La celluloide e il marmo

maggio 9th, 2010 by Anna Caterina Dalmasso | No Comments

La celluloide e il marmo

Io sono l’Amore di Luca Guadagnino
La famiglia Recchi conduce un’esistenza serena e controllata, prolungando le tradizioni e l’onore dell’alta borghesia industriale milanese. Il capostipite Tancredi e la sua bella moglie straniera, Emma, vivono, circondati da una servitù d’altri tempi, nella villa di famiglia con i loro tre rampolli, Gianluca, Elisabetta ed Edoardo, che si apprestano ad intraprendere le loro carriere nell’industria familiare. Nelle loro vite, regolate da rapporti formali e ingessati, irrompe Antonio, giovane cuoco di talento estraneo a questo mondo borghese e ipocrita. Un incontro non senza conseguenze, capace di fendere il muro di fredda compostezza che governa le relazioni umane, per suscitare il desiderio, l’amicizia e l’amore.
A dispetto della trama, apparentemente non troppo originale, e del titolo, che potrebbe farci confondere facilmente con uno degli ultimi film di Moccia, questo film è una piacevole rivelazione.
Guadagnino pattina sinuosamente sul cliché dell’alta borghesia milanese e del melodramma da saga familiare, per insinuarvi un’altra storia, ben più classica: quella dell’anima di una donna che, alla luce di un incontro, passando attraverso il dolore e la prova, rinasce e riscopre la vita. La storia di Amore e Psiche.
A partire dall’incontro con Antonio ogni personaggio e ogni aspetto dell’esistenza ritrova la sua autenticità e verità, nel bene e nel male. In una retorica sorretta da rapporti analogici e correlativi oggettivi si stemperano amore, memoria e morte.
Le afose colline liguri di ponente incarnano, in contrappunto con la fredda città, una natura non idealizzata, ma che è la forza dirompente di un ordine nascosto della realtà, non più esibito ed esposto come nelle ascisse marmoree delle architetture metropolitane.
L’alta cucina milanese si converte in correlativo dell’amore: il cibo si fa oggetto del desiderio, veicolo della cura – materna, fraterna, amicale – dell’amore. In un gioco proustiano di immagini, sapori e ricordi, Emma ritrova la memoria della sua patria, la Russia, e la intesse con il presente.
In una teoria di spigoli e piani incrociati appaiono le ultime tracce nascoste di una Milano che non esiste più e che sembra destinata ad una poetica e tragica morte. Come moderno Giotto, il regista adatta al suo quadro le linee rette e le curve di Villa Necchi Campiglio, primo singulto del razionalismo lombardo che fa da sfondo all’intera vicenda, per offrirci una Milano ridisegnata e trasfigurata da questo montaggio che diviene esso stesso architetturale.
La regia di Guadagnino è formalmente splendida, ma anche molto compiaciuta : architettata e anzi architettonica. Da un lato si sprecano le citazioni hitchcockiane, fino allo chignon di – una sorprendente – Tilda Swinton, che sembra uscire da La donna che visse due volte, dall’altro l’insistito montaggio parallelo tra il sesso e le api che impollinano i fiori è davvero insostenibile, ma diciamolo, l’impressione finale è che Guadagnino se lo possa davvero permettere.


Se l’arte cura l’ambiente: nuove forme di creatività impegnata

settembre 4th, 2009 by Diletta Sereni | No Comments

Se l’arte cura l’ambiente: nuove forme di creatività impegnata

Non è certo la prima volta che la creatività si installa dove l’arte sconfina in territori meno frequentati da uno sguardo estetico, basti pensare alla pubblicità e ai linguaggi mediali, ma anche alle strategie finanziarie. La novità sta piuttosto in un doppio incrocio: l’impiego di forme artistiche per la ricerca ecologica e di strumenti scientifici per la creazione artistica. Basta volgere l’occhio all’agenda artistica per rendersi conto che l’attivismo ambientale si è fatto arte. Sono numerose le mostre che indagano possibili soluzioni al degrado ambientale, propongono sperimentazioni su materiali a basso impatto inquinante e si lanciano alla ricerca dell’utopia di un futuro eco-compatibile.
La londinese Barbican Gallery ospita, dal 19 giungo fino al 18 ottobre, Radical Nature – Art and Architecture for a Changing Planet 1969-2009, una mostra-retrospettiva che racconta la storia dell’attivismo ambientale nell’arte, dagli anni Settanta ad oggi, esponendo prodotti di intelligenza ecologica e una serie di proposte di architettura e urbanistica sostenibile. In mostra, tra gli altri: Joseph Beuys, Robert Smithson, l’architetto Richard Buckminster Fuller e gli esordienti Heather and Ivan Morison e Simon Starling.
Gli fa eco la mostra Green Platform, alla Strozzina di Firenze, che a sua volta riflette sull’emergenza ecologica privilegiando stavolta non l’attuabilità effettiva dei progetti ma una loro efficacia estetica. Il manifesto curatoriale individua i capostipiti della mobilitazione ecologica nella Land Art, ma l’esposizione presenta solo opere dei loro eredi, tra cui alcuni esordienti interessanti. Particolarmente suggestivo e ambizioso il progetto di Nikola Uzunovski (ospite del padiglione macedone alla Biennale di Venezia in corso) di realizzare una sorta di sole artificiale (My Sunshine) tramite un disco riflettente protetto da un pallone aerostatico e farlo sorvolare le aree urbane intorno al circolo polare artico, in modo da aumentare la luminosità in zone che d’inverno non vengono quasi toccate dalla luce solare.
Sia Green Platform, che la mostra londinese alla Barbican sono state concepite non come semplici esposizioni ma come piattaforme interdisciplinari, luoghi di incontro per workshop e dibattiti oltre che come snodi organizzativi per iniziative collaterali. È abbastanza naturale d’altronde che l’impegno etico dei contenuti messi in mostra si accompagni, sul versante organizzativo, ad una spiccata tendenza all’interazione e al coinvolgimento del pubblico. Tra i partner di Green Platform figura il festival CinemAmbiente, a Torino dall’8 al 13 ottobre, ormai alla dodicesima edizione, che sposta la riflessione ecologica in ambito cinematografico.
Una figura emblematica di questo incontro tra arte e impegno ambientale è Natalie Jeremijenko, professore associato della New York University, che deve la sua crescente fama all’aver coniugato ricerca biochimica, fisica e ingegneristica ad una “creatività da artista”. Dalla Environmental Health Clinic, di cui è direttrice, vengono sfornati progetti d’avanguardia per il miglioramento delle condizioni metropolitane: da lampioni alimentati a fotosintesi a parcheggi-giardino. Nel frattempo però le sue creazioni intercettano il circuito di distribuzione dell’arte – importante requisito per catturare l’attenzione dei media – e vengono esposte nei principali musei d’America, tra Guggenheim e Whitney.
L’impegno di artisti e curatori in iniziative di questo tipo testimonia sicuramente dell’urgenza e dell’universalità del problema ambientale, ma rivela anche la versatilità dell’arte come linguaggio e la sua tendenza a sconfinare in campi che possano rinnovarne forme, materiali e pubblico. La contaminazione è complessa: arte e architettura ecologiche, chimica artistica, ma forse tracciare i confini perde di pertinenza nello scenario contemporaneo dove, non solo si sono dissolti i generi, ma l’arte si appropria spesso di mezzi che non le appartengono tradizionalmente; basti pensare allo straordinario impiego di sofisticate tecnologie mobilitato da gran parte degli artisti. Certo è che l’ecologia appare come uno degli approdi naturali delle sperimentazioni artistiche contemporanee e la loro ricchezza risiede forse proprio in quello che le rende “ibride”.



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