Dall’Everest alle Maldive

dicembre 17th, 2009 by Laura Zunica | No Comments

Dall'Everest alle Maldive

Questa settimana i leader mondiali si trovano a Copenaghen per confrontarsi finalmente sui gravi danni ambientali arrecati al pianeta dall’uomo e cercare di elaborare soluzioni ragionevoli ed efficaci per evitare la distruzione dell’intero ecosistema mondiale. (http://en.cop15.dk/)
Uno dei punti di maggiore rilievo riguarda le emissioni di carbonio (CO2) che supera le soglie entro le quali il pianeta ha ancora la possibilità di respirare, 350 ppm. A riguardo mesi fa ci furono movimenti e manifestazioni in tutto il mondo per richiamare l’attenzione sul problema (www.350.org/).
Altre campagne, come Hopenagen (www.hopenhagen.org), stanno cercando di richiamare l’attenzione dei partecipanti al summit per ricordare loro che in questi pochi giorni di dicembre saranno prese scelte decisive per evitare eco-disastri che sono ormai alle porte e rischiano di devastare il pianeta terra.
Due episodi interessanti sono avvenuti nelle scorse settimane, sempre con l’obiettivo di richiamare l’attenzione sull’importanza di fare le scelte giuste durante il summit di Copenaghen, perché i rischi che sta correndo il nostro pianeta non sono qualcosa di lontano e immaginario ma sono una spada di Damocle che pende sulla testa del nostro pianeta.
Il primo avviene in Nepal: il Consiglio dei Ministri si è riunito per circa un’ora sulla cima del monte Everest a Kala Patthar (più di 5.200 metri di altitudine). Ventitré i ministri che hanno partecipato al consiglio presieduto dal premier Madhav Kumar. È all’ordine del giorno la sensibilizzazione riguardo ai danni ambientali arrecati dall’inquinamento globale, e l’importanza della tutela dell’ambiente, per il Nepal e per il mondo intero. Ed è cosi che viene approvata dal Consiglio dei Ministri la Dichiarazione dell’Everest contenente la richiesta del Nepal rivolta a tutte le nazioni più sviluppate di impegnarsi a ridurre urgentemente e a breve termine l’intensità delle emissioni di gas nocivi. Il consiglio ha inoltre deciso, come gesto simbolico d’impegno alla salvaguardia dell’ambiente, di aprire un terzo parco nazionale, Banke National Park, oltre ai due già esistenti.
Non solo dalle alture del Nepal si mandano appelli per il summit di Copenaghen: dalla cima dell’Everest si arriva fino al mare. Anzi, sotto il mare: anche il Consiglio dei Ministri delle Maldive presieduto da Mohamed Nasheed, si è riunito poco tempo dopo per lanciare un appello riguardo alle gravi minacce dei cambiamenti climatici, e la riunione è avvenuta sul fondale marino, nei pressi della capitale Malé. La scelta subacquea è dovuta al fatto che, se queste insane emissioni di CO2 non tornano sotto le soglie minime, sotto al mare è esattamente dove tutta la popolazione delle Maldive si troverà in pochi anni, e in tal caso sarà cosi che i Consigli dei Ministri dovranno avere luogo. Anche in fondo al mare è stata firmata una dichiarazione inoltrata alla conferenza di Copenaghen.


Clean Up Giza!

novembre 25th, 2009 by Laura Zunica | No Comments

Clean Up Giza!

Tra i tanti problemi del Cairo emergono inquinamento e sporcizia. Entrambi risentono dello scarso senso civico, e soprattutto della mancanza di educazione civica nelle scuole.  Il Cairo è una città assai vasta, e per semplificarne la gestione è stata divisa in governatorati: per quanto riguarda il problema dell’inquinamento, ad esempio, ogni governatorato incarica una compagnia privata di liberare la propria area dai rifiuti.
Nello scorso settembre è accaduto che i dipendenti della compagnia italiana che si prende cura della rimozione dei rifiuti nell’area di Giza abbiano scioperato per tre settimane. Lo sciopero è stato proclamato per ragioni economiche: gli scioperanti ritengono di essere retribuiti inadeguatamente rispetto alle grandi quantità di rifiuti che è necessario rimuovere, mentre il governatorato sostiene che, poiché le quantità non sono mai aumentate, non è giustificabile aumentare i pagamenti. Una questione economica che ha trasformato per tre settimane intere l’area di Giza in un’abnorme pattumiera urbana.
Dana Moussa, ventitreenne che lavora nel settore economico e degli investimenti, è una dei tanti abitanti della zona di Giza. Durante lo sciopero della compagnia che si occupa di liberare l’area dai rifiuti, si è resa conto di quanto fosse allarmante il fatto che nonostante enormi quantità di rifiuti decorassero in modo ingombrante le strade del quartiere, nessuno facesse niente per trovare un rimedio. È stato così che un pigro pomeriggio di settembre Dana ha creato un gruppo su Facebook per stimolare gli abitanti del quartiere ad attivarsi e fare qualcosa per risolvere il problema dei rifiuti. L’idea iniziale, molto semplice, è stata  quella di raccogliere un ragionevole numero di persone e pulire le strade laddove il governo stesse mancando  ai suoi compiti. Con grande sorpresa il numero di partecipanti ha sfiorato il centinaio: questo gesto ha attirato molta attenzione, specialmente da parte dei media, i quali hanno avuto un effetto di pressione sul governo.
La notizia si è sparsa a tal punto che nell’arco di una decina di giorni, da un semplice evento spontaneo, sono scaturite le basi di un’organizzazione riconosciuta dal governo: in un solo pomeriggio un gruppo di volontari ha riempito più di duecento sacchetti della spazzatura a mani nude. Iniziativa popolare che ha messo in cattiva luce il governo ponendo l’accento sulle sue gravi mancanze.
L’Egitto è un paese molto burocratico, e tra le mille regole che esistono c’è quella che vieta di trasportare i rifiuti da un governatorato all’altro senza permessi governativi: dopo l’evento di settembre “Clean Up Giza” lo stesso governatorato di Giza ha contattato telefonicamente  Dana per proporle una collaborazione.
Oggi, a due mesi di distanza, sono più di seicento le persone che collaborano per far qualcosa di positivo per la città: l’obiettivo entro la fine dell’anno è di ottenere 25.000 grandi bidoni  della spazzatura da dislocare in ogni area del Cairo. Dati gli scarsi fondi governativi, questi bidoni sarebbero sponsorizzati da compagnie private, ristoranti, fast food e da chiunque volesse contribuire ed essere di supporto al progetto. In questo modo, tramite i media, la pressione sul governo aumenterebbe con lo scopo di promulgare una legge che vieti di gettare rifiuti per strada. A mesi alterni è programmato un evento, diramato in più aree del Cairo, per pulire la città: il motivo di quest’iniziativa bimestrale nasce dal fatto che fino ad ora Dana ha utilizzato Internet quale mezzo di comunicazione per raggiungere le persone, ma in un paese quale l Egitto, dove la percentuale delle persone che ha accesso a internet è inferiore al 12% , il mezzo non è pienamente efficace. Per questa ragione gli eventi di piazza, con gente che pulisce le strade a mani nude e con le scope, sono molto più efficaci per raggiungere l’attenzione di un maggior numero di persone, di qualunque classe sociale, e dare il buon esempio.  Ultimo passo di questa campagna di sensibilizzazione al problema sempre tramite pressione mediatica sul governo è di ottenere nelle scuole le ore d’insegnamento dell’educazione civica.
Se gli obiettivi che sono stati posti dovessero essere raggiunti nell’arco di un anno, il passo successivo sarebbe quello di spingere il governo, tramite una nuova campagna di sensibilizzazione, a creare un sistema di trasporti pubblici meglio strutturato, così da ridurre le vetture in circolazione.
Questa magnifica iniziativa è solamente all’inizio, ma la velocità con cui tutto sta procedendo è molto promettente: è un’impresa certamente ambiziosa, specialmente in un paese come l’Egitto, che non ha grandi fondi per finanziare questo tipo d’iniziative. Positivo il fatto che tutto questo sia nato per iniziativa di una giovane ragazza che è riuscita a smuovere gli animi e il senso civico dei cittadini, facendo un piccolo passo verso un domani migliore e si spera, più pulito.


Carpoolers!

ottobre 24th, 2009 by Laura Zunica | No Comments

Carpoolers!

Nel 2009 la città de Il Cairo ha ottenuto uno spiacevole primato, spodestando Mexico City come città più inquinata del pianeta. Oltre il problema dei rifiuti – che fortunatamente viene combattuto con sempre maggiore impegno da gruppi di giovani volontari – particolarmente allarmante è la qualità dell’aria. Data la povertà del Paese, non sono molte le risorse economiche da poter investire per un migliore sistema di trasporto. La città è invasa da automobili e taxi – non propriamente eco-friendly – che si danno vita ad interminabili incolonnamenti. L’aria è sempre più irrespirabile, a un livello tale che è possibile accorgersene appena scesi dall’aereo.
Appurato il fatto che una soluzione a tale problema non fosse percorribile per vie governative – principalmente a causa della mancanza di fondi – la situazione appariva senza vie di uscita. Fortunatamente qualche tempo fa un ragazzo, intasato nel traffico di una delle strade principali del centro (26th July, mentre si recava in Lebanon Square) ha realizzato quanto fosse ridicolo essere bloccati in una coda nella quale ogni macchina portava solo un passeggero: se ognuna delle macchine avesse portato quattro persone il traffico sarebbe stato ridotto di un quarto. La domanda è stata quindi come poter economicizzare tempo e danaro diminuendo il traffico e facendo allo stesso tempo qualcosa di positivo per l’ambiente.
Sebbene l’idea fosse geniale a livello teorico, non sembrava altrettanto semplice metterla in pratica: in un gruppo di amici la maggior parte vive e lavora in luoghi diversi, e condividere lo stesso veicolo non avrebbe che allungato i tempi e lo stress. Come risolvere il problema quindi? Sfruttando l’enorme numero di cittadini che si spostano in tutte le direzioni durante il giorno: la soluzione sarebbe stata quindi trovare un modo per mettere queste persone in contatto.
Soluzione arrivata con il sito Egypt Carpoolers (www.egyptcarpoolers.com)
Durante la fase iniziale del progetto, questo gruppo di amici si è imbattuto con sorpresa in moltissimi altri siti che, in diverse parti del mondo, pubblicizzavano la stessa idea. In Egitto l’iniziativa non era ancora arrivata e, spinti dal’entusiasmo generale, i nostri hanno deciso di passare all’azione. Tra i principali ostacoli il fatto che in Egitto solo il 12% della popolazione, per ovvie ragioni socio-economiche, ha la possibilità di accedere ad internet. A ciò si aggiunge poi il fattore culturale: l’Egitto conservatore, che non considera socialmente accettabile il fatto che due individui di sesso opposto si trovino da soli in un luogo non pubblico, avrebbe potuto essere d’ostacolo al lancio dell’iniziativa. A questo scopo, per evitare il fatto che qualcuno abusi del sito per motivi diversi dagli scopi che il progetto stesso si propone, sono stati posti controlli e restrizioni, quali l’obbligatorietà di registrarsi ed di essere maggiorenni.
La diffusione ed il successo riscontrato da questo genere di iniziative in diversi Paesi del mondo è indice di un disagio di molti cittadini di fronte allo spreco generalizzato di tempo e di danaro (e delle sue conseguenze deleterie in campo ecologico), un disagio che fortunatamente in sempre più casi non si limita alle critiche alle autorità (a cui è senz’altro imputabile buona parte delle colpe) ma viene affrontato con impegno e buona volontà.


350 per salvare il pianeta

ottobre 18th, 2009 by Laura Zunica | No Comments

350 per salvare il pianeta

Uno dei più grandi problemi che l’umanità si trova ad affrontare oggi è quello del cambiamento climatico e del surriscaldamento del pianeta: l’inquinamento e le emissioni di CO2 (carbonio) hanno creato una barriera attorno alla terra che nonostante permetta ai raggi del sole di entrare nell’atmosfera non ne permette facilmente l’uscita e questi continuano a rimbalzare sul pianeta riscaldandolo e questo fenomeno potrebbe finire con il distruggere il pianeta.
Sono molte le iniziative di gruppi e organizzazioni a riguardo, e una di queste, che si chiama 350, avrà luogo sabato 24 ottobre 2009.
Il nome 350 nasce dal fatto che 350 è, in termini scientifici, il livello identificato dagli scienziati come limite massimo per le emissioni di CO2 sul pianeta. In questo momento il livello attuale raggiunge 385 ppm (parts per million) ed è in costante aumento.
350 (è possibile trovare più informazioni sul sito www.350.org) è una campagna per pubblicizzare un movimento di portata mondiale, volto a sensibilizzare quanta più gente possibile riguardo al problema. In migliaia di città lo stesso giorno avrà luogo questo evento. Uno degli obiettivi è attirare l’attenzione dei media per evidenziare il problema in vista del World Leaders Meeting che si terrà Dicembre 2009 a Copenhagen: lì si lavorerà su un efficace trattato sul clima che ha come goal il raggiungimenti 350ppm come livello massimo di CO2 nell’atmosfera tramite riduzione delle emissioni di carbonio da parte di ogni paese.
Il movimento fu fondato da Bill McKibben, autore di uno dei primi libri sul problema del cambiamento climatico, e dalla sua squadra di colleghi universitari. Insieme misero su una campagna nel 2007 chiamata Step It Up. Questo genere d’iniziative furono il primo passo per convincere molti leaders politici della gravità della situazione ad adottare provvedimenti efficaci: ridurre dell’ottanta percento le emissioni ponendosi come dead-line il 2050.
Grazie ai nuovi mezzi di comunicazione di massa come internet, l’azione 350 del 24 Ottobre 2009 si sta espandendo ad una velocità indescrivibile, e si spera in una grande adesione agli eventi da parte del pubblico per diffondere la consapevolezza che il problema del cambio climatico è qualcosa che nessuno può più ignorare.


La sete dell’acqua

gennaio 19th, 2009 by Vincenzo Ruocco | No Comments

La sete dell’acqua

Ci risiamo, è notte, non dormo.
Questa notte la causa del non addormentarmi non è la mia fantasia, le visioni notturne, la piacevole pratica del cloud-surfing, bensì la sete.
Un problema apparentemente di poco conto che nel mio caso è una non soddisfazione momentanea del bisogno di bere, rappresenta invece il dramma quotidiano per milioni di persone.
Spesso mi chiedo: “forse anche l’acqua ha sete d’acqua?”.
La scarsità d’acqua potrebbe rappresentare la prossima grande crisi ambientale del mondo. Detto ciò si deve necessariamente riconoscere come questo problema riscuota meno considerazione rispetto al surriscaldamento globale. Perché? Perché ne abbiamo bisogno tutti, perché senza acqua non si vive, perché, purtroppo, riprendendo un concetto di Chuck Palahniuk, “la realtà è che uno vive finché non muore. E la verità è che nessuno vuole la realtà”. Forse ci si renderà veramente conto che esiste il problema dell’acqua nel momento in cui mancherà dal frigorifero, non scorrerà dai rubinetti delle case, non fungerà da ornamento in mezzo alle trafficate piazze dei centri storici.
Ban Ki-moon, attuale Segretario Generale dell’ONU, dichiara senza mezzi termini come la scarsità d’acqua sia una delle questioni principali da affrontare.
“L’acqua si sta esaurendo. Se non la utilizziamo saggiamente, se non la manteniamo pulita, se non la dividiamo equamente, presto tutto il mondo sarà costretto ad affrontare la scarsità d’acqua. Quasi 50 paesi ospitano 2,7 miliardi di persone che non hanno accesso all’acqua. Considerando le questioni dello sviluppo, delle malattie, della sanità e del degrado ambientale si scopre che il denominatore comune è l’acqua. Esistono alternative al petrolio ma non all’acqua”.
Uno dei paesi in cui questa materia prima scarseggia maggiormente è la Cina. La mancanza d’acqua dolce potrebbe limitare le prospettive di crescita future. Ci fa un po’ meno paura adesso, la Cina?
Nella provincia di Hebei, Cina del Nord, il livello d’acqua nei fiumi si sta abbassando.
I letti dei fiumi che scorrono verso Pechino sono prosciugati o ridotti a piccoli torrenti.
La pianura della Cina del Nord ospita più di 200 milioni di persone, la regione produce la metà del grano nazionale ma la deforestazione e l’abuso dell’acqua disponibile hanno prosciugato la pianura. Mentre l’acqua in questa zona si sta esaurendo nella vicina Pechino la domanda della stessa aumenta.
In Cina ogni anno circa 2000 chilometri quadrati di terra fertile si desertificano. Ad oggi un quarto dell’intero paese è deserto e una delle maggiori preoccupazioni è data dal fatto che questa desertificazione sta puntando verso Pechino. Il deserto così si allarga al nord, i raccolti diminuiscono e le persone vogliono trasferirsi in città. E nelle città cosa succede? Succede che la crisi si manifesta con l’urbanizzazione. I rifiuti, in quantità eccessiva perché il sistema naturale li possa smaltire, inquinano i fiumi la cui acqua non può essere utilizzata dagli uomini.
I problemi appena elencati sono destinati a farsi sempre più gravi.
Il 75% dell’acqua che scorre nelle città cinesi non può essere bevuta e non ci si può pescare. Fogne non depurate, acque di scarto che scendono lungo i fiumi da una serie di cantieri, edifici commerciali e abitazioni. Inquinamento generato che non riguarda solamente l’acqua ma anche l’aria.
Dall’altra parte del paese i fiumi sono circondati dalle industrie che hanno alimentato la rivoluzione industriale cinese.
Nella provincia del Sichuan, Cina Occidentale, si trovano cumuli di spazzatura alti come colline di 15-20 metri poggianti, questo è terrificante, su terreni agricoli. Discariche a cielo aperto ospitanti rifiuti domestici e industriali. Esalazioni chimiche che hanno danneggiato gravemente non solo i polmoni di coloro che le hanno respirate ma anche gli occhi. Sono stati registrati fenomeni di cecità di conduzione in coloro che hanno lavorato per anni nelle discariche.
“È prevedibile che da qui a 25 anni le guerre non si combatteranno più per il petrolio ma per l’acqua” – Kofi Annan, ex-Segretario Generale dell’ONU.
Si presume che nel 2025 i due terzi della popolazione mondiale, pari a 5,5 miliardi di persone, vivrà in una situazione di stress-idrico.
Quali settori hanno bisogno d’acqua? La maggior parte dei processi produttivi industriali necessita di acqua industriale pulita. Acqua per i processi di lavorazione, per la pulizia, come refrigerante o come alimento base. L’acqua nei processi agricoli. L’acqua nel terziario.
Trovo interessante segnalare alcuni dati.
- Nell’agricoltura intensiva quasi l’80% dell’acqua usata viene dispersa
- Il consumo d’acqua per la produzione industriale di un’automobile è pari a 400 mila litri
- L’uso che serve ai processi produttivi oscilla tra 75-80-85%
- Gli usi domestici sono intorno al 10-15%
- Il peso corporeo di ognuno di noi è stabilito principalmente per il 60% d’acqua
- Il giro d’affari che ruota intorno all’industria mondiale dell’acqua è di 403 miliardi di euro l’anno, pari al 40% dell’industria del petrolio
È il momento di chiudere il rubinetto mentre mi lavo i denti. Può sembrare inutile ma forse se cominciassimo a farlo tutti…


Chi ha paura del buio?

novembre 20th, 2008 by Federico Berlingieri | No Comments

Chi ha paura del buio?

Di giorno la luce, di notte il buio. Questa sicurezza rischia di vacillare visto che, per accontentare i nostri vizi, fra qualche anno potrebbe non essere più così.
Organizzazioni di scienziati sempre più allarmati denunciano con forza la progressiva riduzione del buio dovuta ad un incontrollato utilizzo della luce artificiale. Gli errori nella progettazione dell’illuminazione, inevitabili considerando la scarsa consapevolezza dei potenziali rischi, fanno si, che, all’atto di disperdersi esternamente, la luce si diriga verso l’alto in direzione del cielo.

L’oscurità notturna viene così radicalmente ridotta, in certi casi cancellata, e questo non solo a discapito di chi ama contemplare il cielo stellato; le creature notturne faticano infatti a riprodursi in seguito allo sconvolgimento dei bioritmi dovuti all’artificiale ingerenza dell’uomo. Per capire la forza dello squilibrio causato, gli esperti invitano ad immaginare di essere obbligati ad addormentarsi in una stanza illuminata, oppure, viceversa, svegliarsi la mattina e rimanere immersi nel buio pesto per tutto il trascorrere della giornata. Cosa ne sarebbe del nostro equilibrio psicofisico?
Per gli uccelli, ad esempio, più luce significa più necessità di cibo, mangiare di più porta ad ingrassare prima, questo causa l’alterazione dei periodi migratori e così via…
Molti animali rischiano di impazzire o di estinguersi dunque, ma neanche l’essere umano (il re della città) è immune da rischi. Ai già noti problemi di sonno, stress, indebolimento del sistema nervoso si sono aggiunte nuove inquietanti scoperte: alcuni ricercatori dell’università di Haifa in Israele hanno infatti individuato un legame fra l’illuminazione notturna e l’incidenza del cancro al seno nelle donne.
A questi pericoli di salute potenzialmente devastanti va aggiunto il danno economico procurato dallo spreco di energia elettrica utilizzata per illuminare zone totalmente inutilizzabili come la “volta celeste”.
La protezione del buio notturno è affidata ad organizzazioni senza scopo di lucro come la prestigiosa “International Dark-Sky Association” nata negli Stati Uniti nel 1988. La “IDA” propone lo sviluppo di un’illuminazione sostenibile dall’ecosistema e recentemente ha nominato la zona del “Natural Bridges National Monument” nello Utah primo “Dark Sky Park“, ossia primo luogo dove poter recuperare il contatto con un cielo “sano”.
Della vicenda lascia ben sperare la consapevolezza che l’inquinamento luminoso rappresenta la forma di violenza alla natura più facilmente debellabile. Tecnologie oramai collaudate consentiranno in futuro di continuare ad avere strade e palazzi illuminati in modo funzionale ma molto meno invasivo; certo un intervento deciso sembra necessario visto e considerato che, dati alla mano, l’Italia risulta essere circa dieci volte più illuminata di quanto dovrebbe essere. Non a caso per risolvere il problema il nostro paese ha sviluppato una ricerca scientifica all’avanguardia ben affiancata da leggi efficaci anche se ancora troppo generiche. In parecchi comuni dello stivale, grazie all’intervento di organizzazioni e di studiosi, si è potuto ridurre considerevolmente il flusso di luce indirizzato verso l’altro e con esso anche il dispendio energetico.

Non resta che augurarsi un futuro più buio.


La fallace seduzione del progresso all’incontrario

agosto 21st, 2008 by Giacomo Valtolina | No Comments

La fallace seduzione del progresso all'incontrario

Siamo circondati da continue e fastidiose interferenze che professano una sorta di «ritorno alla natura», presumendo che esista un ipotetico ordine naturale delle cose, quale armonioso Eden a cui la società tenderebbe.
La nostra società liberale, infatti, apparentemente fondata sul progresso, genera invece modelli antitetici, fondati sul benessere, sul piacere e sulla ricchezza; modelli radicalmente avversi ad una società realmente produttiva. E così, cori informi di voci confuse ogni giorno diffondono messaggi che esaltano l’aria pura, il silenzio, la solitudine, la quiete, la vita in campagna contro l’inquinamento, il rumore, il caos e la metropoli. Si va inoltre a caccia delle proprie pulsioni più nascoste, a cui la società «impedirebbe di manifestarsi». Si riconsiderano cioè le leggi morali e civili all’insegna di una presunta «libertà» (selvaggia?), oggi persa, che restituirebbe l’uomo ad un autentico equilibrio con il creato, grazie alla riscoperta di quell’animo incorrotto e genuino da tempo dimenticato.
Si risale cioè fino alla sorgente, in questo caso fino a una sorta di comunismo naturalista primordiale che, se mai è esistito, è stato in realtà irreversibilmente pervertito dalla storia. La natura sociale è essa stessa infatti una produzione storica e dialettica che si presenta già in sé come una rottura con lo «stato di natura». E non è possibile tornare indietro. Soltanto attraverso il progresso si può superare la natura, creando una struttura delle relazioni umane che non deve più niente alla natura, che è l’opera politica esclusiva dell’uomo e, quindi, la sua libertà.
Invece il frastuono di questa specie di concezione naturalista dell’essere umano è assordante. Con come fine un uomo assolutamente slegato dalla praxis, i novelli naturalisti propongono un ordine originario, anteriore all’uomo e a cui l’uomo deve sottostare, che suona molto come destino, come predeterminazione, come fato. E allora ecco l’intervento della società odierna, capitalista e materialista, libertaria e libertina: inghiottire tutto il terreno culturale che si interpone tra uomo e natura, per togliere il freno a questa società di mercato, schiava e ingorda, che s’illude di voler raggiungere lo stato di natura attraverso il progresso. Quale paradosso, quale contraddizione per una classe dominante che vuole il progresso soltanto perché gli permette di accedere al potere economico e politico ma che d’altro canto inneggia continuamente alla natura: non si tratta più di essere soltanto conservatori, quanto piuttosto «regressisti».
Le derive libertine, sensualiste, naturaliste e ecologiste (o addirittura animaliste) odierne hanno i loro antenati nei movimenti della Rivoluzione francese e del Sessantotto. Si può riassumere dunque l’essenza di questa ideologia in una breve formula: l’individuo ha accesso al benessere attraverso il piacere grazie al progresso che permette di ritornare alla natura. Ma quali sono i mezzi per delineare tale natura? Nientemeno che gli effetti «repressivi» della cultura, religiosa e morale. Bizzarro per un sistema fondato sul «permissivo». Pensiamo al piacere, al godimento, alla libertà sessuale: il compimento naturale (sessuale) è impedito? Bisogna dunque trasgredire. Il piacere è tanto più nella trasgressione che nel godimento stesso. «Distruggere l’artificialità culturale per ritrovare finalmente la profonda autenticità delle pulsioni naturali» (De Sade). Bene, un progresso che ha come fine la realizzazione libertina, è già evidentemente corrotto e paradossale.
La società spinge quindi a un processo d’individualizzazione culturale estremo attuato per mezzo della trasgressione. O il libertinaggio resta all’interno di un’amabile forma culturale e mondana di consenso (essere di buona famiglia, essere educati, essere ricchi), oppure diventa un’espressione selvaggia e bestiale che ha come suo culmine, addirittura, il crimine: «Se un uomo merita di essere picchiato, perché non posso farlo?». Crisi di onnipotenza liberali. Come nella Salò di Pasolini il materialismo borghese si rivela allora un oscurantismo diabolico, nichilista e apocalittico, così questa società di consumo e di libertinaggio contribuisce alla creazione del «mostro».
O, cioè, un mostro mondano da salotto, che detesta l’inquinamento, che ama perdersi nella «sana» natura, che quando visita l’Africa torna affascinato dalla genuina autenticità di alcuni suoi popoli selvaggi, che teme per lo scioglimento dei ghiacciai e che pratica il nudismo (o naturismo, come guarda caso si dice oggi). Oppure, in alternativa, un mostro individualista disadattato che ha sganciato tutti i freni, tutti i valori imposti dalla stessa società, fino a rifiutarli non riconoscendone più limiti, proibizioni e divieti. Valori e tabù che sono quindi soltanto un mezzo, simbolo della contraddizione tipica in seno alla società liberale, sempre in bilico tra «repressivo» e «permissivo». Una continua gestazione di tabù da sfatare. Tra mondanità e violenza. Tra potere e rabbia. Tra idiozia e follia.

(*) Riferimenti da Critique du libéralisme libertarie di Michel Clouscard, éd. Delga, 2005.


Ritorno da Damasco

febbraio 24th, 2008 by Andrea Stringhetti | 8 Comments

Ritorno da Damasco

Non ho ancora capito se stare due mesi in Siria mi abbia fatto bene o male. Bene, perché al mio ritorno l’Italia sembrava il Paese più bello del mondo. Male, perché per tutto il mio soggiorno mi ero vergognato tantissimo del mio Paese davanti a tutti gli stranieri che mi chiedevano per quale strana ragione Berlusconi potesse essere primo ministro. Bene, perché ho capito che non vivrò mai in un Paese arabo. Male, perché al ritorno in Italia non era cambiato niente. Bene, perché come ho mangiato in Siria da nessun’altra parte. Male, perché sono ingrassato di 6 chili in due mesi e una volta tornato ci ho messo altri 4 mesi per tornare al mio peso forma. Bene, perché mi sono guardato dentro e ho riflettuto molto sulla mia vita, ne avevo davvero bisogno. Male, perché non sono riuscito a creare legami veri con nessuno, oppure ci sono riuscito troppo tardi, quindi ero sempre solo. Bene, perché ho capito quanto bene voglio al Paese dove sono nato, casa mia, che mi è mancato così tanto. Male, perché tanto lo amo da lontano, tanto lo odio da vicino.
Potrei andare avanti a elencare contrasti per pagine, ma abbiamo capito che, come tutte le cose, questa esperienza ha avuto tanti lati positivi quanti negativi.

In ogni caso il confronto con l’Italia e con Milano è venuto facile e spontaneo. È bastato sbarcare a Fiumicino per vedere quanto l’aeroporto fosse nuovo e pulito, quanto le persone mi sembrassero “normali”. Sono uscito dal terminal di Linate alle 18 di venerdì, l’ora in cui qualunque milanese darebbe mezzo stipendio per non dover affrontare il traffico e io, che dovevo attraversare tutta l’intera città da un capo all’altro per arrivare finalmente a casa (un’ora di viaggio), ero perfettamente tranquillo e rilassato. Sentivo silenzio e respiravo aria pulita. Mio fratello che era venuto a prendermi era sconvolto: silenzio, con tutto questo macello da aeroporto? Aria pulita, con questo traffico? Ma dove sei stato due mesi, chiuso in una petroliera? Eppure io ero beato nel mio riconquistato mondo di strade pulite, di gente civile e silenziosa, di parchi e prati e giardini e viali alberati, di supermercati, di semafori che funzionano, di autobus con il cambio automatico, di macellerie con la carne di maiale, di bar che vendono birra, di chiese con dolci campane che suonano, di coppie in giro per mano e abbracciate, addirittura si baciavano per strada.
Tutto questo era Milano al mio ritorno, ed era così perfetta. Per giorni ho camminato per la città come se fosse coperta di neve, perché tutti i rumori mi sembravano attutiti, tutto completamente ovattato, come fossi appena uscito da un concerto metal, ma di quelli buoni. Nulla di tutto quello che prima era sempre stato un problema lo era più: i mezzi pubblici, i resti dei cani sui marciapiedi, i nostri politici, la nebbia, la disorganizzazione, le strutture scadenti dell’università, la connessione a internet. Nell’attesa di partire per la Siria non avevo fatto altro che maledire l’Italia e lamentarmi di quello che non andava, eppure erano bastati due soli mesi a farmi cambiare completamente punto di vista: l’Italia era improvvisamente diventata un bel posto per vivere, un posto dove stavo bene.

Il fatto di trovarmi in un Paese straniero meno evoluto, per così dire, sotto tanti punti di vista, dove la libertà non è certo intesa nello stesso senso in cui la intendiamo noi, mi ha fatto riflettere su quanto l’Italia sia un Paese moderno, avanzato, democratico, florido. Mi ha fatto pensare a quanto spesso ci lamentiamo dei nostri politici, delle nostre istituzioni, della nostra società, perfino di noi stessi, senza guardare mai a quello che c’è di buono in tutto quello che siamo come Paese.
Naturalmente è inutile dire che è bastato poco per tornare sui miei passi e ritrattare tutto, è bastato tornare a contatto con i nostri ormai così consueti problemi per ricredermi. Non che mi sia tornata la voglia di andare in Siria, ma in qualche altro posto sì. E anche veder scemare così alla svelta tutto questo ottimismo mi ha fatto riflettere non poco. Possibile che sia stato così facile disamorarmi di un Paese al quale, migliaia di chilometri distante, mi sentivo così legato, di una società della quale mi mancava così tanto essere parte? Possibile che ora sia di nuovo così disposto a rinnegare le mie radici, a rinunciare a casa mia pur di non subire più certe violenze?
Possibile. Più che possibile, reale.
Troppo forte la tentazione di lasciar perdere davanti all’illusorio ottimismo nel vedere “le cose che funzionano”, perché poi finiamo sempre per convincerci che non ne vale la pena. Ma ne siamo davvero così sicuri? In fondo, se una parte delle cose, che è una buona parte, funziona, perché non dobbiamo pensare che si possa mettere a posto anche il resto?



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