando piove, perché qui non accade mai. I bambini a piedi nudi per le strade giocano a palla con tappi di bottiglia e vanno a scuola a turni alterni perché non c’è abbastanza spazio nelle aule; hanno magliette bucate e  pantaloni di quattro taglie più grandi, che  possono durare anche quando i bambini a piedi nudi per le strade crescono.
Le nostre abitazioni non sono poi così lontane dalle case dei bambini che a piedi nudi per le strade giocano a palla con i tappi di bottiglia trovati per terra. Eppure non ci viene naturale pensare a loro, noi che, seppure non ci sentiamo ricchi nelle nostre città, possediamo una casa con riscaldamento e fornelli per cucinare quotidianamente.
Questo Natale potrebbe essere un Natale migliore, se anziché acquistare un nuovo iPod, regalassimo  ai nostri familiari e amici i fondi per finanziare ONG che lavorano su progetti a favore di  comunità bisognose, in Paesi  nei quali avere una coperta per l’inverno è un grande lusso.  Non sarà un regalo costoso o voluminoso per dimostrare il nostro affetto alla persona che lo riceve, ma un piccolo gesto per cercare di spingere questo mondo verso una direzione migliore. E poiché il mondo è il luogo dove ci ritroviamo a vivere tutti insieme, fare qualcosa per un mondo migliore è il più bel regalo che possiamo fare a tutti i nostri cari.


Ha ragione Celli: stiamo solo perdendo tempo …

dicembre 16th, 2009 by Roberto Giannella | 1 Comment

Ha ragione Celli: stiamo solo perdendo tempo ...

Me ne starei volentieri in silenzio ad occuparmi dei miei tanti problemi. Eppure la mia dignità mi impone una riflessione. Ho appena letto la lettera di Antonio De Napoli in risposta all’intervento del dottor Celli, direttore generale della Luiss Guido Carli di Roma. Ho grande stima di Antonio, che è una persona che si spende in prima persona per gli altri. Penso sia un vero leader carismatico, con una grande sensibilità. Mi spiace dunque dover dissentire con quanto Antonio ha pubblicamente scritto.
Parto da un presupposto: non sono un inguaribile ottimista come Antonio – né ho la costanza e la perseveranza che lo contraddistingue. Tuttavia, al mio amico Antonio vorrei dire alcune cose. Ritengo che l’Italia stia inesorabilmente perdendo la sua anima. La classe dirigente è lontana dai cittadini, che non hanno più nemmeno la facoltà di decidere chi saranno i loro rappresentanti presso le istituzioni della Repubblica. Vedi Antonio, il problema vero è quello che tu citi anche nella tua lettera aperta a Celli. “I tuoi genitori vorrebbero piazzarti da qualche amico e non capiscono perché tu perda tempo con uno stage.” Antonio, oltre ad essere molto in gamba, è anche un ragazzo estremamente fortunato. Non ha bisogno di essere “sistemato” dai suoi genitori, anche perché ha grandi potenzialità e non è minimamente interessato a “spintarelle” o “aiutini” vari.
Qualcuno si permetteva di definirci “bamboccioni” perché siamo la generazione Tuareg.        Ebbene, io ringrazio il Cielo che ci siano ancora i nostri genitori che ci mantengono, che ci supportano e che ci aiutano. Senza di loro, la nostra generazione sarebbe perduta. Ma con quale coraggio si può fare uno stage non retribuito o pagato quattro soldi in una città lontano dalla propria – se non si ha una benché minima fonte di reddito? Carmina non dant panem! Perché in Italia non c’è una legislazione simile a quella francese per quanto riguarda gli stage?
C’è tanta tristezza nel pensare di dovere abbandonare il proprio Paese.
Si è parlato di lasciare un’Italia diversa ad i nostri figli. Antonio, ma quali figli? Io vorrei tanto avere una figlia tra qualche anno. Ma con che coraggio si può anche solo pensare di mettere al mondo un essere umano, se non abbiamo nemmeno un barlume di sicurezza economica, se non c’è la benché minima certezza lavorativa, se nel futuro c’è solo precarietà?
Andare via da cosa? Da questa classe dirigente. Dalle ingiustizie di questo Paese. Dalle sue incoerenze. Dalle sue debolezze. La nostra unica responsabilità è prendere le distanze da chi ci ha umiliato, da chi ci ha voltato le spalle, da chi ci ha tradito. L’ho già detto, ma lo ripeto: non perdonerò mai a questa classe dirigente il fatto di averci tolto di diritto di sognare.
Il nostro unico dovere morale è disconoscere chi è responsabile della nostra infelicità e sofferenza, perché – caro Antonio – non è tollerabile spendere decine di migliaia di euro in formazione universitaria, laurearsi con 110 e lode presso un’università privata, parlare fluentemente quattro lingue straniere e sentirsi dire: “Ci dispiace, ma le sue competenze non sono compatibili con le nostre esigenze. Buona fortuna.” Se non amassi così tanto il mio Paese, l’avrei già lasciato. Eppure, il capolinea è ormai vicino. Chi crede nella formazione, nel volontariato, nell’associazionismo – come te, Antonio – ha coraggio da vendere. Ed ha la mia stima incondizionata.
Io però volevo mettermi in discussione nel mondo del lavoro. Volevo dimostrare di valere qualcosa dopo aver studiato in Italia ed all’estero – forse inutilmente – così a lungo. E invece, no. Se Antonio rappresenta il Paese positivo, io forse rappresento il “Paese reale negativo”. Cercherei una scorciatoia, se ci fosse. Ahimè non l’ho trovata. Cambierei il mio cognome con uno più altisonante, per far sì che tutti coloro che non ce l’hanno possano avere comunque una chance.
Non credo più nella Politica, caro Antonio. Perché la Politica è amore per gli interessi della collettività, è prima di tutto interesse per gli altri. La Politica in cui credo io cerca soluzioni per tutti, a partire dai più deboli, dagli ultimi, dai giovani. Ora, mi chiedo: quella che si fa in Italia è Politica? No, per me non lo è. Chi vuol esser lieto sia, di doman non c’è certezza – si diceva qualche secolo fa. Ebbene, per noi nemmeno dell’oggi c’è certezza. Ma di cosa stiamo parlando? Io non ho il potere di cambiare nulla. Io non sono altro che uno dei tanti. Chi dovrebbe avere a cuore i miei interessi, pensa ad arricchirsi e a votare leggi che nella maggior parte dei casi nemmeno conosce, limitandosi a seguire le indicazioni del capogruppo. Ma Antonio, dove lo trovo il coraggio per pensare di cambiare le cose? Manca una visione del futuro, manca una prospettiva. Non c’è solidarietà intergenerazionale. Ci sono solo interessi di parte. Campanilismi. Egoismi. E forse sì, tronisti, veline e GF. Ma quelli sono il prodotto della società, non il male alla radice da estirpare. La metastasi è a monte. Puntare il dito sugli effetti collaterali elude il problema.
Piangersi addosso è utile come ululare alla luna: lo riconosco. Ma rimanere inerti a vedere il tramonto del proprio Paese è altrettanto inefficace. Dunque, forse ha ragione Celli.
La tua generazione, Antonio, non cerca colpevoli. La mia li ha già trovati. Li conosce. Li ha già anche condannati. Senza appello. La società civile è diventata eccessivamente indifferente, passiva, ma anche a tratti riottosa. C’è un clima di odio e tensione sociale. Vedo troppe persone impegnate ad erigere muri e steccati, piuttosto che costruire ponti. Non ci sono garanzie, Antonio. C’è una classe dirigente sorda e cieca ai nostri bisogni, ai nostri interessi, alle nostre speranze. Mattia Celli sarà un bravo ingegnere sia in Italia che all’estero. Ovunque vada, rimarrà sempre Mattia Celli. E i problemi di tutti i giorni che devono affrontare i giovani che non hanno cognomi altisonanti come il suo, caro Antonio, lui non li avrà mai.
Con deferente stima,
Roberto Giannella


E vissero tutti felici e contenti

dicembre 15th, 2009 by Rocco Polin | 1 Comment

E vissero tutti felici e contenti

L’uomo occidentale contemporaneo è generalmente convinto dell’idea di progresso. Le ragioni possono essere molte. Le cosiddette radici giudaico-cristiane ci spingono a guardare con fiducia al futuro nell’attesa della venuta o del ritorno del messia, il pensiero illuminista ci convince della forza della ragione umana, una comprensione superficiale ma diffusa della lezione darwiniana ci induce non solo a credere nell’evoluzione della specie ma anche ad attribuirvi un valore necessariamente positivo, l’hegelo-marxismo ci suggerisce una concezione tutto sommato teleologica della storia umana ed in effetti gli ultimi secoli ci ha abituati ad un costante progresso scientifico, tecnico ed economico.
Con buona pace di Gesù, Darwin e Pangloss però, l’influenza più forte sul nostro modo di vedere il mondo l’ha avuta senza dubbio Walt Disney. È a causa del lavaggio del cervello cui ci hanno sottoposti Biancaneve e Topolino che la nostra istintiva fiducia nelle magnifiche sorti e progressive si è trasformata nella granitica certezza che i buoni vincono sempre, che i Bassotti non riusciranno mai ad espugnare il deposito, che Gambadilegno verrà preso con le mani nel sacco e che alla fine un bacio del Principe Azzurro risveglierà sempre la bella principessa.
Personalmente mi riscopro profondamente succube di questa visione del mondo. Né le tragedie del novecento né i ripetuti fallimenti di Willie il Coyote mi convinceranno mai che i cattivi possano effettivamente vincere. Il suicidio di Hitler nel bunker e il crollo del muro di Berlino erano, nel mio modo ingenuo e disneyano di vedere la storia, ovvi quanto la vittoria di Baloo nel duello finale con Shere Khan. Alla fine arrivano i nostri. In fondo, sono ancora perfettamente convinto che alla fine di Bip Bip non rimarranno che le ossa spolpate. Del resto, Ulisse alla fine è riuscito a tornare a casa, quel fesso di Renzo è riuscito a sposare la sua Lucia e gli alieni vengono sempre sconfitti dalla marina americana.
L’esempio più evidente di questo mio pregiudizio riguarda la costruzione dell’Unione Europea. Nato nel 1985, membro della cosiddetta generazione Erasmus, faccio fatica a considerare l’Europa una conquista. Per me l’Unione Europea rappresenta un fatto o, meglio ancora, un destino. La possibilità che il cammino europeo si interrompa o addirittura si inverta è semplicemente impensabile. Così come è impensabile che un giorno la Francia dichiari nuovamente guerra alla Germania. Quando gli irlandesi bocciano la Costituzione, quando i governi europei scelgono una britannica con i denti storti come Alta Rappresentante della Politica Estera e un belga esperto di haiku come Presidente dell’Unione… beh, mi viene naturale di pensare che, come nella canzone di De Andrè, ci facciano solo perdere tempo. Noi abbiamo la Storia dalla nostra parte. Un giorno l’Unione Europea avrà una sola politica estera e un presidente eletto dai suoi cittadini. Lo so. Lo sento con la stessa certezza con cui aprendo il Topolino so che Amelia non riuscirà a rubare la Numero Uno, con cui so che fra cinquant’anni Berlusconi non verrà ricordato come un grande statista perseguitato e che prima o poi Israele e Palestina vivranno in pace l’una accanto all’altra.
Il problema è che questa istintiva e immotivata fiducia nel futuro rischia di servire come scusa all’ignavia. Se è naturale che alla fine vincano i buoni non vi è ragione di affannarsi troppo a combattere i cattivi. Non che io creda di poter vincere sempre, cinque anni da elettore di centrosinistra mi hanno naturalmente abituato altrimenti. Il fatto è che i buoni possono perdere qualche battaglia ma alla fine sono destinati a vincere la guerra. Purtroppo però, si parva licet componere magnis, dubito che il regime razzista in Sud Africa sarebbe caduto se Nelson Mandela si fosse limitato ad aspettare fiducioso il trionfo dei buoni né che la Numero Uno sarebbe ancora in buone mani se Archimede non avesse inventato prodigiosi antifurti anti strega.


A scuola di religioni

ottobre 20th, 2009 by Rassmea Salah | 2 Comments

A scuola di religioni

Se meno di due secoli fa l’Italia era un Paese di emigrazione verso le Americhe e l’Australia, negli ultimi dieci/quindici anni si è trasformata in un faro per l’immigrazione proveniente dal bacino a sud del Mediterraneo, comportando una drastica trasformazione della società italiana e della sua componente anagrafica.
Basti entrare in una scuola primaria per capire come sarà l’Italia del domani: multietnica, multiculturale e multi religiosa. Figli di africani, cinesi, arabi e latino americani, ciascuno con il proprio bagaglio culturale, le proprie tradizioni, la propria lingua madre e la propria religione. Integrati in un sistema scolastico italiano ed italofoni, ma non assimilati od omologati ad un modello standard di “italianità”.
Se fino a qualche tempo fa nell’immaginario collettivo l’identità culturale italiana era infatti intrinsecamente legata a quella religiosa cattolica, ecco che l’immigrazione (anzi la Seconda Generazione) cambia le carte in tavola. Cittadinanza e religione si scindono, creando nuove combinazioni identitarie che prevedono altre forme di italianità sinora mai viste: nuovi italiani che non frequentano la Chiesa la domenica mattina ma che appartengono invece ad altre confessioni religiose.
Tutto questo ci porta inevitabilmente a confrontarci con la nuova realtà confessionale del nostro Paese che non è più omogeneo e cattolico ma che vanta la presenza di altre minoranze religiosi molto numerose ed attive, i cui fedeli sono spesso sia credenti che praticanti.
Di fronte a tale complessità ci si chiede quale possa essere il ruolo della scuola pubblica nell’accelerare il processo non solo di integrazione dei figli di immigrati ma anche di interazione fra questi ultimi e i loro compagni di classe italiani. Ritengo sia finalmente giunta l’ora di un interscambio alla pari fra nuovi e “vecchi” italiani, di dare ma anche di ricevere dall’Altro qualcosa, un insegnamento, un’esperienza, la conoscenza di una realtà diversa dalla propria. È giunta l’ora di abbattere quelle diffidenze, quelle paure e quei pregiudizi verso l’Altro che sono frutto di una ignoranza colmabile solo attraverso la reciproca conoscenza e il mutuo rispetto.
Per raggiungere questo obiettivo i programmi scolastici si dovrebbero adattare e conformare alla realtà, non certo riservando un’ora alla settimana all’esclusivo insegnamento di una o dell’altra religione, bensì offrendo a tutti gli studenti un corso di storia delle religioni che dia loro gli strumenti culturali per iniziare una reciproca conoscenza, una serena accettazione dell’Altro e delle sue diversità culturali, un concreto dialogo interreligioso che ponga delle basi solide per la stabilità sociale della nostra Italia del futuro.
L’ora di religione, spesso così sottovalutata dagli studenti (che sempre più la considerano “un’ora d’aria”), e dalle istituzioni scolastiche (che non la reputano alla pari delle altre materie, definendola facoltativa e impedendole di far media nelle pagelle) dovrebbe invece diventare obbligatoria per tutti, e dovrebbe, attraverso l’insegnamento di tutte le religioni professate in Italia, offrire un’occasione seria di confronto, di crescita e di dialogo fra quanti un domani si ritroveranno a condividere uno stesso spazio sociale, lavorativo e pubblico.


Il male della banalità (o Il crepuscolo del Tamarindo)

agosto 27th, 2009 by Giacomo Valtolina | 13 Comments

Il male della banalità (o Il crepuscolo del Tamarindo)

Il Tamarindo nasceva in un esuberante contesto in cui gli attori protagonisti si sentivano partecipi di un qualcosa di nuovo, di un’idea tranchant, di un’esperienza potenzialmente innovativa. Ma a mesi di distanza, a mio parere, è chiaramente emerso come il dibattito – salvo rare eccezioni – sia andato via via scemando, riducendo gli entusiastici brusii iniziali alle solite beghe formato web, seppur celate da nobili intenti poi sfociati in atteggiamenti talvolta snobistico-culturali.
Complici gli ormai onnipresenti boy scout del viscontiano cambi tutto, purché non cambi niente (quelli che silvio è stato eletto democraticamente, che lui almeno fa qualcosa, che allora meglio grillo, che ah, la siria è pericolosa, che adesso è davvero giunta l’ora di combattere il riscaldamento globale, che bisogna salvare gli alberi nelle città, ecc.), il Tamarindo, nonostante gli sforzi del suo editore, si è ritrovato ad annaspare, o meglio annegare, in un mare di articoli e commenti di cui francamente non se ne sentiva, per così dire, l’urgenza.
Le infinite possibilità di tentare di cambiare un radicato modus vivendi (quello degli italiani, inchiodati al muro da una società tartaruga, clientelare fino al midollo e poco interessata all’evoluzione dei propri cittadini) sono affondate nell’oceano dei vuoti dibattiti che affollano la rete e che ritraggono fedelmente posizioni già pensate, idee già espresse, parole già scritte, commenti già ascoltati, opinioni già sentite, sentimenti già interiorizzati. Era più ambizioso, infatti, l’intento originario del Tamarindo: sfidare il senso comune; internazionalizzare l’Italia; spegnere i campanilismi, le retoriche, le demagogie; trovare chiavi di lettura meno scontate; divulgare contenuti e cultura (riprendendo il vecchio concetto del «far girare» i libri, i dischi, i vhs); e, perché no, ispirare ironie, lanciare poeti, creare nuovi format per la rete e chi più ne ha più ne metta. Per scardinare meccanismi ritriti, inseguendo un auditorio sempre più vasto, partecipe e colto.
Tutto ciò non si è verificato. Gli articoli più interessanti sono rimasti senza commenti. Pochi (o nessuno) hanno osato, hanno provocato, hanno suscitato riflessioni e pensieri al di fuori dei tradizionali canoni, oltre gli opinionismi da massmediologi di cui siamo ogni giorno ostaggio nell’ingranaggio mediatico quotidiano.
Personalmente ho partecipato a questo progetto per divertimento e, non lo nascondo, pure per speranza. Ho posto interrogativi su temi che – comunemente accettati – non vengono mai spiegati: il perché di quest’ossessione ecologista; la ragione per cui la gente continui a votare silvio e a rendere così peggiore (nessuno può negarlo) questo paese di anarchici e trimalcioniani collusi; come nasce la paura dello straniero; da cosa derivi l’incredibile unanime glorificazione di Hanna Arendt; come mai nessuno evidenzia mai l’impossibilità matematica dell’utopia capitalista (nessuna impresa può permettersi una produzione stabile, perché? Che modello è questo? Che futuro può avere?); il motivo per cui tutti sbavano innanzi a «Il divo» e «Gomorra»; l’origine della credenza per cui Akira Kurosawa sarebbe noioso; e via dicendo (un lungo dossier sull’affaire Tavaroli che riportava stralci dai vari giornali, un trattato sul sottosviluppo della Corsica e delle isole europee, recensioni di dischi e un j’accuse per i volgari e grotteschi insulti di un ministro ad una valida direttrice di un giornale: il tutto per una ragione o per l’altra mai pubblicato).
Nei ritagli di tempo, ho dato in pasto alla «mania dell’opinione» – tanto rumorosa quanto ottusa – alcuni dubbi, certi buchi neri. Ciò che non capisco e quello che mi fa riflettere. Convinzioni comuni senza riscontri, contraddizioni, antinomie. Insomma, sento di essermi messo in gioco (nel mio piccolo) su interrogativi e perplessità che abbiamo innanzi agli occhi ogni giorno, cercando di svegliare i dormienti o per lo meno di punzecchiarli. Un po’ per capire, ma soprattutto per trovare confronti degni di questo nome. Forse un obiettivo arrogante, si dica ciò che si vuole, ma di certo non c’è motivo di rinnegarlo. E devo ammettere che molto raramente mi sono trovato nella condizione di interessarmi al dibattito, continuare a condividere qualcosa, trovare stimolanti i dialoghi, le polemiche e i confronti. Questo ha placato i fermenti iniziali e ha reso silente il mio animo, innanzi alla scarsa produttività culturale (ed economica) del tutto.
Non so dove voglio arrivare e se ce la farò. Però ho capito una cosa che probabilmente intuivo già. Non è il male ad essere banale ma viceversa. Si dirà: «Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire». Stronzate, c’è un limite, un confine alle cose che, almeno su queste pagine, si cercava di sfuggire. Quelle forzature da spiaggia da cui personalmente cercavo di evadere. Invece alcuni tromboni del «post», probabilmente, vi hanno trovato il loro habitat naturale. Ma rimango di un solo pensiero: tutti morti, tranne i vivi (di questo passo destinati a morire).


Napoli 2009

luglio 19th, 2009 by Alessandro Berni | 3 Comments

Napoli 2009

In ricordo di Petru Birlandeanu, morto per sbaglio una sera di maggio.
È sera ed è Napoli sulla funicolare che collega il Vomero e Montesanto.
È il 26 maggio, sono le sette passate e c’è ancora un’afa che pare già estate.
Suspeso tra ‘o cielo e na terra
ch’ha avuto cchiù lutte ‘e na guerra
Petru Birlandeanu vive di musica e d’elemosina, canta  ‘na vita pezzente.
Miserie e nuvole, suonano la sua fisarmonica.
È Napoli ed è sera anche tra i vicoli dei quartieri spagnoli. Per via Conte di Mola rombano 4 moto in mezzo ad altre, tra le urla e la gente, tra l’odore di fritto e quello dei gas di scarico, salgono via Pignasecca contromano.
Insieme a sua moglie, insieme a quattro ragazzini ed il loro pallone, insieme a tante altre persone, insomma, insieme a Napoli, Petru Birlandeanu rientra a casa. Per questo, scende dalla funicolare e s’incammina verso la stazione di Montesanto.
Sono quattro le moto dirette a Napoli della Cumana. Ogni moto due centauri. Ogni centauro, un’arma da fuoco. Sono decine i proiettili sparati per minacciare ed uccidere, per avvertire:
Attenta Napoli, un Mariano è uscito di galera.
Un proiettile colpisce la spalla di uno dei ragazzini che gioca a pallone. Ricoverato in ospedale, il ragazzino guarirà in meno di trenta giorni, è già guarito intanto che sto scrivendo. Un altro proiettile si conficca nella fisarmonica di Petru. Un altro ancora gli entra nella schiena, gli attraversa il cuore, gli esce dal petto.
Ci sono delle telecamere che hanno ripreso tutto. Hanno ripreso le moto arrivare, sparare, scapparsene via.
Hanno ripreso Petru ferito a morte, sorretto a malapena dalla moglie Mirella. Petru in ginocchio, davanti ai tornelli della metro.
Hanno ripreso la gente accanto a loro indifferente, obliterare il biglietto, parlare al telefono, andarsene via. La gente noncurante, la gente che nella fretta di ogni minuto, magari davvero non si è ancora accorta di niente, della tragicità del momento che accanto a loro stava avvenendo. Hanno ripreso la gente che finalmente si accorge. Petru a terra. Le grida di Mirella.
Hanno ripreso l’immagine che tutti scappano quando accanto hanno un uomo ferito, una donna che chiede aiuto. Io non c’ero! E se c’ero stavo solo scattando una foto dal cellulare!
Hanno ripreso la gente e le loro coscienze 2.0 resettabili, interscambiabili, convertibili, inutili.
Hanno ripreso Napoli vendetta è fatta, Napoli tre scimmiette. Cieca, sorda e muta accanto ad un ragazzo che muore. Napoli e un uomo sparato che cade come ‘na carta sporca
e nisciuno se ne import. Napoli una volta mille culure. Oggi solo mille paure.
Sia chiaro un aspetto: questo fatto di cui alcune telecamere ci hanno dato testimonianza è successo a Napoli, ma avrebbe potuto accadere a Rio, New York o Shanghai.
Il senso di quell’istintiva fuga è molto più largo, non collocabile in un solo quartiere; il panorama è più esteso e comprende un universo urbano unico dentro il quale abitiamo tutti. Come deve essere chiaro che quanto successo non è riconducibile ad un solo giorno, ma dentro un tempo, un orizzonte storico non accessibile, non mappabile, in nevrotico mutamento da quando i riferimenti culturali del post-modernismo che gli storici più audaci, timidamente, dicono siano crollati l’11 Settembre 2001, da quando cioè il reale ha smesso di essere decifrabile.
Le azioni quotidiane, i riflessi emulativi, i gesti istintivi sono guidati per sempre più esseri umani da una nuova e presunta Coscienza 2.0. Questa è spudorata, spietata e non con la propria anima, ma col proprio avatar dialoga sulla pietà e sul pudore; è senza Dio e senza nemmeno il senso della sua negazione; infine è senza colpa quindi innocente in quanto vergine madre, figlia del suo figlio, dell’alienazione di massa, di popoli interi che come macchine, senza sangue sono crollati in uno stato di amnesia, interrotto da dolorosi risvegli accompagnati da crolli nervosi ancora più dolorosi.
“Non siamo gli ultimi” sembra voler dire la sequenza muta finale, quando arrivato all’epilogo di questo doloroso attimo entra in campo una signora bionda di mezza età, l’unica che di fronte ad un uomo che muore, una donna che implora soccorso non scappa via, rimane immobile. “Non siamo gli ultimi e quello che sta avvenendo adesso, accadrà ancora perché infinite volte è già accaduto.”
“Morire per sbaglio una sera di maggio. Morire per sbaglio e morire ammazzati con in spalla una fisarmonica anche lei ferita a morte.” Queste le parole dell’ultima canzone di Petru.
Presto la sua fisarmonica tornerà nella stazione di Pietrasanta collocata all’interno di una teca di vetro.
Tornerà a ricordarci la sua morte inutile che ci ha raggiunto nella frenesia di avvenimenti che ogni giorno ci bombardano, insieme alla confusionale sensazione che mentre sta succedendo qualcosa ci stiamo perdendo altro, dimenticando qualcos’altro ancora; a richiamarci alla memoria di quando eravamo umani proprio nel tempo in cui l‘umanità intera ha cominciato a smettere di esserlo per mutare, slittare verso l’inorganico prossimo nostro; dentro uno stato larvale subìto la cui metamorfosi promessa e non voluta sembra essere il nulla e nient’altro.


La fatica dell’indignazione permanente

maggio 8th, 2009 by Rocco Polin | 3 Comments

La fatica dell’indignazione permanente

È folle. Non si fa a tempo a indignarsi per bene per il vergognoso circo che circonda il nostro presidente del consiglio che il suo fido secondo dichiara che l’unico difetto di Mussolini è stato quello di essere troppo buono. L’affermazione mi spiazza. Ero partito in quarta contro il degrado estetico e morale della nostra politica ed ecco che ne succede una ancora più grave. Poco male, lasciamo perdere Noemi (questione tutto sommato marginale) e concentriamoci sulle ben più gravi affermazioni di Dell’Utri. Non passano due giorni e l’onorevole Matteo Salvini propone di riservare alcuni vagoni della metropolitana ai milanesi. In due giorni siamo passati dalla rivalutazione del fascismo alla reintroduzione di proposte naziste. Non riesco nemmeno più ad indignarmi, sono esausto.
Non credo che ci sia una strategia precisa ma il risultato è chiaro. A un certo punto ci si stanca anche di indignarsi. È il fenomeno dell’abituazione di cui parlava Marco qualche tempo fa qui sul Tamarindo. Ogni volta è peggio. Ogni nuova sparata fa dimenticare quella precedente. La nostra soglia di sopportazione si alza continuamente. Le battute sulle finlandesi minorenni adesso, confrontate con le proposte di apartheid, appaiono simpatiche goliardate. Il decreto sicurezza ci sembrava razzista, adesso viene quasi da apprezzare il fatto che non contenga precise disposizioni per la segregazione razziale nei mezzi pubblici.
L’indignazione permanente è probabilmente impossibile. E allora viene da buttarla sul ridere. Ma Milano Milano? Non vorrei che quegli zoticoni di Pero mi invadessero il vagone. E poi, si potrebbero fare dei vagoni speciali per quelli di Milano uno entro la cerchia dei navigli? Inoltre bisognerebbe essere più precisi: chi è un milanese? Servono entrambi i genitori battezzati con rito ambrosiano o ne basta uno? Facciamo dei vagoni per i soli leghisti? È l’atteggiamento di Angelo Agrippa. L’intervistatore della bella Noemi di cui parlavamo nello scorso articolo. L’indignazione stanca e poi, diciamocelo, è davvero poco chic. Il cinismo, quello si che è trendy. Se accompagnato da un certo sarcasmo poi, è sicuro indice di intelligenza. Gli indignati annoiano. Preferireste andare a cena con Ferrara o con Oscar Luigi Scalfaro?
Questo giochino però comincia a diventare pericoloso. Un conto è un presidente del consiglio che si intrattiene con le minorenni. Altra cosa è il ritorno delle leggi razziali.
Quando sono arrivato a Berkeley sono rimasto molto sorpreso dalla nomea razzista del nostro paese. Anche perche, nei miei precedenti periodi all’estero, non avevo mai riscontrato nulla di simile. Qui invece in modo cordiale seppure un po’ condiscendente capita spesso che mi chiedano se è vero che l’Italia sia diventata un paese razzista. Confesso che nei primi tempi facevo come Nanni Moretti nella celebre scena di Aprile in cui spiega ad un amico francese l’evoluzione democratica di Alleanza Nazionale. “Ma no- dicevo -Ma che razzisti… Siamo un paese piccolo e sovrappopolato… Non siamo abituati all’immigrazione… E’ una reazione passeggera, di aggiustamento ad un fenomeno nuovo… La Lega solleva questioni reali, sia pure con un tono disdicevole….”
Bullshit! Stronzate. Siamo un paese razzista. Un paese privo di quegli anticorpi democratici che renderebbero inaccettabili in qualsiasi altro paese europeo le dichiarazioni di Salvini. Il richiamo al Fascismo dopo un po’ diventa stucchevole ma non per questo è meno appropriato. Il Fascismo non fu, come voleva Croce, l’invasione degli hyksos. Il Fascismo è stato l’autobiografia della nazione. La Chiesa, tranne lodevoli eccezioni, si guarda bene dal fare metà del polverone che fa quando si parla di cellule staminali. Il silenzio della comunità ebraica è imbarazzante. La borghesia milanese che prima votava Lega ma si vergognava ora comincia a non vergognarsene neppure.
La politica una volta aveva una funzione pedagogica. Nella prima repubblica c’era almeno un tentativo di guidare ed educare il popolo oltre che di rappresentarlo. Adesso la politica rincorre i peggiori istinti della massa in una gara verso il basso che è arrivata, faccio ancora fatica a crederlo, alla proposta di leggi razziali. E allora? E allora sta a noi, alle menti migliori della nostra generazione, al Tamarindo. Sta a noi rimettere pazientemente insieme i pezzi, difendere e diffondere i valori della democrazia e della civiltà, educare il popolo, noi stessi prima degli altri. Il progetto interrotto del Risorgimento, di Mazzini, Cattaneo e Cavour degenerato nel fascismo e poi ripreso negli anni eroici della Resistenza e della Costituzione e di nuovo fallito. Quello deve essere il nostro progetto, quella la nostra missione. Questa chiamata alle armi potrebbe sembrare retorica e pretenziosa, lo so, ma in giorni in cui si discute di apartheid credo sia urgente e necessaria.


Il Lupus e il Buon Selvaggio in Politica

aprile 26th, 2009 by Marco dall'Olio | No Comments

Il Lupus e il Buon Selvaggio in Politica

Siamo buoni o cattivi, noi esseri umani? Questa sembra essere una delle domande più popolari nel discorso filosofico occidentale. La tua personale risposta ha implicazioni profonde, che si ramificano verso insospettabili aree della tua stessa identità.
In generale, le risposte che emergono dal dialogo intellettuale occidentale sembrano ondeggiare costantemente tra i due estremi opposti del nostro spettro filosofico: Hobbes da un lato (siamo tutti intrinsecamente cattivi, e la società ci tiene a bada) e Rousseau dall’altro (siamo tutti intrinsecamente buoni, e la società ci corrompe). Chiunque prenda parte al teatro dell’interazione umana è in possesso di una posizione su questo spettro, cioè di un’idea implicita sulla nostra natura morale. Tutti, a prescindere dall’educazione. Dal professore universitario all’operaio, ognuno ha una credenza su bontà o malvagità dei propri simili. Ció che cambia con il livello culturale è la consapevolezza a riguardo, e conseguente verbosità. Ovviamente, questa working hypothesis sulla natura umana ha effetti drastici sul nostro comportamento, e ci rende più o meno fiduciosi verso il prossimo, più o meno disposti ad aiutare ed essere aiutati, sfruttare ed essere sfruttati.
Ma gli effetti delle nostre credenze morali non si fermano al comportamento. A quanto sostiene lo psicologo morale Jonathan Haidt, figura di spicco nel dibattito contemporaneo sulla moralità, la tua personale posizione sullo spettro gioca un ruolo fondamentale anche nell’evoluzione della tua identità politica. Dai suoi studi longitudinali, la fiducia nel prossimo risulta essere uno dei migliori predittori della futura posizione politica. Se fin dalla tenera età ti dimostri altruista e fiducioso, allora c’è un’ottima probabilità che il futuro ti veda pendere a sinistra. L’opposto se sei convinto che il mondo intero sia costantemente in agguato per approfittarsi di te. Questo interessante fenomeno potrebbe aiutarci a far luce sul perchè le posizioni politiche siano per molti “tradizioni di famiglia”. I figli plasmano le fondamenta delle proprie credenze morali sulla base del primo materiale culturale disponibile, fornito naturalmente dai genitori.
Purtroppo peró, quando si parla di cause e fattori determinanti nello sviluppo comportamentale, è quasi impossibile evadere l’odiosa domanda sul nature/nurture: le disposizioni morali individuali sono solo questione di trasmissione culturale, o è possibile individuarne una predisposizione innata? Sembra altamente controintuitivo, ma studi su gemelli separati alla nascita (studi che fanno parte della dibattutissima disciplina Behavioral Genetics), e studi sull’ereditarietà di altre dimensioni della personalità fanno sospettare che ci sia qualcosa di più che semplice trasmissione culturale.
La nostra personale posizione tra homo homini lupus e buon selvaggio è dunque scritta nei nostri geni? E se è vero che la nostra idea sulla natura umana gioca un ruolo fondamentale nell’evoluzione della nostra identità politica, dobbiamo forse pensare che anche le nostre future affiliazioni siano in qualche modo scritte nel nostro dna?
Difficile a credersi, soprattutto se si prende in considerazione il terzo grande protagonista del dibattito occidentale sulla natura umana, il buon vecchio John Locke. Esattamente al centro dello spettro Hobbes/Rousseau, per Locke la natura umana è disposta sia al Bene che al Male, e a suo agio con entrambi i lati della medaglia etica. Una posizione molto più vicina alla realtà dei fatti, a mio modestissimo parere.
Inoltre, se al solo sentire parlare di ereditarietà, il timore del determinismo biologico vi fa rizzare i capelli, rassicuratevi. Nessuna condanna genetica ad essere buoni o cattivi. Come sosteniene la corrente di psicologia sociale e sociologia chiamata Situazionismo, le particolari situazioni e contesti sociali in cui ci troviamo modulano costantemente il nostro comportamento, ed hanno effetti ben più prorompenti sulle nostre azioni di un’eventuale predisposizione genetica. Un esempio su tutti, il famoso Stanford Prison Experiment, oppure gli studi di Milgram sull’obbedienza all’autorità. Dato il giusto contesto, gli esseri umani sono capaci delle azioni più eroiche, ma anche delle nefandezze più orrende, come la storia ci dimostra con crudele regolarità.
Dunque se l’inclinazione morale è “plastica” e flessibile, probabilmente anche i suoi attestati effetti sulle inclinazioni politiche non sono incisi nel marmo. Senza considerare il fatto che una miriade di altri fattori plasmano la nostra identità politica, come gli ambienti sociali con i quali veniamo in contatto, le nostre personalissime storie, evoluzioni e rivoluzioni di coscienza. Nessuna tessera di partito innata dunque. Forse con una lieve predisposizione, una leggera inclinazione a destra o a sinistra, ma non certo con una condanna inappellabile. I lettori che hanno votato PDL (se tale categoria esiste) ne saranno lieti.



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