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Il Padiglione messicano alla Biennale di Venezia

giugno 29th, 2009 by Diletta Sereni | No Comments

Il Padiglione messicano alla Biennale di Venezia

Alla 53esima edizione della biennale il Messico è rappresentato dalle opere di Teresa Margolles, che raccontano la guerra della droga e il suo silenzioso sterminio. Il padiglione messicano, che partecipa alla biennale solo dalla precedente edizione, ha scelto di ospitare la mostra intitolata “¿De qué otra cosa podríamos hablar?” (Di cos’altro potremmo parlare?) nel palazzo Rota-Ivancich, residenza nobiliare cinquecentesca, a due passi da Campo Santa Maria Formosa.
Il lavoro di Teresa Margolles sviluppa, sin dagli anni novanta, una riflessione sulla rappresentazione della morte nella società globalizzata. Nel periodo più recente si è concentrato in particolare sull’ondata di violenza causata dalla criminalità organizzata intorno al narcotraffico che, per ragioni geografiche, ha fatto del Messico il principale raccordo tra luoghi di produzione e consumo e che, in particolare lungo il confine con gli Stati Uniti, miete ogni anno migliaia di vittime. Si moltiplicano gli episodi di violenza nelle strade – esecuzioni mirate o scontri a fuoco tra polizia e trafficanti – e sono frequenti i casi di civili coinvolti solo accidentalmente. Negli ultimi anni inoltre la narco-criminalità si è ramificata e insinuata nelle città e nelle famiglie, esponendo un’intera generazione alle conseguenze perverse che l’economia globalizzata ha avuto sul mercato della droga.
Il lavoro della Margolles parte dalla consapevolezza di questa ondata di violenza e cerca di tradurla in oggetti e azioni che possano raccontarla senza fare leva sulla spettacolarizzazione del lutto. L’artista non lavora in solitudine nel suo studio, ma viaggia sul territorio: esplora le arene del terrore che si aprono nelle città, tra la gente e, subito dopo le misurazioni e le indagini di polizia e periti, raccoglie materiali, tracce, feticci sui luoghi degli omicidi: all that’s left. Si tratta di vetri infranti delle automobili, messaggi intimidatori lasciati dai trafficanti, terra, sangue e vari materiali organici che assorbe con delle tele, come a tamponare le ferite del terreno. E sono questi “residui” che, in seguito ad un intervento di trasformazione sui materiali, vengono immessi nel circuito dell’arte. Da resti di morte a opera d’arte, è così che questi oggetti-traccia subiscono una piccola fondamentale rivoluzione: sottratti ad uno spazio “esposto” allo sguardo emotivo di shock, terrore e compassione per le vittime, vengono inseriti in uno spazio “di esposizione” che chiede uno sguardo attento, di studio o contemplazione, allo spettatore di arte contemporanea.
L’entrata del padiglione è quasi nascosta e all’ingresso si è colpiti dal contrasto dimensionale tra la calle stretta e buia e gli spazi grandiosi del palazzo. Le opere vi abitano quasi mimetizzandosi nella vastità delle sale, che l’artista ha voluto lasciare quasi vuote e conservare nel loro stato di decadimento: tappezzerie strappate, crepe alle pareti, fili scoperti… Il visitatore attraversa la pace inquieta delle stanze, illuminate dalla scarsa luce che filtra dalla calle e da una fila discreta di lampadine aggrappate alla parete. Passa da una stanza all’altra e le opere intrecciano il suo percorso in silenzio eppure lo avvolgono, lo costringono a poco a poco a fare i conti con la loro crudezza: con l’odore acre delle tele imbevute di terra e sangue, con l’azione lenta e meticolosa dei performer, che lavano il pavimento freddo del palazzo con acqua mista al sangue “recuperato”. Le varie installazioni agiscono sull’attenzione dello spettatore: sono tracce fisiche e tangibili della tragica “economia della morte”, eppure non gridano, divergendo così in maniera fondamentale dalle rappresentazioni del dolore altrui cui ci ha abituato la cultura visiva contemporanea, che tende a mostrare tutto. Il dramma che viene raccontato non è evidente, le opere vogliono essere cercate, ascoltate: non chiedono pietà o indignazione ma raccoglimento.
Si tratta di opere-gesto, che costruiscono, attraverso il meccanismo del feticcio e della contaminazione, un discorso ardente sulla morte silenziosa di migliaia di persone, l’assurdità di uno stillicidio lento e inesorabile. I feticci della Margolles sono rappresentazioni di una morte senza nome, senza giudizio e nonostante siano segnate da una profonda continuità fisica con la vittima, evitano lo spettacolo del dolore. Il gesto diventa opera perché compiuto in quel determinato contesto sociale e in quel preciso momento, è per questo che parlare di queste opere significa parlare della loro storia e dell’ambiente che le ha prodotte. È probabilmente questa la forza della mostra: allontanarsi dall’arte contemporanea come tendenza, uscire dal suo circuito commerciale e instaurare un discorso radicato a fondo nel territorio e nella società messicana, cercando di tradurne aspetti gravi e problematici, un discorso sulla possibilità di “fare arte” e sulle forme che l’arte può assumere di fronte ai drammi dell’attualità.
Padiglione Messicano Biennale di Venezia – Teresa Margolles, ¿De qué otra cosa podríamos hablar?
7 giugno – 22 novembre 2009
orario 10-18, chiuso il lunedì
Curatore: Cuauhtémoc Medina,
sede: Palazzo Rota-Ivancich, calle del remedio, Castello 4421 (Ve)
tel. 041.52.29.855
www.mexicobienal.org


I conflitti dimenticati: la crisi del Grandi Laghi

giugno 29th, 2009 by Redazione | No Comments

I conflitti dimenticati: la crisi del Grandi Laghi

L’associazione Salotto Africano e l’Assessorato alle politiche culturali della Provincia di Roma presentano una interessante conferenza dal titolo “I conflitti dimenticati: la crisi dei Grandi Laghi”, che si terrà a Roma il prossimo 2 luglio. Questo icontro si propone come un punto di partenza per conoscere le ragioni (anche quelle di cui nessuno vuole parlare) di una guerra che si protrae da anni, e ascoltare testimonianze di chi ha vissuto sulla proprio pelle il conflitto. Un conflitto drammatico, un vero e proprio genocidio di cui nessuno parla, anche per il diffuso disinteresse da parte dei diversi media.
Come è nato il conflitto?
In seguito alla caduta di Mobutu nel 1997, nell’ex Zaire (oggi Rdc) si verificò una marcata instabilità politica. Da allora sono morti 4 milioni di persone a causa dei combattimenti o delle condizioni in cui sono costretti a vivere i profughi. La regione che mostra le tensioni più forti è il Nord Kivu, dove la causa degli scontri è sia di natura etnica (notevole l’eterogeneità della popolazione) che economica (oro, diamanti, coltan, rame e cobalto).
Il Kivu venne scosso dalla ondata di migrazioni causati dal genocidio del 1994 in Ruanda, in cui migliaia di hutu, scunfitti dagli tutsi, si riguiarono nel nord Kivu. I tutsi ruandesi, per porre fine alle incursioni, appoggiarono i ribelli congolesi guidati da Kabila. Quando nel 1997 Kabila conquistò la capitale dello Zaire, ruppe i contatti con i ruandesi, sui ex alleati.
Dopo la pace del 2002, nel 2003 si ebbe una nuova esplosione di violenza a causa della ribellione di Nkunda nei confronti di Kabila (Kabila figlio, in quanto il padre venne assassinato in circostanza ancora da chiarire nel 2001). Nkunda era convinto che Kabila non proteggesse i tutsi congolesi. Si arrivò quindi al gennaio 2008, con l’accordo fra Nkunda e Kabila, ma nell’agosto gli scontri ripresero.
I CONFLITTI DIMENTICATI: LA CRISI DEI GRANDI LAGHI
Intervengono:
Padre Giulio Albanese, giornalista, docente alla Pontificia Università Gregoriana
Mulumba Bin Kazadi, associazione Salotto Africano
Claudio Cecchini, assessore alle politiche sociali della Provincia di Roma
Cecilia D’Elia, assessore alle politiche culturali della Provincia di Roma
Massimo Zaurrini, giornalista, agenzia MISNA
Sono previste testimonianze di rappresentanti delle comunità territoriali dell’area dei Grandi Laghi
Roma, 2 luglio 2009 – ore 16,30 – Palazzo Valentini, Sala della Pace, Via IV Novembre 119/1
Per informazioni la pagina dell’evento su Facebook
[email protected]


L’esperienza del laboratorio teatrale vista attraverso gli occhi di un allievo principiante

giugno 26th, 2009 by Filippo Lusena | No Comments

L’esperienza del laboratorio teatrale vista attraverso gli occhi di un allievo principiante

Quando, per la prima volta, mi sono presentato al laboratorio teatrale con alle spalle poco più che qualche recita scolastica ed una frequentazione (ad oggi) non più così assidua dei teatri fiorentini, ero particolarmente titubante e dubbioso del fatto che si potesse trattare di una scelta felice o, quantomeno, adatta a me; ciò nonostante, ero particolarmente curioso di vedere in cosa si sarebbe evoluta questa esperienza.
Sciolto il ghiaccio iniziale nei confronti dei miei nuovi compagni e della disciplina teatrale, abbiamo iniziato ad ambientarci e, lezione dopo lezione, ad appassionarci ad un mondo che inizialmente io avevo affrontato in maniera svogliata e, forse, un po’ superficiale.
La prima fase del laboratorio ci ha infatti introdotti ad aspetti tecnici del teatro quali esercizi sulla respirazione e volti a mostrare l’importanza dell’uso del diaframma, sull’uso della voce, sull’interazione in scena, oltre a fornirci i primi accenni sull’importanza dell’interpretazione e del “lavoro dell’attore su se stesso e sul personaggio”.
La scelta, partorita in seno al laboratorio, di portare in scena un testo teatrale (una divertente commedia degli equivoci dal titolo decisamente azzeccato: “D… come Donna, Danno, Divorzio!”) ha spinto il corso verso una seconda fase dedicata alle prime letture dell’opera e alla seguente assegnazione dei personaggi da parte del regista.
Finalmente il palco veniva utilizzato per il suo vero scopo!
E’ iniziato quindi un lungo periodo di prove e, con esse, di difficoltà; prima fra tutte la memoria da allenare!
Ebbene sì, il primo grande ostacolo da affrontare è stato senza dubbio la memorizzazione del testo. Volontà a parte, il problema era trovare, tra una prova e l’altra, un ritaglio di tempo significativo da dedicare al copione per imparare le battute.
In  seguito lo studio si è spostato sull’interpretazione del personaggio e, soprattutto in questo, il lavoro del nostro regista e del suo assistente è stato decisivo, oltre che incisivo.
Per quanto si trattasse di un laboratorio per principianti, il regista ci ha aiutati, spronati ed avvicinati a questo studio con insegnamenti, consigli ed inviti a migliorarci spingendoci ad esempio a prendere come modello sia la gente comune per strada o nei caffè, sia i grandi attori, per “rubare” loro movenze, atteggiamenti o caratteristiche che ci potessero essere utili.
Il lavoro che si è dovuto affrontare, confrontandosi (è proprio il caso di dirlo) con il personaggio assegnatoci, è stato qualcosa di nuovo, interessante, difficile, ma allo stesso tempo entusiasmante.
Al di là della semplice possibilità di potersi misurare con le proprie capacità, o velleità, artistiche su un palco di fronte ad un pubblico, il laboratorio teatrale ci ha offerto qualcosa di più: la possibilità di potersi guardare allo specchio e vedere oltre quel riflesso grazie ad un lavoro che, prima di toccare il copione, scompagina ciò che siamo, restituendoci agli altri diversi da prima.
Ho imparato che dover interpretare un ruolo significa elaborare “un’idea” del personaggio, costruire una sua personalità, una sua “storia”, delinearne il carattere; confrontarsi dunque con esso, così come ognuno di noi fa, giorno dopo giorno, con le persone che incontra, tracciando un segno che non potrà essere cancellato ma che andrà, al contrario, a renderci ciò che siamo.
Con la data della nostra rappresentazione che si avvicinava, il ritmo delle nostre prove (e l’ansia…) è drasticamente aumentato. Le continue “filate” e prove generali che si sono susseguite nelle ultime intense settimane di lavoro hanno ulteriormente cementificato i rapporti fra noi allievi e ci ha fatto assaporare solo in minima parte cosa avremmo provato la sera del debutto.
Gli ultimi ritocchi sul palco con la scenografia pronta, il trucco, il brusio del pubblico, l’ossessivo ripetersi le battute in testa, la tensione (e la curiosità) che cresceva mano a mano che il tempo di entrare in scena scadeva; tutto è scomparso nel momento in cui si è calcato il palco.
Ciò che è rimasto, dopo le prime battute, è stata solo la soddisfazione di sentire il pubblico divertirsi, ridere, applaudire e, a fine spettacolo, scaricare la tensione e l’adrenalina con i propri compagni.
Insomma, il laboratorio ci ha offerto la possibilità di poter conoscere in maniera originale, diversa dal solito, il teatro con il suo fascino, poter fare nuove amicizie e mettersi alla prova in una maniera  inusuale. Il mio quindi è solo un arrivederci, al prossimo autunno, con la prossima avventura.


Lo studio all’estero, dalla A alla Z

giugno 24th, 2009 by Eleonora Corsini | 4 Comments

Lo studio all'estero, dalla A alla Z

La scelta per il futuro dello studente – questa grande sconosciuta! – spesso mette in crisi molti giovani. Le mille ed una porte che si aprono post-liceo o post- laurea breve si presentano come piccoli o grandi passaggi di un insidioso labirinto, il quale, pensate, può addirittura portarti  in paesi stranieri, vicini o lontani!
Personalmente ritengo che questa infinita varietà di scelte sia favolosa. Il lusso di potersi sedere di fronte ad un PC e, con l’ausilio del web, fantasticare tra le varie possibilità mi appare prezioso. Tanto più che ce n’è davvero per tutti i gusti e per tutte le tasche!
Questo incipit molto ottimistico era necessario, perché ora dovrò scendere nei dettagli ed allora è importante sapere che il percorso da seguire per partire per l’estero può effettivamente risultare ostico.
L’enorme varietà spesso sembra più un disincentivo che un incentivo, dato che è facile perdersi tra le proposte e le idee suggerite. Le procedure per essere ammessi qui o là passano da varie tappe, uffici, burocrazie, applications  e chi più né ha più ne metta, che spesso mietono vittime lungo la strada: giovani volenterosi che si sono lasciati vincere dalle mille scartoffie e dagli uffici tipicamente italiani.
Pertanto vale la regola d’oro:  bisogna prenderla con filosofia (non saprei consigliare esattamente quale, ma sicuramente con filosofia) e sviluppare una notevole dose di pazienza, se – da italiano – si decide di andare a studiare all’estero.
Il che detto fra noi è una fortuna, dopo tutto, perché la pazienza, si sa, è la virtù dei forti! Quindi coraggio!
Dove vuoi andare? Inghilterra, Francia, Spagna, Germania….o addirittura al di là dell’oceano?
Andiamo con ordine.
Per i liceali esiste il programma di anno di studio all’estero, il quarto. Recentemente si è anche ampliata la possibilità di ricevere borse di studio, per maggiori informazioni: www.intercultura.it .
Per lo studente universitario esistono due programmi che permettono l’espatrio accademico: l’Erasmus ed il Free Mover . Il primo si rivolge a scambi intereuropei, copre gli eventuali costi dell’università dove farai il tuo scambio, e aggiunge una piccola borsa per un po’ di pocket money – meglio di niente. Il secondo si rivolge a scambi intercontinentali, e non offre nessun rimborso: si limita a consegnarti i fogli necessari per il riconoscimento crediti quando tornerai nel tuo paese.
Attenzione però… l’uno non esclude l’altro! Si può scegliere di farli entrambi!
Se invece si è prossimi alla fine del corso di studi e ci si vuole laureare all’estero, oppure se si è un futuro dottore (spesso è sufficiente la laurea breve) interessato a qualche master straniero, le possibilità abbondano e sarebbe impossibile – ed oltremodo inutile -  elencarle tutte, ma esiste un link capace di rispondere a molte domande: http://europa.eu/youth/studying/at_university/index_eu_it.html.
La prima cosa da fare tuttavia è capire come funziona il sistema universitario straniero.
La seconda è quella di selezionare una manciata, o poco più, di scelte.
La terza è quella di cominciare la procedura per l’ammissione.
Onde evitare spiacevoli sorprese, tipo quella di non essere ammessi, è  assolutamente indispensabile muoversi per l’iscrizione con largo anticipo. Almeno un anno.
Infatti molte università e master americani, inglesi, francesi e via dicendo hanno un sistema di iscrizione  diverso dal nostro, che passa attraverso selezioni e scadenze le cui deadlines  si pongono tra dicembre e marzo dell’anno precedente. Inoltre è necessario dimostrare di aver raggiunto un livello di conoscenza della lingua straniera tale da rendere possibile la frequenza e la comprensione dei corsi. Questo passa attraverso esami che riconoscono il tuo livello. Non valgono autocertificazioni, non vale nemmeno se si è madrelingua. Bisogna presentare il documento dell’esame, per maggiori informazioni: http://formazione.tipiace.it/corsi-lingue/esami-lingua.htm
Tutto ciò che riguarda il riconoscimento crediti, le equipollenze e i trasferimenti da questo o quell’istituto varia notevolmente non solo da paese a paese, ma anche – e soprattutto -  dallo studente.
Quindi bisogna rassegnarsi! Non troverai mai un sito che ti garantisce al 100%  di essere adatto a quel programma, o ammissibile in quello scambio, e che risponderà a tutte le tue domande.
A questo punto vale la seconda regola d’oro: insisti!
Dopo esserti imparato a memoria le “FAQ” (frequently asked questions)  del sito dell’università che ti interessa, non farti ulteriori scrupoli: domanda, chiedi, ritenta, richiedi, ma sempre con molta cortesia! Metti alla prova la tua capacità di scrivere a questo o quel Sir, Madam, Monsieur, Señor che sia e ricamare con gran sfoggio di buona educazione ogni tua richiesta.
Attento, però! Se chiedi qualcosa di cui esisteva la risposta nelle suddette  FAQ, passi per imbecille!
Ogni richiesta d’ammissione domanda generalmente: CV, o simile, certificato di lingua, 2 o 3 lettere di presentazione derivanti dal mondo accademico e positive (leggi: sii il pupillo di qualche professore!), una motivazione personale (per i master di ricerca anche un progetto di ricerca) ed i transcript dei voti.
Per quanto riguarda la motivazione, vale la regola di mostrarsi entusiasti e di spiegare oltre ai motivi per cui vuoi partire ed arricchirti culturalmente, i motivi per cui loro hanno pieno interesse ad ammetterti. Ovvero devi far capire loro che valore aggiunto porterai al loro istituto.
I transcript sono i voti ottenuti al liceo o all’università e per essere considerati validi necessitano di una traduzione giurata. Ovvero un traduttore ufficiale che fronte al giudice in tribunale giura che la traduzione è veritiera (esistono uffici appositamente predisposti, la procedura richiede da 15 giorni ad un mese).  Per maggiori informazioni: http://www.traduzioni-giurate.it/
Infine se il tuo intento è quello di prenderti un anno sabbatico, molti spunti al riguardo li puoi trovare su www.ef.com.  Libero poi di seguire l’associazione o meno, puoi divertirti a scoprire in quanti modi può essere speso il tuo anno di libertà!
Per ogni altra informazione e spunto, ti consiglio di leggere gli articoli e le testimonianze presenti in questo dossier, di chi prima di te è partito all’avventura!
Non mi resta che augurarti  in bocca al lupo, e ripeterti: filosofia, pazienza, perseveranza… ne vale la pena!
Disegno di Enrica de Natale


¡Qué viva Madrid!

giugno 24th, 2009 by Nicole Tirabassi | 3 Comments

¡Qué viva Madrid!

Circa un anno fa mi sono laureata in Studi Internazionali presso la facoltà di Scienze Politiche dell’ Università Roma TRE. Data la natura stessa del mio corso di laurea, consideravo l’incontro diretto con una cultura straniera come un ‘tirocinio’ indispensabile. Inoltre ho sempre avuto una stessa opinione sia della Spagna sia di un’esperienza di vita all’estero: qualcosa di unico e irripetibile, da affrontare nel modo più intenso possibile. Perché allora non conciliare le due cose con un Erasmus nel cuore palpitante della penisola iberica, Madrid?
Dopo essere miracolosamente riuscita a non affogare nella giungla burocratica di moduli da riempire e lettere da inviare per inoltrare la richiesta di borsa di studio, ancora  più miracolosamente quella borsa, poi, l’ho anche ottenuta: la mia destinazione sarebbe stata la UAM,  la Universidad Autónoma de Madrid.
Secondo problema da affrontare: la ricerca di un alloggio. Quest’ultima è stata da me portata avanti sulla base di una sola, ma inviolabile regola (senza la quale si sarebbe persa l’essenza stessa di un’ esperienza di intercambio): abitare solo ed esclusivamente con inquilini stranieri. Sfortunatamente gli appartamenti del campus erano già stati tutti prenotati, allora ho fatto ricorso ad Internet e tramite un annuncio sulla bacheca virtuale degli studenti della UAM ho fermato una stanza e preso persino accordi per un servizio di accoglienza all’aeroporto! Non mi restava che partire.
La UAM è, per mia grande fortuna, tra le università pubbliche più all’avanguardia della capitale spagnola: una vera e propria città dentro la città.
L’ organizzazione interna della didattica e delle lezioni prevede un unico, indispensabile, requisito: la frequenza. La presenza in classe, il lavoro di gruppo, il dialogo costante con i professori è il perno stesso su cui è concepita l’università spagnola; totalmente diversa, in questo, dagli atenei italiani, decisamente più improntati verso un approccio individualistico al mondo accademico.
A coronare il tutto, un’amplissima offerta allo studente di qualsiasi tipo di servizi e delle più svariate attività culturali e sportive: dai corsi di spagnolo, pensati appositamente per noi stranieri, ai numerosi laboratori informatici e postazioni telematiche; dai tornei di calcio, ai concorsi fotografici, alle visite organizzate nei principali musei e centri d’arte di Madrid e in altre città spagnole, alle immancabili feste e serate in giro per la città: il divertimento è ciò che i madrileni prendono più sul serio. Di più: è ciò su cui si fondano l’approccio stesso alla socialità.
Ad una coinquilina spagnola che, al momento della partenza, mi chiedeva cosa mi sarebbe mancato di più ho risposto: “ La gente e la notte”.
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Godete della bellezza del Guernica di Picasso e commuovetevi nei  tablaos ammirando uno spettacolo di flamenco. Brindate con una copa di birra alla calorosa accoglienza che vi viene riservata dagli spagnoli ovunque andiate e, perché no, fate un po’ di locuras  in qualche discoteca.
Insomma, una volta calati in questa nuova realtà, ci si trova davanti a due mondi diversi, ma allo stesso tempo complementari: una vita diurna cosmopolita e dinamica e un universo notturno fatto di luci, colori, sensazioni e odori, di innumerevoli ambientazioni, di uscite improvvisate e sempre diverse.
Ma attenzione: quest’aria divertente, frivola e senza pretese può rivelarsi allo stesso tempo l’aspetto più negativo di un’esperienza di questo tipo: adattarsi ad una dimensione così particolare come una città con questi ritmi di vita e lasciarsi trascinare da tutta questa improvvisa  libertà può lasciare frastornati e far perdere di vista le vere priorità se non il motivo stesso per cui si è arrivati lì.  Più di uno studente mi ha confermato che ciò che di più comune accade agli Erasmus a Madrid è che, paradossalmente, si ritrovano a non essere più Erasmus: presi da questo continuo andarsene de fiesta, smettono di frequentare l’università, trovandosi poi a non essere più in grado di portare avanti i loro studi lì, dovendo spesso tornare a casa prima del previsto, con l’amaro in bocca  per la delusione che hanno procurato a sé stessi.
Movida o no, gli esami – ahimé – prima o poi arrivano per tutti e il consiglio che mi sento di dare è di considerare, fin dal primissimo giorno, l’Università come un lavoro… per lo meno io me la sono cavata così!
Dovendo fare un bilancio personale di quest’esperienza, il mio è, a conti fatti, più che positivo: vivere all’estero comporta una crescita a livello sì culturale, ma soprattutto personale. Le responsabilità e gli impegni da portare avanti, così come tutte le persone e le culture con cui si è venuti a contatto, rappresenteranno un network indispensabile nel futuro e un bagaglio preziosissimo.
Buon Erasmus a tutti!


Italia-Berlino sola andata

giugno 24th, 2009 by Valentina Carraro | No Comments

Italia-Berlino sola andata

Il terzo giorno di lezione del mio primo anno di università mi sono ritrovata in coda davanti all’ufficio Erasmus del Politecnico di Milano. A settembre sono partita per Berlino e ora, quasi 2 anni dopo, sono ancora qui, intenzionata a restare, almeno per un po’. Come mai tanta fretta? Cosa c’è di tanto insopportabile nel vivere in Italia? Sono bastate 72 ore di università per decretare che la situazione era insostenibile? Proporrei di rovesciare la prospettiva: in fondo perché no?
Vivere all’estero è divertente, apre la mente, permette di scoprire città e paesi diversi dove le cose vanno diversamente. Può essere d’aiuto nell’imparare a sbrigarsela da soli, o nell’apprendere una lingua straniera. Infine si riesce a guardare se stessi, il proprio paese e le proprie abitudini da una certa distanza, o almeno ci si può provare. Ovviamente sono cose che si possono fare anche standosene a casa, ma almeno nel mio caso partire è stato d’aiuto e mi ha aiutato a capire alcune cose.
Per esempio, ho sempre creduto che gli italiani fossero considerati in generale un popolo simpatico, magari un po’ troppo rumoroso, ma comunque solare e socievole. Non è stato piacevole scoprire che invece tendiamo ad essere visti come un ibrido tra il Padrino, Rocky Balboa e Berlusconi: pigri, non troppo onesti e un po’ tamarri. Delle macchiette che nelle pubblicità rivendicano con accento improbabile la superiorità della nostra nazionale di calcio. Non parlo di razzismo, ma piuttosto di stereotipi superficiali, che risultano particolarmente spiacevoli quando sono rivolti verso di noi. Detto questo, Berlino è una città meravigliosa proprio perché, pur rimanendo in tanti particolari smaccatamente tedesca, ha accolto mille anime diverse, dai Turchi agli Arabi ai Polacchi agli Italiani. E per fortuna, perchè se kebab e felafel non fossero così facili da reperire sarei morta di fame da un pezzo!
All’interno di questa comunità di stranieri c’è un gruppo etnico particolare, gli studenti Erasmus. Escono tra di loro, a volte comunicano in inglese, a volte in una lingua ibrida tra lo spagnolo e l’italiano, a volte in un tedesco molto fantasioso. Vengono visti con diffidenza e sufficienza dalla popolazione locale e forse per questo come Erasmus è incredibilmente difficile “integrarsi”. Ma non c’è ragione di avere paura, non sono pericolosi. Per reazione, all’università come fuori, tendono a fare amicizia tra loro e senza dubbio riescono a divertirsi ugualmente. Perdonate l’euroentusiasmo, ma non è in qualche modo di buon augurio il fatto che “gli erasmus” si riuniscano, come in passato facevano i connazionali all’estero? Mi sembra che la cosa faccia ben sperare: questo genere di esperienze potrebbe aiutarci a diventare europei, al punto che in futuro vivendo all’estero non ci si senta poi così stranieri.
La cosa ovviamente funziona, almeno per il momento, solo se pensata all’interno di grandi città. Il nostro Paese, come tanti altri, ha non pochi pregi e molti difetti, ma una cosa che gli manca è una vera metropoli. Si ha l’impressione che ovunque sia un po’ provincia. Per fare un esempio, se ci troviamo nella metro a Milano e sentiamo qualcuno conversare in una lingua diversa dall’italiano (e dal dialetto bergamasco) tendiamo ad alzare lo sguardo. In una metropoli al giorno d’oggi questo non succede.
Riguardo all’università in termini più generici, è difficile farsi un’opinione e non credo di poter esprimere giudizi di valore. In parte perché, in Italia come in Germania, gli ordinamenti vengono cambiati con la stessa frequenza con cui certe persone cambiano i calzini; in parte perché è impossibile, partendo dall’esperienza personale, farsi un’idea generale di un sistema universitario. Ma anche in questo caso è interessante scoprire che non solo l’approccio a determinate materie può essere differente, ma anche il modo di rapportarsi con professori, dipartimenti e istituzioni. Qui è tutto molto più informale e diretto. L’importante è rendersi conto che il “nostro modo” non è l’unico e non è per forza il migliore.
L’idea di partire può fare paura. Lasciare casa, amici, famiglia e abitudini a cui si è affezionati spaventa. Niente più cornetto e cappuccino alla mattina (in compenso si può però ripiegare su un capucino o un cappucchino, e ogni volta rivivere l’emozione di non sapere cosa ci porteranno). Ma non vale la pena di farsi spaventare. Vivere all’estero nel 2009 è diverso da quello che immagino potesse voler dire emigrare nel 1948. Abbiamo internet, le e-mail, Skype, i social network, che ci permettono di comunicare con chi è rimasto a casa. Soprattutto in Europa prendere un aereo è diventata una cosa economica e normale, che, scrupoli ecologici a parte, si può fare molto frequentemente. Insomma non è poi così traumatico. Non vorrei suonare melodrammatica, ma lo studio all’estero è un’esperienza che davvero può cambiare la vita. Se si vuole poi si può sempre tornare indietro. Se si vuole.


Una summer school a Londra

giugno 24th, 2009 by Roberto Priolo | 4 Comments

Una summer school a Londra

Tutti sanno quanto la strada verso la professione giornalistica in Italia sia ripida ed accidentata. Il nostro Paese ha un concetto di informazione tutto particolare, e troppo spesso quello che si legge sui giornali o si vede in televisione non è altro che una versione rivista, corretta e censurata della realtà dei fatti. C’è chi, nonostante questo, non si lascia intimorire e prosegue determinato verso un lento ingresso nel sistema mediatico italiano.
Questa per me non è mai stata un’opzione accettabile. Fin da quando ho cominciato ad interessarmi del mondo attorno a me ho scelto di consultare testate straniere per ottenere le informazioni che mi interessavano. Le ho sempre trovate più concentrate sui fatti che sulle opinioni, e mai spaventate di “andare contro” il potere. Già a sedici anni, nonostante la mia conoscenza dell’inglese ai tempi fosse decisamente incerta, preferivo l’Herald Tribune al Corriere, o il sito della CNN a quello di Repubblica.
Questo mi ha spinto, nel 2006, ad iscrivermi alla summer school della London School of Journalism, un’esperienza che, ero certo, mi avrebbe confermato quanto mi sentissi più attratto dal mondo dell’informazione anglosassone rispetto a quello italiano.
E così è stato. Sebbene il programma della summer school sia necessariamente molto concentrato e bombardi lo studente di nozioni, metodi e approcci al giornalismo britannico, questi trenta giorni di full immersion sono stati, ad oggi, una delle esperienze più formative del mio background accademico.
La London School of Journalism è un’istituzione privata, che si differenzia, ad esempio, dai Master in giornalismo per il suo focalizzarsi sulla pratica piuttosto che sulla teoria. Certo, la teoria ci è stata insegnata, ma il mio agosto londinese di quell’anno è stato principalmente caratterizzato da numerosissimi assignment e uscite durante le quali era richiesto a noi trainees di fare interviste, andare a caccia di notizie, visitare mostre per poi scriverne una review.
Non è solo il programma della scuola ad essere poco “accademico”. Anche l’ambiente è decisamente informale, anche se con un corpo di insegnanti estremamente serio. Professionisti del giornalismo, scrittori con una incredibile esperienza. Dal travel al feature writing, dallo sport al broadcast alla radio, ogni settore del giornalismo è affrontato.
Gli studenti, una cinquantina, provenivano da ogni angolo del pianeta: molti Inglesi, qualche Italiano, e poi Francesi, Arabi, Africani, Americani. Chi più simpatico, chi meno. Ma non è questo il punto. E’ stato estremamente interessante conoscere tante persone, provenienti da ambienti così diversi, con così tante aspirazioni. Indubbiamente scoprire dopo due settimane di corso che la tizia che aveva parlato a noi italiani in inglese per tutto il tempo era in realtà una alto-atesina di Bolzano poco orgogliosa della sua nazionalità ma con un italiano impeccabile era stato abbastanza irritante, ma nulla avrebbe potuto rovinare l’atmosfera stimolante e di scambio che si era venuta a creare nella classe. Tra una birra al pub dietro la scuola e una cena al ristorante etiope, ogni momento trascorso con i compagni di corso scorreva rapidissimo, e lasciava sempre qualcosa di interessante su cui riflettere.
Nella magnifica, travolgente e al contempo accogliente cornice di Londra, fucina di idee, tendenze e notizie, un aspirante giornalista può sicuramente sbizzarrirsi, e l’aiuto fornito dagli insegnanti nella revisione degli assignments è assolutamente determinante. Ogni studente è seguito con attenzione, e consigliato, bacchettato se necessario.
Alla LSJ viene spiegato come “vendersi” ad un possibile datore di lavoro, come proporre le proprie idee, come gestire la creazione di un articolo, come ricercare le notizie, come rapportarsi con chi si intervista, e via dicendo.
Naturalmente un numero così alto di moduli concentrato in quattro settimane comporta il rischio che alcuni possano perdersi, o non assimilare a sufficienza. In parte è capitato anche a me. Ma per quanto mi riguarda il risultato più importante che ho ottenuto frequentando questo corso è stato il capire una volta per tutte che voglio che il mio futuro sia nel mondo del giornalismo.
La London School of Journalism offre anche un diploma postgraduate, più approfondito e diluito in diversi mesi, che credo frequenterò il prossimo autunno.
Non che la summer school non sia stata sufficientemente formativa! E’ che ora ho deciso finalmente di trasferirmi a Londra, e voglio fare in modo di aver stampato bene in testa tutto quello che devo sapere per riuscire a diventare giornalista in UK. E per farlo voglio seguire un corso più strutturato, che mi dia il tempo di assorbire quanto mi viene insegnato e, con un po’ di fortuna, di metterlo in pratica.
Da quel che mi pare di capire, anche dal confronto con amici e conoscenti, il sistema post-superiori in Gran Bretagna è molto concentrato sull’idea di fornire allo studente gli strumenti, le conoscenze e i consigli necessari ad entrare nel mondo del lavoro. Secondo il mio parere, nell’università italiana, al contrario, troppa è la teoria e troppo poca è la pratica.
I miei numerosi ma brevi soggiorni degli ultimi anni nella capitale inglese non sono più abbastanza. O forse è la vecchia Milano ad avermi stancato. Cosa è certo è che a settembre tornerò a Londra, e che ci resterò per un po’. E se non fosse stato per la summer school alla LSJ nel 2006, forse oggi starei ancora cercando di trovare la mia strada!


Speciale Studio all’estero

giugno 23rd, 2009 by Redazione | No Comments

Speciale Studio all'estero

Erasmus, free mover, master, summer school… molti i modi di avventurarsi oltre i nostri confini per studiare e gettare le fondamenta del proprio futuro, tra nodi burocratici da sciogliere e decine di opportunità da esplorare. Per cercare di capirci qualcosa in più, il Tamarindo ha scovato studenti o ex studenti con esperienze particolarmente interessanti e tra loro diverse, chiedendogli di condividere con noi le proprie avventure all’estero.


Bernardí Roig e la sofferenza del corpo

giugno 21st, 2009 by Luigi Galimberti Faussone | No Comments

Bernardí Roig e la sofferenza del corpo

“Facesti come quei che va di notte,
che porta il lume dietro e sé non giova,
ma dopo sé fa le persone dotte.”
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Purgatorio, Canto XXII, 67-69

La presentazione del volume monografico edito da Skira Bernardí Roig ha dato una nuova occasione al pubblico italiano, dopo l’esposizione Light Never Lies dell’estate 2007 al Museo Carlo Bilotti di Roma, di conoscere le opere del celebre artista maiorchino. All’incontro del 28 maggio alla libreria della Triennale di Milano hanno preso parte oltre all’artista e al curatore del volume, lo stilista Elio Fiorucci, l’architetto e designer Alessandro Mendini e lo scrittore Aldo Nove.
Il lavoro di Roig si concentra sulla prigionia del corpo e sull’impossibilità dello sguardo e della comunicazione. Si tratta, in altre parole, di una riflessione sulla condizione dell’uomo contemporaneo e sull’isolamento. Il corpo di Roig è un “corpo che soffre, fatto di pezzi e di frammenti”, come l’artista lo ha definito in occasione della presentazione. Per le sue sculture Roig si serve di calchi che ottiene prendendo l’impronta di modelli umani con garze imbevute di gesso. In base al risultato cercato, sceglie poi di realizzarle o in resina poliuretanica, a volte mista a polvere di marmo, o in alluminio o bronzo interamente dipinti di bianco. Secondo Paparoni, curatore del volume, “le opere di Roig hanno il loro nucleo centrale in una scultura dalle forti connotazioni realiste, interamente bianca ma formalmente definita nei dettagli, al punto da non essere del tutto estranea alla tradizione classica”.
Una delle opere più significative – e tema ricorrente dell’artista – è L’uomo della Luce (2007; bronzo, acciaio, tubi fluorescenti e luce), esposto a Milano nella piazza di fronte a Palazzo Isimbardi, sede degli uffici della Provincia. Questa scultura non è statua (ossia statica), ma seconde le intenzioni dell’artista suggerisce movimento, leggerezza e instabilità. Elemento predominante è la luce, ma non una luce che illumina, ma che “acceca e satura lo sguardo e dunque non fa che aumentare la portata della nostra cecità”. Lo scopo dell’installazione di Roig è di ridefinire il luogo in cui è posta e di rigenerare lo sguardo su ciò che già si conosce. In contrasto con la scultura pubblica che è generalmente senza significato né emozionalità – un “fantasma inespressivo”, così la definisce Roig – L’uomo della Luce invita i milanesi e coloro che lì passano ad alzare la testa, osservare, riflettere. In altre parole, a farsi dotti.
Bernardí Roig, a cura di Demetrio Paparoni, Ed. Skira, 2009, €49, pp. 200. La monografia – in edizione inglese con testi tradotti in spagnolo e italiano – comprende un saggio introduttivo di Demetrio Paparoni, le schede delle opere a cura di Ida Parlavecchio, una sezione dedicata agli scritti di Roig, la biografia dell’artista e la bibliografia.


Il Ritorno di Banksy

giugno 17th, 2009 by Katy Fentress | No Comments

Il Ritorno di Banksy

Dopo dieci anni passati a girare per il mondo, l’artista senza volto torna alla sua Bristol per una grandissima mostra a spese dello Stato



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