Jus sanguinis e jus curriculi: la confusa rendita del giornalismo nostrano d’oggi

marzo 15th, 2010 by Giuseppe Matteo Vaccaro Incisa | 2 Comments

Jus sanguinis e jus curriculi: la confusa rendita del giornalismo nostrano d’oggi

All’inizio avevo pensato ad un titolo del tipo: “Il giornalismo nostrano d’oggi: mediocre onanismo autoreferenziale di gente di mezza età che si sente aristocrazia”. Poi ho pensato che, forse, un titolo così all’inglese – ovvero nello stile di quel paese che a molti della categoria piace tanto per la sua incredibile libertà d’espressione – avrebbe potuto offendere, anzitutto, proprio loro.
Lorsignori i giornalisti, s’intende.
Eppure, cosa altro si può pensare quando uno dei principali quotidiani del Paese ti rifila 7 paragrafetti infarciti di qualcosa come 15 espressioni comuni (o modeste varianti), 8 citazioni di veri o presunti ‘grandi pensatori’, di cui 7 vivi (!), di cui 6 giornalisti (?!), di cui 5 cinquantenni (…) ed un ultraottantenne?
Cosa pensereste, poi, se proprio quei 7 paragrafetti componessero un accorato appello al vostro senso civico, richiamandovi a reagire all’atarassia ignorante e zotica che appanna il Paese e propinandovi intanto quell’orrido ribollito per il quale siamo tutti vittime di un declino generalizzato che nemmeno l’autore di tale componimento (il quale, candido, si pone fra gli ‘intellettuali’ del Paese) ha idea di come invertire?
Vi dico quello che ho pensato io.
Ho pensato che, dopotutto, l’ultima fatica di Ilvo Diamanti su Repubblica (http://www.repubblica.it/politica/2010/02/14/news/diamanti_14_febbraio-2291160) è di una tale bruttezza che trovo tutt’ora difficile non cadere nella tentazione (comunque illecita) di pensare che, se questo è il frutto di ciò che oggi si considera egregia coniugazione di libertà e bontà d’espressione, un periodo di vera austerity intellettuale forse varrebbe la pena provarlo. Tanto più per uno che chiama le sue rubriche ‘Mappe’ e ‘Bussole’. Se non altro, si potrebbe salvare qualche albero.
O un po’ di corrente.
O un po’ di tempo.
Intendiamoci: niente di personale tra me ed il signor Diamanti. La mia, in effetti, non vuole essere (solo) una censura di quella che già la mia professoressa di lettere al liceo avrebbe bollato come ‘nozionismo sequenziale’ affastellato a chiacchiere da domestica a ore e intriso di un pessimismo che di cosmico ha solo il nome, senza alcuna rielaborazione personale.
La mia vorrebbe essere una critica, sintetica ma ragionata, ad un sistema che ha perso il senso del proprio ruolo, né sembra avere quello della sua dimensione. Una critica al giornalismo nostrano d’oggi: così impegnato a puntare il dito contro ‘l’anomalia italiana’ del giorno da non rendersi conto di rappresentare un’anomalia in sé.
Diamanti, cinquantottenne, a sostegno dei suoi argomenti chiama in causa, cita o si riferisce a Berselli (59), Stella e Rizzo (57 e 54 anni), Bernard Manin (59), Ezio Mauro (62), Boffo (58). Forse intuendo lo strale che verrà, mette le mani avanti con Sartori (86) e Banfield (deceduto nel ‘99, oggi di anni ne avrebbe 93).
Al di là del discutibile ricorso ad una tale mole di ‘affidamenti’ in un singolo pezzo, sono il solo a percepire qualcosa che non va, in questa messe di nomi e numeri?
Giusto. Tutti cinquantenni.
Ovvero tutti formati in quella Italia anni ’70 sfacciatamente ricca, sfacciatamente facile e ancora più sfacciatamente post-sessantottina che rappresenta, oggi (guarda caso!), l’eldorado di cui molti di questi signori vagheggiano il ritorno (terrorismo a parte). Quell’Italia dove, nella bilancia, il piatto dei doveri iniziava a traballare (per saltar per aria del tutto nella decade successiva), lasciando a terra, ancora oggi tra noi, la percezione girondina per cui il diritto anticipa il dovere (che del primo è solo funzione sgradita ma necessaria).
Poiché ‘a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca’, siamo cinici: quando un diploma era ancora un mezzo miraggio, per questi primi figli borghesi di una Repubblica ancora molto rurale e operaia è stato facile far passare una laurea, un modesto francese e quattro parole di inglese per delle atout insuperabili.
Probabilmente, in alcuni casi lo erano.
Meno chiaro è, però, se tali figli del Belpaese che fu riuscirebbero a cavarsela ab initio e con altrettanta versatilità nell’Italia del nuovo millennio.
Intanto, possiamo star certi che tutti i giorni questa messe di cinquantenni si riunirà, su qualsiasi spazio (giornali, televisione, internet, teatro, tribune, convegni, etc.) e non per fare domande a chi, magari, la riunenda causa la rappresenta per davvero. Piuttosto, per scambiarsi personali opinioni sul punto. Che decidono loro, direttori, conduttori e ospiti delle manifestazioni a cui partecipano.
Eccoli lì, in reggimento: Santoro (59), Mentana (55), Gruber (57), Lerner (54), Ferrara (58), Belpietro (52). Un po’ sostenuti, i più in sovrappeso, brizzolati o alopecici, queste ed altre gaudenti penne hanno imparato ad usare, soprattutto, la televisione. Ad uscirne (in genere, verso le elezioni) ed a rientrarvi (poco dopo) – alla faccia della personalizzazione del servizio. Ogni giorno si invitano, si lodano e si imbrodano, discutono e litigano, si accusano, si diffamano e si querelano, poi fanno pace in diretta e tutto ricomincia da capo. Quando riescono a non interrompersi a vicenda, portano avanti il solito processo al Paese e le conclusioni sono sempre tre: 1) ciò che accade da noi non si è mai visto altrove; 2) ciò che accade da noi è fatto molto meglio altrove e 3) il nostro declino non è riscontrabile altrove.
Viene da chiedersi se lorsignori altrove ci siano mai stati.
In questo reality di giornalisti di mezza età, in cui ci viene ricordato in continuum cosa è la libertà e come fare per difenderla, mi sia concesso di dubitare che titoli ed anagrafica di codesta brizzolata assemblea siano compatibili con l’auto-investitura a ‘guardiani del sistema’ a cui quotidianamente assistiamo.
In effetti, appurata un’educazione mediamente modesta rispetto ai severi standard di oggi, fa un certo effetto notare quanto piaccia a Lorsignori discettare sul tema – mentre le nuove leve del giornalismo si scannano per un posto di stagista a tempo indeterminato.
A ben vedere, il rapporto degli odierni principi del calamo con le nuove generazioni in genere non è tra i migliori. Per quelli di loro che non hanno figli, i giovani sono incapaci o, al più, mammoni. Quelli che i figli ce li hanno, consigliano loro di emigrare.
Così facendo, però, non fanno altro che confermare la pochezza della loro preparazione, l’incompetenza con cui valutano il presente e, in fondo, alimentare il sospetto che il loro successo sia dovuto più a circostanze fortuite …


È tutta colpa di Repubblica

settembre 3rd, 2009 by Rocco Polin | 11 Comments

È tutta colpa di Repubblica

Il Giornale ha dato fuoco alle polveri. La strategia del neodirettore Feltri è chiara: “smascherare i moralisti”. Il direttore di Avvenire ha molestato la moglie di un uomo con cui intratteneva una relazione omosessuale. Il direttore di Repubblica ha comprato una casa parzialmente in nero. Altri attacchi seguiranno. È cominciata la controffensiva d’autunno.
Pensavamo che non fosse possibile assistere ad un ulteriore abbassamento del livello del dibattito pubblico italiano, ad un ulteriore peggioramento della qualità del nostro giornalismo e invece come al solito dobbiamo convincerci che al peggio non c’è mai fine.
La tesi, forse un po’ provocatoria, è che il responsabile primo di questo degrado non sia Il Giornale, bensì La Repubblica. Provate ad esempio a rileggere l’ultima delle famose dieci domande rivolte dal quotidiano di Ezio Mauro al presidente del Consiglio
“Veronica Lario ha detto: «Ho cercato di aiutare mio marito, ho implorato coloro che gli stanno accanto di fare altrettanto, come si farebbe con una persona che non sta bene. E’ stato tutto inutile». Geriatri (come il professor Gianfranco Salvioli, dell’Università di Modena) ritengono che i comportamenti ossessivi nei confronti del sesso, censurati da Veronica Lario, potrebbero essere l’esito di «una degenerazione psicopatologica di tratti narcisistici della personalità». Quali sono le sue condizioni di salute?” (www.repubblica.it)
Un giornale serio non dovrebbe nemmeno pubblicarla una domanda così. Una moglie tradita parla male del marito. Non indica comportamenti o fatti di cui noi si possa valutare la gravità, dice di aver chiesto agli amici di stare vicino al marito come si farebbe con una persona che non sta bene. È uno sfogo generico quello della Lario, non un capo d’accusa preciso. Poi si mette l’opinione di un geriatra (apparentemente uno fra tanti) che dice un’ovvietà: comportamenti ossessivi nei confronti del sesso potrebbero essere l’esito di “una degenerazione psicopatologica di tratti narcisistici della personalità”. Non si dice di preciso che comportamenti e comunque non è chiaro in base a cosa si accusa Berlusconi di comportamenti ossessivi, per un vecchio miliardario voler andare a letto con delle belle donne giovani è un comportamento magari moralmente riprovevole, non certo ossessivo. Dopo una dichiarazione vaga della moglie e una ancor più vaga di un geriatra senza un’evidente connessione fra le due, finalmente arriva la domanda: quali sono le condizioni di salute del presidente del Consiglio?
Berlusconi si è comportato scioccamente. Avrebbe dovuto rispondere subito a questa domanda, come gli chiedevano arrabbiati i lettori di Repubblica. “Sto bene grazie e lei?”. Ma naturalmente quella di Repubblica non era una domanda. Era un’insinuazione. Si insinuava che il Presidente del Consiglio fosse affetto da disturbi della personalità. Lo scopo di Repubblica, ormai da qualche tempo, non è quello di informare i propri lettori, è quello di mettere in difficoltà Silvio Berlusconi. Esattamente come lo scopo de Il Giornale è difendere Silvio Berlusconi e mettere in difficoltà i suoi avversari.
Sia chiaro che Repubblica aveva il diritto e forse anche il dovere di parlare dei festini di Villa Certosa. Un conto però è informare di un fatto, un conto è montare una campagna stampa, con intercettazioni pubblicate un po’ per volta per tenere alta la suspense e facendo capire che altre e più gravi rivelazioni avrebbero dovuto arrivare. Naturalmente anche le campagne stampa sono perfettamente legittime in un paese democratico. È perfettamente legittima l’esistenza di un giornale d’opinione che più che informare ha lo scopo di portare avanti una tesi, di fare una battaglia politica. Però allora vale l’equazione Repubblica=Il Giornale. Giornali che si leggono per indignarsi contro i propri avversari, per essere rafforzati nella propria convinzione di essere dalla parte del giusto.
Repubblica non fa informazione dunque, fa principalmente opposizione. E per di più fa opposizione del peggior tipo. Un’opposizione basata sullo spiare tra le lenzuola del Capo del Governo. E allora non capisco perché adesso dovremmo indignarci se Il Giornale risponde accusando Ezio Mauro di evasione fiscale e Boffo di molestie. E allora non capisco perché non potevano essere pubblicate le foto di Sircana che guardava i transessuali. Ed ecco che il dibattito pubblico italiano si fa sempre più squallido e partigiano.
Io nel dubbio ho cominciato a comprare la Stampa.


Il male della banalità (o Il crepuscolo del Tamarindo)

agosto 27th, 2009 by Giacomo Valtolina | 13 Comments

Il male della banalità (o Il crepuscolo del Tamarindo)

Il Tamarindo nasceva in un esuberante contesto in cui gli attori protagonisti si sentivano partecipi di un qualcosa di nuovo, di un’idea tranchant, di un’esperienza potenzialmente innovativa. Ma a mesi di distanza, a mio parere, è chiaramente emerso come il dibattito – salvo rare eccezioni – sia andato via via scemando, riducendo gli entusiastici brusii iniziali alle solite beghe formato web, seppur celate da nobili intenti poi sfociati in atteggiamenti talvolta snobistico-culturali.
Complici gli ormai onnipresenti boy scout del viscontiano cambi tutto, purché non cambi niente (quelli che silvio è stato eletto democraticamente, che lui almeno fa qualcosa, che allora meglio grillo, che ah, la siria è pericolosa, che adesso è davvero giunta l’ora di combattere il riscaldamento globale, che bisogna salvare gli alberi nelle città, ecc.), il Tamarindo, nonostante gli sforzi del suo editore, si è ritrovato ad annaspare, o meglio annegare, in un mare di articoli e commenti di cui francamente non se ne sentiva, per così dire, l’urgenza.
Le infinite possibilità di tentare di cambiare un radicato modus vivendi (quello degli italiani, inchiodati al muro da una società tartaruga, clientelare fino al midollo e poco interessata all’evoluzione dei propri cittadini) sono affondate nell’oceano dei vuoti dibattiti che affollano la rete e che ritraggono fedelmente posizioni già pensate, idee già espresse, parole già scritte, commenti già ascoltati, opinioni già sentite, sentimenti già interiorizzati. Era più ambizioso, infatti, l’intento originario del Tamarindo: sfidare il senso comune; internazionalizzare l’Italia; spegnere i campanilismi, le retoriche, le demagogie; trovare chiavi di lettura meno scontate; divulgare contenuti e cultura (riprendendo il vecchio concetto del «far girare» i libri, i dischi, i vhs); e, perché no, ispirare ironie, lanciare poeti, creare nuovi format per la rete e chi più ne ha più ne metta. Per scardinare meccanismi ritriti, inseguendo un auditorio sempre più vasto, partecipe e colto.
Tutto ciò non si è verificato. Gli articoli più interessanti sono rimasti senza commenti. Pochi (o nessuno) hanno osato, hanno provocato, hanno suscitato riflessioni e pensieri al di fuori dei tradizionali canoni, oltre gli opinionismi da massmediologi di cui siamo ogni giorno ostaggio nell’ingranaggio mediatico quotidiano.
Personalmente ho partecipato a questo progetto per divertimento e, non lo nascondo, pure per speranza. Ho posto interrogativi su temi che – comunemente accettati – non vengono mai spiegati: il perché di quest’ossessione ecologista; la ragione per cui la gente continui a votare silvio e a rendere così peggiore (nessuno può negarlo) questo paese di anarchici e trimalcioniani collusi; come nasce la paura dello straniero; da cosa derivi l’incredibile unanime glorificazione di Hanna Arendt; come mai nessuno evidenzia mai l’impossibilità matematica dell’utopia capitalista (nessuna impresa può permettersi una produzione stabile, perché? Che modello è questo? Che futuro può avere?); il motivo per cui tutti sbavano innanzi a «Il divo» e «Gomorra»; l’origine della credenza per cui Akira Kurosawa sarebbe noioso; e via dicendo (un lungo dossier sull’affaire Tavaroli che riportava stralci dai vari giornali, un trattato sul sottosviluppo della Corsica e delle isole europee, recensioni di dischi e un j’accuse per i volgari e grotteschi insulti di un ministro ad una valida direttrice di un giornale: il tutto per una ragione o per l’altra mai pubblicato).
Nei ritagli di tempo, ho dato in pasto alla «mania dell’opinione» – tanto rumorosa quanto ottusa – alcuni dubbi, certi buchi neri. Ciò che non capisco e quello che mi fa riflettere. Convinzioni comuni senza riscontri, contraddizioni, antinomie. Insomma, sento di essermi messo in gioco (nel mio piccolo) su interrogativi e perplessità che abbiamo innanzi agli occhi ogni giorno, cercando di svegliare i dormienti o per lo meno di punzecchiarli. Un po’ per capire, ma soprattutto per trovare confronti degni di questo nome. Forse un obiettivo arrogante, si dica ciò che si vuole, ma di certo non c’è motivo di rinnegarlo. E devo ammettere che molto raramente mi sono trovato nella condizione di interessarmi al dibattito, continuare a condividere qualcosa, trovare stimolanti i dialoghi, le polemiche e i confronti. Questo ha placato i fermenti iniziali e ha reso silente il mio animo, innanzi alla scarsa produttività culturale (ed economica) del tutto.
Non so dove voglio arrivare e se ce la farò. Però ho capito una cosa che probabilmente intuivo già. Non è il male ad essere banale ma viceversa. Si dirà: «Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire». Stronzate, c’è un limite, un confine alle cose che, almeno su queste pagine, si cercava di sfuggire. Quelle forzature da spiaggia da cui personalmente cercavo di evadere. Invece alcuni tromboni del «post», probabilmente, vi hanno trovato il loro habitat naturale. Ma rimango di un solo pensiero: tutti morti, tranne i vivi (di questo passo destinati a morire).


Una summer school a Londra

giugno 24th, 2009 by Roberto Priolo | 4 Comments

Una summer school a Londra

Tutti sanno quanto la strada verso la professione giornalistica in Italia sia ripida ed accidentata. Il nostro Paese ha un concetto di informazione tutto particolare, e troppo spesso quello che si legge sui giornali o si vede in televisione non è altro che una versione rivista, corretta e censurata della realtà dei fatti. C’è chi, nonostante questo, non si lascia intimorire e prosegue determinato verso un lento ingresso nel sistema mediatico italiano.
Questa per me non è mai stata un’opzione accettabile. Fin da quando ho cominciato ad interessarmi del mondo attorno a me ho scelto di consultare testate straniere per ottenere le informazioni che mi interessavano. Le ho sempre trovate più concentrate sui fatti che sulle opinioni, e mai spaventate di “andare contro” il potere. Già a sedici anni, nonostante la mia conoscenza dell’inglese ai tempi fosse decisamente incerta, preferivo l’Herald Tribune al Corriere, o il sito della CNN a quello di Repubblica.
Questo mi ha spinto, nel 2006, ad iscrivermi alla summer school della London School of Journalism, un’esperienza che, ero certo, mi avrebbe confermato quanto mi sentissi più attratto dal mondo dell’informazione anglosassone rispetto a quello italiano.
E così è stato. Sebbene il programma della summer school sia necessariamente molto concentrato e bombardi lo studente di nozioni, metodi e approcci al giornalismo britannico, questi trenta giorni di full immersion sono stati, ad oggi, una delle esperienze più formative del mio background accademico.
La London School of Journalism è un’istituzione privata, che si differenzia, ad esempio, dai Master in giornalismo per il suo focalizzarsi sulla pratica piuttosto che sulla teoria. Certo, la teoria ci è stata insegnata, ma il mio agosto londinese di quell’anno è stato principalmente caratterizzato da numerosissimi assignment e uscite durante le quali era richiesto a noi trainees di fare interviste, andare a caccia di notizie, visitare mostre per poi scriverne una review.
Non è solo il programma della scuola ad essere poco “accademico”. Anche l’ambiente è decisamente informale, anche se con un corpo di insegnanti estremamente serio. Professionisti del giornalismo, scrittori con una incredibile esperienza. Dal travel al feature writing, dallo sport al broadcast alla radio, ogni settore del giornalismo è affrontato.
Gli studenti, una cinquantina, provenivano da ogni angolo del pianeta: molti Inglesi, qualche Italiano, e poi Francesi, Arabi, Africani, Americani. Chi più simpatico, chi meno. Ma non è questo il punto. E’ stato estremamente interessante conoscere tante persone, provenienti da ambienti così diversi, con così tante aspirazioni. Indubbiamente scoprire dopo due settimane di corso che la tizia che aveva parlato a noi italiani in inglese per tutto il tempo era in realtà una alto-atesina di Bolzano poco orgogliosa della sua nazionalità ma con un italiano impeccabile era stato abbastanza irritante, ma nulla avrebbe potuto rovinare l’atmosfera stimolante e di scambio che si era venuta a creare nella classe. Tra una birra al pub dietro la scuola e una cena al ristorante etiope, ogni momento trascorso con i compagni di corso scorreva rapidissimo, e lasciava sempre qualcosa di interessante su cui riflettere.
Nella magnifica, travolgente e al contempo accogliente cornice di Londra, fucina di idee, tendenze e notizie, un aspirante giornalista può sicuramente sbizzarrirsi, e l’aiuto fornito dagli insegnanti nella revisione degli assignments è assolutamente determinante. Ogni studente è seguito con attenzione, e consigliato, bacchettato se necessario.
Alla LSJ viene spiegato come “vendersi” ad un possibile datore di lavoro, come proporre le proprie idee, come gestire la creazione di un articolo, come ricercare le notizie, come rapportarsi con chi si intervista, e via dicendo.
Naturalmente un numero così alto di moduli concentrato in quattro settimane comporta il rischio che alcuni possano perdersi, o non assimilare a sufficienza. In parte è capitato anche a me. Ma per quanto mi riguarda il risultato più importante che ho ottenuto frequentando questo corso è stato il capire una volta per tutte che voglio che il mio futuro sia nel mondo del giornalismo.
La London School of Journalism offre anche un diploma postgraduate, più approfondito e diluito in diversi mesi, che credo frequenterò il prossimo autunno.
Non che la summer school non sia stata sufficientemente formativa! E’ che ora ho deciso finalmente di trasferirmi a Londra, e voglio fare in modo di aver stampato bene in testa tutto quello che devo sapere per riuscire a diventare giornalista in UK. E per farlo voglio seguire un corso più strutturato, che mi dia il tempo di assorbire quanto mi viene insegnato e, con un po’ di fortuna, di metterlo in pratica.
Da quel che mi pare di capire, anche dal confronto con amici e conoscenti, il sistema post-superiori in Gran Bretagna è molto concentrato sull’idea di fornire allo studente gli strumenti, le conoscenze e i consigli necessari ad entrare nel mondo del lavoro. Secondo il mio parere, nell’università italiana, al contrario, troppa è la teoria e troppo poca è la pratica.
I miei numerosi ma brevi soggiorni degli ultimi anni nella capitale inglese non sono più abbastanza. O forse è la vecchia Milano ad avermi stancato. Cosa è certo è che a settembre tornerò a Londra, e che ci resterò per un po’. E se non fosse stato per la summer school alla LSJ nel 2006, forse oggi starei ancora cercando di trovare la mia strada!


Shakespeare era un brand, ma non vendeva formaggini

febbraio 14th, 2009 by Alessandro Berni | 1 Comment

Shakespeare era un brand, ma non vendeva formaggini

La notizia del giorno è:
William Shakespeare (1564-1616), drammaturgo di fama mondiale, di più “Il drammaturgo”, non ha scritto tutte le tragedie che portano la sua firma.
Ecco una cronologia presunta del suo presunto teatro:
1590 Tito Andronico
1590 La commedia degli errori
1591 La bisbetica domata
1592 Sogno di una notte di mezza estate
1592 Enrico VI
1593 I due gentiluomini di Verona
1594 Pene d’amore perdute
1594 Romeo e Giulietta: la tragedia
1595 Riccardo II
1596 La vita e la morte di Giovanni il re
1597 Il mercante di Venezia
1598 Enrico IV
1599 Enrico V
1599 Giulio Cesare
1599 Molto rumore per nulla
1600 Come vi piace
1600 la dodicesima notte
1601 Le allegre comari di Windsor
1602 Amleto
1603 Troilo e Cressida
1603 Tutto è bene quel che finisce bene
1604 Misura per misura
1604 Otello
1606 Re Lear
1607 Macbeth
1608 Antonio e Cleopatra
1608 Pericle, principe di Tiro
1610 Cimbelino: la tragedia di un re d’Inghilterra.
1611 Il racconto d’inverno
1611 La tempesta
1613 I due nobili congiunti
1613 Enrico VIII

1616 Chi più ne ha, più ne metta
La tesi: non rientra nelle possibilità umane scrivere da solo un capolavoro mondiale o addirittura più di uno all’anno. Non c’è il tempo pratico. Senza dimenticarsi che la Storia (la solita insolente) racconta che Shakespeare era dopo che drammaturgo anche impresario, regista, attore oltre che formidabile bevitore e gran trombatore. Ma per Ofelia!, c’era da scrivere tutto a mano, mica al pc; c’era da andare in biblioteca per le ricerche in carrozza mica in metro!
Però, ora non distraiamoci.
Dicevo, Shakespeare non ha scritto tutte le tragedie che portano il suo nome.
A dimostrazione di ciò chiamo a testimoniare tutti i suoi sonetti d’amore. Versi da poeta qualunque, poc’altro.
Mi rifiuto di chiamare a testimoniare anche l’epitaffio che ha voluto per la sua tomba. Troppo brutto per essere citato.
La bassezza dei suoi sonetti combinata alla disumana quantità di tragedie teatrali firmate bastano per asserire che Shakespeare era un brand. Oppure aveva una numerosa e ben frequentata bottega per dirla in termini pittorici rinascimentali piuttosto che economici contemporanei.
Shakespeare non dico che non ha scritto, semplicemente non ha scritto da solo le sue tragedie. Si avvaleva di ghost writers.
Ah, lo scrittore fantasma.. professione che posso dire di conoscere bene. Il funzionamento è semplice: tu scrivi e qualcun altro firma. Altrimenti quello che scrivi non sarà pubblicato, altrimenti smetti di farmi perdere tempo e vai a farti leggere da quelli del Tamarindo.
Come professione non è male: ci si alza tardi al mattino, si arriva in ufficio in infradito oppure spettinato, oppure in ufficio non ci si va per niente. Insomma, professione per la quale si fa quello che ci pare per la maggior parte del tempo: si legge, si pazzeggia, si scrive, si rispetta le consegne delle bozze e, a fine mese, si emette fattura. Tutto facile, tutto leggero. Senza troppi pensieri. Senza soprattutto i pensieri d’andare a colazione con l’editore, o di farsi tre ore di traffico per raggiungere l’ufficio Siae. Per non parlare delle conferenze stampa, le interviste evitate.. Tutte cose che tu non hai bisogno di fare. Perché tu sei il puro artista, tu sei la giovane promessa, tu sei il talento svitato da tenere buono con in regalo qualche bottiglia di vino.
Fino a qui nulla da eccepire, nessun accento polemico.
I problemi arrivano quando mi vien voglia di inviare qualche cv in giro perché io, scrittore fantasma, non so mai quale sia la più giusta cosa da scrivere per presentarsi.
Poeta, no. Meglio evitare. Non per altro, ma è un mestiere in via di estinzione, come spazzacamino o straccivendolo: è un lavoro che non cerca più nessuno. Non funziona.
Ma allora cosa?
Redattore testi creativi, è un ossimoro sgradevole; assistente screenwriter, non vuol dire niente; aiuto soggettista non è scrivere.. ormai nel mio cv ho scritto di tutto, ma mai niente di più. C’è da stare attenti a non turbare la suscettibilità degli ex e futuri datori di lavoro.
Per lanciare un messaggio chiaro, da informato, di più: da illuminato, per far capire che so già il fatto mio e non ho bisogno di troppe spiegazioni, quasi quasi metto on-line un annuncio tipo:
AAA ghost writer offresi. Per tutti gli scrittori e autori affermati in crisi. Per tutti gli sceneggiatori che hanno solo voglia di godersi la vita. Io scrivo e voi firmate. Massima discrezionalità. Astenersi perditempo.
Non male eh? Anche se, sinceramente, più che ghost writer, penso che metterò holy spirit’s writer, in onore dello scrittore fantasma più popolare e famoso della storia dell’umanità.
E che Shakespeare non mi maledica.


West Marin, un paradiso nascosto

settembre 26th, 2008 by Roberto Priolo | 3 Comments

Il viaggio è soprattutto un percorso interiore, un cammino che intraprendiamo con l’emozione e il desiderio di scoprire le mille realtà e sfaccettature di cui la meta prescelta è costituita. Quello che ci rimane da un viaggio non sono solo fotografie e filmati, ma i nostri ricordi, i sentimenti che uno scorcio, una città, un incontro hanno suscitato in noi.
Soprattutto però, il viaggio rappresenta il nostro io di fronte ad una realtà altra, sconosciuta e stimolante. È proprio per questo che spesso i viaggi che ci rimangono più impressi e ci lasciano di più sono quelli che meno somigliano alla tipica vacanza. Così è stato per me, almeno. Un soggiorno di tre mesi in California mi ha permesso di scoprire cosa per me voglia dire davvero viaggiare: confrontarsi con un mondo nuovo ed imparare a viverlo ogni giorno, come se fosse sempre stato tuo.
A nord di San Francisco, oltre il maestoso Golden Gate Bridge, si estende Marin County, che da Sausalito si spinge a nord verso i vigneti di Napa e Sonoma, lungo la celebre autostrada 101. L’anno scorso ho avuto il piacere di chiamare casa la zona occidentale di questa contea, West Marin, uno dei luoghi più peculiari e al tempo stesso meravigliosi che abbia mai visto in vita mia, oltre che uno degli ultimi paradisi esistenti in Terra.
Parliamoci chiaro, non è stato facile per uno come me, amante appassionato della vita di città e della frenesia metropolitana, abbandonare le abitudini quotidiane fatte di traffico, università e aperitivi per trasferirmi in una zona rurale della California centro-settentrionale. Ma un’offerta di stage presso un settimanale locale vincitore di Premio Pulitzer e un periodo di depressione di un anno hanno anche questo potere.
Così a febbraio 2007 sono partito per la California, con in testa una paura paralizzante e al contempo un’aspettativa incredibile. Conoscevo già San Francisco, indiscutibilmente una delle città più belle ed affascinanti del mondo, ma non avevo mai sentito parlare di West Marin, principalmente perché i suoi abitanti custodiscono gelosamente il segreto di vivere in una terra meravigliosa, l’unica che nella Bay Area è scampata ai vari boom edilizi che si sono susseguiti negli anni ed ha mantenuto il suo aspetto di un tempo.
Geograficamente parlando, West Marin si concentra attorno alla Point Reyes Peninsula, delimitata a sud dalla laguna di Bolinas, a est dalla lunga e stretta Tomales Bay e a ovest dal Pacifico. Su questo territorio si trovano una serie di cittadine piccolissime, che tutte assieme formano una comunità estremamente compatta e solidale, fatta di ex-hippie, artisti, attivisti politici, ambientalisti. E’ una delle contee con maggiore tenore di vita negli States.
Nonostante si tratti di una realtà rurale, la vicinanza di San Francisco e di Berkeley danno a West Marin un’aria sofisticata e ne fanno un centro culturale vivace e all’avanguardia. I suoi abitanti sono cordiali, colti, disponibilissimi, specialmente con me, l’intern italiano che lavorava per il giornale. Ma sono anche persone un po’ strambe.
La prima volta che ho capito che West Marin ha qualcosa di strano è stato quando, durante un’intervista, un tizio si definì un newcomer, vivendo a Bolinas da “appena” 25 anni. E io che già mi sentivo a casa!
Un’altra volta, mentre guidavo la mia macchina nella via principale di Point Reyes Station, non lasciai attraversare una donna con i suoi due bambini, una cosa che a Milano capita probabilmente un milione di volte al giorno. A mia discolpa posso dire che non andavo veloce e che la signora non era sulle strisce ed era appena scesa dal marciapiede. Una volta parcheggiata l’auto accanto al supermarket, la donna mi raggiunse e mi disse:
“That was not very nice”.
“What wasn’t very nice?”
“Oh, please…. You know what you did!”
“I really don’t,” dissi io, che davvero non mi ero reso conto di quanto fosse appena successo.
“You know, this is a nice place”, rispose laconica, con uno sguardo che mi etichettava come il teppistello appena arrivato in città per scombussolare la vita di tutti, per poi voltarsi rabbiosa e andarsene.
Non solo, ogni volta che mi accendevo una sigaretta incrociavo lo sguardo di qualcuno che mi guardava con disgusto.
A West Marin si vive nella natura e per la natura, e la salute è la cosa che conta di più in assoluto, ma trovavo eccessivo il modo in cui venivo guardato ogni volta che fumavo. Allo stesso tempo, mi sentivo in colpa per il fatto di prendere la macchina per andare al lavoro, con decine di persone che invece usano la bicicletta.
Sotto molti punti di vista, West Marin è un luogo di eccessi. La prima volta che sono andato a Bolinas, ad esempio, mi sono ritrovato nella via principale della cittadina, Wharf Road, che è popolata principalmente da homeless, ubriaconi e tossici, il tutto in un’atmosfera di abbandono e decadenza. Ero convinto che Bolinas si limitasse a questo, e mi domandai cosa portasse i suoi abitanti ad essere tanto gelosi della loro cittadina così degradata. Qualche giorno dopo capii. Wharf Road serpeggia ai piedi di un piccolo altopiano, noto ai più come la Little Mesa, completamente circondata da altissimi alberi di eucaliptus che la rendono invisibile a chiunque si trovi sulla via sottostante. Pensavo si trattasse di una foresta, di un’area senza costruzioni. Una volta salito sulla Little Mesa quello che vidi mi sorprese: bellissime casette in legno a picco sull’oceano, giardini lussureggianti e tanto benessere.
Gli abitanti della Little Mesa hanno iniziato una battaglia contro il resto della città quando un anonimo filantropo ha donato un lotto a Bolinas per crearvi un parco, non prima di aver abbattuto gli alberi che si inerpicano sul pendio e nascondono le case dell’altopiano. Una donna di origini italiane parlò della piccola foresta come di un necessario “cuscinetto” tra la sua casa della Little Mesa e il centro di Bolinas.
Bolinas è forse uno dei luoghi meno ospitali della contea (e probabilmente d’America). I suoi abitanti non vogliono visitatori di nessun tipo e per questo hanno divelto per decenni il cartello che indicava lo svincolo per raggiungere la cittadina dall’unica strada che taglia West Marin da nord a …



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